Il processo Bartelloni

Chapter 13

Chapter 133,714 wordsPublic domain

Ma se l'aveva scampata bella Lucertolo, molto si rallegrava e si compiaceva d'essere scampato da un brutto frangente l'altro birro Vendifumo. Se Lucertolo fosse riuscito a mettergli le granfie addosso, se lo avesse scoperto, egli sapeva che non l'avrebbe passata liscia!

La forza di Lucertolo era proverbiale, e il birro picchiava di rado, e soltanto se molto aizzato e provocato, ma dove picchiava lasciava il segno.

Ora Vendifumo ragionava, e ragionava diritto, che se Lucertolo lo avesse arrivato, sarebbe stato uomo da lasciargli per un pezzo il ricordo del suo strattagemma.

Del resto, la Nencia e Vendifumo furono di lì a non molto delusi nelle loro ricerche.

Poco dopo che fu giunta a Firenze la notizia del suicidio del Tittoli, la polizia facendo l'accesso nella abitazione dell'estinto, trovò in un ripostiglio un involto di monete d'argento, e una medaglia con ornati in filigrana, e altri oggetti appartenuti alla madre di lui.

Si capì che era quella l'eredità che egli aveva avuto dalla vecchia, e che aveva serbato intatta.

Chi l'aveva rimessa in quel luogo?

Lucertolo, che facilmente era potuto entrare nella soffitta, che il Tittoli aveva voluto abitar sempre, dopo la morte di sua madre.

Lucertolo, sbigottito dalla apparizione, e che non voleva più rivedere gli spettri, i fantasmi; che non voleva più che venissero a turbargli i sonni.

Aveva ritenuto soltanto una moneta, e l'aveva ritenuta per superstizione, e andò subito a giuocarla al lotto, giuocando i numeri, che corrispondevano a quello che egli era certo di aver veduto.

Giuocò la moneta di dieci paoli su due biglietti. Lucertolo aveva studiato le cabale, si stillava di continuo il cervello sul Casamia, sul Rutilio, sul Cornelio Agrippa, opere immortali per coloro che giuocano al lotto.

Giuocò su un biglietto il 47, morto resuscitato;--il 90, la paura che aveva avuto;--il 13, la morte;--il 52, la _madre_ del Tittoli;--il 26 le monete.

Nell'altro biglietto giuocò i numeri dell'anno, che correva, 1833, così divisi: 18--33--il mese, che era il maggio, cioè il 5:--il giorno, cioè il 20: l'ora della apparizione, poco dopo la mezzanotte, cioè il 12.

E poichè in quel periodo tutto doveva andare di bene in meglio a Lucertolo, il giorno dopo quello in cui era giunto a Pisa, e aveva avuto il colloquio col magistrato e col direttore del Bagno, passeggiando per la città vide i numeri dell'estrazione.

I primi erano il 47, il 90, il 13.

Lucertolo aveva vinto un terno sul primo biglietto!

XXII.

Una mattina del giugno 1833, poche settimane dopo i fatti avvenuti a Venezia in casa della principessa Calliraky, il maestro Antonio Brinda, alzatosi da circa un quarto d'ora, se ne stava nel suo salotto, che rispondeva in una delle vie più frequentate di Firenze, sorbendo la cioccolata. Il maestro era seduto ad un piccolo tavolino in faccia al ritratto di Giovacchino Rossini.

In quello stesso salotto, tre anni innanzi, si erano incontrati per la prima volta Roberto e Antonietta.

Il Brinda era lì, con la sua veste da camera, con la sua papalina a rabeschi dorati, tra il tavolino e il cembalo, sorridente a qualche suo pensiero; bel vecchio, tale e quale lo ha conosciuto il lettore al principio di questo racconto.

Sul tavolino, accanto alla tazza della cioccolata, che il Brinda sorbiva di tanto in tanto, era il giornaletto veneziano nel quale l'abate Pildani rendeva conto della esecuzione dell'_Anna Bolena_ e criticava con garbo le volatine, i fiori, di cui abusava la giovane artista Amieri.

L'_Anna Bolena_, che era stata cantata a Firenze dalla Ungher, in quei giorni era interpretata al Teatro Alfieri dalla signora Brighenti e da altri bravi artisti, che l'impresario Giuseppe Feroci aveva condotto nella capitale dopo aver fatto con essi la stagione di primavera al Teatro Petrarca di Arezzo.

L'_Anna Bolena_ porgeva dunque di nuovo alimento alle conversazioni, alle elucubrazioni dei buongustai fiorentini.

L'ultimo colpo, che Antonietta aveva ricevuto a Venezia, era stato tremendo. Tornata, o piuttosto trasportata al palazzetto, in cui dimorava, le si mise addosso la febbre e per varii giorni non uscì dalla camera. Appena ristabilita, volle subito partire.

Composero con Roberto che egli sarebbe partito cinque o sei giorni dopo per non destare sospetti.

Anche Lina era impaziente di giungere a Firenze per darsi attorno a provar l'innocenza di Nello.

Nessuno di loro sapeva della dichiarazione d'Isacco, nè che Nello era stato messo in libertà, per grazia del Sovrano, che un ricco signore, mosso a pietà, lo aveva raccolto nella sua casa ove era impiegato ne' servizi meno faticosi, e trattato con tutti i riguardi, che doveva ispirare in anime ben nate la sua grande, immeritata sventura.

Al vecchio Brinda era spesso capitato sott'occhio da circa due anni il nome della Amieri, e in quel momento appunto, dopo aver letto le critiche dell'abate Pildani, rifletteva tra sè:

--Tutte così queste ragazze... queste nuove celebrità... vogliono strafare... non vogliono cantare la musica come è scritta... chi sa dove arriveremo fra poco... bisognerà che noi maestri andiamo a scuola dai cantanti...

E tornava a sorbire la cioccolata, che le malinconiche riflessioni non gli facevano parer meno buona.

Fu suonato il campanello; poi la vecchia governante, ex-musicista, ex-comprimaria, che sapeva a mente tutta la _Serva Padrona_ del Pergolese, entrò nel salotto, senza bussare alla porta, e annunziò al maestro che due donne domandavano di parlargli.

--A quest'ora?--disse il Brinda, spingendosi verso la nuca la papalina con la mano sinistra.--Chi sono?

--Una di esse soltanto mi ha detto il nome... si chiama Amieri...

--Amieri?... Amieri?... E che cosa vuole da me questa celebrità?--borbottava il vecchio assai burbero.--Basta! fa' passare.

Entrarono due donne tutte vestite di nero.

Una di esse restò vicino alla porta, che aveva serrato dopo di sè, l'altra, slanciandosi verso il maestro, che si era alzato, gli si avviticchiò al collo con uno slancio di affetto filiale.

--Animo!... Che c'è, ragazza? Che hai?--disse il buon vecchio, meravigliato, e cercando liberarsi da quelle due braccia rotonde, ben tornite, che lo stringevano e quasi lo soffocavano.

Ma Antonietta si era già scostata di un passo e aveva alzato il velo.

--Tu... tu... sei tu... la Amieri!--borbottò il buon vecchio--vieni qua!--e piangendo le tese le braccia.

La ragazza vi si gettò con effusione. Allora si misero a parlare, muovendosi continue domande.

Antonietta le raccontò tutta la sua storia, che il Brinda, seduto fra lei e Lina, ascoltò con profondo raccoglimento e con la più viva commozione.

--E il babbo... e la mamma?--disse a un tratto Antonietta, prorompendo in singhiozzi.

--Stanno meglio,--rispose il Brinda--e credo che tu li potrai salvare!

La ragazza dette un grido di gioia.

--Ci vorrà molta prudenza; anche un'allegrezza inaspettata potrebbe uccidere que' due poveri vecchi, che hanno tanto sofferto per te... Ma saranno ricompensati--aggiunse, vedendo che Antonietta tremava.

--Voglio andar subito... subito a vederli!--interruppe la ragazza.

--Questo no!--riprese il Brinda con uno di quei gesti di autorità, di quegli atti di collera, che usava un tempo con la scolara e de' quali gli pareva aver sempre il diritto.

Convennero sul modo di propalare il ritorno di lei.

Bisognava far credere che fosse stata rapita da persone, che si erano proposte di speculare sulla sua voce, che l'avevano tenuta come prigioniera per molto tempo, e più tardi le avevano fatto pervenire notizia della morte de' suoi genitori in maniera che essa non potesse dubitarne. Una così pietosa menzogna era necessaria, diceva il Brinda, a scusare la fuga, la lunga assenza, l'essersi tanto celata, precauzioni che egli ben capiva ormai essere state richieste da durissima necessità.

--Del resto arrivate in buon punto--concluse il Brinda.--Nello, quel Nello, è stato liberato dalla galera... ha avuto la grazia!...

--La grazia? la grazia?--interrogò Lina, conturbata e palpitante. E il maestro dovette raccontar tutto, punto per punto, alle donne.

--Signorina, Dio ci perdona!--mormorò Lina, accostandosi alle labbra la mano di Antonietta e baciandola.

--Oggi tu passi la giornata... tutta la giornata con me--soggiunse il Brinda rivolto ad Antonietta.--Avremo tante cose da dirci--e la teneva per le mani e gliele stringeva, trepidante.--Ghita!...

La ex-comprimaria ricomparve maestosa, piegandosi ad un mezzo inchino, come quelli che faceva al pubblico trent'anni prima quando usciva di scena a capo delle comparse.

--Ghita... oggi a pranzo, invece di due, saremo quattro... C'è anche questa tua antica amica... Oh, non la riconosci?

La Ghita, prima che il maestro avesse finito di parlare, abbracciava la cantante, e asciugandosi gli occhi con una cocca del grembiale, ripeteva:

--O Antoniettina!... Antoniettina!... è lei! Com'è bella... Se la tua mamma... la povera Agatina fosse qui...

Antonietta dette di nuovo in uno scoppio di pianto e tra le lacrime ripeteva, come nei giorni del delirio, quando era stata chiusa nel Ghetto, e vegliata da Isacco, dal Tittoli e da Lina:--mamma!... o mamma mia!

Quando si fu un po' calmata, e partita la Ghita, il Brinda riprese:

--Non devi lasciarti vincere dal dolore.... Agatina e Enrico sono stati sempre due coppe d'oro, due buoni cristiani; hanno patito, come hai patito tanto anche tu, figliuola, in questo tempo; hanno espiato e ti hanno fatto espiare il troppo bene che ti volevano... Sarebbe un grande esempio pei genitori che non sanno temperare la loro affezione verso i figliuoli, che li amano troppo ciecamente... Sarà un grande esempio per te, se un giorno diverrai madre... Ma l'ora della espiazione è finita... e vedrai che tutti saremo felici!

--Come?

--Lascia fare al tuo vecchio Brinda... Noi vecchi leggiamo nell'avvenire meglio di voi altri giovani, troppo inconsiderati... Raccomando la prudenza a te, a Lina, a Roberto quando verrà... Prudenza!... prudenza!... e saremo salvi... Quanto al delitto, ora nessuno ci pensa. La liberazione di Nello ha fatto un po' di rumore, lì per lì, adesso nessuno se ne dà più per inteso... Non avete saputo la notizia, di cui si occupano tutti? Il Granduca si ammoglia con la principessa delle Due Sicilie!... Qui avremo feste, spettacoli: migliaia di persone accorreranno dai paesi vicini. Chi vuoi che pensi più ora al delitto del Vicolo della Luna?... Devi restar tranquilla, farti vedere poco per ora, e pensare a' tuoi genitori... Prima di tutto bisogna guarirli!... Probabilmente il Granduca deve sbarcare domani o domani l'altro a Livorno con la sposa e col seguito. Ho qui la _Gazzetta delle Due Sicilie_ del 25 maggio che mi manda un amico... Ci deve essere qualche cosa sul matrimonio...

«La mattina del 23 maggio--lesse il Brinda in fretta, mentre le due donne l'ascoltavano disattente, distratte in ben altri e dolorosi pensieri--S. E. il principe Tommaso Corsini ebbe l'onore di presentare in particolare udienza a S. M. il Re le lettere che lo accreditano in qualità d'inviato straordinario di S. A. I. e R. il Granduca di Toscana... Il dì 25 il Principe fece in pubblica udienza la solenne richiesta della mano di S. A. R. la Principessa D. M. Antonia per S. A. I. e R. il Granduca di Toscana...»--senti questa descrizione:

--«Si recò a tal uopo S. E. il principe Corsini alle 11 a. m., col Segretario e i Gentiluomini della Legazione, al R. Palazzo, ove trovò a piè delle scale un usciere di camera, che lo precedè nel salire, egualmente che tutta la sua Corte: alla porta dell'appartamento di S. M. il Re trovò poi l'usciere maggiore il quale lo condusse nella prima anticamera. Ivi andolle incontro il Cerimoniere di Corte commendator Pignatelli, ecc., ecc..

«L'illustre inviato straordinario entrò nella Camera d'udienza introdottovi dal Cerimoniere di Corte; e lasciando sotto la porta il Segretario ed i Gentiluomini della Legazione, si avanzò prima tra il Gentiluomo di camera e il lodato Cerimoniere facendo i convenevoli inchini; poscia inoltratosi solo fino allo strato, diresse a S. M. il seguente discorso:

«_Maestà_,

«Il Granduca di Toscana, Principe Reale di Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria, mio Signore, m'invia presso la Maestà Vostra per chiederle la mano della Principessa Reale D. Maria Antonia, sua diletta sorella, ed è sommo l'onore che ho, ed il gradimento che provo nell'eseguire questo sovrano comando...»

--Non ho più fiato per legger tutto questo discorso!--concluse il Brinda, rimettendo il giornaletto napoletano sul tavolino.

Il matrimonio del Granduca fu celebrato il 7 giugno.

Il 2 giugno il principe Corsini dava in Napoli un pranzo sontuoso al quale intervenivano i Ministri, Consiglieri e Segretarii di Stato, il Corpo diplomatico, i capi della Real Corte e altri personaggi.

Due grandi e magnifiche feste furono pure date la sera del 9 corrente, per le stesse faustissime circostanze, come dicevano i nobili anfitrioni, da S. E. il conte di Lebtzeltrn, inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Napoli di S. M. l'Imperatore d'Austria; l'altra da S. E. il Principe Corsini. E fra gli stranieri più ragguardevoli che convennero a quelle feste, si notavano S. A. R. la Granduchessa di Baden e S. A. il Principe di Oldenburgo.

Raccogliamo queste notizie, che leggeva il maestro Brinda, perchè indarno i lettori le cercherebbero oggi così minute nei libri di storie.

XXIII.

Circa sei giorni dopo, nel salotto del Brinda, all'ora stessa in cui egli aveva ricevuto la prima visita della Amieri, tornata allora da Venezia, si trovavano il maestro, Antonietta, Roberto. Tutti e tre sedevano al solito tavolino, di faccia al ritratto del Rossini; bevevan la cioccolata, offerta dal Brinda, preparata da Ghita, e c'inzuppavano i gustosi biscottini, che manipolavano per il maestro le oblate di Santa Maria Maddalena de' Pazzi, nella cui chiesa egli aveva suonato l'organo per tanti anni.

--Ti ricordi--diceva Antonietta a Roberto--della prima volta che ci siamo incontrati qui?

--Bricconi! bricconi!--ripeteva il vecchio musicista, scrollando la testa.--Ed io che mi sgolavo a darvi lezioni di estetica... Altro che estetica!... Ora mi sono persuaso finalmente che l'estetica è buona a qualche cosa... a dar modo a due ragazzacci, che si vogliono bene, d'intendersi, mentre il maestro predica... E d'altronde anch'io ho fatto così... proprio come voialtri, quando ero giovane; così facevano mio padre e mio nonno, e il nonno del mio bisnonno, e la nonna della mia bisnonna... Beata gioventù! Beata gioventù! Ve lo canta anche il divino Mozart:

_Giovinetti, che fate all'amore Non lasciate che passi l'età._

Ma l'arzillo e amabile vecchietto fu interrotto mentre canticchiava dal fragore di una salva di cannoni, dallo scatenìo di tutte le campane di Firenze, che suonavano a distesa.

--Che cos'è? che cos'è?--domandarono Roberto e Antonietta.

--Caspita!--rispose il vecchio, balzando in piedi.--E' il Granduca che arriva con la sua sposa... Evviva il Sovrano!--disse, scuoprendosi il capo.--Dobbiamo andare a vedere?

I due giovani non si sentivano d'umore d'avventurarsi tra la folla.

I colpi di cannone si seguivano dal forte di San Giovanni e rimbombavano per tutta la città.

Era il 20 giugno 1833, e scoccavano le dieci antimeridiane.

Il Granduca faceva il suo ingresso nella Capitale dalla Porta San Frediano in mezzo agli applausi più vivi e prolungati. Accanto al Principe sedeva nella carrozza la giovane sposa, allora sfavillante di bellezza, magnifica, e più che seducente nel rigoglio delle sue forme, la carnagione bianca come latte sul quale si fosse sfogliata una rosa, giovane e splendente Maestà, che un popolo di artisti salutava con grida di giubilo e di ammirazione, inebriato, affascinato dalla grazia, dalla gentile e forte appariscenza di lei, piuttosto che spinto da un impulso di eccessiva devozione verso la nuova Sovrana.

«L'entusiasmo della gioia--scrive un testimone oculare--e della devozione spinse a tentare di staccare i cavalli della carrozza, ove trovavasi la R. Coppia, onde trarla a braccia; e sol si ristette al cenno di desistere.»

Il corteggio si componeva, oltre la carrozza dei sovrani, di altre quattro carrozze occupate da Ciambellani, Cariche e Dame di Corte. E fra questi, il maggiordomo Ferdinando duca Strozzi, la maggiordoma maggiore marchesa Ginori ne' Riccardi, il ciambellano marchese Incontri, la dama di Corte marchesa Corsi, che avevano seguito a Napoli il Granduca.

Precedevano i reali Cacciatori a cavallo.

Poi venivano le carrozze delle LL. AA. la Granduchessa, vedova di Ferdinando III, la arciduchessa Maria Luisa, che il popolo conosceva più familiarmente col nome di _Gobbina_, e della quale i poveri celebravano la pietà.

Chiudeva il corteggio un drappello di Guardie del Corpo.

Dalla Porta San Frediano fino al palazzo Pitti le finestre, i balconi delle case erano adorni di arazzi, di tappeti; le vie erano calcate di folla, «Procedeva lentamente--scrive il cronista di un giornale--per appagare le rispettose brame della concorsa moltitudine il Reale Corteggio. Di mano in mano che passava il Granduca con la novella Sovrana, applausi ad applausi, dimostrazioni a dimostrazioni di gioia succedevano.»

I Sovrani giunsero al Palazzo Pitti.

«La vasta piazza--continua il giornalista nello schietto stile del suo tempo--avanti all'I. e R. Palazzo di Residenza, rigurgitante di popolo, all'arrivo dei RR. Sovrani, di voci di letizia risuonò. Ed allorchè dopo esser la R. Comitiva entrata nella Reggia, S. A. I. e R, il Granduca colla Granduchessa Sposa ebbe la degnazione di presentarsi sopra la ringhiera, la circostante moltitudine proruppe in nuove e sempre più vive acclamazioni, a cui gli Augusti Sovrani si compiacquero di rispondere con reiterati segni di soddisfazione e della lor gioia, da quella di sì leali sudditi rendute maggiore.»

Alle 6 pomeridiane il cannone tuonava di nuovo dal forte di San Giovanni, annunziando la partenza degli Augusti Sovrani dalla Reggia per la Metropolitana. Alla porta della Metropolitana la Real Coppia fu ricevuta dal Clero e dalla Nobiltà ivi raccolta.

L'Arcivescovo intuonava l'Inno Ambrosiano, cantato «in scelta musica» dai signori Professori della I. e R. Cappella di Corte.

Tra le armonie dei cantici, tra i profumi dell'incenso, alla molle, bionda luce, che cadeva dai ceri, e che mandavan le lampade, appariva come soffusa di nuova grazia, e di più soavi attrattive la florida bellezza della giovane Sovrana.

«Nella sera--scrive il citato cronista, nostro avolo--tutta la città, non meno che i sobborghi, s'illuminarono: varii palazzi, e le principali strade offrivano superbi colpi d'occhio. Ma quel che richiamò maggiormente l'attenzione, e che non si era mai fin qui veduto, fu l'illuminazione delle alture che circondano la nostra bella città. Appena imbrunì l'aria che tutti i punti elevati delle adiacenti campagne, i monti, i colli, le pendici, risplenderono, dove per fiamme sparse, dove, a seconda delle situazioni, per fuochi in ordine distribuiti, dove per serie di faci ricorrenti le linee architettoniche delle ville e dei più insigni edifizi.

«Una placida notte e senza luna favorì l'effetto dell'insolito spettacolo, che presentava la doppia illuminazione di Firenze, e del quasi anfiteatro delle sue famose circonvicine eminenze, combinata.

«Fuochi d'artifizio, inoltre, incendiati qua e là per le vicine campagne, indicavano sempre più l'esultanza degli abitanti di esse.»

In que' giorni ordinava il Granduca che a carico del suo erario fossero distribuite cinquecentosessanta doti, di scudi venti ciascuna, a favore di povere fanciulle.

E ciò senza pregiudizio delle doti di Regia Data di cui si faceva collazione, secondo la formola adoperata, ogni anno nel mese di giugno, per San Giovanni.

Il Granduca ordinava pure che fosse fatta una gratuita distribuzione di pane in favore della classe indigente della città, a ragione di diciotto oncie per individuo.

Ordinava inoltre che si regalassero centocinquanta letti ad altrettante famiglie della classe indigente nella Capitale.

E la mattina del 10 giugno era stata affissa alle cantonate di Firenze la seguente _Notificazione_:

«Resta concesso un libero perdono a tutti i disertori delle truppe toscane di qualunque Corpo, purchè a tutto il mese di novembre prossimo si restituiscano volontariamente ai loro Corpi, siccome a tutti coloro che a tali diserzioni avessero prestato assistenza, aiuto e consiglio.

«E' fatta grazia a tutti i sudditi, e domiciliati per cinque anni familiarmente nel Granducato, i quali si trovassero querelati, inquisiti, o condannati per danno dato, turbato possesso, insulti, ingiurie e risse; percosse e ferite date in atto di rissa, e senza uccisione, purchè tali percosse e ferite non sieno state commesse in occasione di far danno negli altrui beni; per delazione d'arme, sgrillettamento, o sparo di armi da fuoco senza offesa della persona, trasgressioni di lotti, di caccia e pesca, trasgressioni doganali, trasgressioni ai regolamenti, ed ordini sulla occupazione, ed ingombri di strade, suolo pubblico, fiumi, rii, fossi, argini, ripe, ed altri oggetti di pubblico diritto ed uso; ai regolamenti ed ordini del Collegio Medico, ai regolamenti ed ordini dell'Archivio Generale, escluse le falsità; rottura e fuga dalle Carceri, resistenza agli esecutori di Giustizia, esimizione di catturati; prima e semplice inosservanza di confine, o esilio, contrabbando di sale, trasgressioni alle leggi e consuetudini dello Stato sopra i giuochi, sopra le questue, sopra i funerali, sopra le osterie e bettole, e generalmente per tutte le altre trasgressioni ai regolamenti di semplice polizia...»

E qui venivano altri particolari.

XXIV.

La mattina del 17 giugno gruppi di curiosi si fermavano a leggere la _Notificazione_ dell'«illustrissimo signor Gonfaloniere di Firenze» che annunziava grandi e nuove feste per la ricorrenza del Santo Protettore.

Nella mattina della festività (24 giugno) il Magistrato civico, preceduto dal Gonfaloniere, si recava a fare la visita ed offerta al Battistero. Il Granduca, la Granduchessa regnante, la Granduchessa vedova, la Arciduchessa Maria Luisa si recavano in gran gala e con gran seguito alle ore 11 alla Metropolitana e assistevano alla messa solenne.

Al momento della elevazione rimbombarono salve di artiglieria dal forte di San Giovanni, e successivamente furono eseguiti sei spari di moschetteria dalla truppa dei granatieri e fucilieri in bella tenuta schierati sulla piazza del Duomo, unitamente alla cavalleria.

Nel pomeriggio vi fu la corsa dei «cavalli sciolti» alla quale i sovrani assistettero dalla così detta Terrazza del Prato.

La sera fu data una festa di ballo nello stabilimento Goldoni.

I Sovrani andavano al Teatro della Pergola, sfarzosamente illuminato. «L'entusiasmo--dice il mio più volte citato cronista--che aveva spinto il popolo ad applaudire i Sovrani, tutte le volte che in questi giorni si erano mostrati in pubblico, qui viemaggiormente eruppe in acclamazioni le più energiche e le più prolungate, cui le LL. AA. esternarono con reiterati segni il loro reale aggradimento.»

Si rappresentava alla Pergola _Ivanhoe_ del Maestro Pacini e il ballo scritto espressamente in occasione del fausto imeneo, col titolo:--_I Viaggiatori all'Isola d'Amore_.

Poche settimane innanzi vi si era eseguito il _Crociato in Egitto_, del «celebre maestro sig. Barone Meyerbeer».

Sulla nobile scena del Teatro del Cocomero annunziavano esperimenti di lotte, di pugilato i _primi Alcidi francesi_ Manches e Darras.

Nei salotti si declamavano le ottave scritte e pubblicate pel matrimonio reale dal poeta aretino Tommaso Sgricci.

In Pisa si univano i Pastori Arcadi della Colonia Alfea, che recitarono varie pregevoli poesie, sull'argomento: precedute da una prolusione del professore Giovanni Rosini.