Chapter 12
--Ecco quello che mi occupava... che mi ha per tanti mesi occupato... Alla fine avevo rinunziato, lo confesso, alla speranza di riuscire a identificare l'orma di quel piede... Molto tempo dopo, riflettendo al delitto... non pensavo mai ad altro... mi rammentai che una notte del 1831, mentre ero di servizio, in uno degli androni del Ghetto, avevo udito certi insoliti rumori, i quali mi avevano insospettito... Ero entrato nell'androne... avevo visto gente a qualche distanza in una stanza aperta e illuminata... due uomini che gesticolavano, e un'ombra di donna, che appariva di tanto in tanto sulla parete... Inciampai in un ferro... subito il lume fu spento... Rimasi al buio nel lungo androne nel quale gettava qualche bagliore la mia lanterna...
Lucertolo tacque un istante, rabbrividendo al ricordo di quella scena.
--Domandai:--soggiunse--chi va là?... Nessuno rispose... ma mi parve udire lo scricchiolìo del cane di una pistola: qualcuno si preparava a tirare... Alzai subito la pistola e feci fuoco...
--E allora?--tornò a interrogare il direttore.
Lucertolo ripeteva la storia di quello che gli era capitato la notte della fuga di Antonietta dal Ghetto, dopo che nell'androne aveva esploso la pistola verso la stanza in cui si trovavano Antonietta, Carlo Tittoli e l'ebreo Isacco.
--Udii un grido soffocato... Poi mi fu scagliata una pietra, che mandò in frantumi la lanterna, e mi spezzò questo dito.... Cascai giù privo di sensi... La mattina mi ritrovai affranto dal dolore della mano, stecchito dal freddo, steso sul nudo pavimento di un androne, e ne uscii a fatica, strascicandomi... Mi accorsi che i furfanti mi avevano trasportato, mentre io ero fuori di me, all'entrata di un altro androne... In quel momento mi era impossibile di mettermi a verificare... Alcuni giorni dopo, quando vi tornai, non riuscivo a orientarmi... Mi ricordavo sì che ero entrato la notte dalle così dette _Coriaccie_, ma non mi ricordavo quante svolte avevo fatto, quanti passi avevo mosso, prima di fermarmi... Gli androni sono lunghi... tortuosi... uno dentro l'altro, con ramificazioni, ripostigli, terrazze aperte... un vero laberinto...
--Ma, sedetevi!--disse il direttore.
--Grazie!--rispose l'agente.
Egli gesticolava, si moveva ad ogni frase del suo racconto, invaso dall'orgoglio di mostrare tutta la sua sagacia, tutto il suo acume. Non avrebbe potuto in quei momenti star fermo sopra una sedia.
--Un giorno,--proseguì--come ho loro accennato, ripensavo tra me e me alla scena dell'androne... Mi venne un'idea, che non riuscii a scacciare... Secondo quell'idea la scena dell'androne doveva essere in qualche relazione col delitto del Vicolo della Luna... Avevo un bel dirmi che non poteva esservi relazione, poichè il Ghetto all'ora in cui il delitto era stato commesso doveva esser chiuso... Però quell'idea mi tornava sempre alla mente....
--E non bisognava trascurar questa idea,--interruppe il magistrato, smettendo il suo riserbo, e come trascinato, suo malgrado, dalla foga del racconto.
--Infatti non la trascurai!--ribattè l'agente della polizia.--Poniamo--così cominciai a ragionare,--che il delitto sia stato commesso fra le 10 e le 10 e mezzo della sera. A quell'ora le porte del Ghetto erano chiuse, ma appunto dalla Piazza del Mercato si suole aprire almeno fino all'undici, e anche più tardi, a coloro che si sono un po' indugiati fuori... Al tempo in cui fu commesso il delitto del Vicolo della Luna aspettava quelli, che non fosser tornati al momento in cui si chiudevano le porte, un vecchio ebreo, poverissimo, di nome Isacco Spoleto... Costui faceva tal mestier per amore dei pochi soldi che così guadagnava... Era però come un fiduciario della polizia... impossibile dubitare di lui...
--Perchè?--interruppe di nuovo il magistrato.
--Il vecchio ebreo era onestissimo... illibato... e la polizia, alla quale aveva reso sempre tanti servizii, lo sapeva... Viveva con grande parsimonia e abitava un tugurietto, che rispondeva in uno degli androni del Ghetto, dove stava più a mo' di bestia che d'uomo... pure contentissimo. Come supporlo capace di un delitto?... Ma pare fosse destino che nelle mie ricerche sull'assassinio del Vicolo della Luna io dovessi sempre abbattermi in qualcuno che appartenesse alla polizia... Bobi Carminati era famiglio, l'ebreo Spoleto era nostro alleato... Ormai la mia esperienza mi ha insegnato che un agente non deve mai cacciare un'idea, che gli è suggerita da varie contingenze di fatti... l'idea più strana bisogna accettarla... Se qualche indizio, sia pur lieve, viene a dirvi, per esempio: vostro padre è l'autore del delitto misterioso, di cui vi occupate: bisogna che la voce della natura taccia, bisogna con coraggio andar innanzi nella via del dovere... Un agente non deve mai rigettare un'idea come improbabile, anche se gli appaia inverosimile... Procedendo per eliminazioni, non si giunge mai alla verità...
--Al fatto!
--Sì, al fatto!...--replicarono il direttore del Bagno e il magistrato.
--L'ebreo,--così tornò a parlare Lucertolo--da un anno non serviva più... Da vari mesi non usciva più dalla sua catapecchia... Avevo saputo che era gravemente infermo, senza che mai mi venisse l'estro di andarlo a vedere, non ostante che ci fosse stata fra noi grande familiarità... Un giorno, non potendo più contenermi, così verso il tocco, entrai nel Ghetto e domandai della catapecchia di Isacco nella quale non avevo messo mai piede e che non sapevo precisamente dove fosse... Si figurino che la casa in cui stava ha otto piani, ad ogni piano vi sono le abitazioni di sette, otto, dieci famiglie, e poi comunica con altri casamenti, vi s'entra e vi s'esce per quattro o cinque sbocchi diversi, da una corte all'altra, da una strada all'altra... insomma un vero laberinto...
Il bastone, che Lucertolo aveva in mano gli cadde, mentre egli faceva un gran gesto, e il birro si chinò per raccoglierlo. Ma, prima di rialzarsi, aveva riappiccato il discorso.
--Entrai,--diceva col suo vocione pieno, sonoro, e colorito dall'enfasi, messo in ùzzolo dalla persona con cui parlava--entrai nella catapecchia... Se avessero veduto!... Il vecchio livido, con le labbra schiumanti, la barba e i capelli giallognoli, gli occhi stralunati, le mani scarne, tese come artigli sul lenzuolo più nero che bianco... era quasi in agonia... Appena mi vide, la sua fisonomia prese un'espressione spaventevole.... Mi sentii agghiacciare dal modo con cui mi guardava quel moribondo... E restai perplesso, immobile, come se i miei piedi non potessero più staccarsi dal pavimento... Nella stamberguccia si trovavano altre persone. Una vecchia cieca, che borbottava certe preghiere in una lingua indiavolata... un vecchio zoppo, che scattava qua e là sorreggendosi sulle gruccie, che battevano con gran rumore sull'ammattonato... e sotto la finestra un ragazzaccio, più lurido anche della cieca e dello zoppo, un ragazzaccio storpio, il quale non poteva camminare altro che seduto, appoggiandosi con le mani al pavimento e spingendo innanzi le gambe... Erano gli ultimi esseri rimasti fedeli al moribondo!... Era una prova della carità inspirata alla disperazione che i disgraziati hanno fra loro!...
Il magistrato agitò in aria la mano sinistra, come per accennare all'agente di polizia che non deviasse in digressioni.
Tra i birri non pochi avevano pretensioni a letterati; ripetevano nei loro discorsi gli squarci dei predicatori, o brani di libri, in generale di devozione, che leggevano; alcuni, come il ben noto caporale Monti, erano poeti, improvvisatori; anzi le poesie del brioso caporale, quasi tutte di giocondissima vena, circolano anche oggi manoscritte fra certi impiegati della polizia.
Dobbiamo dire che il cuore dell'uomo abbia davvero bisogno di poesia, se la cerca e la trova perfino tra gli orrori del delitto, fra i gemiti delle vittime, fra il sangue che gronda, fra le gesta dei ladri e degli assassini, tra le acute, perseveranti indagini, e fra il cigolìo delle catene!
--Mentre stavo,--disse Lucertolo--così esitante... e proprio sbalordito dallo spettacolo che vedevo, dal tanfo, dal cattivo odore che ammorbava quella stanzaccia... mi vennero fissati gli occhi dinanzi a me, sulla parete vicino alla finestra... Mio Dio! che cosa vidi!... M'accostai... Scorsi nel muro una grossa scalfittura... altre scalfitture... Era facile riconoscere le traccie lasciate dai proiettili di cui era carica la mia pistola la notte in cui sparai il colpo nell'androne... Avevo dunque fatto fuoco in quella notte nella direzione della camera d'Isacco?... Ormai i miei dubbi principiavano a cadere... Alzai il lenzuolo di sul letto, scuoprii i piedi del morente: riscontrai l'orma... L'orma sanguinosa, da me trovata sul tappeto, era stata lasciata dal piede destro dell'ebreo; corrispondeva con la massima esattezza: la stessa lunghezza delle dita, la stessa curiosa conformazione della pianta del piede... Lo ricuoprii, e senza dir verbo mi slanciai nell'androne; uscii, corsi alla Rota... Gridai a tutti la mia scoperta... tornai accompagnato da un sostituto dell'Avvocato fiscale, da un cancelliere, dallo Scrivano della Piazza, dal tenente... Si figurino, quando traversammo il Ghetto, così di pieno giorno!... In pochi istanti la folla si pigiava alla porta, e su su si accalcava per le scale e per gli androni...
«Entrammo nella stanzaccia... Avevo già raccontato tutto quello che m'era accaduto la notte in cui mi avevan spezzato il dito... indicai le traccie dei proiettili nel muro... Insieme con un altro agente, Zampa di Ferro, aprimmo il tappeto che egli aveva portato, alzammo il lenzuolo... verificammo le orme sanguinose... Posammo sopra tutte il piede del vecchio... Non ci era che dire!... era lui! Tutti eravamo meravigliati, commossi!
«La vecchia cieca tendeva l'orecchio come per cogliere ogni parola, che sentiva pronunziare intorno a sè; lo zoppo, e lo storpiato, suo figliuolo, ci guardavano attoniti.
«Il vecchio Isacco metteva un esile rantolo come se si dibattesse negli ultimi istanti dell'agonia.
«Non vi era da perder tempo!
«Il giovane sostituto dell'Avvocato fiscale si avvicinò al morente, e gli domandò ad alta voce:
--Commetteste voi tre anni or sono il delitto nel Vicolo della Luna?
«Non potrò mai dimenticare quello che accadde allora.
«Il vecchio fece un leggero movimento.
«Alzò il volto scarno, smunto, divenuto orrido.
«Il sole, che filtrava per i sucidi vetri della finestruola, ci illuminava tutti di una luce sinistra... In quella luce le miserie, le sozzure, lo squallore della cameraccia apparivano più brutte e più stomachevoli.
«Il sostituto rinnovò la sua domanda.
«Isacco tentò di sostenersi un poco, ma non vi riuscì.
«Allora io e Zampa di Ferro lo sorreggemmo e tutti lo udimmo proferire a stento, ma con molta chiarezza, nel modo più intelligibile, queste parole:
--Nello... è... innocente!...
«Ad altre interrogazioni potè rispondere soltanto:
--Nello... innocente!
«Poi la sua testa cadde sulla spalla di Zampa di Ferro.
«Era morto!
«Rammentai a' miei compagni il grido di donna che avevo udito nel Ghetto la notte del delitto, prima che essi giungessero con l'Ispettore a cercare il ferito... Di sicuro la donna, che aveva gettato quel grido, era la stessa che aveva lasciato il suo velo nella misteriosa stanza del Vicolo, dalla quale era fuggita con Isacco dopo il delitto... Era la donna, che si trovava nella camera d'Isacco la notte in cui io aveva sparato la pistola...»
--E chi era?
A questa domanda del magistrato. Lucertolo rispose, facendo un atto di sdegno:
--Pur troppo non lo sappiamo!
--Ma l'asserzione dell'ebreo prova forse l'innocenza del galeotto che abbiamo nel nostro Bagno?--chiese il direttore al magistrato.--Come si spiega che egli sia stato trovato insanguinato e possessore degli oggetti preziosi rubati al ferito?
--Eh!--rispose il magistrato che era divenuto pensieroso, e che il fervore con cui esercitava la sua professione rendeva molto inclinato a studiare questo caso singolare.--L'asserzione del moribondo ha un gran peso... Se non prova assolutamente l'innocenza di questo Nello è tale da far nascere dubbii gravi, grandi perplessità nell'animo del giudice più severo... Qual magistrato sarebbe ora tranquillo di aver pronunziato una condanna dopo simili dichiarazioni?
--L'ebreo--ripigliò il magistrato--era entrato nella stanza dinanzi alla quale fu commesso il delitto... Vi era entrato come unico o principale autore di esso, come complice?... In ogni più rigida ipotesi, dunque, mancano ora i dati per chiarire in modo preciso la colpabilità del condannato...
--Notino--aggiunse Lucertolo--che il giovinastro è stato sempre mezzo idiota... che ha avuto, come si è rilevato da varii indizii, la manìa dei metalli... Io dubitai sempre che egli potesse aver commesso il delitto: prima per la sua gracilità, poi perchè un assassino non è naturale che si trascini il corpo dell'uomo, da lui ferito, davanti all'uscio della propria abitazione, e passi poi quell'uscio per andarsene a dormire, circondato da tutti gli oggetti derubati, e macchiato dal sangue della vittima... Di più: il giovinastro era stato udito cantare da un testimone all'incirca nell'ora in cui il delitto doveva esser consumato... Come si spiega un assassino che canta?... Invece l'interpretazione del fatto, che abbiamo trovata insieme con il celebre avvocato Arzellini, che fu il difensore dell'accusato, è la seguente:--L'idiota è uscito quella sera dalla sua tana, si è messo a cantare, appena ha sentito suonare un violino... ha inciampato nel corpo del ferito, lo ha tirato davanti alla sua porta, ha preso un lume, e lo ha spogliato della catena, dell'orologio, di uno spillo, insanguinandosi tutto... Lo ha spogliato di quegli oggetti che adescavano la sua manìa... gli ha lasciato però in tasca il portafogli...
--Ma che cosa ha deciso la Rota?... Revisione del processo?...--chiese il magistrato.
--No! no!--rispose il birro.--Nello era stato condannato; ma soltanto per un voto... Ormai si sa... e non si sarebbe saputo senza gli ultimi fatti... che il Presidente e un altro auditore votarono contro la condanna... L'avvocato Arzellini e insieme con lui il Presidente si sono dati grandi cure... hanno parlato ad alti personaggi... La dichiarazione d'Isacco, l'esser io riuscito a provare--e il birro acquistava una vera maestà, proferendo tali parole--che costui era entrato nella stanza e vi aveva lasciato traccie del suo piede... mutarono subito il disfavore che Nello ebbe sempre dal pubblico sin da che fu arrestato... E insomma Sua Altezza... che a giorni parte per Napoli dove va a sposare la R. Principessa Maria Antonia delle Due Sicilie ha fatto la grazia!... L'ebreo era di certo nella stanza quando fu consumato il delitto... Bobi Carminati forse ci era anche lui. Ora cercheremo la donna!
XX.
Lucertolo però non aveva raccontato a che bel rischio egli fosse sfuggito.
Carlo Tittoli, accortosi che sua madre prima di morire era stata derubata, aveva fatto disegno di scuoprire il colpevole.
Andò a interrogare la Nencia.
Le parlò del baule trovato tutto sossopra, del mazzetto di fiori, della lettera, che il ladro, nella fretta, richiudendo il baule, forse sentendo avvicinarsi qualcuno, aveva lasciato cadere.
Ma la Nencia, divenuta bianca nel volto, si gettò in ginocchioni, gridò, spergiurò che non solo essa non era stata, ma neppure poteva immaginare chi avesse osato tanto.
--Io uscii--ella diceva--poco prima che la povera Berta morisse... Nella camera rimase Lucertolo, perchè la Berta faceva cenno di volergli parlare...
Il Tittoli subito mostrò di non volersene più occupare, e avvertì la donna di tacere.
Già l'animo di quell'infelice era combattuto da tante afflizioni che egli non si sentiva la forza di avventurarsi in uno scandalo.
Però gli entrò in cuore che Lucertolo potesse esser l'autore del furto.
Ma come accusare un agente della polizia? e con quali prove? E avesse pure avuto le prove, egli non era propenso a procacciarsi nuove lotte, crearsi nuovi imbarazzi.
Carlo Tittoli tenne in sè il vago sospetto, e si chiuse di nuovo nelle sue tristezze.
Meditava di togliersi la vita, di rompere tutti i legami che l'avvincevano a un mondo di dolori e di pene, e nel maggio del 1833 si recava a Venezia, ove compieva risoluto il suo ben maturato disegno.
Egli solo era stato sino allora a parte del segreto di Antonietta; egli solo sapeva che il celebre nome di Amieri era portato dalla umile ragazza, che egli aveva veduto in anni non lontani girare per le vie del Mercato, accompagnandosi spesso con lei.
Allora nè l'uno nè l'altra prevedevano quanto avrebbero amato, sofferto, fra quali catastrofi sarebbero trascorse le loro esistenze.
La Nencia non si era mai scordata delle parole dettele dal Tittoli. Anch'essa aveva gettato i suoi sospetti addosso a Lucertolo, e si era posta in animo di strappargli la confessione della verità.
Dette opera a varii espedienti, che non le riuscirono a bene. Finalmente venne in pensiero di manifestare tutto ad un birro, suo fratellastro, il birro Vendifumo, che già il lettore conosce, e che era rivale, nemico accanito di Lucertolo.
Cadde d'accordo con lui di ridur Lucertolo a tal partito che egli non potesse più infingersi.
Lucertolo era forte, aitante della persona, coraggioso, ma pieno di superstizioni. Credeva ai sogni, agli spiriti, alle apparizioni, ai morti resuscitati e a tutta la lugubre suppellettile, che anche oggi riempie le facili, estrose fantasie del popolo.
Si avvisarono di coglierlo da questo suo lato debole.
Egli abitava in una casipola nel vicolo degli Anselmi, una di quelle casipole, sol da pochi anni distrutte, ed allora messe in comunicazione una con l'altra da corti, da anditi, da tetti, su' quali era agevole lo scendere dalle finestre; casipole, per le quali un uomo preso da talento di andare randagio poteva passeggiare liberamente, andando dall'una all'altra, senza bisogno di entrarvi per gli usci.
La Nencia e Vendifumo abitavano pure in quei caseggiati.
Una notte, mentre Lucertolo, libero dal servizio, dormiva la grossa, contento della scoperta che aveva coronato i suoi sforzi e alla vigilia di partire alla volta di Pisa ad ottenere la liberazione di Nello, la Nencia e il suo compare, che covavano da lungo tempo il loro disegno, decisero di mandarlo ad effetto.
La notte era propizia: una brutta notte di maggio, col vento che muggiva, una pioggia che cadeva a rovesci, con una bufera che imperversava all'impazzata.
Ad un tratto Lucertolo è svegliato da un gran rumore.
La finestra si spalanca: entra nella camera il vento soffiando, e portandogli fino sul letto gli spruzzi della pioggia.
Sente pure uno strepito di passi sul pavimento.
Si alza a sedere sul materasso, vede verso la finestra un lumicino, poi come un fantasma, che il riflesso del lume faceva apparire tutto giallastro, avvolto in un lenzuolo.
Tutte le idee di streghe, di versiere, di spiriti, di apparizioni tornano alla mente turbata del birro.
Stende le braccia verso il fantasma, vuol urlare...
Il fantasma alza il lumicino!
Santo nome della Madonna!... Era proprio dessa, era la vecchia Tittoli, uscita dalla fossa, che veniva ad atterrirlo, a spaventarlo.
Che cosa voleva da lui?
Dalla finestra aperta il fresco penetrava nella stanza.
Il birro sentiva agghiacciarsi il sudore sulle carni.
Non poteva urlare, aveva la gola inaridita.
Si turò gli occhi coi pugni chiusi.
Poi protese il volto come per meglio udir quello che diceva il fantasma, se parlasse.
Udì uno scarpiccìo sul tetto sottostante alla finestra, uno strepito di tegoli smossi, come se una legione di spiriti irrequieti si avanzasse dietro al fantasma.
Non osava più guardare.
Abbassò i pugni.
E vide che la vecchia Tittoli camminava per la stanza.
Lucertolo si buttò giù, coprendosi il capo con le lenzuola.
Il fatto non è straordinario.
Molti uomini, e specialmente del popolo, comechè robustissimi, impavidi, tali che non darebbero un passo indietro dinanzi al maggior pericolo, rischiosi, temerarii, sono in preda alle più singolari paure, derivanti da superstizioni.
Metteteli contro altri uomini e si getteranno volentieri nelle mischie più furibonde; dite loro di salire una certa scala, di traversare certe stanze al buio, di passare di notte da un certo tratto di campagna, e rifiuteranno.
La paura del soprannaturale ha scosso sempre l'uomo; l'uomo, il cui animo è così pieno di misteriose, ineffabili singolarità; l'uomo, che anche ne' periodi ne' quali si dà per più incredulo, è tutto affaticato ad architettare e sognare prodigi!
Lucertolo sentì pigiare il letto.
Era la mano del fantasma, posata vicino a lui.
Non osava muoversi. La coscienza in quel momento gli rimordeva del furto commesso, e anche tenendosi così acquattato sotto le lenzuola gli pareva di scorgere la vecchia moribonda nel momento in cui, erano quasi due anni, gli accennava, dove aveva riposto il denaro, che egli doveva consegnare al figliuolo.
Poi udì smuovere e aprire i pochi mobili che erano nella camera; uno sbattere di cassetti.
Quindi di nuovo tutto tornò in silenzio, se non che l'orecchio del birro era percosso dal fiotto del vento, della pioggia, che batteva sui tetti e che arrivava fino a lui per la finestra sempre spalancata.
Cacciò il capo fuori delle lenzuola.
E questa volta dette un grido.
La stanza era rimasta all'oscuro, ma il fantasma non se n'era andato: Lucertolo lo sentiva, o gli pareva di sentire che si muovesse sempre.
Un lampo guizzò, rischiarando all'improvviso la cameruccia.
Al lampo succedette subito il rombo, il boato di un tuono, che si andò allontanando con immenso fragore.
Nel bagliore del lampo Lucertolo aveva scorto il fantasma, e accanto ad esso, ritto, stecchito, volgendo il dorso verso il letto un altro fantasma più nero, di più alta statura, più spaventoso.
La sera, prima di coricarsi. Lucertolo era andato dal vinaio _Barba_, in Via degli Speziali, e aveva tracannato diversi quartucci.
Il vino non gli era mai tornato ostico: lo stomaco del celebre birro era citato nelle botteghe de' vinai come un esempio di vasta capacità.
--Beve come Lucertolo!--era un elogio, equivalente, fra i più intrepidi cioncatori, all'elogio che allora si poteva fare di un autore, dicendo:--scrive come un Accademico della Crusca!
I fumi del vino, l'essere stato svegliato così di colpo, il fresco che veniva dalla finestra, la subita apparizione, le naturali paure avevano messo Lucertolo in uno stato di grandissima agitazione, di sensibilità acutissima.
I capelli gli si rizzarono sulla testa alla vista dei due fantasmi, apparsigli nel rutilante balenìo del lampo.
Essi si accostavano a lui, li sentiva, li sentiva avvicinarsi, gli sembrò aver udito mormorare una parola.
La parola fu ripetuta due volte, quasi al suo orecchio.
--Ladro!
--Ladro!
--Rendi i denari al mio figliuolo!
E Lucertolo balzò dal letto inorridito, poichè si avvisò di aver riconosciuto la voce della vecchia Tittoli.
--Misericordia!... misericordia!...--egli gridò tutto spaventato, e decise rivelare la sua colpa, chiederne perdono, sopraffatto dal suo superstizioso sgomento.
Però, allungando un braccio, egli aveva urtato in un corpo solido, come nel braccio di un altro uomo.
Cercò di nuovo, così al tasto, non trovò più nulla, il corpo da lui urtato si era mosso.
Allora lo prese un forte sospetto.
Il fresco pungente lo aveva richiamato in sè.
Si mise a camminar furibondo per la camera a braccia aperte, gettando in terra una sedia, urtando in un tavolino.
Incontanente fu colpito da un rumore, che gli parve quello di un ombrello che si aprisse, della pioggia che vi battesse, da un nuovo rumore di passi sul tetto.
Dio del cielo! I fantasmi erano spariti. Dunque erano veri e proprii fantasmi! Accese il lume: vide la finestra spalancata; pel tetto non si scorgeva più alcuno, non si sentiva più altro strepito; nella camera nessuna traccia.
Era stata di certo un'apparizione!
XXI.