Il processo Bartelloni

Chapter 11

Chapter 113,742 wordsPublic domain

--Belle, nobili parole--riprese l'abate--degne di te... ma che sono costate molti dolori ad anime molto generose, dolori che bastarono a scuotere fibre più forti della tua.

--Oh, se sapesse quanto sono forte io contro certe viltà, contro certe ingiustizie!--disse la ragazza, i cui bellissimi occhi lampeggiavano di sdegno.--Lei deve farmi un favore... Sarei obbligata a cantare altre due sere... La prego a adoperarsi perchè io sia sciolta subito dal mio contratto... Lei è onnipotente... ed io sono pronta a pagare tutto quello che vogliono, pur che mi lascino libera... Se avrò la forza di reggermi in piedi, domani voglio partire da Venezia...

--Va bene... Sebbene non sia facile, io otterrò che tu sii lasciata libera... ma a partire da Venezia ora... in questo momento... non ci pensare... Che cosa direbbe la gente?... No, no, tutti crederebbero che tu fossi fuggita... Tutto quello che io ho detto, che io ho fatto in questi giorni per te sarebbe inutile... E i maligni avrebbero ragione e si stropiccerebbero le mani!... No, no... spero mi ubbidirai... tu non devi partire!

L'abate era veramente concitato, poichè si alzò e andò a posare in un canto della sala il suo ombrello verde, separazione alla quale non si rassegnava che in ben solenni congiunture.

--Ma che cosa c'è di così terribile contro di me? Che cosa ho io fatto a questa gente, che mi calunnia?

--Che cosa hai loro fatto?... Tu sei giovane, tu sei bella, sei celebre... E la più parte di loro non sono nè giovani, nè belli; e, nonostante le vanitose cupidigie, le sordide ambizioni che li divorano, sono destinati a rimaner sempre oscuri... Che cosa c'è di terribile contro di te?... Le gagliofferie inventate dalla marmaglia... Non si contentano ora di dire che a Firenze tu hai ucciso un uomo... hai commesso un assassinio misterioso... ma aggiungono che questo Tittoli che si è suicidato, era stato mandato dalla polizia granducale per sorvegliarti... ma che egli è stato un tempo il tuo amante... e che si è ammazzato piuttosto che nuocerti...

--Stoltezze degne di chi le dice...

--E di chi le crede... siamo d'accordo... Ma il numero di coloro che sono disposti a credere il male, non è scarso... non sono pochi i codardi, che calunniano in segreto, che provano una gioia bestiale a contaminare tutto quello che vi è di puro, di nobile, di giovane, di gentile, di illibato, a contrariare gli sforzi che fa l'ingegno per riuscire, a contendere tutti i successi, i successi della grazia, della bellezza, dell'arte, dello studio... No, non voglio che tu parta da Venezia così.

--Ma che mi consiglia di fare?

--Ecco... tu hai chiesto un favore a me, io ne chiedo ora uno a te... Fra tre giorni è l'onomastico della principessa Calliraky. Questa gran dama già ti adora, senza conoscerti... Essa ha preso le tue difese contro i tuoi turpi e volgari nemici... Per la sera del suo onomastico, ha invitato il fiore della aristocrazia veneziana, poi gli artisti più eletti, una società sceltissima... Essa ti prega di voler cantare un pezzo in suo onore... Noi anderemo sul tardi, quando le sale saranno affollatissime. Tu entrerai, dando il braccio a me, a me, che ti rispetto, e che sarò orgoglioso di sfidare la calunnia al tuo fianco. Roberto ti accompagnerà anch'egli... Vedremo, se i calunniatori avranno il coraggio di alzare la testa, vedendoti in mezzo a due uomini d'onore, ciascuno de' quali è pronto a difenderti...

--Ma perchè darsi tanta pena?... Io non tengo che alla stima di coloro che amo... Che m'importa di quello che dicono di me certi oziosi... certi sciagurati?

Antonietta parlava con appena un filo di voce.

Un po' era sofferente, un po' obbediva ad un vezzo.

Una cantante, quando è oppressa da qualche sciagura, quando vuol esprimere un gran dolore, o un gran disgusto che la muove, abbassa la voce... anche se l'ha.

L'abbassamento della voce in lei è destinato a rappresentare il supremo limite dello sconforto e della prostrazione, l'abbandono di tutte le facoltà. Sta quasi a indicare che, almeno per il momento, il male è senza rimedio. In simili congiunture è rigorosamente richiesta negli astanti una costernazione profonda, come se davvero una gola d'oro avesse perduto il suo metallo meraviglioso, o l'onda di una voce avesse gettato l'ultima perla.

L'abate conosceva bene le capricciose, delicate e suscettibili divinità dei teatri di musica. Ristette dalle sue domande e cominciò a parlare della voce di Antonietta.

--Questo abbassamento di voce, che mostri stasera--egli disse ad un certo punto--non è naturale. Il dispiacere che provi ti fa discorrere con un accento così velato, ma credo che se tu cantassi un poco, la voce ridiverrebbe subito più limpida e più chiara... Non bisogna prendere l'abitudine di parlare con coteste velature... Stasera lo fai per stanchezza, per ispossatezza, perchè sei triste e svogliata. Domani tornerai a fare lo stesso e l'organo si vizia facilmente... Fammi sentire una scala...

Antonietta prese una o due note e mostrò al maestro che sapeva ritrovare la sua magnifica voce.

L'abate si trattenne un pezzo con lei, si diffuse in ragionamenti sull'arte, sulla musica.

La giovane artista lo ascoltava un po' distratta, immersa nelle tristezze, che le derivavano da tutto ciò che aveva saputo, sofferto nella notte, dopo il suicidio del Tittoli, un po' attirata dai discorsi che la solleticavano ne' suoi istinti di artista.

Alla fine l'abate, prendendola per una mano, e parlandole in tuono quasi paterno:

--Tu devi essere condiscendente col tuo vecchio Pildani--le disse in un impeto di affettuosa espansione--devi promettermi che canterai per l'onomastico della principessa.

Antonietta, dopo un istante di riflessione:

--Ebbene...--rispose--canterò... Lo prometto.

--Brava!--E il buon vecchio, chinandosi, le dette un bacio sulla fronte.--E ora ti lascio!

E, ripreso l'ombrello, con un gesto come se volesse fargli dimenticare il lungo distacco da sè a cui l'aveva condannato, si accomiatò.

Il giorno dopo, tutto il palazzetto era sossopra.

Fu fissato che Antonietta e Roberto partirebbero con Lina da Venezia la sera appresso a quella in cui dovevano trovarsi alla festa della principessa, e si sarebbero diretti a Firenze. Appena arrivati, Lina si sarebbe presentata al capo della polizia o all'avvocato fiscale della Rota per fare le sue rivelazioni.

Intanto essa aveva già subito dato mano a preparare i bauli.

XVIII.

La sera convenuta Antonietta si recò alla festa, accompagnata da Roberto e dall'abate Pildani.

Aveva fatto un grande sforzo per lasciarsi abbigliare, per vincere un cupo presentimento, che l'angustiava.

Pure arrivò alla festa, più bella, più seducente, più poetica che mai non fosse stata, nel suo pallore, nel soave languore che traspariva da tutta la vaghissima persona.

La principessa, anch'essa giovanissima, e di una bellezza portentosa, l'aveva accolta come una sorella non vista da molto tempo.

Varii gentiluomini avevano fatto gruppo intorno alla celebre artista, staccandosi uno a uno dalle signore con cui avevano sino allora parlato. Molte fronti si imbrunivano, molte labbra femminili erano sfiorate da sorrisi di geloso disprezzo.

Quella donna, che trionfava in modo così splendido, con tanta grazia ed affabilità, irritava, aizzava contro di sè molti amor proprii.

Una feroce insidia le era preparata quella sera; doveva esser vittima di una trama infernale.

Ad un certo punto, Antonietta si sentì male, fu colta da una specie di deliquio.

Si sedette, o piuttosto cadde sopra un sofà.

Tutti le furono attorno, le furono fatti respirare dei sali.

Mostrò il desiderio di rimaner sola per alcuni minuti.

La principessa allora la condusse fino alla soglia della sua camera, le disse che vi restasse quanto voleva, e richiuse l'uscio.

Antonietta dieci minuti dopo tornava nelle sale, compiutamente rimessa.

Una signora armena, ricchissima, giunta tra le prime alla festa, si era, appena arrivata, tolta una collana di grosse perle nere di grandissimo prezzo.

La signora, nell'entrare, si era accorta che i fermagli della collana, allentatisi, alcune perle si sfilavano. Una delle più grosse perle nere era caduta anzi, mentre la signora traversava le sale, senza che essa se ne accorgesse.

La signora armena aveva consegnato la collana alla principessa, che l'aveva gettata nel cassetto di uno stipo nella sua camera, lasciando la piccola chiave d'argento nel cassetto.

Antonietta, dopo che ebbe cantato il suo pezzo, domandò di partire, allegando che aveva bisogno di riposo.

La principessa l'accompagnò sino all'anticamera e la baciò.

Dopo un istante anche la signora armena si accomiatava.

--Ti darò la tua collana!--disse la principessa.

E insieme andarono nella camera, e aprirono lo stipo.

La collana non c'era più!

Guardarono per tutto, frugarono i mobili, ma indarno.

Nessuno era entrato nella camera, fuorchè Antonietta.

Mentre le due signore erano dinanzi allo stipo, estatiche, senza sapere che dirsi, entrò nella camera con gran disinvoltura un'altra signora, magra come la fame, con una testa secca che pareva un teschio, con un corpo smilzo come un bastone, e ravvolta in un abito sfarzoso, coperto di ricche trine.

--Principessa--disse lo scheletro elegante con la sua disinvoltura--abbiamo trovato ora questa perla nera davanti al sofà su cui era seduta la signora Amieri!

La dama armena guardò la perla, poi la principessa.

--Ma questa--ella soggiunse tremando--è una perla della mia collana!...

Antonietta, giunta a mezza scala, si era volta all'abate che le dava il braccio, dicendogli:

--Mi sono dimenticata di prender la musica... e ho lasciato anche il velo che devo mettermi intorno al collo.

--Torniamo indietro!--rispose l'Abate.

E, mentre la cantante entrava di nuovo nelle sale, tutti parlavano della sparizione della collana.

L'abate sentì a un tratto tremare il braccio di Antonietta.

Un imprudente, che li aveva veduti, pronunziava ad alta voce il nome dell'artista, facendo un atto di sprezzo.

Ma, dati altri due passi, Antonietta impallidì, le si piegarono le ginocchia, l'abate potè a stento sorreggerla, e farla sedere sopra una poltrona.

Essa non rispondeva più alle domande, che le erano mosse. Gli occhi vitrei, immobili, le braccia penzoloni; le labbra bianche; sembrava più morta che viva.

Alcune parole pronunziate in un gruppo di persone che non si erano accorte della sua presenza, l'avevano avvertita della calunnia, ed essa ne aveva ricevuto un colpo tremendo.

--Che hai? che hai?--domandava l'abate, tutto premuroso, senza ricevere alcuna risposta.

Girò gli occhi intorno a sè, e con sua gran meraviglia vide che nessuno si accostava.

Le sofferenze della giovane non ispiravan alcuna pietà; tutti si erano discostati; i pochi che le passavano dinanzi, le gettavano occhiate che parve all'abate avessero una singolare espressione.

Roberto, con altri invitati, era sceso nel giardino e dal giardino saliva in quel momento un vecchio gentiluomo, il marito della signora strimizzita, che era andata a riferire di aver ritrovato la perla nera davanti al sofà, sul quale si era seduta Antonietta.

Il vecchio gentiluomo non sapeva nulla della sparizione della collana, delle ciarle, che volavano di bocca in bocca.

Veduto l'Abate solo, in un salotto, accanto ad Antonietta, subito si appressò.

--La ragazza sta male... molto male--gli disse in fretta l'abate--l'affido a voi per un istante... io vado a cercare la principessa.

Ma già la principessa, avvertita del ritorno di Antonietta, accompagnata dalla dama armena e da altre signore, veniva incontro all'abate, ed egli la raggiunse, quasi sull'uscio della camera.

--Principessa--disse l'abate, tutto affannato--sono tornato con la signorina Amieri perchè aveva lasciata qui la sua musica ed un velo... ma la signorina, appena ha rimesso il piede nelle sale, è stata presa da un nuovo deliquio... Principessa--soggiunse l'abate, sorpreso dal modo con cui la signora lo guardava, dai sorrisi maligni che vedeva su molte labbra--Principessa, che cosa è accaduto in questi pochi minuti?

--La ragazza--osservò una vedova di cinquant'anni, che si tingeva per parer giovane, e parlava continuamente di lumi di luna, di sentimenti incompresi, della rarità delle grandi passioni,--la ragazza mistifica il povero abate... È una commedia... a quest'ora la collana si è allontanata!...

Le parole furono accolte con molti segni di assentimento.

--La collana?--domandò l'abate Pildani, divenuto serio, e il cui carattere iroso e collerico già cominciava a ribollire.--Di che collana si tratta? Chi discorre di commedie, di mistificazioni?... Voglio sapere...

Si risovvenne però subito del luogo in cui si trovava, e abbassando la voce con umiltà, e inchinandosi in atto ossequioso:

--Principessa--riprese--io sono sui carboni ardenti: là ho lasciato la ragazza in preda ad un male improvviso, e che par grave, qui sento che qualcuno la morde nella reputazione... Però andiamo prima a soccorrerla.

L'abate tornò nel salotto, seguìto dalla padrona di casa. Essa era donna, e donna di sentire squisito; l'idea del trafugamento della collana l'aveva molto commossa; ma già dal suo bell'animo il sospetto si era dileguato, diceva a sè stessa che la ragazza non poteva esser colpevole... Una creatura così graziosa, di una bellezza così pura, a cui irraggiavano nel volto tutte le nobili alterezze di una natura generosa, tutte le affabilità di un cuore delicato, non poteva esser capace di un'azione così abietta... E poi essa soffriva... e doveva esser soccorsa.

La principessa si accostò alla ragazza insieme con l'abate.

Il vecchio gentiluomo le stava attorno con ogni cura, ma essa non aveva fatto più alcun movimento.

Teneva la sua testina seducente reclinata, quasi abbandonata sulla spalliera della poltrona; tutta la persona era irrigidita.

La signora, che aveva trovato la perla, lanciò al marito, vedendolo accanto alla giovane, una occhiata piena d'odio.

Pochi istanti dopo, Antonietta fu trasportata nella camera della principessa e adagiata sul sofà, ove essa si era seduta un'ora prima.

--È già la seconda volta, che stasera si fa venir male!--osservava inasprita la signora magra e stentata, col capo secco e schiacciato, divincolando fra le trine il suo corpo lungo e smilzo, di serpente.

La camera della principessa era piena di gente.

Vi si soffocava.

Fuori della porta, si accalcava altra gente.

I trenta o quaranta invitati erano tutti lì, salvo cinque o sei, che chiacchieravano e passeggiavano nel giardino.

In quel profondo silenzio spiccava la voce calda e robusta dell'abate.

Insieme con la principessa egli era in piedi dinanzi al sofà su cui giaceva Antonietta.

La vista di quel corpo inerte lo rendeva severo, implacabile.

--Ora--egli disse, dirigendosi alla principessa, mentre tutti tacevano--dobbiamo formar qui come un tribunale. Io domando, io supplico che mi sia raccontato il fatto di questa collana... a cui ho sentito alludere dianzi... Che cosa è la commedia, di cui si parlava?

Tutti tacevano, nessuno osava rispondere all'abate.

--Principessa, la scongiuro!--insistette il buon vecchio.--In nome della deferenza che ella mi ha sempre mostrato, per amore di questa ragazza, che soffre...

Antonietta si scuoteva sul canapè, punta da qualche spasimo. Si dichiarava in lei una crisi.

--Ebbene,--replicò la principessa,--ve lo dirò!

La principessa narrò come le fosse stata consegnata la collana, come si fosse accorta della sparizione... Nessuno era entrato nella camera, altro che la ragazza; non potevano esservi entrati i domestici.

--Ma la collana si ritroverà... ne sono certa-soggiungeva la principessa--non c'è che una falsa apparenza contro la ragazza, verso la quale vi giuro che avrei orrore di nutrire il menomo sospetto...

--Anch'io--riprese generosamente la dama armena, a cui apparteneva la collana...--Basta guardare quella ragazza, per escludere ogni accusa come un'infamia...

L'abate era livido nel volto, le tempie gli battevano, la sua ampia fronte era madida di sudore.

--È sicuro dunque che nessuno è entrato nella camera dopo la ragazza?--domandò l'abate in tuono solenne, volgendo attorno uno sguardo.

Alla signora secca crocchiaron le ossa.

--Questo è sicuro!--rispose la principessa,

--Ebbene, no!--esclamò con voce sempre più alta l'abate.--Un'altra persona è entrata in questa camera, dopo che la ragazza n'è uscita... e l'ho veduta entrare io... e se essa non lo confessa... se non domanda perdono a quella innocente, che ora soffre per causa sua... l'avverto che io debbo obbedire al mio dovere, alla mia coscienza di onest'uomo, e di sacerdote... e che io paleserò tutto.

Succedette un nuovo silenzio, che durò circa un minuto.

Tutti si guardavano, nessuno rifiatava.

--Parli! parli!--dissero alla fine alcuni signori, che si trovavano pigiati fra gli stipiti della porta.

--Parlerò... parlerò...--balbettava l'abate, e cavatosi di tasca un pezzolone di seta rosso a fiori gialli, si tergeva la fronte.

E rifletteva allo scandalo, che stava per accadere.

Alla fine, dirigendosi verso la signora impresciuttita, che agitava il suo capetto di vipera, l'abate, minaccioso, esaltato, stendendo un dito verso di lei:

--Voi,--disse,--voi siete entrata in questa camera, dopo Antonietta... e vi ho veduta io!

Tutti gettarono un grido di stupore.

La signora non seppe proferire una parola.

--E ora diteci--continuò l'abate--dove è la collana?

La signora si mosse di scatto, si accostò allo stipo, fece l'atto di aprire il cassetto, e lo trasse fuori tutto. Allora molte persone videro la collana, che era stata gettata dietro al cassetto, spinta verso la parete estrema del mobile.

L'abate allungò il braccio, prese la collana, e la porse alla principessa.

Essa era tutta accigliata, la sua nobile fisonomia rivelava l'interno sdegno, che la avvampava.

Esaminò la collana, e ad un tratto, accostandosela al volto, con voce vibrante di collera, disse alla proterva signora, che le aveva riportato la prima perla trovata:

--Ci avete lasciato anche il vostro profumo!

Un profumo acutissimo, penetrante, si era attaccato alle perle, il profumo di cui si serviva la calunniatrice.

Quella donna aveva conosciuto Roberto in Firenze, ne' primi tempi in cui egli vi era arrivato, si era immaginata di avergli inspirato una passione, ora credeva, in quel modo atroce, con perversità raffinata, vendicarsi della sua rivale.

Uscì dalla casa della principessa sopraffatta dall'onta, impaurita dall'atto nefando che aveva commesso, nell'empito di un furore geloso.

Mezz'ora dopo, Antonietta si svegliava dal suo torpore.

Era sempre nella camera della principessa.

Roberto le stringeva una mano, e l'abate le carezzava l'altra.

E la principessa, inginocchiata dinanzi a lei, le prestava le più amorevoli cure.

XIX.

Quella sera stessa arrivava in Pisa, tutto glorioso, tutto anfanato, il birro Lucertolo, e anch'egli ne aveva scampata una bella!

Subito se ne andava al Ponte a Mare dove era il Bagno centrale.

Presentatosi al direttore del Bagno, munito di tutte le necessarie autorizzazioni, domandò di vedere il galeotto Nello Bartelloni.

Il disgraziato dormiva.

Lucertolo si avvicinò al letto.

Nello era più pallido e più emaciato del solito.

Dormiva vestito della sua giacchetta di lana rossa, e tenendo in capo il berrettino rosso.

Aveva al piede sinistro l'anello in cui ogni mattina prima di andare al lavoro gli ribadivano la catena.

Lucertolo ripensò alla notte del 14 gennaio in cui tre anni prima egli si era accostato al lettuccio di Nello nel tugurio in piazza Luna, con ben altri pensieri.

Ah, se avesse allora potuto gridare, infondendo in tutti la sua convinzione:--non l'arrestiamo... riflettiamo... noi perseguitiamo un innocente!

Ma allora egli stesso era de' più accaniti, forse il più accanito contro Nello: era stato così contento di entrare per il primo nella sua tana, di strapparlo dal letto, di scuoprire gli oggetti nascosti sotto il piccolo materasso!

--Su, alzati!--disse Lucertolo, scuotendolo.

Intorno al letto erano altri birri, i guardiani del Bagno, che tenevano i lumi, il direttore, un magistrato.

Nello non voleva alzarsi.

Pareva che non comprendesse le parole del birro, come nella sera in cui, tre anni prima, l'aveva arrestato.

Appena ebbe bene aperto gli occhi e ebbe visto Lucertolo, dette in un urlo di spavento.

Quell'uomo era il suo persecutore. Era il primo, che gli avesse rivolto la parola la sera del 14 gennaio; era egli che lo aveva tirato giù dal suo letticello, che in prigione e durante il processo lo aveva sempre subillato, aggirato.

Secondo Nello, Lucertolo era stato il principale strumento della sua condanna!

--È questo il detenuto che voi cercate?--domandò per formalità il magistrato a Lucertolo.

--Sì, signore!--rispose l'agente.

Lucertolo si chinò un'altra volta sul letto, guardò Nello di nuovo, e gli posò una mano sulla fronte.

Poco dopo, Lucertolo si trovava in una stanza insieme col magistrato e col direttore del Bagno centrale di Pisa.

Il magistrato, il direttore, erano seduti: il birro stava in piedi dinanzi a loro.

--Raccontateci--chiese il direttore all'agente--come è stata riconosciuta l'innocenza di questo condannato!

--Sono tre anni--cominciò Lucertolo--tre anni che io faccio quasi ogni giorno ricerche continue a questo scopo... Dopo essermi tanto adoperato la sera in cui fu scoperto il delitto a cercare ogni traccia, che ci potesse aiutare a metter la mano sul colpevole, dopo aver creduto di esser riuscito ad arrestarlo, mi cominciarono a nascere fortissimi dubbi... Non ero persuaso che quel giovinastro avesse commesso lui, e specialmente lui solo, l'assassinio... Prima del processo, durante e dopo il processo, più volte mi parve di esser vicino a scuoprire la verità... Ma, appunto quando credeva di averla colta, mi sfuggiva... Appena mi pareva aver edificato qualche cosa con molto stento e molta fatica... il mio edificio rovinava... Gl'indizii che avevo accumulati, a uno a uno, erano distrutti da nuove e più ingegnose ipotesi di persone gravissime con le quali io parlava delle mie indagini... Un uomo, che io tenevo, se non per il solo autore, di certo per l'autore principale dell'assassinio, è morto... o dirò meglio, ha cercato di sottrarsi con la morte alle conseguenze delle mie ricerche, che egli aveva già subodorate...

--E chi era costui?--chiese il magistrato, serio, e attirato da quel racconto, che lo appassionava.

--Qui posso parlar chiaro--riprese l'agente con tuono di circospezione--... Era un certo Bobi Carminati, stato già pompiere, poi famiglio sotto gli ordini del capitan Bargello di Brozzi.

I due impiegati non poterono rattenere un'esclamazione di sorpresa.

--È il famiglio--osservò il direttore--che cadde nell'Arno di notte, mentre vi era una grossa piena, e di cui fu ritrovato il cadavere sformato e quasi irriconoscibile a Signa?

--Precisamente.

--Seguitate il vostro racconto!

--Dopo la condanna di Nello,--riprese Lucertolo--esaminando il tappeto, che era stato tolto dalla stanza, dinanzi la quale fu commesso il delitto la sera del 14 gennaio 1831, e che fu trovata illuminata da una lampada... fra le varie traccie lasciatevi dagli ufficiali e dagli agenti di polizia, che vi entrarono in quella sera, e che erano costretti a metter i piedi sulla gora del sangue, sparso per tutto davanti la porta... vidi le orme di un piede scalzo. Tali orme erano ripetute tre volte, e, sebbene imperfette, da esse poteva ricavarsi l'esatta misura del piede, che le aveva fatte... Nessuno degli ufficiali, degli agenti, entrati nella stanza era scalzo... dunque... io pensai... quest'orma è stata lasciata da qualcuno che è entrato prima di tutti, appena consumato il delitto, dall'assassino o dal suo complice!

Il magistrato scuoteva la testa in segno di approvazione.

--Non era il piede di Nello, molto più sottile e affilato e non era neppure... bisogna che lo dica... il piede dell'altro, che io avevo sospettato autore principale del latrocinio.

--E di chi era?--interrogò il direttore.