Il Principe della Marsiliana Romanzo romano

Part 8

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Dopo ognuna di quelle serate angosciose, donna Camilla trovava un pretesto per scrivere a Fabio, per invitarlo a andare da lei la mattina seguente. Ora il pretesto glielo forniva l'invito a una adunanza da spedire alle patronesse dell'opera pia delle Madri Lattanti, ora un'informazione da assumere, ora un sussidio da elargire. E quando Fabio la mattina dopo era da lei, ella lo interrogava su quello che facevano alla _Stampa_, sui lavori del teatro e per ultimo su Maria. Fabio Rosati era troppo accorto per far vedere alla principessa che capiva la sua gelosia e i suoi strazii, e fingeva sempre di credere che quella premura di lei per sapere notizie della signora Caruso fosse frutto della curiosità pura e semplice, e le parlava dei trionfi che riportava in ogni festa al Circolo dei Cittadini e al Circolo degli Artisti la bella Veneziana, e come d'intorno a lei si formasse una cerchia di ammiratori, che ogni sera popolavano le sale della _Stampa_ per il solo piacere di vederla e di sentirla parlare.

Come tutte le donne gelose, la principessa desiderava di veder Fabio per udir parlare di Maria, e dopo che lo aveva veduto era più che mai straniata dai tormenti che impone quella malattia del cuore, più che mai era desiderosa di sapere.

Intanto in anticamera, negli ozii della guardia, i servitori parlavano molto delle attenzioni che don Pio usava alla famiglia Caruso col mandare la caccia che giungeva dai possessi di Maremma, le piante e i fiori delle serre della villa a porta Salaria, i latticini che arrivavano dalla Sabina e i vini dell'Umbria, ma non parlavano meno dei biglietti che la principessa scriveva a Fabio Rosati, e ogni volta che lo vedevano salir le scale del palazzo, mentre uno dei servi lo accompagnava alle stanze della signora, gli altri, rimasti in anticamera, ridevano e dicevano nel loro linguaggio triviale:

--Il principe e la principessa fanno il comodo loro.

Due o tre volte don Pio aveva incontrato Fabio nella galleria, mentre si avviava al quartiere della principessa, e sempre lo aveva salutato con molta freddezza, con una freddezza che faceva morire al Rosati il bonario sorriso sulle labbra, e dopo, quando lo rivedeva in redazione, fingeva di non accorgersi di lui, e non c'era caso che gli rivolgesse per un pezzo la parola.

Il principe non aveva nessun sospetto ingiurioso per la principessa, ma credeva Fabio il cronista particolare di lei, alla quale, non riconosceva attrattiva di sorta, e la relegava nel numero di quelle donne che, quando non destano repulsione, lasciano freddi e indifferenti quanti le avvicinano.

La freddezza del principe per Fabio non influiva sulla posizione di lui alla _Stampa_, poichè don Pio non s'ingeriva mai dei particolari e lasciava piena indipendenza ad Ubaldo, il quale, sapendo che in certe occasioni il Rosati era un eccellente corrispondente e un cronista prezioso, gli dava spesso degli incarichi, che Fabio accettava volentieri, perchè gli procuravano conoscenze, e guadagni superiori a quelli ordinari.

Don Pio si sarebbe consolato facilmente della vita triste che menava in famiglia, del risentimento di cui dava prova la principessa ogni volta che gli dirigeva la parola, delle preoccupazioni economiche che non gli accordavano tregua, dopo che aveva seppellito tanti milioni nell'acquisto di terreni che non riusciva a rivendere e per i quali sborsava un forte interesse agli istituti di credito, che gli avevano prestati quei milioni; si sarebbe anche consolato nel vedere che _La Stampa_ non gli dava i lauti guadagni che aveva sperato, purchè Maria lo amasse, purchè Maria fosse sua. Ma di fronte a lei, egli, così ardito, non aveva volontà, non aveva ardimento di sorta. Il vederla sempre in mezzo a gente, il non poter sfogare mai con lei la tenerezza che gl'ispirava, faceva del suo amore un tormento continuo, un supplizio da dannato. Le attenzioni, le premure più delicate, che sono un lusso dei ricchi, egli le aveva tutte per Maria. Non c'era sera in cui ella non trovasse nel cantuccio del salone della _Stampa_ dove soleva sedersi, una quantità di fiori e i dolci che ella preferiva. Maria lo ringraziava con effusione, era cortesissima con lui, ma nulla più, e le stesse parole le usava con tutti quelli che ad imitazione del principe, offrivano a lei i loro omaggi.

Una seconda estate era trascorsa e la principessa non si era mossa da Roma per assistere il proprio fratello, che, cadendo da cavallo, si era piuttosto gravemente ferito, e in quella estate ella si era fatta vedere così spesso fuori col Rosati, lo aveva così spesso ricevuto, che la ciarla che ella lo amasse dal palazzo Urbani era giunta nella redazione della _Stampa_ e anche alle orecchie di Maria, la quale aveva risposto al Suardi, che la informava di quel fatto:

--Io non ci credo; la principessa è una santa donna!

--Se è una santa lei, Fabio non è un santo, e quando la santità manca da un lato c'è sempre pericolo che la parte peccaminosa guasti l'altra. Voi non sapete che il peccato, secondo la scienza moderna, è di natura infettiva e ha il suo bacillo?

--Con la vostra strana maniera d'argomentare avete in certo modo ragione,--disse Maria.--Quando un uomo si mette a far la corte a una donna fa sempre con lei la parte del corruttore, ed ella si lascia corrompere se non ha il sentimento del dovere, che è il più potente antisettico, per esprimermi come voi fate, che si conosca.

--Ben detto!--esclamò il Suardi ridendo.--M'indicate dove si vende quell'antisettico, del quale pare che voi possediate tanta copia?

--In nessun luogo disgraziatamente--rispose Maria cui non era sfuggita l'allusione.--Alcuni sono tanto fortunati da averne scoperta una sorgente e finchè quella non si esaurisce, sono al coperto dalla infezione; se la sorgente diviene sterile si ammalano subito.

--E voi siete sicura che la vostra non si esaurirà mai?

--Sì--rispose ella arditamente.--Sì, perchè la mia sgorga in un terreno che, date certe circostanze speciali, l'alimenta sempre.

--Come si chiama di grazia questo terreno?

--Il giardino della riconoscenza.

--Mia bella signora, voi parlate come una pastorella di Arcadia.

--E voi come un pastore, che navighi di continuo sul fiume del Tenero.

--Se ci sentissero, riderebbero per bene alle nostre spalle,--osservò il Suardi che passava per lo sguaiato e il cinico della redazione, ed era in fondo il più ingenuo e il più illuso fra i suoi colleghi.

La principessa voleva che parlassero male di lei, voleva compromettersi, voleva incanagliarsi, come diceva a sè stessa nelle sere di spasimo, affinchè il marito lo sapesse, affinchè al marito parlassero di quel fatto, ma in quest'intento non riusciva. La duchessa madre, che poteva essere la sola che riferisse quelle voci a don Pio, era assente da Roma, e gli altri non avevano col principe della Marsiliana tanta confidenza per permettersi uno scherzo; essi attaccavano piuttosto Fabio, ridevano con lui dell'amore che aveva ispirato, ma al principe non dicevano nulla, e il principe pensava il meno possibile alla moglie.

IX.

Durante l'estate, per non trovarsi solo di fronte alla principessa a pranzo e a colazione, don Pio aveva invitato un vecchio professore, molto noto come bibliofilo, a riordinare l'archivio di famiglia, e lo tratteneva sempre ai pasti e con lui impegnava lunghe discussioni sugli antenati e sui fatti storici cui essi avevano partecipato. Così la principessa non aveva modo di far quasi mai sentire la sua voce, e appena preso il caffè fuggiva indispettita lasciando il marito a discutere con l'Onorati.

In quell'estate il teatro "La Fenice" fu condotto a termine e don Pio non solo si occupava di farlo addobbare all'interno con tutta l'eleganza possibile, ma pensava pure a procurargli per le tre stagioni invernali, tre compagnie di canto, che assicurassero alla _Fenice_ la sua reputazione.

--Prima costruttore, poi giornalista, ora impresario! Quante trasformazioni vedremo ancora?--dicevano i vecchi e i giovani patrizi, che non perdevano d'occhio il principe.

Alcuni di essi avevano tanta fiducia nella malleabilità del carattere di don Pio, che speravano ancora, dopo aver fatto il mangiatore di preti e l'irriverente verso la dinastia, di vederlo di nuovo al Vaticano, nelle anticamere papali o forse con l'uniforme degli esenti della guardia nobile addosso.

Verso i primi di novembre, quando la gente era in parte ritornata a Roma, don Pio volle inaugurare il teatro con un ricevimento ai giornalisti, al mondo politico e agli amici.

Gl'inviti furono diramati dal principe istesso, e siccome il teatro conteneva circa quattromila persone, così furono dispensati un po' in tutte le classi sociali e l'aristocrazia ne ebbe la sua parte.

Donna Camilla, informata da Fabio di quel fatto, stabilì di assistere alla festa, ma non disse nulla al marito di questo divisamento, e neppure alle parenti e alle amiche, che la tempestavano di domande.

--Non mi occupo degli affari di mio marito,--rispondeva ella sdegnosamente a quante le parlavano della _Fenice_--"Cela ne me regarde pas."

E pareva infatti che ella non si curasse per nulla di ciò che faceva don Pio, tanto la mossa con cui accompagnava quell'asserzione era sdegnosa, e il tono della voce, sprezzante.

Invece appena era sicura che don Pio era fuori di casa e che Giorgio, il fido cameriere, era a pranzo o non poteva andare nelle stanze del marito, ella vi penetrava furtivamente, rovistava fra le carte, nelle tasche degli abiti, cercava, cercava quella prova della colpabilità di Maria, quella prova che doveva facilitarle la vendetta.

Un giorno ella trovò sulla scrivania di don Pio un paio di lunghissimi guanti da donna e sorrise a denti stretti, come se quello fosse un indizio che una volta o l'altra il marito avrebbe dimenticato una lettera, una prova, come aveva dimenticato quei guanti, e li guardò, li odorò lungamente e poi si diede a fissare la scrivania supponendo che in essa stesse rinchiusa tutta la corrispondenza di Maria. Se la forza le fosse bastata, con un colpo avrebbe volentieri fatto saltare quel cassetto, che credeva le nascondesse uno scambio di sentimenti, una ardente passione, che la defraudava di tutto, anche delle rare e misere gioie concessele dal suo matrimonio.

Ella fu sul punto di portar via quei guanti, ma poi ebbe paura della collera di don Pio, e li ripose dove li aveva trovati; ma quel giorno stesso scrisse al Rosati pregandolo di passar da lei in serata.

La sera, prima donna Teresa era tornata in città dopo un lungo soggiorno a Perugia, e la nuora prima del pranzo andò nel quartiere della duchessa per consegnarle le gioie che aveva tenute in custodia durante la sua assenza. Mentre le due signore parlavano, la madre esaltando l'attività di don Pio, che aveva in così breve termine condotto a fine il teatro, la moglie biasimando le azioni del marito: entrò il principe con i guanti in mano.

--Credo,--diss'egli dandoli alla madre,--che ieri sera tu li abbia dimenticati in carrozza quando venni a prenderti alla ferrovia.

--Sono appunto un paio di guanti che stamane ho fatto tanto cercare alla cameriera,--disse la duchessa gittandoli in una coppa di Sassonia.

Donna Camilla fissava con rammarico quei guanti. Dunque Pio non dimenticava nulla di Maria, non avrebbe mai dimenticato nulla, non si sarebbe mai tradito?

La presenza della madre rendeva don Pio espansivo durante il pranzo, e quella sera, quando furono seduti a tavola, non rifiniva più di parlare. Pareva che a lei sentisse il bisogno di narrar tutto, e donna Camilla soffriva essendo certa che con lei non provava un bisogno uguale. Alla madre narrò che per sè nel nuovo teatro aveva riserbato la barcaccia di destra al _parterre_, e che per la _Stampa_ aveva fatto preparare quella di fronte. Disse che tutti e due quei palchi avevano un salottino dietro per fumare, e che il teatro era riuscito elegante e carino quanto mai.

--Tu avvezzi male i tuoi redattori,--disse ridendo la duchessa,--li tratti da principe.

--E tratta le loro mogli meglio della principesse,--disse donna Camilla senza alzare gli occhi dal piatto.

Don Pio non rispose per non lasciarsi sfuggire di bocca l'offesa, e finse di non aver capita la maligna allusione.

Prendevano ancora il caffè, quando alla principessa fu recato in un vassoio d'argento il biglietto di Fabio.

--Fate entrare il signor Rosati nel mio salotto e ditegli che vengo subito,--ordinò la principessa.

--Tu ricevi i plebei come i principi,--disse don Pio sorridendo nel vederla alzarsi prontamente, senza neppur terminare il caffè.

--Ricevo chi mi pare e come mi pare,--rispose ella sgarbatamente, e fatto un cenno di testa alla suocera uscì.

--Come è nervosa Camilla; benedetti quei nervi!--disse la duchessa che aveva sempre preso la vita dal lato pratico e non sapeva che cosa fossero i tormenti dell'anima.

Il principe dette un'occhiata in giro alla sala e vedendo che i servi erano usciti, disse sottovoce alla madre:

--Non sai che vorrebbe farmi ingelosire del Rosati?

--Camilla è pazza; la gelosia, la rabbia la divorano. Ma ha forse ragione di esser gelosa?--domandò la duchessa al figlio con fare insinuante.

--Non ha purtroppo nessuna ragione. Maria è di una onestà rara, di una onestà antica e io non ottengo nulla da lei.

--È un miracolo,--sentenziò la duchessa.--Ma ancorchè Camilla non abbia ragione di esser gelosa, guardati da lei; ora che la rivedo dopo una lunga assenza noto che la sua fisonomia ha preso una espressione sinistra.

--Dunque ti pare anche imbruttita?--domandò il principe ridendo.

--Sì, prima era soltanto brutta, ora ha qualcosa di cattivo; guardati da lei.

Mentre madre e figlio così parlavano nella sala da pranzo, la principessa aveva messo sotto gli occhi di Fabio certi conti dell'Opera delle Madri Lattanti, ma non sapeva come fare a dirgli che sperava egli l'accompagnasse alla inaugurazione della "Fenice". In quel momento in cui stava per chiedere un favore a un uomo, che non considerava suo eguale, che per il passato aveva sempre tenuto a distanza, tutto l'orgoglio di casta combatteva in lei una lotta tremenda e le parole le spiravano sulle labbra.

Fabio ebbe presto esaminati i conti e alzatosi dalla piccola scrivania della principessa, s'inchinò e le chiese se aveva altro da comandargli.

--Dica, Rosati,--domandò la principessa evitando di rispondere,--si fanno grandi preparativi per l'inaugurazione della "Fenice?"

--Immensi. A Roma tutti i fiori sono incettati per quella sera, e non si parla d'altro.

--Sarà contenta la signora Caruso di vedere la sua idea tradotta in opera con una prontezza favolosa?

--Non si può credere quanto la signora Maria sia felice. Ella assicura che il principe non poteva meglio spendere le sue ricchezze che facendo la carità di una consolazione artistica ai poveri.

--La signora Caruso deve aver conosciuta la miseria?--domandò la principessa.

--Pare che la miseria e la casa Rossetti fossero come i due fratelli Siamesi, e che soltanto la comparsa del Caruso in quella casa cacciasse la brutta ospite,--rispose Fabio.

--E allora la signora dovrebbe avere molta gratitudine per il marito?

--E l'ha infatti. Ella è una moglie modello e la sua volontà è sempre sottoposta a quella di Ubaldo.

La principessa fece udire un piccolo riso stridente e acuto.

--Io metto in dubbio tutta quella gratitudine e tutta quella sommissione.

C'è negli uomini un sentimento innato di cavalleria, che li spinge a difendere le donne quando le sentono accusare dalle rivali e a difendere specialmente le belle, quelle che danno per gli occhi un godimento al cuore e che tutti guardano con un segreto desiderio di possederle.

Quel sentimento spinse il Rosati a farsi il paladino di Maria.

--Ne è forse innamorato anche lei?--domandò la principessa con dispetto.

--No,--rispose egli sinceramente,--ma la giustizia mi fa parlare in favore della bella donna.

--Ci siamo troppo occupati di lei e non menta il conto di perdere il tempo,--disse la principessa accennando al Rosati una poltrona,--mi parli piuttosto del teatro e me lo descriva.

Il Rosati, che aveva in tasca un piano della "Fenice" per farlo riprodurre in zincotipia e poi pubblicarlo nel giornale, lo mostrò alla principessa, e si trattenne a lungo a spiegarle com'era decorata la sala, com'erano i palchi, il _foyer_, i camerini degli artisti e le sale da fumo.

--E il loro palco com'è?--gli domandò la principessa.

--Non lo so; il principe ha dato ordine severo che nessuno vi sia ammesso prima della sera inaugurale, e io come gli altri sono ròso dalla curiosità.

--Lei assisterà alla festa?

--Anche se non volessi assistervi, non potrei. A me spetta di fare il resoconto della serata; io debbo essere al mio posto.

Donna Camilla stette un momento silenziosa guardando la pelle d'orso bianco su cui poggiava i piedi, e pareva che la domanda che si sentiva prima tant'ardimento di fare al Rosati non potesse pronunziarla.

--Se non ha niente da comandarmi,--disse Fabio,--io vado via perchè in famiglia mi aspettano; mio padre è ammalato.

--Senta,--gli disse la principessa alzandosi pure e fissandolo imperterrita negli occhi,--mi vuole accompagnare alla inaugurazione della "Fenice?"

La domanda era così strana che Fabio non seppe rispondere altro che un:

--Sono sempre ai suoi ordini.

--Allora venga a prendermi, passeremo dalla comunicazione interna, che c'è fra il palazzo e il teatro. Venga alle dieci.

Tutto questo fu detto in tono imperioso di comando, quasi ella volesse far capire al Rosati che si serviva di lui come ci si serve di un inferiore, di una persona che ha l'obbligo di ubbidire senza chiedere il perchè.

--Alle dieci verrò a prenderla,--rispose il Rosati sbalordito, inchinandosi.

--Buona sera,--dissegli la principessa e mentre sempre gli stendeva la mano, quella sera incrociò le braccia e chinò soltanto la testa per congedarlo.

--La principessa mi vuol far perdere il posto,--pensava Fabio turbato scendendo le scale.

Si trattava di cosa tanto delicata che egli non sapeva con chi sfogarsi, con chi consigliarsi. Capiva benissimo che egli in tutta quella faccenda non era che un istrumento di vendetta, ma se la principessa voleva compromettersi, perchè non sceglieva a complice uno dei suoi nobili parenti, un giovane del patriziato, perchè gettava gli occhi su di lui?

Gli venne il desiderio di darsi per malato, di scrivere scusandosi, ma come faceva a disertare il suo posto quella sera appunto in cui doveva tutto vedere, tutto osservare per iscrivere uno di quei racconti brillanti nei quali mancavano soltanto l'ortografia e la sintassi, che il Suardi aveva cura di aggiungervi prima di mandarli in tipografia?

Fabio era mezzo sbalordito da quel pensiero e tutti se ne accorsero quella sera alla _Stampa_. Il Suardi specialmente, che tanto volentieri non gli dava requie, lo burlava, assicurandolo che non aveva mai scritto con più spropositi. Il principe, giungendo, udì i motteggi cui era fatto segno Fabio, e squadrandolo gli disse in tono sarcastico:

--Caro Rosati, lei fa troppi mestieri a questo mondo; si contenti di fare il cronista della _Stampa_, e avrà la testa più a segno.

Quell'allusione che conteneva una tremenda offesa, annichilì Fabio. Egli non ebbe il coraggio di fiatare e uscì dalla stanza di redazione per andarsi a rifugiare nella sala, non ancora popolata come dopo l'uscita dai teatri.

Il Rosati si gettò sopra una poltrona e rimase lungamente con gli occhi chiusi a pensare a quel fulmine, che gli cadeva sul capo, senza veder mezzo di schivarlo, e mentre era così sgomento e perplesso, sentì battersi sulla spalla e udì la dolce voce di Maria, che gli domandava con premura:

--È ammalato, signor Rosati, vuole che faccia qualche cosa per lei?

In quel momento Maria gli apparì come l'angiolo salvatore, come la sola persona che potesse consigliarlo.

--Non sono malato, non ho bisogno di nessuno, mi occorre soltanto di confidarmi con lei, di dirle quello che mi accade.

--Io sono pronta ad ascoltarlo,--diss'ella facendoselo sedere accanto,--e le prometto che farò quanto starà in me per darle un consiglio saggio.

Quelle parole pronunziate con schietto accento di simpatia consolarono Fabio, il quale narrò a Maria i pretesti addotti dalla principessa per indurlo a andare da lei, le domande che gli rivolgeva per sapere quello che facevano alla _Stampa_, le narrò tutto, senza allontanarsi mai dal vero, perchè infatti egli non aveva nulla da rimproverarsi. Non le disse però che quelle risposte evasive non erano state dettate da un sentimento di ritegno e di delicatezza, ma soltanto dal bisogno di condursi abilmente tenendo i piedi in due staffe, e per ultimo le narrò quello che esigeva donna Camilla da lui, e l'offesa lanciatagli poco prima dal principe.

--Che cosa debbo fare? mi consigli lei, mi consigli come consiglierebbe in un caso simile un fratello, un amico.

Maria, che leggeva chiaramente nella condotta della principessa, che capiva quanto fosse gelosa e quanto fosse sospettosa di lei, rimase un pezzo prima di rispondere. Non aveva fatto mai soffrire nessuno a questo mondo e le doleva, le doleva immensamente di avere, senza colpa, inconsciamente, esposto una donna alla torture della gelosia.

Dopo una lunga pausa, ella disse con voce strozzata dalla commozione:

--Il principe lo sospetta non di essere innamorato della principessa, nè di cedere a un sentimento, ma di commettere un'azione bassa. Me la lasci dire la brutta parola; lo sospetta di spionaggio. L'unico mezzo per riabilitarsi agli occhi di lui è di chiedergli un abboccamento stasera subito, e di dirgli francamente quello che vuole da lei la principessa; l'avrà questo coraggio?--domandò Maria volgendo su Fabio uno sguardo fermo e scrutatore.

--L'avrò,--egli rispose senza esitare.

In quel momento don Pio precedendo un gruppo di deputati amici entrava, discutendo, nella sala; nel veder Fabio seduto accanto a Maria e impegnato con lei in una conversazione seria, affrettò il passo per mettere una certa distanza fra sè e quelli che lo seguivano, e accostandosi a Maria le disse con tono sarcastico:

--Se vuol accettare un mio consiglio, non ascolti quello che le dice il Rosati; io credo che egli muova troppo la lingua.

Fabio impallidì, ma seppe dominarsi e sentendo fisso su di sè lo sguardo di Maria, ebbe la forza di dire:

--Eccellenza, ho bisogno di parlarle e se potesse ascoltarmi subito, mi farebbe un piacere.

--Credo che potremo rimettere anche a domani questo colloquio,--risposo freddamente don Pio.

--In la prego di ascoltarmi subito.

--Vadano in quel _fumoir_,--disse Maria per secondare il desiderio di Fabio,--e io starò seduta vicino alla porta e impedirò che sieno disturbati.

--Quando lei ordina.--disse il principe inchinandosi davanti a lei,--non si può far altro che ubbidire,--e si avviò per il primo, entrò nel _fumoir_ e cambiando subito tono, disse, con fare di sprezzo, al Rosati:

--Sentiamo questa seccatura che ha da dirmi;--e accesa una sigaretta si mise a cavalcioni di una poltroncina guardando il Rosati, che non osò neppure sedersi.

--Eccellenza,--disse Fabio con voce tremante,--io vengo a compiere di fronte a lei una missione delicata. La principessa è gelosa, gelosissima e mi ha invitato ad accompagnarla alla inaugurazione del teatro.

--Spero che lei si sarà mostrato cortese e non avrà rifiutato l'onore che la principessa le faceva, sciogliendolo a suo cavaliere?

--Non scherzi, Eccellenza,--disse Fabio in tono supplichevole,--io temo che la principessa sia trascinata dalla gelosia, non ragioni più e voglia commettere uno scandalo, che farebbe parlare tutta Roma. Pensi quanto ne soffrirebbe la signora Caruso....

Fabio, nel pronunziare quel nome capì come erano arrischiate le sue parole e non osò aggiungere altro.

Il principe riflettè per un momento, e poi alzandosi si mise a camminare in su e in giù per la stanza; pareva che non sapesse egli stesso quel che risolvere. A un certo momento si fermò in faccia a Fabio, e dissegli: