Il Principe della Marsiliana Romanzo romano

Part 6

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--No, signora duchessa, sono un ambizioso, senza mezzi e senza capacità. Appartengo a una famiglia che si è arrabattata in ogni tempo e in ogni luogo, non per conquistare beni ideali, ma per assicurarsi l'agiatezza, e, come se la disdetta che pesa su questa famiglia volesse esercitare su di me la sua legge di continuità, io sono stato sempre schiacciato dalla mancanza di mezzi, dalla mancanza di coltura, dalla mancanza di energia. Per questo io espongo a loro il mio programma perchè se ne impossessino, perchè lo svolgano, e lo applichino salvandolo dalle mie mani incapaci a tanto lavoro.

Ubaldo continuò:

--Lei, principe, ha i mezzi, ha l'intelligenza e ha l'energia,--disse ninnando la testa con fare cortigianesco dinanzi a don Pio,--lei, onorevole Carrani, ha la forza, la coltura, l'influenza. Io non sono, e non voglio essere altro che lo sbozzatore di una colossale statua moderna, loro sieno gli artefici che danno alla statua l'impronta dell'arte, l'impronta del genio!

Alzò la coppa ricolma di _champagne_ e stese il braccio verso il principe e verso l'onorevole Carrani. Tutt'e due cozzarono il bicchiere e la duchessa accostò pure il suo a quello del signor Caruso e degli altri. Maria, con gli occhi luccicanti dalla gioia esultava vedendo il marito dar prova d'intelligenza, vedendolo ascoltato e apprezzato da gente altolocata. Fabio solo taceva umiliato e il sentimento della sua inferiorità gli metteva nell'animo una grande tristezza. Aveva sognato di essere lo scalino del quale il principe si sarebbe servito per salire, e invece vedeva un altro, più intelligente, più esperto, più abile di lui, chinare la schiena volonterosa e offrire a don Pio il mezzo d'inalzarsi.

Le lodi per il discorso di Ubaldo, per la chiarezza con cui vedeva il lavoro da farsi e il premio da conseguire, non finivano più. Il principe, l'ex-ministro, la duchessa bevvero alla salute di lui, poi alla salute della bella signora Caruso, e rimasero lungamente a parlare dopo aver preso il caffè. Don Pio, ora che la principessa aveva abbandonato il campo, raddoppiava le attenzioni per Maria. Scelse le più belle fra le rose che ornavano la tavola e gliene formò un mazzo, e quando ella disse al marito che era ora di andare a casa, don Pio ordinò che fosse attaccato il _coupé_, l'accompagnò fino in fondo alle scale, e baciandole la mano con molta galanteria, le domandò il permesso di andarla a visitare.

--Mia cara,--disse Ubaldo a Maria quando furono entrambi seduti nel _coupé_ del principe della Marsiliana,--se non faccio fortuna è perchè sono nato sotto una cattiva stella, o c'è qualche iettatore che mi ha preso di mira.

--Come ti voglio bene!--gli disse la buona donna posandogli la testa sulla spalla e pensando solo al trionfo del marito e non al suo.

Donna Camilla, che vegliava nella sua camera solitaria, che non si coricava mai prima di aver sentito uscire Giorgio dalla stanza di don Pio, attese anche quella sera inutilmente il marito, e divorando senza piangere la rabbia che provava per tutti quei cambiamenti sopravvenuti in casa Urbani negli ultimi giorni, per tutti quegli intrusi che erano entrati nel palazzo, e soprattutto per quella bella creatura che attirava tutta l'attenzione di don Pio e nella quale intuiva una rivale, non potè dormire neppure quando fu sicura che tutti si erano addormentati, e non potè pregare. Ella rimase tutta la notte alzata a pensare all'avvenire che l'attendeva, un avvenire molto più triste del passato, un avvenire di completa solitudine e di tremendo abbandono; e spaventata dal quadro che la sua fantasia le poneva dinanzi agli occhi, ripeteva a sè stessa stringendo i denti:

--Sono una Grimaldi, devo lottare, e per il nome che porto e per la razza che rappresento, e non devo abbandonare il mio posto.

VI.

Sul di dietro del palazzo Urbani, e dove un tempo sorgeva un gruppo di case destinato ai famigliari della antica casa, ora inalzavasi un edifizio, nel quale il ferro e il cristallo rappresentavano una parte importantissima. Le colonne, che servivano di ornamento fra una finestra e l'altra, i terrazzi, i pilastri, tutto era in metallo, mentre le immense superfici di cristallo, collocate una accanto all'altra facevano somigliare quella casa a un acquario.

Una sera, sette mesi dopo che don Pio della Marsiliana era stato eletto deputato, quella casa, che nel centro della facciata portava scritto a caratteri dorati _La Stampa_, scintillava di luce. Sul cornicione correva un filo di fiammelle di gaz e quell'ornamento luminoso si ripeteva lungo tutti i terrazzi, giro giro alle tre porte grandiose, una delle quali metteva alla redazione, una all'amministrazione e la terza alla tipografia, che occupava tutto il sottosuolo e dalla quale si sentivano partire i boati delle macchine in azione. Quella sera, ogni momento giungevano carrozze che deponevano invitati e signore sotto l'ampia tettoia di cristallo, e molti uomini in cravatta bianca salivano continuamente lo scalone coperto di tappeti e ornato di piante.

In tutta la città erano stati diramati inviti per l'inaugurazione della prima casa che un giornale possedesse a Roma, ma quegl'inviti più specialmente erano stati accettati dai deputati, dagli artisti e dai giornalisti.

Gli onori di casa erano fatti da Ubaldo Caruso e da Fabio Rosati, i quali pareva fossero fra loro pane e cacio, benchè, gelosi com'erano uno dell'altro, si disputassero continuamente alla sordina il dominio sull'animo di don Pio.

Il redattore-capo e il cronista, tutti e due in giubba e cravatta bianca, stavano in cima alle scale, in un salottino che metteva nella grande biblioteca, e lì salutavano quelli che giungevano, si presentavano scambievolmente le persone che non conoscevano; e se arrivava una signora, erano pronti a offrirle il braccio per condurla in sala, dove Maria, seduta sopra una ottomana fra la moglie dell'onorevole Carrani e donna Teresa Sorani moglie di un ex-presidente del Consiglio, accoglieva col suo fare schietto e disinvolto le signore che le venivano presentate, e sapeva farsi ammirare da loro, come si faceva ammirare dagli uomini. Ella indossava un vestito di merletto nero, non aveva altro che due perle agli orecchi, e in testa un grande cappello Rembrandt, dalla tesa spiovente, coperto di lunghe penne di struzzo. Con una mossa di persona freddolosa, che le dava tanta grazia, ella si riportava ogni tanto sulle spalle la pelliccia di velluto amaranto guarnita di martora, e quella mossa la faceva somigliare a una donna impaurita, che cercasse rifugio in qualcuno, in qualcosa.

In fondo all'ampia sala, la cui pareti erano rivestito di scaffali, dove don Pio aveva fatto collocare la biblioteca di casa Urbani, era preparato un pianoforte a coda per gli artisti dell'Apollo e del Costanzi, che dovevano cantare dopo il ballo. Don Pio, dritto in un angolo, parlava con due principi, onorevoli come lui, e con altri tre o quattro deputati meridionali appartenenti al patriziato. Appena il principe era in mezzo a giornalisti, voleva far loro capire che non li considerava suoi pari, e se poteva circondavasi di antichi conoscenti. Anche quando era negli uffici di redazione, gli piaceva di far da principe, di far sentir la distanza che correva fra lui e i plebei, e Fabio Rosati, che aveva capito quella debolezza, si era affrettato a trattarlo d'"Eccellenza" e i nuovi redattori venuti da altri giornali avevano fatto altrettanto. Soltanto Ubaldo aveva continuato a chiamarlo "Principe", e non perchè gli costasse fatica a pronunziare quella parola di cui si abusa nel mezzogiorno d'Italia, ma perchè gli pareva a sua volta di stabilire una distanza fra sè e gli altri redattori della _Stampa_, trattando il principe della Marsiliana con maggior familiarità.

In quei sette mesi Ubaldo aveva scossa la naturale inerzia, e si era dato ad applicare il programma di don Pio, e nell'applicazione di quel programma aveva dato prova di una grande pertinacia. _La Stampa_ non era giunta a tirare centomila copie, ma già da tre era salita a quarantamila, cifra altissima rispetto agli altri giornali della capitale. Nei teatri, nei caffè _La Stampa_ era nelle mani di tutti, e il pubblico si interessava alle polemiche violente che vi si facevano anche per le quistioni più insignificanti. Messi sulla via dell'opposizione a oltranza, tutti i redattori pareva che avessero acquistato nuova energia in quella battaglia continua in cui l'on. Carrani e Ubaldo si sostenevano, il primo trattando le quistioni di politica interna, e soprattutto le quistioni di economia nelle quali era competentissimo; il secondo attaccando la politica incerta del Governo rispetto all'estero, e le quistioni municipali. Il principe discuteva, approvava, era soddisfatto della influenza che gli dava il suo giornale, e pagava, soprattutto pagava. L'edifizio per la redazione della _Stampa_ gli era costato ottocentomila lire, e il giornale in sette mesi ne aveva ingoiato altre trecentomila, ma ora aveva una tipografia bellissima, quattro macchine rotative, aveva abbonati, lettori e credito in tutte le parti d'Italia.

Le notizie che a caro prezzo _La Stampa_ si procurava nei Ministeri, qualche volta avevano l'onore di una smentita ufficiale, o di una rettifica e allora don Pio gongolava, e il signor Caruso più di lui. Egli voleva che il giornale incutesse timore ai governanti, voleva che non movessero foglia senza pensare alla censura accanita della _Stampa_, e a questo in parte era riuscito. Come era riuscito a farsi, che un'antica lite fra il Municipio e la famiglia Urbani per la sistemazione di una strada laterale al palazzo, fosse composta all'amichevole, e che il Municipio pagasse per l'espropriazione di una striscia di terreno due milioni sonanti, che avevano coperto le spese di costruzione, e le spese vive del giornale, senza che il patrimonio Urbani ne risentisse nulla.

Incoraggiato da quel primo successo, don Pio non sognava altro che speculazioni. Ubaldo gli aveva fatto intendere che Roma doveva prendere maggiore sviluppo edilizio, gli aveva fatto intravedere che a Roma sarebbero accorsi abitanti da tutte le parti d'Italia, e che conveniva preparare abitazioni per questa nuova popolazione. Don Pio non aveva fatto il sordo; aveva comprato ovunque, e specialmente fuori di Porta Portese, dove nel progetto che sostenevano col giornale, avrebbe dovuto sorgere la nuova stazione ferroviaria. E non solo aveva comprato terreni, ma aveva messo mano a costruire diversi villini, dentro un parco cinto di mura, villini che guardavano il Tevere da un lato e avevano allo spalle il Gianicolo. In questo disegno di acquisto di terreni, di costruzione di grandi case operaie, e nello stesso tempo di case signorili, don Pio era sostenuto da Fabio, il quale aveva un fratello ingegnere, giovane senza clienti; egli sperava di poterlo occupare presso il principe.

La duchessa, donna accorta, aveva messo in guardia don Pio contro la febbre di acquisti e di costruzioni che lo aveva invaso, ma il principe era ormai su quella via sulla quale non si ragiona più, dove gli ostacoli non sono visibili per l'occhio che è fisso sull'avvenire, ed è abbagliato dal guadagno che la speranza gli promette. Il patrimonio ereditato dal padre, tutto in vaste tenute nella pianura, in ricchi possessi in Sabina, in Maremma e nell'Umbria, in Abruzzo, in palazzi, in case, non pareva a don Pio che costituisse la ricchezza. Era un patrimonio che non si poteva alienare dall'oggi al domani, di cui godeva soltanto le rendite, ma non era la ricchezza, non i titoli di rendita, i fogli di Banca, i conti correnti negl'istituti di credito, tutto quello che permette a chi ne è possessore di levarsi tutti i capricci, d'ingolfarsi in tutte le speculazioni, di giocare non con l'avversario davanti, ma di giocare sul tappeto verde mondiale della Borsa, dove le poste sono spaventose e le differenze a fine mese possono mettere in mezzo di strada, anche un principe della Marsiliana. Quella era la ricchezza che sognava don Pio, e Ubaldo promettevagli che l'avrebbe acquistata con _La Stampa_ e con la speculazioni edilizie. E l'on. Carrani si guardava bene dal contraddire il giornalista, poichè egli aveva bisogno di un giornale sostenuto da un uomo ricco per ritornare al governo, e voleva tornarci a ogni costo.

I redattori della _Stampa_, che si consideravano fortunati di aver raddoppiato lo stipendio e di stare in un giornale dove non si sentiva mai parlare di miserie, dove l'amministrazione pareva un piccolo ministero delle finanze, dove nessuno era povero, dal proprietario agli uscieri, e questi avevano modi rispettosi come i domestici delle grandi famiglie, non sarebbero mai andati da don Pio a dirgli che faceva male a spendere, a profonder quattrini nel giornale e nelle speculazioni.

Per Roma si diceva da tutti che don Pio si rovinava se continuava di quel passo, si facevano i conti addosso a lui e al giornale; tutta la città parlava della sua pazzia, ma nessuno osava biasimarlo in faccia e molto meno dargli consigli; questo ardire non lo aveva altro che donna Camilla.

Ella, ogni sera, aspettava il marito alzata, e don Pio se la vedeva comparire in camera quando Giorgio era uscito. Si metteva sulla poltrona accanto al letto di lui e ogni sera facevagli lo stesso fervorino:

--Ti rovini e ti danni con quel giornale. Le mie preghiere non basteranno a salvarti. Pensa al nome che porti, pensa all'anima tua!

Qualche volta don Pio era di buon umore e allora si voltava verso la moglie e la pregava d'imparare a mente un'altra esortazione, ma di cambiare, per carità, di cambiare. Donna Camilla non rispondeva agli scherzi, ma neppure abbandonava la camera prima di aver recitato tutte le preghiere serali per la salvezza dell'anima del marito e avergli toccato la fronte e le labbra con una reliquia della Croce.

In altre sere, quando don Pio era assonnato, stanco o noiato di quella insistenza, rispondeva sgarbatamente alla moglie:

--Al patrimonio mio e alla mia anima voglio pensar da me; lasciami in pace.

Allora donna Camilla, quasi si fosse imposta di tormentarlo, si sedeva, al solito, accanto al letto e pregava più lungamente e più insistentemente; ella esortavalo a separarsi da quegli scomunicati, che combattevano, dileggiavano la religione e il rappresentante di Dio in terra. Allora donna Camilla si faceva eloquente nel difendere la causa della religione, e riassumeva tutti gli argomenti che aveva sentito addurre contro _La Stampa_ nelle case clericali, che avevano continui rapporti col Vaticano, e nelle quali ella andava. Nè cessava dal parlare o dal recitar preci altro che quando vedeva don Pio addormentato e capiva che le sue esortazioni erano sprecate.

Quella creatura, che non aveva mai amata d'amore e alla quale non lo univa neppure il vincolo dei figli, gli era divenuta così antipatica come donna e come essere pensante, che si sarebbe ribellato se ella gli avesse chiesto una carezza, come si ribellava ai consigli che gli dava. Non capiva come aveva fatto a sposarla e trattarla come una compagna.

La sera prima del ricevimento inaugurale, donna Camilla entrò in camera del marito dicendogli, con quella voce aspra che si faceva nasale quando ella era in collera:

--Mi hanno detto oggi in casa Bernielli che tu ricevi domani sera alla _Stampa_; spero che non sia vero.

--È verissimo,--rispose don Pio tirandosi le coperte sulla testa e facendo atto di voler dormire.

--Ma Pio, Pio!--diss'ella senza sedersi e posando su di lui uno sguardo di rimprovero.--Non capisci che deroghi al tuo nome, che tu t'infanghi mescolandoti col fango della strada?

--E qual'è, sentiamo, questo fango col quale mi piace insozzarmi?

--Il Caruso. È un uomo screditato anche fra i giornalisti; è un uomo pericoloso e ti porterà alla rovina.

--È un uomo abile, intelligente e io ho bisogno di lui,--disse don Pio. Poi, mettendosi a un tratto a sedere sul letto, aggiunse con tono secco e imperioso:

--Io non ti domando, Camilla, quali sono i tuoi consiglieri, i dispensatori delle tue carità; non mi occupo mai degli affari tuoi e tu non occuparti dei miei; questo desidero, questo voglio. La sera fammi il piacere di non venirmi più a turbare, ti dispenso da questa visita che non fa altro che irritarci maggiormente. Conosco la tua ostinazione e per mettere un ostacolo materiale alla tua venuta, mi chiuderò dentro.

Donna Camilla si conficcò i denti nelle labbra, e rispose senza lasciare il suo posto:

--Pio, tu mi hai molto trascurata dacchè mi hai sposata; per mesi e mesi ti sei dimenticato di me e io ho taciuto e pregato; pregato Iddio che riconducesse il tuo pensiero sviato a tua moglie. Ma anche in quel tempo in cui la tua mente correva dietro a altre donne, tu non eri mai scortese con me, rammentavi sempre di essere un signore di fronte a una signora. Ora tu lo dimentichi, ed è perchè pratichi male e perchè non hai più un capriccio che svia il tuo pensiero, ma una passione colpevole, che ti occupa tutto e ti trascina al male. Prega Iddio che io non abbia in mano la prova di questo tuo amore, altrimenti faccio uno scandalo, e di noi s'ha da parlare per un pezzo: rammentalo.

Don Pio la fissava meravigliato mentre ella usciva dalla camera con passo celere senza guardarlo, ed ebbe allora la convinzione subitanea che sua moglie era gelosa, gelosa della bella Maria, che, davvero, occupava tutto il suo cuore ispirandogli un amore timido, uno di quegli amori che tolgono tutto l'ardire, tutta la sfrontatezza a un uomo, benchè assuefatto alle avventure galanti, e fanno di lui un bambino supplichevole, un essere senza volontà e senza energia. Ma quell'amore, che la bellezza di Maria e soprattutto quel suo fare schietto e franco, gli avevano ispirato, era tutt'altro che una passione colpevole. Maria non era una di quelle donne che cedono, che subiscono il fascino della colpa; ella amava il marito, e nel suo cuore non c'era posto per altro affetto. Così ella aveva dapprima figurato di non accorgersi delle attenzioni, delle premure di don Pio; ma quando egli incominciò a parlarle del suo amore apertamente, non se ne era adombrata, ma ne aveva riso, riso schiettamente come di cosa impossibile e nello stesso tempo aveva evitato di trovarsi sola col principe, e di quell'amore aveva avuto la delicatezza di non far sospettare nulla al marito, per non creargli una falsa situazione.

VII.

Don Pio in quell'estate non aveva fatto altro che brevi assenze da Roma per accompagnare la principessa a Sorrento e poi a Saint-Moritz, ma col pretesto delle costruzioni era rimasto alla capitale e ogni settimana quasi aveva condotto Maria Caruso e Fabio Rosati a far delle gite col suo _break_ nei dintorni della città. Nel mondo giornalistico e in quello aristocratico l'assiduità del principe presso la bella donna, che tutti ammiravano, aveva dato da ciarlare, e quelle ciarle erano state ripetute da Alberto Grimaldi alla sorella. Don Pio si faceva pure vedere al teatro nel palco della signora Caruso e non trascurava occasione di stare con lei.

Se donna Camilla non avesse conosciuto Maria non avrebbe dato peso alle ciarle; ma la conosceva, aveva avuto campo di ammirarne la stupenda bellezza, la grazia infinita e capiva che se don Pio era innamorato di lei non poteva trattarsi di un amoretto, perchè Maria lasciava una impressione così profonda in quanti la vedevano che, una volta subitone il fascino, bisognava amarla, amarla sempre. E la durata di quell'affetto la sgomentava appunto. Don Pio non sarebbe più tornato a lei, mai: tanto se Maria gli resisteva, quanto se cedeva. Ma la resistenza donna Camilla non l'ammetteva di fronte al marito. Le pareva addirittura irresistibile perchè a lei sfuggiva sempre ed ella non sapeva resistergli dal momento che doveva implorare una attenzione e una carezza; per lei era un idolo e che cosa si nega agli idoli quando avviene che scendano dal loro piedestallo per farsi nostri eguali?

Non capiva donna Camilla che con Maria era il caso inverso; Maria era l'idolo, e il principe il devoto, il supplicante, l'entusiasta, l'innamorato.

Dopo la risposta sprezzante del marito, la povera donna, sgomenta di aver lasciato scoprire la gelosia che la struggeva, si era rinchiusa in camera sua e aveva lungamente almanaccato per mandare a monte quella serata alla _Stampa_, che autorizzava la sua rivale a far gli onori di casa per un ricevimento che dava don Pio, per un ricevimento dove avrebbe figurato l'argenteria, la livrea di casa Urbani, e dal quale ella era esclusa e per le sue idee e per la posizione ostile, che aveva presa la sera della elezione del marito.

Non potendo impedire quella festa, voleva conoscerne l'esito nei suoi minimi particolari e per questo pensò a Fabio Rosati, che le ora parso più modesto e più rispettoso di tutti gli intrusi, com'ella li chiamava. In quel giorno appunto la principessa era stata pregata di fare ammettere all'Orfanotrofio di Termini, dov'era impiegato il padre del Rosati, un bambino di un antico servitore di casa Grimaldi, e ella aveva pensato d'incaricare don Pio di quella faccenda. Invece, dopo la scena avvenuta nella camera del principe, donna Camilla stabilì di scrivere al Rosati e di pregarlo di passare da lei il giorno successivo, servendosi del pretesto dell'Orfanotrofio per amicarselo e avere da lui tutte le notizie che desiderava sul giornale e su Maria. Nel piccolo cervello della duchessa l'amore del principe per la bella veneziana era diventato un'idea fissa, dolorosa e martellante. Prima di coricarsi infatti, non volendo scriver lettere, tracciò sopra un biglietto di visita poche righe d'invito e chiuso il biglietto in una busta andò da sè a portarlo sulla tavola dove mettevano le lettere.

Il biglietto fu recapitato e alle due Fabio si faceva annunziare alla principessa, la quale, per fargli dimenticare lo sgarbo della sera del pranzo e per confessarlo a suo agio, fu con lui cortesissima. Fabio promise l'appoggio del padre per il protetto della signora e con quella servilità che i romani della borghesia hanno nel sangue per tradizione, e che li fa parere sempre clienti quando sono in faccia ai principi, soddisfece pienamente la curiosità di donna Camilla.

--Venga dopo il ricevimento,--gli disse nel congedarlo e stringendogli la mano,--e si rammenti che voglio saper tutto; chi c'era, di che cosa si è parlato, com'erano vestite le signore; io sono curiosa e mio marito e così parco di parole ora che ha tanti affari per il capo.

Fabio capì benissimo che la curiosità della principessa della Marsiliana nascondeva una grande gelosia, e non potendo essere quello che voleva per il principe, ora che Ubaldo rappresentava presso di lui la prima parte, si propose di mantenere desta quella curiosità, di dirle quel tanto che poteva renderlo indispensabile a donna Camilla, senza tradir mai un segreto, senza mai compromettersi.

Egli aveva giudicato sinistramente Maria fino dal primo giorno; l'aveva creduta complice del marito nei raggiri e nelle astuzie, e riteneva che quella sincerità di cui ella faceva vanto non fosse altro che un mezzo per meglio accalappiare la gente. Non sapeva nulla del passato di lei, dei suoi sacrifizi, della sua grande virtù, ed era convinto che ora ella si valesse della sua bellezza per rendere il marito onnipotente presso don Pio. Fabio non aveva l'intelletto del cuore; gli mancava la finezza del sentimento e la fede nella onestà assoluta. Tutto era relativo per lui, e pur essendo persuaso che Maria non accordava nulla al principe, riteneva che ella fosse onesta con lui soltanto per meglio dominarlo.

Egli spiava di continuo la bella donna perchè voleva impossessarsi di un segreto, credendo che il possesso di un segreto sia sempre un capitale che un giorno o l'altro si può rendere fruttifero, e quella sera della festa, appena potè abbandonare il suo posto di ricevimento, non la perdè un momento di vista, ora col pretesto di aiutarla nel dare il thè, ora per mantenersi vicino alle signore che le facevano corona.