Il Principe della Marsiliana Romanzo romano
Part 2
Del resto, don Pio non aveva altri precedenti che questi. Figlio unico e erede di un grande nome e di un grande patrimonio rovinato, era rimasto orfano di padre nei primi anni dell'infanzia. Sua madre, mercè l'aiuto di un buon amministratore, che si diceva fosse vice-principe di nome e di fatto, aveva estinto gran parte delle ipoteche e preparato al figlio, che faceva educare nel collegio dei gesuiti a Mondragone, un avvenire ricco e senza fastidi. Don Pio, appena uscito di collegio, aveva corso la cavallina, e col pretesto di viaggiare, per dar l'ultima mano alla sua educazione, aveva girato il mondo in compagnia di una donna più anziana di lui, celebre a Nizza e a Parigi per la sua eleganza e per la disinvoltura con cui rovinava la gente. Da quei viaggi don Pio era tornato sfiaccolato, senza aver imparato null'altro che a vestirsi e a spendere. Cresciuto senza nessun ideale, senza nessun attaccamento nè all'antica causa dei papi, nè alla nuova causa dell'Italia, tornava a Roma dal suo viaggio quando la più grande rivoluzione del nostro secolo si era già compiuta. Quel grande fatto, che aveva afflitto così profondamente tutti i partigiani del papato e che aveva fatto esultare tutti gli italiani, lo aveva lasciato indifferente. Sua madre, rimasta fedele alle antiche idee, sua madre lo aveva inutilmente spinto a schierarsi fra i sostenitori del Vaticano, fra quelli cui lo legavano vincoli di parentela e di consuetudini di famiglia; egli sorrideva, si metteva il monocolo all'occhio sinistro e non rispondeva. Del resto la duchessa Teresa Urbani si limitava a esortare il figlio, e si sarebbe guardata bene dall'imporgli la sua volontà. Giunta a quarant'anni senza avere eredi, ella provava per questo figlio, tanto invocato e tanto vivamente bramato, una di quelle passioni cieche che le donne sentono per quelle creature che le hanno salvate dal marchio della sterilità, passione più forte di ogni altra della loro esistenza. Agli occhi di donna Teresa nessuno era più bello, più intelligente e più spiritoso del suo Pio, benchè egli non avesse nè una bella figura signorile, nè una bella intelligenza, e di spirito ne possedesse quel tanto necessario a fare buona figura in un salotto. La vera qualità del principe della Marsiliana era piuttosto la scaltrezza, che egli sapeva nascondere sotto un aspetto di grande bonarietà. Egli aveva inoltre una specie di fiuto che lo poneva sulla traccia delle persone da sfruttare, e che ora gli faceva indovinare nel Caruso l'uomo opportuno, l'uomo che avrebbe potuto cavarlo d'impaccio.
Si discuteva a Roma da molto tempo il nuovo piano regolatore della città, e durante queste discussioni la capitale si trasformava a vista d'occhio, ponendo, come tanti ostacoli al nuovo piano, i lavori che già erano compiuti.
La questione di trasportare altrove la stazione ferroviaria era all'ordine del giorno. Nelle adunanze della Società degli architetti si era messa avanti l'idea di trasportarla ai Prati di Castello, fuori della porta San Giovanni, lasciando quella vecchia riserbata soltanto per la piccola velocità.
Già si erano fatti studî e disegni, si erano pubblicati opuscoli per sostenere l'una o l'altra idea, ma il pensiero di fare la stazione nel Trastevere non era balenato a nessuno, e quel pensiero, di cui il principe riconosceva l'opportunità, per assicurare la sua elezione, ora lo tormentava non sapendo egli come esprimerlo, e, mentre con la punta del coltello egli cercava di scalcare una quaglia, pensava, pensava che avrebbe dovuto fra poco parlare, e quel pensiero gli faceva aggrottare le ciglia.
La banda sul palcoscenico continuava a suonare, tutti parlavano a un tempo, quando il sor Domenico si alzò e fece cenno ai sonatori e ai convitati di tacere. La sora Lalla andò sulla terrazza a dare un ordine eguale, e a un tratto per tutta l'osteria, un momento prima così piena di rumore, regnò un silenzio solenne; nessuno osava neppur portarsi la forchetta alla bocca per non far rumore. Il sor Domenico si alzò e con quella voce dolce e vellutata, che scendeva al cuore, e nella quale era riposto in parte il segreto della sua popolarità, disse, imitando Garibaldi che era il suo idolo:
"Ragazzi! Voi sapete se io sono sempre con voi. Da anni e anni non mi considero più un uomo isolato; mi pare di essere il vostro padre, il capo di tutte le famiglie del Trastevere, perchè quando qualcuno soffre io soffro insieme con lui, come quando qualcuno gode io mi associo alla sua gioia. Sapete pure che il mio amore non è limitato a questo generoso rione dove si mantenne sempre viva l'ammirazione per le virtù passate di questa Roma, il cui nome solamente è simbolo di grandezza o di gloria, ma si estende invece a tutta la città e all'Italia, che ha dovuto cinger qui la sua corona regale! Voi sapete pure che io non ho mai parlato a voi altro che il linguaggio della verità, che non vi ho mai dato un consiglio che non fosse onesto e ispirato da quell'amore di patria che ci anima tutti. Ora che siamo alla vigilia delle elezioni, io prendo la parola e dico, con quella sincerità che tutti conoscete, di porre il nome del principe della Marsiliana accanto a quello degli uomini liberali cui deste il suffragio nelle passate legislature. Questo nome non è portato da nessuna combriccola, non rappresenta interessi parziali, e sopratutto non è legato a nessun passato. Per noi ci vuole un uomo nuovo, che capisca i nuovi tempi, un uomo al disopra di qualsiasi sospetto; e tale è il principe della Marsiliana; io, ragazzi, lo raccomando al vostro suffragio, io credo che nessuno possa meglio rappresentare questo collegio di Roma che lui!"
Grida diverse partirono dalla folla, che ingombrava prima la terrazza e che ora si era spinta fino nella sala e occupava tutto lo spazio dinanzi all'affresco di Muzio Scevola; alcune di approvazione e altre di disapprovazione. Scortichino, il Simonetti e il sor Domenico sopratutto accennarono a quegli strilloni di far silenzio e il capobanda fece intonare l'inno di Garibaldi per porre fine al tumulto, che minacciava farsi serio. Appena ristabilita la calma, don Pio posò il tovagliolo ed alzatosi, senza guardar nessuno in faccia e a voce bassa, incominciò a parlare, dicendo:
"Porto un gran nome, è vero, ma le mie simpatie sono per il popolo, poichè io stimo e rispetto chi lavora, e ho viva ammirazione per quelli che sostengono, giorno per giorno, ora per ora, la lotta per l'esistenza. Se voi, che siete qui adunati, volete concentrare sul mio nome i vostri voti, assicuratevi che avrò a cuore i vostri interessi più dei miei. Nulla mi lega al passato: nè simpatia, nè vincoli di famiglia; tutto invece mi spinge verso l'avvenire, che è rappresentato, specialmente qui a Roma, dalla forte, onesta e patriottica popolazione del Trastevere. L'avvantaggiare gl'interessi materiali e morali di questo rione, sarà per me una nobile ambizione. Io credo che uno dei mezzi per concentrare qui una parte della vita rigogliosa della Roma nuova, della Roma degli italiani, sia quello di far costruire in questo luogo la nuova stazione ferroviaria. Per l'attuazione di questo disegno io spenderò tutte le forze mie e se vi riuscirò sarò più altero di aver legato a quest'opera il mio nome, di quello che non sia della gloria passata dei miei antenati."
Grida di viva approvazione partirono dalla folla; il sor Domenico aveva le lagrime agli occhi e cercava la mano del principe per istringerla. Fabio Rosati gli s'era accostato e pareva che chiedesse i suoi ordini, quando Caruso lentamente si alzò e volgendo intorno uno sguardo dubbioso di sopra alle lenti, chinò la testa in atto di saluto incontrando gli occhi di don Pio, e quando la folla, per ordine dei soliti capi, fu ricondotta al silenzio, egli prese a dire:
"Il principe della Marsiliana ha con brevi parole svolto tutto un programma di cui l'idea fondamentale consiste nel trasportare nel Trastevere un centro di attività e di lavoro.
"Questa idea non è una idea nuova, sorta nel momento delle elezioni, suggerita dal bisogno di procacciarsi dei voti, no, quest'idea è stata lungamente studiata ed elaborata dal nostro candidato."
Il principe meravigliato da quelle parole, e credendo di sognare, non osava alzar gli occhi per non incontrare quelli dell'oratore nè quelli del Rosati, il quale con la testa dava lievi segni di approvazione e ammirava la furberia e la sfacciataggine di Caruso.
"Io, che seguii quel lavorìo paziente ed accurato, degno di una mente vasta e educata a tutte le più nobili discipline dell'economia moderna, io che ebbi l'onore di essere il confidente del principe durante lo svolgimento della nobile idea, io posso esporvi il vasto piano concepito da don Pio Urbani. Egli vorrebbe vedere Roma circondata da una cintura di ferrovia che avesse la stazione principale qui nel Trastevere, quella di smistamento a San Giovanni e quella di piccola velocità ai Prati di Castello. Inutile dirvi che l'attuazione di questo disegno farebbe salire enormemente il prezzo dei terreni nelle tre località indicate e darebbe un grande sviluppo alle costruzioni, portando qui, dove specialmente siamo, molta gente, molte forze e molto denaro."
Don Pio, benchè assuefatto a non meravigliarsi di nulla, era assolutamente annichilito da tanta sfacciataggine, e continuava a tenere gli occhi nel piatto. Da principio, udendo Caruso, aveva provato la voglia di fare una risatina sarcastica, ora s'era fatto serio perchè capiva che quell'uomo s'imponeva a lui in forza del servizio resogli e creava fra di loro una specie di complicità. Un resto di onestà, un sentimento di pudore lo spingevano a protestare, ma il pensiero del fine cui mirava, troncavagli le parole in bocca e lo induceva a lasciare che le cose andassero per la china su cui avevale avviate Caruso, purchè riuscisse eletto.
I popolani del Trastevere, abbacinati da quel miraggio d'interessi e di guadagni, erano tutti concordi nel vedere in don Pio l'unico candidato, il solo candidato serio, e non pensavano più alle simpatie della principessa della Marsiliana per i clericali, non osavano più rimproverare al principe l'inerzia di cui aveva dato prova per il passato. Appena Caruso ebbe cessato di parlare, un evviva frenetico, accompagnato dall'inno di Garibaldi, echeggiò per la sala bassa, tutte le mani si protesero per cozzare i bicchieri ricolmi, e don Pio, turbato, dovette partecipare al brindisi.
--In bocca al lupo,--gli disse Caruso avvicinando il proprio bicchiere a quello di don Pio.
--Grazie,--disse il principe, guardandolo senza sorridere.
Fabio Rosati s'era alzato e andava da una tavola all'altra distribuendo strette di mano, raccogliendo le parole lusinghiere per il principe con l'intenzione di ripetergliele poi.
--Ve lo dicevo che non c'era altri che lui, che il voto era ben dato?--ripeteva egli a quanti gli parlavano della stazione in Trastevere.--Bella mente, idee larghe, idee nuove e un cuore d'oro.
In quel tempo don Pio era assalito dalle domande dell'on. Serminelli, il quale voleva gli svolgesse meglio l'idea cui aveva accennato. Don Pio, non sapendo che cosa rispondere, guardava Caruso, ma questi aveva attaccato discorso con un popolano, che aveva accanto, e fingeva di non badare a lui.
--Ma è una sorpresa che ci avete fatta,--diceva l'onorevole il quale aveva nel principe uno dei più validi elettori, poichè don Pio era un grande proprietario di terreni sul Fucino.
Don Pio esitò a rispondere, ma finalmente, accettando la situazione tal quale avevala creata Caruso, disse:
--Ci voleva la bomba, ci voleva, non vi pare?
Caruso intanto, con le orecchie tese, non perdeva una parola di quanto diceva il principe della Marsiliana e gongolava lasciando pendere il labbro inferiore, e ponendosi i pollici nei taschini della sottoveste con un fare di grasso beato.
Tutti erano contenti, tutti, anche il sor Domenico, il quale andava ripetendo fra i suoni stanchi della musica che l'elezione era assicurata, tutti, meno Fabio Rosati, il quale provava pel Caruso un senso di repulsione e nella sua onestà si meravigliava che il principe tacesse, che il principe tollerasse quello che a lui pareva un insulto.
Ma come avviene spesso, invece di togliere a don Pio la grande stima che gli tributava da lungo tempo, da quando si era mostrato verso di lui affabile e cortese e lo aveva trattato molto diversamente da quel che non sogliano i signori del patriziato romano con i cittadini, nei quali credono di veder sempre dei clienti, Fabio se la prendeva con Caruso e sentiva accrescere immensamente la repulsione che quell'uomo già inspiravagli. Con un colpo d'occhio capiva l'influenza che quell'intruso dall'aspetto volgare avrebbe presa sul principe e gli doleva che per essere eletto dovesse sottoporsi a quel giogo.
Le voci avvinazzate formavano un frastuono tremendo nella sala bassa e sotto il pergolato; un odore nauseabondo di vino versato, di pietanze, di cattivi sigari, di gente sudicia, riempiva l'aria, e don Pio incominciava a sentirsi a disagio in quel luogo ed era stanco e nauseato. Per questo, fatto un cenno al Rosati, si alzò e, accompagnato dal sor Domenico, dalla sora Lalla e dall'onor. Serminelli, dal Caruso e dal Massa, traversò la sala dove echeggiarono della grida stanche e rauche di "Evviva il nostro candidato" e accommiatatosi da tutti salì in _phaéton_, prese le briglie di mano al cocchiere e, invitato il Rosati a sedersi accanto a lui, toccò con la punta della frusta i cavalli, che partirono al trotto.
Durante il breve tragitto, Fabio fu più volte sul punto di dire al principe quanto lo affliggeva di vederlo nelle mani di un volgare imbroglione, di narrargli che Caruso aveva servito un po' tutti i partiti con la penna, una penna che non sapeva intingere altro che nella bile, e che ora non avendo più nessuno si attaccava a lui come alla tavola di salvezza. Voleva narrargli che era diffamato come uomo per avere abbandonato a Milano la moglie e un figlio senza pane; che era diffamato come giuocatore, per essere stato scoperto con le carte segnate in mano, era diffamato come giornalista per non essersi mai addimostrato fedele a nessuno, servendo meglio chi meglio lo pagava. Ma tutte queste rivelazioni, che salivano a Fabio dal cuore alla bocca, egli non aveva coraggio di farle a una persona che incutevagli tanto rispetto quanto il principe della Marsiliana. Fabio Rosati era troppo romanamente educato per trovare in sè tanta audacia, poichè quelle rivelazioni naturalmente contenevano un biasimo per don Pio, il quale, invece di rinnegare qualsiasi connivenza col Caruso, aveva permesso che mentisse sfacciatamente.
Don Pio pure, nonostante l'impassibilità della fisonomia, si sentiva a disagio rispetto al Rosati, e dispiacevagli di aver perduta la sua stima in un momento in cui aveva bisogno della fede illimitata del giovane per riuscire nell'intento. Per non abbordare l'argomento spiacevole, don Pio non disse parola durante il tragitto, e soltanto giungendo al palazzo invitò a mezza bocca il Rosati a salire.
--Grazie, è tardi e ho da fare,--rispose l'altro, che in condizioni diverse sarebbe stato lietissimo di quell'invito.
Essi si separarono freddamente, e Fabio, triste come chi non ha veri ideali e vede crollare la fede che ha riposta in un individuo, più per la sua posizione che per il valore personale, si diede a percorrere lentamente il Corso, deserto in quell'ora tarda. Egli aveva sognato di adoprarsi tanto e poi tanto per la elezione del principe di Marsiliana da meritare la gratitudine di lui, da diventare per l'avvenire l'_ad latus_ del principe, la persona indispensabile, e quando si vedeva dischiusa già la casa Urbani, ecco che un altro, un intruso, entrava con un salto nella posizione da lui faticosamente conquistata, e la faceva sua.
II.
Fabio Rosati era un giovane intelligente, il quale sentiva che il bagaglio di cognizioni di cui si era munito negli anni in cui un uomo deve prepararsi alla vita, era troppo leggiero, troppo meschino per permettergli di andar oltre nel mondo. Dotato, come quasi tutti i romani, di quella preziosa qualità che si chiama il senso pratico, egli sperava di farsi strada lo stesso mercè la protezione, l'aiuto di persone altolocate, e, non sentendosi forza sufficiente per vivere di vita propria, voleva porsi nell'orbita di qualche pianeta per fare in quella la parte di satellite.
A don Pio, carattere chiuso e piuttosto diffidente, egli aveva sentito d'ispirare una certa simpatia, che aveva coltivato con ogni mezzo. Valendosi delle conoscenze che aveva nelle redazioni dei giornali egli afferrava ogni occasione per far citare il principe della Marsiliana; ora per vantare l'eleganza di un attacco alle corse delle Capannelle; ora per descrivere un ballo al quale non era invitato; ora per annunziare la partenza per un viaggio, e spesso egli stesso spingeva don Pio a fare un dono a un asilo, a compiere un atto benefico qualsiasi per avere mezzo di lodarne l'animo generoso. Lentamente egli aveva assuefatti, prima i giornalisti e poi il pubblico a quel nome che ora figurava spessissimo nelle cronache e così aveva preparato il campo alla elezione politica di don Pio, dopo aver cooperato a quella di presidente del Circolo dei Cittadini e di consigliere comunale.
Giunto al caffè Aragno, Fabio cercò subito con l'occhio i conoscenti con i quali soleva passare la serata, per narrar loro la cena elettorale da "Muzio Scevola". Scorse in mezzo ad essi Caruso, che con il solito aspetto di satiro sonnecchiante, parlava senza scomporsi e facevasi ascoltare. Fabio non seppe allora reprimere un moto di dispetto e stava per uscire senza accostarsi a nessuno, quando il Peronelli, redattore del _Fieramosca_, e il Sorani, corrispondente della _Gazzetta Milanese_, due giornalisti con i quali stava di consueto, gli fecero cenno di rimanere.
--Dunque è andato tutto bene?--domandava il Sorani a Fabio.--Ti aspettavo per telegrafare; completa tu i particolari che mi ha dato Caruso; è bene che di questa elezione si parli in provincia: l'idea del principe della Marsiliana è splendida.
--Io conto di fare nel _Fieramosca_ un capo cronaca dell'avvenimento di stasera,--diceva il Peronelli, fumando lentamente la sigaretta e sorbendo il _cognac_ a centellini.--Hai visto, Rosati, se c'erano giornalisti alla cena? Vorrei essere il primo a descrivere questo curioso fatto, perchè, a dirla fra noi, è troppo bello che un principe del Sacro Romano Impero, un grande di Spagna, vada da Muzio Scevola!
--Sarebbe stata più buffa se ci veniva anche la principessa, come voleva il sor Domenico,--osservò Caruso col suo sorriso sarcastico.--Del resto, di giornalisti non ho visto altro che il Massa della _Ragione_, che ci dormirà sopra ventiquattro ore, poi avrà bisogno di altre ventiquattro per pensarci, e dopo una settimana finalmente scriverà il resoconto.
--E tu dove ti metti?--disse Fabio.
--Io non faccio più parte della grande famiglia,--rispose Caruso lasciandosi cadere le lenti dal naso con un fare stanco e noiato.--Io la ripudio, non perchè disprezzi quella certa influenza che il giornalismo conferisce, ma perchè l'esercizio del mestiere è troppo poco rimunerativo, e io ho bisogno almeno almeno di campar bene; è un mestiere da signori, che don Pio potrebbe fare, ma non io.
--Ma chi avrebbe mai supposto,--esclamò il Sorani, che era un ometto magro, tutto nervi, che non sapeva star fermo un istante,--chi avrebbe mai supposto che il principe della Marsiliana, così muto, avesse nel cervello delle idee come quella della stazione in Trastevere! Pareva occupato soltanto di sè, dei suoi cavalli, e stufo anche delle donne.
Fabio involontariamente guardò Caruso, ma questi pareva occupato a tagliare col temperino la punta di un sigaro d'Avana, e nulla rivelava in lui l'uomo che volesse rivendicare la paternità di quella idea, e molto meno vantarsi di averla suggerita. Maggiore del dispetto che provava in quel momento il Rosati per l'intruso, era la premura per il principe della Marsiliana e il desiderio di vederlo eletto; per questo, invece di allontanarsi senza parlare al Caruso, si chinò all'orecchio di lui e gli disse:
--Hai pensato a comunicare il risultato della cena di stasera ai giornali della mattina e all'Associazione costituzionale-progressista?
--No,--rispose l'altro alzando lentamente gli occhi e rimettendosi le lenti sul naso.--Credevo che questo fosse affar tuo; capirai bene, io non sono nulla, non ho nessuna veste....
--Mi pareva che tu avessi dimostrato tanta devozione alla causa del principe.
--Non mi pare,--rispose Caruso accendendo il sigaro dopo averlo considerato da ogni parte,--ma se tu lo dici, sarà. Credevo di nuocere solamente al De Petriis che mi è più antipatico come impiastricciatore di cocci, che come clericale, e pare che io abbia giovato al principe della Marsiliana. Assicurati per altro che quel tuo principe non m'ispira nessun entusiasmo, perchè lo credo una vera nullità.
Queste parole sprezzanti e il tono con cui erano pronunziate, offesero profondamente Fabio, il quale per non lasciarsi trascinare da un impeto di collera, prese a bracetto il Sorani, dicendogli:
--Vieni al telegrafo; ti detterò io quel che devi telegrafare alla _Gazzetta_,--e salutando appena gli altri, uscì.
--Mio caro Peronelli,--disse Caruso, appena rimase solo col redattore del _Fieramosca_,--a te voglio fare una confidenza. Tu sei di opinioni liberali ed è bene tu sappia la verità; il principe della Marsiliana non ha basi solide nel Trastevere, l'entusiasmo di stasera si deve a quella idea buttata là della stazione, idea che non credo sia sua e che egli certo non saprebbe svolgere e molto meno attuare. Appena svanito questo bollore, i Trasteverini rammenteranno bene che don Pio non ha fatto nulla, nulla nè prima nè dopo il settanta, che è legato a una moglie di sentimenti e tendenze ultra-clericali, che è educato da una madre nera come la cappa del camino, e che per il popolo non ha davvero simpatie; non è molto che ne ha dato prova quando travolse sotto alla sua carrozza quella vecchia e poi lesinava le poche lire per venirle in aiuto; fu il _Fieramosca_ allora che narrò il fatto.
--È vero,--disse il Peronelli riflettendo.--Noi, del resto, non abbiamo accettata la lista concordata dalla Unione costituzionale-progressista e possiamo combatterlo e portare invece del suo nome quello del professore Ghirani, che è un patriotta, un amico. Ora vado a divertirmi,--soggiunse il Peronelli alzandosi e chiamando il cameriere per pagare.
Caruso si alzò pure sorridendo malignamente ma sulla porta del caffè salutò il Peronelli e si diresse a casa lasciando che l'altro andasse a sfogare contro il principe della Marsiliana il vecchio risentimento dello spostato per il signore, e, sorridendo per aver lavorato efficacemente per il suo avvenire, Ubaldo Caruso entrò nella casa, che abitava sull'angolo delle Convertite, e spogliatosi si addormentò tranquillamente.
Lo stesso non accadde a don Pio; una volta solo nel suo salotto egli si dette a riflettere agli avvenimenti della sera, e lo assalì lo sgomento di esser divenuto schiavo di un uomo che gli ispirava un senso involontario di repulsione. Nello stringere quella mano grassa, madida e fredda stesagli dal Caruso, nel momento di separarsi, aveva provato quella stessa impressione che si prova nel toccare qualcosa di ributtante; sensazione apparentemente fisica, ma che ha le sue basi nel morale.