Il Principe della Marsiliana Romanzo romano
Part 14
Don Pio, invece di rispondere, fingeva di dormire. _La Stampa_ non c'era bisogno che l'abbandonasse; l'aveva già abbandonata, e Ubaldo e il Rosati, incoraggiati da quel primo fatto del Carrani, non solo avevano cessato l'opposizione contro i due nuovi ministri reclutati nel loro partito, ma in certe questioni erano più benevoli col Gabinetto intiero e sognavano, sognavano tutti e due, alla caduta del vecchio Presidente del Consiglio affranto dagli anni e dai malanni, di far della _Stampa_ l'organo ufficioso del nuovo presidente; ambizione quella comune a molti giornalisti illusi, i quali non sanno che il sussidio che ricevono per cantare sempre osanna non li compensa neppure della decima parte dei lettori che perdono. E così nell'amministrazione come nella direzione politica i due utilitari si erano ingeriti. Essi avevano licenziati diversi inutili corrispondenti, e lo scrittore letterario; avevano ristrette giudiziosamente le spese di telegrammi e non inserivano più nulla in cronaca senza esigere un alto compenso. Il giornale tirava 80,000 copie e poteva essere esigente.
Queste riforme che il principe sanciva con la sua indifferenza e il suo silenzio destarono il malcontento fra gl'impiegati d'amministrazione; alcuni se ne andarono, altri furono licenziati, e anche l'amministrazione, che Fabio prese sotto la sua speciale sorveglianza, non fu più così numerosa e così disordinata, e _La Stampa_ potè farsi da sè largamente le spese e farle ai suoi vice-proprietari.
Per altro ogni volta che c'era da far fronte a una scadenza, l'intendente del principe vuotava la cassa del giornale, e quel giorno Fabio e Ubaldo erano di pessimo umore, poichè non sapevano come fare a dividere le due amministrazioni. Essi non tenevano conto dei capitali inghiottiti dal giornale e si credevano defraudati quando casa Urbani ricorreva alla _Stampa_, per riparare momentaneamente allo sfacelo cui andava incontro inesorabilmente.
Un giorno, verso la metà di luglio, una notizia molto grave giunse dalla Marsiliana al palazzo Urbani e la portò un buttero trafelato.
Quattrocento lavoranti del canale emissario si erano ammutinati chiedendo la paga, che si negava loro da più settimane, e armati di pale e di vanghe marciavano su Roma, per venir da sè a domandare al principe la loro mercede.
La duchessa, tornando di fuori, aveva veduto il buttero scender da cavallo e parlare concitato col portinaio, mentre scoteva il cappello bagnato di sudore. Ella lo interrogò e seppe che il buttero era inviato dall'intendente e chiedeva di essere ammesso dal principe. Con poche parole, senza eccitamento, quel villano le fece un quadro spaventoso della situazione.
--Aspettate, riferirò io,--diss'ella, e salì.
Il principe era nel suo salottino e sfogliava _La Vie Parisienne_; donna Camilla lavorava alla rozza coperta per i poveri.
La duchessa ansante narrò il fatto e fissando il figlio gli domandò:
--Ma dimmi, non lo sapevi che i tuoi operai non erano pagati; dimmi, siamo a questo?
Egli non rispose e prendendo sul tavolinetto basso, che aveva accanto, un mucchio di carte le mise sotto gli occhi trecentomila lire in cambiali, che erano state respinte allo sconto dalla Banca Nazionale, e due avvisi di cambiali per una somma complessiva di dugentomila lire che scadevano il giorno dopo.
--Come farai?--gli domandò la madre.
--E che so io?
--E stai così inerte a guardare le figurine della _Vie Parisienne_ e lasci che il tuo, il nostro nome sia schernito da tutti, e lasci che a Roma si veda la banda armata dei lavoranti, che viene a chiederti il pane: il pane, capisci, di cui ha bisogno per saziare la fame?--disse la duchessa.
--Ma che cosa devo fare?
-Non c'è nulla in cassa?--domandò donna Teresa al figlio.
--C'erano alcune migliaia di lire, ma avevo perduto iersera al Circolo della Caccia e ho pagato.
--E gl'istituti di credito?
--Negano; li ho tutti sfruttati come principe della Marsiliana e come proprietario di giornale.
--E gli amici? Perchè non scrivi a don Tommasino Lavriani; ha dieci milioni a conto corrente da Rothschild, se vuole ti può aiutare. Un principe romano, quando ha commesso delle pazzie, ha l'obbligo di rimediarvi e se gli piace di buttarsi nelle imprese non può fallire come mio speculatore, che non ha nulla da perdere, nulla. Pio, scotiti, opera.
E vedendo che il principe continuava a sfogliare il giornale illustrato, la duchessa gli mise una mano sulla spalla e gli disse:
--Pio, pensa.
Nel parlare al figlio, nel contemplare quella rovina, la duchessa, aveva una intonazione di rimprovero nella voce, ma nel cuore ella era piena d'indulgenza, per quel figlio idolatrato e sperava con quel mezzo di scoterlo. Ella peraltro s'illudeva sullo stato mentale del principe e gli chiedeva l'impossibile. Un solo nome, una sola persona avrebbero avuto la potenza di rendergli la vita, e se la duchessa, invece di spronarlo a rimediare allo sfacelo del suo patrimonio, avesse invocato quel nome, avesse detto a don Pio: "Va', parti, cerca la donna che ami perdutamente", egli avrebbe capito, sarebbe partito e avrebbe trovato Maria; ma costringere la sua mente a pensare, il suo cervello a cercare il mezzo per uscire da quel labirinto intricatissimo di affari in cui era entrato sventatamente, come un bambino, senza riflettere alla possibilità di un giorno di sventura, era cosa che don Pio non poteva fare. Per mostrarsi compiacente verso la duchessa, don Pio scrisse peraltro a don Tommasino Lavriani, suo amico d'infanzia, pregandolo a prestargli mezzo milione.
Don Tommasino, conosciuto nel patriziato per la sordida avarizia, era uomo che scriveva malvolentieri, e gli affari preferiva sbrigarli a voce, poichè il dir di no non gli costava nulla. Egli andò da sè a portar la risposta.
--Volentieri, Pio, ma sai, ho figli e mezzo milione è una somma; che ipoteca mi dai?
--Nessuna; tutto è ipotecato più volte.
--E allora, abbi pazienza; questo non è un affare, è un favore.
Don Pio lo guardò meravigliato, sgranando gli occhi, e si disse a denti stretti:
--E se ti chiedessi un favore?
Don Tommasino arricciò il naso ponendo in mostra i denti bianchissimi. Era quella la sua smorfia abituale, che non voleva significar nulla e che lo faceva somigliare a un leone istupidito e immelensito dal freddo, al quale rimangono le zanne in bocca per solo ornamento.
--Sai che favori non ne ho mai fatti a nessuno.
Ti do in cambio della somma che m'impresti, _La Stampa_,--aggiunse don Pio sempre a denti stretti.
--E che me ne faccio di un giornale? Non ho voglia di rovinarmi.
--Ti do la galleria.
--La galleria non rappresenta nulla dal momento che il Governo impedisce che si vendano gli oggetti d'arte.
--E allora rifiuti?--domandò don Pio
--Si capisce che rifiuto.
Quella risposta rese muto il principe e tolse alla duchessa Teresa tutta la bella energia senile, che a momenti le dava un aspetto di gioventù.
La povera signora vedeva distrutta tutta l'opera paziente di ricostituzione del patrimonio, iniziata e condotta a termine da lei per amore del figlio; ella vedeva minacciato di giudizii, tediato, rovinato quel Pio, che era stato il pensiero unico, l'unica speranza, l'orgoglio della sua vita. In quel momento la duchessa lo guardava con compassione, senza che la sua bocca pronunziasse una parola di rimprovero, senza che dall'occhio umido di lagrime partisse uno sguardo meno affettuoso dello sguardo consueto. Ma soffriva per lui, soffriva vedendo cadere tutti i suoi sogni d'avvenire, e se il dolore non le avesse fiaccate le gambe, sarebbe andata lei, così altera, a raccomandarsi agli uomini danarosi di Roma affinchè le salvassero il figlio.
--Ma l'amministratore che fa? dov'è? Chiamatelo!--ordinò la duchessa a Giorgio entrato in quel momento recando una lettera al principe.
Don Pio lesse la lettera e la passò alla madre, dicendo con la solita intonazione di voce:
--È inutile di farlo chiamare.
--Fuggito!--gridò la duchessa sgualcendo la lettera.--Ma la sventura ci perseguita, ci opprime!
--Giocava alla Borsa e ha perduto,--disse il principe,--è una cosa tanto naturale; ora non potendo pagare va all'estero.
--Dunque la rovina colpisce noi, colpisce tutti quelli che stanno intorno a noi?--diceva la duchessa piangendo a calde lagrime.
Donna Camilla, che non aveva fiatato in tutto quel tempo, prese la parola, e la sua voce stridula echeggiò sinistramente nella stanza.
--La rovina colpisce tutti, perchè tutti hanno ceduto alla sete dell'oro, perchè tutti hanno ambito pronti e forti guadagni, che assicurassero loro godimenti materiali.
--Risparmiaci le tue sentenze, Camilla,--disse il principe.
Ma la principessa in quel momento non udiva neppure le sprezzanti parole del marito. Ella teneva la testa alta e negli occhi chiari le brillava un lampo di pensiero pertinace.
--Tu non devi finire come un uomo qualunque,--ella disse.--Il nostro nome non deve essere vituperato, i nostri beni non voglio che passino nelle mani di un villano arricchito. Mi hai sempre disprezzata, ma io ti salverò.
Donna Camilla parlava tanto seriamente e con una convinzione così profonda da imporre rispetto al marito. In quel momento egli non avrebbe trovato una parola di scherno per lei.
--Esco e spero tornando di poterti dire che sei salvo, Pio,--ella aggiunse stendendogli la mano.
Il principe la fissava sbalordito, non la riconosceva quasi. La duchessa, sempre piangente, l'abbracciò e la baciò in fronte dicendole supplichevolmente:
--Camilla, salvalo!
Appena la principessa fu uscita dalla stanza, don Pio alzò le spalle con una mossa d'incredulità. Non era possibile che la moglie lo salvasse; e come doveva fare, lei così inetta, così incapace di pensare?
--Camilla vuol prolungare la mia agonia, Camilla è il mio tormento anche ora,--egli disse.--Sono perduto, rovinato!
Più del disonore che sarebbe ridondato su di lui se il giorno seguente non avesse potuto far onore alla sua firma, più di tutte quelle torture morali, che sogliono atterrire gli uomini minacciati dalla rovina, don Pio era intimorito dal fatto di quella banda di lavoranti, che veniva fino a Roma, fino al suo palazzo, a chiedergli il pane. La sua immaginazione gli rappresentava quei lavoranti stracciati, macilenti, gialli per la febbre, trascinantisi a fatica sulle lunghe vie della campagna, e gli pareva che si avvicinassero, che già fossero giunti e a ogni rumore egli sussultava e sentiva stringersi il cuore da una mano gelata, quasi le vanghe di cui erano armati i lavoranti venissero percosse contro l'uscio di camera sua.
Madre e figlio passarono un'ora tremenda, una di quelle ore cui si ripensa con orrore nei momenti di pace serena, e delle quali il ricordo solo basta a ridestare le angosciose sensazioni; e in quell'ora essi non scambiarono una parola, non fecero un movimento; pareva che si raccogliessero penetrati della tetra solennità della imminente sventura.
--Pio,--disse la duchessa dopo quel lungo silenzio,--non hai nessuna idea, nessuna speranza?
--Nessuna.
--Almeno avverti il questore che ti protegga contro questa gente, che viene dalla Marsiliana a minacciarti!
Don Pio prese macchinalmente la carta e vi tracciò sopra alcune righe, ma prima di terminare la lettera stracciò il foglio in due parti, poi in quattro e in otto e posò i pezzettini dinanzi a sè, formandone un mucchio.
--No, la confessione che dovrei fare è troppo umiliante! È troppo duro il dire che io, don Pio della Marsiliana, non ho da sfamare gli operai che impiego, e che ho paura di quegli affamati;--e gettò la testa indietro e rimase inerte sulla poltrona.
Dopo un'altra interminabile ora di attesa giunse donna Camilla più pallida dell'usato, ma con un sorriso trionfante sulle sottili labbra d'anemica, e pose un foglio aperto sotto gli occhi del marito.
--Se accetti queste condizioni, avrai oggi mezzo milione e somme maggiori in seguito per rimediare a tutto.
--Non posso leggere,--disse don Pio mettendosi una mano sugli occhi ardenti per l'angoscia,--dimmele tu queste condizioni.
--Abbandonare _La Stampa_.
--La prenda chi vuole, non me ne importa nulla.
--Deporre il mandato di deputato.
--Non ci tengo punto e non ho fatto nulla per esser rieletto.
--Partire per un lungo viaggio, farti dimenticare, e tornando, andare al Vaticano a far atto d'ossequio al Santo Padre.
Un lieve sorriso comparve sulle labbra di don Pio.
--Quanto si divertiranno alle mie spalle i giornali!
--E quanto ti vilipenderanno se non paghi i tuoi impegni,--rispose donna Camilla.
--E l'aiuto di dove viene?--domandò il principe.
--Di dove può venire se non da chi ha premura che i grandi nomi delle più illustri famiglie romane non sieno trascinati nel fango, da dove, se non da chi ha a cuore che tutto quello che rappresenta il passato e può rappresentare l'avvenire non perisca, non precipiti?
Don Pio non chiese altro, ma rimase esitante e pensoso fissando la madre come se attendesse da lei un consiglio, un suggerimento.
In quel momento di sotto al palazzo Urbani passava una compagnia di soldati, che recavasi al Quirinale a cambiar la guardia; passava silenziosa senza che la musica l'annunciasse. Quello scalpiccio di un centinaio d'uomini fece trasalire il principe, egli credè che i lavoranti stracciati, affamati, lividi dalla febbre fossero giunti dinanzi al palazzo chiedendo pane.
--Oh Dio!--egli esclamò mettendosi le mani sugli orecchi.
Il suono delle trombe dileguò subito quella impressione di sgomento e di paura nell'anima del principe. Ma se non erano giunti, potevano giungere da un momento all'altro e allora!...
Don Pio tremò a quel pensiero e alzandosi di scatto si fermò in faccia alla moglie, alla quale disse, ponendo le mani sulle spalle.
--Camilla, va, Camilla, prometti tutto quello che credi a nome mio, ma torna presto, torna con i quattrini, per carità!
Era la prima volta che il principe supplicava donna Camilla di un favore, e la supplica era accompagnata da uno sguardo pieno di tenerezza.
--No, scrivi,--diss'ella cavando dall'apertura del guanto la minuta delle condizioni che don Pio doveva impegnarsi a rispettare.
Egli scrisse tremando e dalle tempie gli scendeva a gocce il sudore gelato di chi sente svanire la vita. Sotto alla firma appose con la ceralacca il sigillo di casa Urbani e consegnò il foglio alla moglie, dicendole di nuovo:
--Per carità torna presto; torna con i quattrini!
La principessa aveva appena chiusa la porta dietro a sè che don Pio era già con la fronte appoggiata ai vetri per veder uscire la carrozza dal palazzo. Donna Camilla lo scòrse dallo sportello del _coupé_, ma non gli fece nessun cenno con la mano per infondergli animo. Anche ora che ella lo salvava, serbavasi fredda e pareva ubbidire a un dovere, invece che cedere a uno slancio del cuore.
Il principe, come tutti quelli che sono incapaci di prendere una risoluzione, ma una volta presala, per iniziativa altrui, vogliono attuarla per sentirsi legati e evitare il pericolo di cedere alla propria inerzia, provò l'impazienza di compire subito almeno una delle promesse stese in carta un momento prima. Infatti fece chiamare Ubaldo e senza tanti preamboli gli domandò:
--Lo vuole il giornale!
--Ma che cosa intende dire?
--Intendo proporle di prendersi la proprietà della _Stampa_, purchè trasporti subito gli uffici in altro locale,--disse il principe.
Il Caruso riflettè un momento lisciandosi la barba e poi rispose:
--È un giornale che costa molto, molto, e non so se da solo io possa arrischiarmi a fargli le spese, specialmente dovendo trovare un altro locale e adattarlo a uso di tipografia e di amministrazione. Se invece mi lasciasse la casa, potrei trovare chi mi prestasse qualche capitale per pagarlo, e agevolandomi lei sul prezzo, forse ci si potrebbe accomodare.
Egli mercanteggiava sapendo in quali acque navigava il principe, e sperava di avere anche la casa con poco.
--Mi faccia una proposta,--chiese don Pio.
--Che vuole! lo stabile è grande, ma non rende nulla e non può servire altro che per giornale, e anche per giornale è incomodo; fu costruito in fretta, e se non si vuole che rovini, bisogna spenderci.
Mercanteggiava sempre, parlando con voce monotona, a fior di labbra come chi è indifferente e si lascia spingere svogliatamente a concludere un affare. Il principe s'impazientava e disse:
--Ma mi offra una cifra.
--Che so, un centinaio di mila lire, ma sono molte, perchè il giornale costa, il giornale divora i capitali e potrei rovinarmi.
--Vada per centomila lire,--disse il principe per farla finita,--ma il contratto si deve far subito e quella somma deve essere sborsata all'atto del contratto. Io parto e domani farò stendere l'atto di vendita.
I due contraenti si salutarono senza aggiungere Una parola, senza che il principe pensasse neppure di domandare all'altro notizie di Maria. In quel momento tutto taceva in lui; la paura solo della rovina e della miseria lo dominava.
E quando donna Camilla tornò al palazzo, recando in tanti _chèques_ il mezzo milione, don Pio le buttò le braccia al collo e la duchessa pianse con la testa appoggiata sulla spalla della nuora, ripetendole:
--Grazie, figlia mia, grazie.
Un impiegato di casa Urbani fu spedito quella sera stessa sulla via della Marsiliana accompagnato dai carabinieri, a pagare e far retrocedere la banda minacciosa, e il giorno dopo furono ritirate le cambiali in scadenza e si firmò il contratto della cessione del giornale e della vendita dello stabile.
Ubaldo non stava in sè dalla gioia e già sognava di farsi eleggere consigliere comunale e poi deputato. Senza indugiare telegrafò alla moglie per parteciparle l'accaduto e per invitarla a tornar subito a Roma a fine di festeggiare il lieto avvenimento.
A quel telegramma Maria non potè rispondere con un rifiuto. Era tornata a Venezia e in fretta fece i bauli e partì per Roma, mentre il principe e la principessa della Marsiliana si ponevano in viaggio per la Germania dove era stabilito si sarebbero trattenuti fino all'autunno inoltrato. In quel tempo una persona di fiducia di chi generosamente aiutava don Pio, doveva sistemare gli affari, toglier di mezzo le cambiali, vender i terreni anche con molto scapito a liberarlo di quelle case nuove, grandi, che in mano di lui non rendevano nulla.
Nel caffè della stazione di Pisa, Maria e il principe s'incontrarono un momento per caso, ed ella stentò a riconoscerlo quando se lo vide davanti così cambiato e così vecchio.
--Mi perdona?--le domandò egli con voce quasi spenta.--Sono un povero malato di corpo e di spirito, che imploro da lei una dolce parola.
Maria gli stese la mano ed egli se la portò con riverenza alle labbra.
--Sono tanto consolato,--egli disse ritenendole la mano fra le sue.--Perchè non ho avuto una dolce compagna come lei nella vita? E dei bambini, dei bei bambini,--aggiunse accarezzando il figlio della signora Caruso.
Così il principe della Marsiliana intraprese il breve esilio e Maria tornò a Roma.
Alla stazione attendevala tutta la redazione della _Stampa_, come un tempo andava a attendere don Pio reduce dai suoi viaggi.
Ubaldo, molto abilmente aveva fatto accettare dalla redazione quel cambiamento di proprietario. L'osso duro era stato il Rosati, che già la faceva da padrone prima, ma Ubaldo si era accomodato anche con lui, dandogli per una tenue somma un carato di proprietà e ora lieto e trionfante conduceva la moglie nel quartiere che le aveva fatto preparare in fretta al secondo piano dell'edifizio eretto da don Pio. Quell'uomo utilitario prometteva a sè stesso di far fruttare gl'immensi capitali che il principe aveva profusi nel giornale, e la possibilità della ricchezza e della possanza gli dava quell'aspetto calmo e trionfante, che hanno quasi tutti quelli che non sognano nel mondo altri beni.
XVII.
Era la mattina di una nebbiosa e tepida domenica d'inverno e la grande città usciva appena dalla quiete notturna che già un insolito movimento si vedeva per le vie che conducono a San Pietro. Le carrozze si succedevano alle carrozze; alcune recanti cardinali, vescovi europei o orientali con le lunghe barbe, diplomatici in uniforme, gentiluomini della corte papaie, signore velate e signori in giubba col petto coperto di catene e decorazioni pontificie o straniere. I carabinieri a due a due stavano impalati a riparo dei portoni e pareva facessero ala al pomposo corteggio che, giunto in piazza San Pietro, si divideva, poichè le carrozze dei diplomatici e dei dignitari della corte pontificia penetravano nel cortile di San Damaso e quelle degli invitati si fermavano davanti al portone di bronzo, dietro al quale stavano schierati gli svizzeri.
Il campanone di San Pietro empiva l'aria di note cupe e sonava annunciando a Roma la grande cerimonia religiosa dell'anniversario della elezione di Leone XIII al pontificato, e su per le molte scale del Vaticano, guardate dai gendarmi maestosi col capo coperto dal pesante morione, era un salire affrettato di dame, un fruscìo di seta e di velluto.
La sala Ducale e la sala Regia erano affollate di gente di minor conto; monache, educande borghesi, frati, cui non era concesso altro che lo spettacolo di veder passare o ripassare la corte papale, e coloro che erano ammessi alla cappella Sistina, il luogo sacrato dalla grande mente del Buonarroti.
Su in alto figure di Sibille, di Profeti, di Apostoli, severe, grandiose, più scolpite che dipinte dal pennello michelangiolesco: sulla parete di fondo il tetro Giudizio universale, una protesta dell'austero fiorentino contro il fasto, i vizii, le corruzioni dei grandi, e più basso questi grandi in carne e ossa, noncuranti di quella condanna.
Sulle pareti laterali invece tanti affreschi del Perugino e dei maestri toscani del suo tempo, ispirati a una fede meno ragionata e meno filosofica di quella del Buonarroti, ma più ingenua, più illimitata e per questo più efficace.
In faccia alla parete del Giudizio si ergevano le tribune delle signore, affollate da una turba elegante e ciarliera, che portava in quel luogo sacro gli strascichi dei pettegolezzi della città e il profumo di gardenia e di violetta. Sotto alla prima tribuna di sinistra un piccolo palco, sul quale il gran maestro dell'ordine di Malta col petto fregiato della croce e lo spadone appoggiato al muro, stava ritto, impettito mostrando a tutti la sua alta figura bonaria e pareva pago del suo dominio di un giorno. Accanto a quel palco, in una tribuna più bassa, i rappresentanti delle grandi e delle piccole potenze, dal generale in uniforme rossa inviato dalla regina d'Inghilterra e imperatrice delle Indie al mellifluo rappresentante del principato di Monaco; a destra la tribuna delle dame del corpo diplomatico e delle patrizie che contano papi e cardinali nella famiglia, alcune col petto fregiato di decorazioni.
Davanti a queste tribune la balaustra marmorea, e sotto, gentiluomini che portavano i più bei nomi di Roma.
A sinistra il trono papale con un arazzo disegnato da Raffaello sul fondo e drappeggiamenti di velluto e oro; a destra la tribuna su cui stavano i cantori della Cappella Papale in rocchetto bianco. Sotto a questa, su scanni bassi, i vescovi in abiti monastici o sacerdotali, dall'altro lato i cardinali tutti con la cappa magna rossa, scendente sul tappeto verde e, accoccolati quasi per terra dinanzi a loro, i caudatarj in veste violetta.
Entra il papa in sedia gestatoria, tutto vestito di bianco, con la tiara aurea tempestata di gemme, preceduto dagli esenti della Guardia Nobile, dagli svizzeri e dai flabelli, e un gran silenzio si fa nella Cappella.
Scende il vecchio venerando e sale sul trono. Egli ha a fianco il principe assistente al Sacro Soglio e un cardinale, e la messa incomincia sull'altare che è addossato alla parete del Giudizio Universale, e la Cappella Papale, composta soltanto di voci, empie la magnifica sala di sublimi melodie.
I cardinali si alzano, fanno genuflessioni, si aggruppano, si smembrano, e quei ricchi strascichi di seta e di merletto mettono una nota stridente di rosso nello spazio.