Il Principe della Marsiliana Romanzo romano

Part 13

Chapter 13 3,773 words Public domain Markdown

--Dunque Pio è andato a raggiungerla; dunque s'intendono, si sottraggono alla mia vigilanza!--pensava donna Camilla tornando a casa pallida e fremente. In tutto quel giorno ella rimase sola, in camera, combattuta fra il desiderio di partire e il timore di dover aprire l'animo suo alla suocera per la quale sentiva una profonda antipatia, sentimento che la duchessa Teresa nutriva a sua volta per lei.

Quelle due signore, che vivevano insieme da cinque anni, che due volte al giorno sedevano alla stessa tavola, non si potevano soffrire. Donna Teresa, specialmente dopo la malattia di don Pio, accusava la nuora di annoiarlo, di non saperlo distrarre dall'abbattimento in cui era caduto, di essere una nullità, di non aver saputo dare a casa Urbani neppure dei figli, che avrebbero portato una nota di vita in quel palazzo così triste; la principessa invece era gelosa della madre, la quale capiva le tendenze del figlio, che aveva saputo rimanere un'amica e aveva sull'animo di lui un grande ascendente. Benchè poco intelligente, ella sentiva tutta la superiorità di donna Teresa, e, riconoscendosi inferiore, era umiliata come donna, era offesa come moglie. Anche quel grande, illimitato amore della duchessa per don Pio, era una nuova umiliazione per lei. Ella sapeva bene che la duchessa avrebbe osteggiato la sua partenza, le avrebbe impedito di mettersi in viaggio se avesse indovinato che il figlio desiderava esser libero e lontano dalla sorveglianza della moglie, e che quella lontananza poteva procurare al suo Pio un sollievo, qualche ora di felicità.

A pranzo le due signore si trovarono sole, poichè l'Onorati da qualche tempo era ammalato e doveva desinare in camera. Donna Camilla, che aveva pensato al modo di partire senza destar sospetti nella duchessa, disse di aver ricevuto una lettera da suo fratello Alberto, che era nella sua tenuta di Montemagno, a poca distanza da Poggio Mirteto, e esternò il desiderio di andargli a fare una improvvisata.

--Va pure,--disse la duchessa, lieta di liberarsi da quella compagnia poco gradita.

--Allora partirò domattina,--rispose la principessa senza alzare gli occhi dal piatto, per non dare a conoscere la gioia perversa che provava.

E la mattina dopo a colazione ella comparve vestita di panno grigio, col cappello di feltro in testa, e la sua voce nasale echeggiava quasi gaia nell'ampia sala da pranzo. Mangiò in fretta per non perdere la corsa dell'una e trenta e poi stese la mano alla suocera e partì accompagnata dalla cameriera soltanto, ma invece di prendere il biglietto per la piccola stazione a breve distanza da Roma, lo prese addirittura per Venezia. Era sicura che l'istinto non la ingannava, che don Pio era là, e il pensiero di amareggiarlo, d'impedirgli di esser felice, di tormentarlo con la sua presenza, le dava una soddisfazione intima e le impediva di sentire la noia e il disagio del lungo viaggio. In tutte quelle ore non mangiò nulla, non bevve un sorso d'acqua, non chiuse mai gli occhi e non guardò i paesi che traversava. Ella non voleva disturbi; voleva assaporare tutta la gioia malvagia del dolore che avrebbe procurato a don Pio. Egli negavale un po' di felicità, e lei non aveva altra brama che di distruggere quella di lui; viva lei, non sarebbe mai stato un'ora felice, mai!

Giunta a Venezia andò diretta all'albergo Danieli, dove sapeva che don Pio soleva dimorare, e dato il suo nome si fece accompagnare al quartiere di lui.

Don Pio dormiva ancora, e si destò all'improvviso udendo entrare qualcuno in camera. Le candele, quasi interamente consumate, mandavano, prima di spengersi, degli sprazzi di luce viva sul ritratto, ed egli, nell'aprir gli occhi, con la mente ancora volta a Maria, che aveva sognata tutta la notte, fece un balzo sul letto e fra il sogno pronunziò con amore il dolce nome, che le labbra anelanti invocavano di continuo: Maria!

--T'inganni, Pio; sono io, Camilla,--disse la principessa in tono aspro e nasale fissando il ritratto sul quale la luce oscillante delle candele passava rapida come un'ardente e furtiva carezza.

--Perchè sei venuta?--gli domandò il principe meravigliato e turbato nel vederla.

--Perchè l'istinto mi diceva che il mio posto era qui accanto a te.

E accennando il ritratto aggiunse:

--Vedi che non avevo torto.

--Tu sei il mio tormento,--le disse don Pio mestamente, scrollando il capo, per significare che tutto era perduto, che l'arrivo della principessa distruggeva la sua unica speranza.

--Io sono tua moglie, non voglio nè posso permettere che tu commetta pazzie.

--Non fare scene, non fare scandali, non renderti ridicola, se no...--disse don Pio in tono di minaccia.

--Che cosa mi faresti?--domandò la principessa facendo alcuni passi per avvicinarsi al letto.

--A te nulla; non ti torcerò mai un capello; ma farei sostenere la legge del divorzio e ti ripudierei come si ripudia tutto quello che ci è antipatico, insopportabile, odioso.

--Quella legge non sarà mai accettata dalla gente onesta,--disse al principessa.

--Meglio! La canaglia la sosterrà compatta e la canaglia impera.

--E allora chi sei tu, chi sono i tuoi?--domandò donna Camilla.

--Canaglia,--rispose il principe.--Io, tu, tutti quelli che, come noi, non hanno sentimenti, non credono all'onestà, ridono della virtù, insidiano la pace delle persone tranquille e laboriose, che sostengono principî che non sentono, che propugnano idee che non sono frutto delle loro convinzioni, che aizzano gli uni contro gli altri, che demoliscono idoli, distruggono credenze, che mirano sempre al guadagno senza tener conto del danno delle masse, non sono altro che canaglia, canaglia, canaglia!

Don Pio, seduto sul letto, parlava agitando le scarne braccia, che le maniche sbottonate della camicia da notte lasciavano scoperte, e con quei capelli arruffati, che gli erano tornati canuti, e la barba grigia, pareva un vecchio profeta in un accesso di religioso furore.

--E l'opera della _Stampa_ sostenuta, pagata da te, quale è stata mai?

--Quella di fare di Roma, dell'Italia un paese vile, basso, senza ideali, senza fede nei beni morali; un paese che non ha forza di tollerare i rovesci, che si sgomenta della sventura; un paese che trema all'annunzio del colera, che non ha lagrime bastanti per piangere un soldato morto pugnando; un paese dove l'opera è nulla, dove la ricompensa è tutto; un paese dove l'onore, il dovere, il sacrifizio sono lettera morta, un paese che meriterebbe di esser coperto dal diluvio!

--Purchè Iddio ti affidasse la costruzione dell'arca!--osservò ironicamente la principessa.

--No, io preferirei perire insieme con gli altri, se nell'arca dovessi aver te, sempre te per compagna.

--Mi odii dunque molto?

--No; sono un vile e non so odiare; ci vuole ben altra fibra della mia per nutrire un sentimento potente come quello; ma non ti posso soffrire,--e la guardò, accompagnando con un riso cinico quelle parole.

--Sai amare però,--diss'ella accennando al ritratto, ora debolmente illuminato dalla luce, che penetrava dalla finestra.

--Neppure. Se sapessi amare, imporrei il mio amore e tu non avresti trovato qui un ritratto. Non so odiare, non so amare, non so volere!--disse il principe lasciando ricadere con una mossa di scoraggiamento la testa sui guanciali, e chiudendo gli occhi per non vedere la sua tormentatrice.

La principessa rimase un momento a guardarlo e poi uscì per andare nella camera in cui si era fatta preparare il bagno, nella piccola tinozza di guttaperca, che viaggiava sempre insieme con lei, e dopo essersi tuffata nell'acqua e vestita in fretta, prese la rozza coperta per i poveri e si mise di guardia nel salotto di don Pio, come faceva a Roma.

Don Pio sentiva il tic-tac rabbioso dei ferri, che gli martellava insistentemente nel cervello e non aveva neppure la forza di dire alla moglie che cessasse. Era ritornato nell'abbattimento, nell'inerzia, non voleva più nulla, non pensava più a nulla altro che al suo dolore.

Il viaggio a Rovigno, la consolazione che ne sperava, tutto era svanito dalla sua mente; era stato un dolce sogno che si confondeva con i sogni della notte. Nel riaprir gli occhi aveva veduto Camilla, e ora ella era là che lavorava, che vegliava implacabilmente su di lui!

Mentre don Pio inerte, senza volontà, stava abbandonato sul letto, e Giorgio preparava quetamente nella stanza la biancheria e gli abiti del principe, fu bussato alla porta del salotto, e donna Camilla, cessando un momento il lavoro, diceva "avanti".

Il Rossetti, tutto umile, col cappello in mano, entrava, e vedendo una signora la salutava fino in terra.

--Scusi,--disse con la sua parlantina,--ero venuto a dire al principe della Marsiliana che sono le nove e il vaporino è pronto.

--Ah, sì! Il principe è ancora in letto e per ora non credo si alzi,--disse donna Camilla.

--Peccato! Mi facevo una festa di condurlo a Rovigno dalla mia Maria!

--Lei dunque è il padre della signora Caruso?--domandò la principessa squadrandolo con uno sguardo freddo.

--Appunto, e il principe voleva andare oggi a trovarla; tutto era fissato e il vaporino aspetta.

--Il principe non verrà; ritorna a Roma stasera,--disse donna Camilla con un sorriso sprezzante.

--Ma il vaporino! Io l'ho fissato; si tratta di un viaggio, non di una gita sulla laguna; mi sono impegnato....

--Non si sgomenti per questo; mandi il padrone a farsi pagare qui all'albergo,--disse in tono offensivo la principessa.

Il vecchio Rossetti, tutto umiliato, uscì dal salotto e per le scale pensava:

--Basta che sieno signori per esser tutti matti, tutti!--e con questa riflessione si consolava dello sgarbo ricevuto.

Don Pio aveva sentito il battibecco fra la moglie e il pittore, e non s'era mosso; egli lasciava che gli avvenimenti si compissero senza far nulla per trattenerli o impedirli. Era una fatalità e dinanzi a quella dea inventata dagli spiriti inerti, egli chinava la testa.

Verso il mezzogiorno si alzò e andando in salotto trovò la colazione pronta. Donna Camilla posò la coperta e prese posto di fronte a lui senza parlare. Quando i camerieri si furono ritirati, la principessa, sorseggiando il caffè, narrava al marito, in tono sarcastico, il colloquio col Rossetti.

--Era molto impensierito per il vaporino, quel poveruomo; si vede che l'interesse è il movente della sua vita. E come favoriva volentieri la tua riunione con la figliuola, come cercava di compiacerti! Chissà mai quali ricompense sperava!--aggiungeva ella con un sorriso perfido sulle labbra scolorate.

--Che anima bassa!--esclamò don Pio guardando fisso la principessa e strisciando le parole, quasi si compiacesse a sferzarla più lungamente con quell'insulto. Poi accese un sigaro e non disse altro.

Egli lasciò che la principessa ordinasse a Giorgio di fare i bauli senza opporsi e che stabilisse la partenza per la sera stessa.

--Occorrerà ordinare una cassetta per trasportare il quadro?--domandò Giorgio approfittando di un momento in cui il principe era solo.

--Non importa, lo riporterete a chi lo ha mandato,--e tracciò poche righe per il Rossetti sopra una carta da visita nelle quali diceva che non voleva privarlo di un ricordo di famiglia, e per questo glielo rimandava ringraziandolo.

--Che cosa hai scritto a quel tenero padre?--domandò la principessa entrando in salotto e vedendo che Giorgio portava via il quadro e una lettera.

--Che tormento che sei, Camilla!--disse il principe fissandola ancora per farle leggere nell'occhio la conferma di quelle parole.

Ormai il principe e la principessa non si usavano più riguardi di sorta; appena aprivano bocca la parola amara correva loro alle labbra, e la lasciavano uscire senza ritegno.

La sera essi ripartivano per Roma, e Giorgio e la cameriera, che li seguivano in un compartimento di prima classe, ridevano delle continue liti dei loro padroni. Carolina, che era una grassa romana dalla bocca sempre atteggiata al sorriso, e canzonava volentieri la sua padrona, compiangeva i viaggiatori, che erano accanto a quella tenera coppia nella carrozza Pulmann.

--Scommetterei che non possono dormire; la signora ha il diavolo addosso!

--E al principe dà di volta il cervello,--rispondeva il cameriere.

Donna Camilla peraltro durante il viaggio non potè sfogare la sua bile con parole, perchè don Pio dormì fino a Firenze. Prima di partire aveva preso una forte dose di cloralio, che gli aveva procurato un sonno pesante e angoscioso. A Firenze era sceso per far colazione, e al _Buffet_ aveva incontrato il principe don Tommasino Lavriani, amico e collega alla Camera, che tornava a Roma da un viaggio a Londra. Don Pio considerò quell'incontro una vera fortuna e invitò il Lavriani a salire nella stessa carrozza che egli occupava.

Parlarono di cavalli, di corse, di politica, e donna Camilla ascoltava senza prender parte al discorso. Ella non aveva altro che un pensiero, e in quel pensiero cercava conforto.

--Non l'ha veduta e torna a Roma!--ripeteva a sè stessa di continuo.

La duchessa Teresa fece le meraviglie vedendo la nuora e il figlio tornare insieme, mentre erano partiti per diversa destinazione.

--Sono andata a raggiungerlo; temeva che stesse male,--disse donna Camilla alla suocera.

Ma la duchessa non tardò a sapere dalla sua cameriera, cui lo avevano raccontato Giorgio e la cameriera della principessa, la gita a Venezia, l'inseguimento e il ritorno precipitoso, e quel fatto le rese anche più antipatica la nuora.

--Perchè, perchè non lo lascia in pace!--diceva ai suoi amici fidati con i quali si confidava.--Lo tormenta tanto che lo riduce vecchio e nullo.

E queste parole le uscivano dalla bocca con una intonazione di dolore vero e profondo. Come era pentita di aver proposto lei quel matrimonio, come si propone un affare; come rimproveravasi di non aver indovinato che quella donnina piccola, esile, dal volto pallido di morta aveva una tenacità di volere, un egoismo così grande che avrebbero distrutto il suo Pio!

Ora non c'era rimedio, bisognava sopportarla come una sventura. La duchessa era molto invecchiata negli ultimi tempi per quei dolori che inutilmente curava col massaggio e con tutti quei rimedi che i medici dei ricchi suggeriscono loro; ella non aveva più la bella energia che aveva conservata fino a tarda età, non aveva più la forza di paralizzare l'opera letale di donna Camilla; ma sentiva tanta avversione per lei che riusciva a manifestargliela in ogni modo: ora ridendo delle sue idee, ora rilevando le stupidaggini che ogni momento si lasciava sfuggire di bocca, ora vantando in presenza del figlio tutte le donne belle, serene, eleganti, le madri circondate da una forte e numerosa figliuolanza.

La principessa, educata al rispetto per la vecchiaia, taceva, ma una volta in camera sua, dove il marito non aveva posto piede da due anni, ella piangeva, pestava i piedi e imprecava ogni sorta di mali, terreni e eterni, sulla testa di quella suocera odiata.

XVI.

La Camera dei deputati era stata sciolta, mentre don Pio era in viaggio, dopo aver votata la nuova legge elettorale per lo scrutinio di lista, e ora erano indette le nuove elezioni per i primi di giugno.

--Che linea di condotta dobbiamo tenere?--domandò Ubaldo al principe quando lo rivide dopo il ritorno.

--Quella che le pare.

--Si porta candidato?

--Faccia lei.

Ubaldo cadeva dalle nuvole e assicurava a tutti che il principe non era guarito, tutt'altro che guarito, e che il suo cervello dava gravi apprensioni.

Ora non stava più rinchiuso in camera di continuo, perchè il desiderio di sfuggire donna Camilla era il più forte che egli provasse, ma portava la sua indifferenza, la sua apatia, alla Camera, al Club della Caccia, negli uffici della _Stampa_ ovunque lo conduceva l'abitudine, e la sua faccia emaciata, tutta la sua persona infloscita, cadente, erano guardate con la stessa cinica compassione con cui si guardava quell'ammasso di macerie annerite che occupavano il posto dove l'elegante teatro sorgeva un tempo: e della prossima fine del principe della Marsiliana si parlava da tutti, come si parlava della imminente, irreparabile rovina del patrimonio Urbani.

Ubaldo e il Rosati prepararono d'accordo il campo per l'elezione di don Pio, e senza che egli avesse nessun fastidio si vide eletto a grande maggioranza. Essi avevano rimesso avanti l'idea della ferrovia in Trastevere, e nonostante che le costruzioni rimaste a mezzo, l'abbandono desolante in cui erano lasciate le vaste estensioni di terreno fuori di Porta Portese, dicessero che quell'idea era abortita, pure gl'illusi, quelli che hanno sempre bisogno di una divinità da adorare, e che, abbandonata la religione, non possono più accendere il lume alla Madonna e mettono sull'altare del patriottismo un candidato da strapazzo, quella schiatta di adoratori cantarono con voce altissima le laudi dell'operoso principe della Marsiliana. Essi lo dipinsero ai loro amici come un modello di signore democratico, amico del popolo, intelligente a segno tale da capire i bisogni degli operai, buono tanto da desiderare di migliorarne le sorti. Così in virtù della campagna che _La Stampa_ faceva contro il candidato dal Governo, competitore del principe, e molto in virtù del sor Domenico e degli amici di lui, che avevano tanto predicato in favore di quel loro apostolo della redenzione del popolo, don Pio ebbe una grande quantità di voti.

Ma non vi furono feste nè pranzi al palazzo Urbani per quel fatto; non volarono, come la prima volta, i tappi delle bottiglie di _champagne_.

--Perchè questa musica?--domandò la principessa udendo a un tratto durante il pranzo, sonare l'inno di Garibaldi nel cortile del palazzo.

--Mi hanno rieletto,--disse don Pio continuando sbadatamente a mangiare.

--Ma tu rinunzi, non è vero?--chiese donna Camilla.

--Non credo: che noia mi dà l'esser deputato?

--Rompi ogni legame con la tua vita di questi ultimi tempi, ritorna a fare il signore; rinuncia a quel recente passato, fallo dimenticare. Le tradizioni di casta e di famiglia s'impongono; rispettale.

--Lascialo in pace, Camilla,--disse la duchessa afferrando l'occasione per contraddirla.--Egli sa meglio di te quello che deve fare. Del suo nome egli solo è custode.

La musica continuava a sonare nel cortile e la voce nasale di donna Camilla echeggiava monotona nella sala.

--Se fosse geloso del suo nome avrebbe conservato il patrimonio, non si sarebbe messo a fare il giornalista e il mestiere dello speculatore, avrebbe avuto vergogna di farsi amico di certa gente, che un tempo non poteva neppur sognare di avere una stretta di mano da un Urbani....

La duchessa tagliava le parole in bocca alla nuora e difendeva il figlio a spada tratta, senza convinzione, per il solo piacere di farle dispetto.

Don Pio non fiatava; raggomitolato su sè stesso, pareva non udisse nulla, neppure la disputa fra le due signore.

A un tratto si alzò, posò un bacio sulla fronte della madre, e andò di là ordinando ai servitori di regalare del denaro ai musicanti affinchè cessassero di sonare.

Pochi minuti dopo, col sigaro spento fra le labbra, era nella stanza di Ubaldo alla _Stampa_. Vi era entrato nell'assenza di lui, per guardare una grande fotografia di Maria che era appesa sopra la scrivania, e la fissava desolato pensando alle speranze che aveva fondate sul viaggio a Venezia, sulla gita a Rovigno, distrutte tutte dalla gelosia di donna Camilla.

--Che maledizione, che seccatura è mai quella donna!--pensava fra sè atteggiando le labbra a un sorriso amaro.

Nell'udire dei passi nella stanza vicina gettò gli occhi su un giornale, che era spiegato sulla scrivania, e finse di leggere.

Il Rosati e Ubaldo, avendo saputo che il principe era in redazione, erano venuti a cercarlo per parlargli dell'onorevole Carrani.

--Creda,--diceva l'Ubaldo,--l'onorevole Carrani trascina il giornale sopra una via pericolosa, gli fa sposare troppo apertamente i suoi risentimenti personali, lo rende antipatico ai lettori; non può non essersene accorto anche lei.

Il principe fece col capo un lieve cenno che poteva significare tanto sì quanto no.

--Fabio ed io che leggiamo i giornali, che vediamo molta gente, ce ne siamo accorti da un pezzo. Piovono alla direzione le lettere degli assidui, che si lagnano dello sfogo delle ire di quell'uomo fegatoso. Non potrebbe, lei, fargli intendere la ragione? Io glielo ho detto, ma il Carrani si crede infallibile e non mi ascolta. Lei, principe, con la sua autorità potrebbe ottenere quello che non ho ottenuto io.

Don Pio guardava Ubaldo senza rispondere.

--Dunque?--domandò Ubaldo.

--Faccia quello che vuole,--disse con aria irata il principe cercando il cappello per andarsene da quel luogo dove volevano costringerlo a operare, dove volevano imporgli delle seccature.

Fabio e Ubaldo scrollarono la testa e capirono che dal principe non potevano ottenere nessun appoggio morale, e volendo ad ogni costo proteggere la _Stampa_ dalla influenza perniciosa del Carrani, perchè sul giornale fondavano le loro speranze d'avvenire, chiamarono il proto e gli dettero ordine che non accettasse più gli articoli dell'ex-ministro, senza farli passare per la redazione.

Quest'ordine, di cui il Carrani non tardò a accorgersi, produsse un uragano. Prima andò al giornale e fece una scena al Caruso e battè i pugni sulla scrivania e lo coprì di villanie. Ubaldo, che aveva il sangue gelato e sapeva sopportare ogni specie d'insulti quando aveva in mira un utile quasi certo, non rispose; affettò anzi una profonda indifferenza. Egli si contentava di dire di tanto in tanto:

--Si rivolga al principe; si lagni con lui.

Il Carrani se ne andò urlando, e dalla Camera scrisse subito una lettera di fuoco a don Pio, nella quale gl'ingiungeva di richiamare al dovere il redattore-capo e, nel caso non volesse chiedergli scusa, di licenziarlo.

Il principe ricevè la lettera, vide che era del Carrani, che era lunga, non la lesse e non vi rispose. Il giorno seguente altra lettera di fuoco, che ebbe la sorte della prima. Il Carrani scoppiava, non ne poteva più e cercava il principe ovunque per dirgli la sua.

Don Pio incontrandolo sulla gradinata di Montecitorio, gli andò incontro e gli disse:

--Ora mi rammento, mi avete scritto.

--Ve ne rammentate un po' tardi.

--Ho tante seccature, scusate.

--E che mi dite?--domandò il Carrani.

--Di che?--replico don Pio meravigliato.

--Ma, delle lagnanze che vi facevo nelle mie due lettere?

--Ora che mi rammento, non le ho lette quelle lettere, no, non le ho lette,--e fissava il Carrani con uno sguardo ebete.

Il Carrani a sua volta dopo aver guardato in faccia lungamente il principe; dopo aver veduto quello sguardo vuoto di pensiero, disse:

--Avete ragione, non c'è nulla da farci, lo stupido sono io,--e salì alla Camera a dire a chi non voleva saperlo, che don Pio della Marsiliana era rimbecillito, che doveva avere una paralisi progressiva del cervello, perchè non ragionava più.

Ed era così infatti. Il suo cervello, poco solidamente organizzato, non era fatto per resistere a tanti urti, a tanti pensieri incresciosi, e specialmente non era fatto per resistere alla persecuzione incessante, noiosa, meschina della principessa. Ora ella aveva scoperto in parte il vero, rispetto allo stato finanziario del marito, e alla persecuzione gelosa aggiungeva quella dell'interesse.

--Per quella donna ti sei rovinato e ci hai rovinati; meritava davvero il conto. Comincia dall'abbandonare il giornale e pentiti delle empietà commesse con quel mezzo.