Il Principe della Marsiliana Romanzo romano
Part 11
Don Pio sentiva quello spionaggio e provava una specie di compiacimento pensando alle sofferente di sua moglie, alla tortura che le imponeva. Quando una persona è d'ostacolo all'appagamento di un desiderio, essa diviene, per chi da quel desiderio appagato spera un conforto, un nemico che volentieri si stritolerebbe, si annienterebbe. E don Pio in quel momento stringeva le mani, si conficcava le unghie nel palmo, come le avrebbe conficcate nelle carni di donna Camilla, se le sue consuetudini signorili non gli avessero impedito di offendere materialmente sua moglie.
Quando Giorgio, sull'imbrunire, portò i lumi, don Pio era affondato in una poltrona fingendo di dormire; lei, con l'occhio fisso sulle ceneri del caminetto, chiedeva loro il segreto che le avevano sottratto.
La duchessa prima di pranzo scese dal figlio, come faceva ogni sera, e allora soltanto don Pio finse di destarsi, di ritornare alla vita. Seppellito in una coperta di pelliccia, con un berrettino di panno scozzese in testa, nell'aprire gli occhi egli vide la sua ridicola figura riflessa in uno specchio, e rise dentro di sè della gelosia della moglie. A chi poteva piacere, chi poteva commovere, brutto com'era?
--Dio, che orrore!--esclamò buttando in terra la pelliccia e andando vicino al grande specchio per meglio esaminarsi.--Potrei servire di spauracchio ai passerotti in un campo di grano.
La duchessa rise di cuore vedendo una espressione gaia sulla faccia del figlio; la moglie sentenziò:
--La bellezza del corpo è la perdizione dell'anima.
--Preferirei esser dannato, piuttosto che brutto come sono ora,--rispose il principe.--Il popolo considera la bellezza come una benedizione del cielo, e io divido l'opinione del popolo. La vista di un bel volto, di un bel corpo mi mette nell'anima la serenità. Credo che anche la coscienza della propria bellezza renda migliori; i brutti sono in genere anche dispettosi.
La principessa sentì l'offesa, che le era diretta, ma continuò impassibile a lavorare alla rozza coperta di lana. Don Pio, che voleva provocare in lei un moto di dispetto e sperava di farla uscire, di liberarsi di quella incresciosa vigilanza, capì che la principessa non avrebbe lasciato quella camera neppure se egli le avesse detto in faccia apertamente:--Vattene!
E si rassegnò sperando che la notte almeno sarebbe stato solo, che la notte avrebbe potuto mettere in carta tutte le idee che gli si affollavano alla mente, scrivere tutte le frasi umili, di pentimento e di adorazione, che in quel momento gli venivano dal cuore alle labbra.
Pazientò prima di pranzo, pazientò durante il pranzo mentre Giorgio assistito da un altro cameriere lo serviva, pazientò dopo, quando la duchessa, donna Camilla e l'Onorati andarono a prendere il caffè intorno al caminetto della sua camera.
In quei giorni l'Onorati, scartabellando le carte d'archivio, aveva scoperto la corrispondenza fra una improvvisatrice napoletana del 1700, nota in Arcadia sotto il nome di Fille Arimantea, con un principe della Marsiliana. Il bibliofilo, leggendo le lettere, quasi tutte in versi, della poetessa e le risposte del principe, aveva ricostruito il ritratto di lei, così al fisico come al morale e giurava e spergiurava che quella donna, nonostante fosse conscia del grande affetto che aveva ispirato all'illustre patrizio, e dell'ascendente che aveva sull'animo di lui, si era serbata onesta.
--Io non credo all'onestà di certe donne che, trovandosi in condizione inferiore, speculano sull'amore che sanno di aver destato in un uomo a esse superiore per nascita e per censo,--disse la principessa.
Don Pio, che capiva il pensiero della principessa ed era ferito dal tono di sprezzo con cui essa parlava, fremeva, pur stando zitto, ma l'Onorati aveva preso ad amare l'eroina di quel romanzetto, prima perchè gli pareva di averla scoperta e in secondo luogo perchè l'intelligenza e la grazia che rivelavano le lettere della Fille Arimantea avevano parlato alla sua immaginazione di poeta-letterato. Egli la difese dunque a spada tratta, e sostenne che la principessa sentenziava in quel modo perchè alla sua età siamo poco indulgenti, e perchè le signore nate in una condizione elevata non sono al caso di apprezzare i nobili sacrifizi, gli eroismi delle donne povere, delle donne che lavorano.
--Non faccio altro che trovarmi a contatto con la miseria,--rispose la principessa,--e queste grandi virtù non le vedo.
--Perchè ella confonde miseria con povertà, perchè la miseria avvilisce e fa cercare avidamente l'aiuto sotto qualsiasi forma si presenta, mentre la povertà è altera, la povertà tollera il presente, perchè la sostiene la speranza di ricompense più alte. Vuole un paragone? la miseria potrebbe essere raffigurata dallo schiavo romano, che presenta la schiena alla frusta del padrone e con la bocca cerca di afferrare i rimasugli che egli lascia cadere dalla mensa sontuosa; la povertà dal cristiano, che ha scosse le catene, e benchè lo dilanii la lame, respinge col piede il dono del ricco e guarda in alto, dove vede brillare la ricompensa, che spetta a quelli che sanno pazientemente soffrire.
--Quanta poesia!--esclamò la principessa in tono aspro.--Caro Onorati, lei ha un bel vestirmi da eroine le sue plebee, tanto non riuscirà mai a convincermi che esse non speculino sull'amore dei signori. Non fanno le oneste altro che quando vogliono ottener molto, o credono si tratti di una speculazione fallita.
Don Pio aveva chiuso gli occhi per non vedere la moglie; vedendola egli non sarebbe potuto rimaner fermo sulla poltrona mentre lei, con la sua voce aspra e nasale, gettava fango a manate sulla pura e onesta donna che aveva fatto vibrare nel principe la corda del sentimento, gli aveva imposto, a lui cinico, a lui miscredente, il rispetto per la virtù, la fede nella onestà femminile.
--Come ti riscaldi, Camilla,--disse la duchessa svegliandosi da un pisolino e sentendo la voce antipatica della nuora, che passava nell'aria producendo il suono di un frustino agitato con mano irata.
La principessa tacque e allora nel silenzio della stanza si udì il tic-tac affrettato, concitato dei ferri, che non era meno increscioso della voce della lavoratrice e ne rivelava lo stato irritante dell'anima.
L'Onorati taceva per non provocare un'altra discussione; il principe taceva fingendo stanchezza e sperando che lo avrebbero lasciato solo; e la duchessa, ora che non udiva più la voce della nuora, dormiva di nuovo placidamente.
Così rimasero un pezzo a far compagnia al fuoco che lentamente si spegneva, finchè l'Onorati capì che era tempo di andarsene, e la duchessa e la principessa, augurata la buona notte a don Pio lo lasciarono solo.
Allora egli, come se avesse rotto l'incantesimo che lo teneva prostrato, si alzò e di scatto buttando in terra la pelliccia e avvicinatosi alla scrivania prese a scrivere, tracciando febbrilmente sulla carta tutti i pensieri, tutte le frasi supplichevoli di oblio e di perdono, che gli si erano affollate alla mente in quelle ore d'inerzia. Ma spesso venivagli fatto di giungere in fondo a un foglio, di aver riempito quattro facciate e, rileggendo ciò che aveva scritto, di non esser contento di una espressione o di una parola, e di gettare il foglio sulla scrivania e ricominciare da capo.
La principessa, che vigilava, che la gelosia teneva desta, stette lungamente in quella notte con l'occhio al buco della serratura e sempre vide il marito intento a scrivere, sempre udì lo scricchiolio della penna sulla carta. Ella era sicura che don Pio scriveva a Maria, e vegliava come un cerbero perchè quella lettera non le sfuggisse dalle mani.
Verso le quattro ella sentì il marito che, uscendo di camera, andò nel salottino, poi aprì l'uscio che dava nella galleria e subito dopo lo richiuse e si coricò, ed ella, sempre con l'occhio e l'orecchio alla porta, spiò il momento in cui don Pio si era addormentato, e, scalza, per non fare alcun rumore, andò ella pure nella galleria al buio, tastò sulla tavola dove il principe soleva mettere le lettere, che Giorgio recapitava in mattinata, ne trovò una sola, l'afferrò e rientrò in camera sua tremante, come se avesse commesso un delitto di sangue.
La lettera che donna Camilla guardava con gli occhi sbarrati era proprio diretta a Maria Caruso, e don Pio, supponendo che la moglie dormisse, e dopo lunghe esitazioni, aveva creduto di destar minor sospetto ponendola, come tutte le altre lettere, al posto consueto, che consegnandola a un domestico il quale poteva essere spiato dalla principessa e indotto a parlare. Egli sapeva che Ubaldo coricandosi molto tardi dormiva fino alle undici e che egli rispettava le lettere dirette alla moglie, perchè voleva che le sue pure fossero rispettate, così era sicuro che Maria l'avrebbe ricevuta mentre Ubaldo dormiva; anche se le fosse giunta mentre egli era desto, la lettera sarebbe giunta chiusa nelle mani di lei.
Donna Camilla aveva messa la lettera dinanzi a sè sul tavolino e su quella busta piovevano direttamente i raggi del lume, che stava posato a poca distanza; ma ella non aveva il coraggio di strappare quella busta, di leggere quello che conteneva. Ora che quel segreto era in suo potere, che non c'era altro ostacolo da rimuovere se non quello di un foglio di carta, il coraggio le mancava, tanto il rispetto per gli ostacoli morali è profondamente inveterato nella coscienza di ogni individuo.
Mentre ella stava a guardare la busta, senza trovare in sè il coraggio di strapparla e di leggere la lettera, un pensiero perfido le traversò la mente.
--Perchè non mando questa lettera al marito?--domandò a sè stessa.--Che m'importa di aver la conferma che don Pio ama perdutamente quella donna? Mi basta che il marito lo sappia, che non possa più ignorare questo legame, e dopo aver saputo tutto sia costretto a andarsene, e la porti via, lontano di qui, quella maledetta creatura che mi toglie tutto!
E con la stessa prontezza con cui quel pensiero sinistro le era balenato nella mente, lo mandò ad effetto. Ella prese una busta stemmata, simile a quella di cui erasi servito don Pio, e dopo avervi scritto sopra l'indirizzo di Ubaldo Caruso, contraffacendo il carattere del marito, chiuse la lettera dentro alla propria busta e andò furtivamente a posarla sulla tavola della galleria. Quando sentì il passo di Giorgio, che andava ogni mattina a prender le lettere, allora soltanto si coricò per non far capire alla sua cameriera che aveva passata la notte vegliando.
Ma quella lunga notte invernale rimase impressa nella monte di donna Camilla come la notte più angosciosa, più tremenda della sua vita. Ella non credeva di poter tanto soffrire; non supponeva neppure che l'affetto disprezzato, la gelosia, il sentimento della inferiorità dinanzi a una rivale, cui la sua mala azione prestava l'attrattiva della vittima e la circondava con l'aureola del martirio, fossero capaci di sottoporre il suo cuore freddo a tanti strazi. E in quel tumulto di passioni le tempie non le martellavano, il cuore non affrettava i suoi palpiti; ella sentivasi invece la testa cinta da un cerchio gelato e il cuore, facendosi immobile, le impediva di respirare. Anche coricata parevale di sprofondare, di essere inghiottita dalla lettiera e allora alzava le mani scarne, afferravasi alle colonne tornite del letto o alle cortine di broccato, e apriva la bocca per gridare, ma nessun suono le usciva dalla gola serrata.
Ingiusta, come tutte le donne gelose, ella non accusava il marito, accusava Maria, e col cuore invocava sul capo di lei tutte le maledizioni più atroci, più spaventose; e come aveva fede di essere ascoltata da Dio, dalla Madonna, dai Santi quando pregava; così nutriva fiducia di essere ascoltata ora che imprecava e malediva.
E avendo coscienza di non poter lottare contro Maria, che, per suo maggior tormento, apparivale bella e adorna di una grazia incantevole, desiderava di vederla scomparire, sparire per sempre dal mondo.
--Fatela morire!--pregava con gli occhi rivolti al cielo, senza che essi s'inumidissero neppure di una lagrima di rabbia.
In quella tremenda notte donna Camilla non provava neppur più rimorso per quel che aveva fatto; non era sgomenta di ciò che poteva accadere se Ubaldo leggeva la lettera di don Pio; tutto le pareva nulla in confronto delle sue sofferenze, e quando il dubbio la invadeva che neppure la morte avrebbe potuto cancellare dal cuore di don Pio l'immagine della bella creatura, allora agitava la testa sui guanciali, cessava d'imprecare, di maledire, di pregare, e provava tutto l'orrore, lo sgomento dalla propria impotenza.
XIII.
--Avete consegnata quella lettera a casa Caruso?--domandò il principe a Giorgio appena desto.
--Sì, Eccellenza, l'ho consegnata alla cameriera.
Dopo quella risposta il principe passò la giornata più tranquillo, mentre donna Camilla non trovava pace. Ora, ròsa dal rimorso, calcolando l'enormità di quello che aveva fatto, temeva ogni momento di veder giungere Ubaldo, di veder giungere i padrini, e sentiva addensare sul capo di suo marito la burrasca provocata da lei.
Ubaldo, destandosi, aveva ricevuto la lettera del principe e stracciata la prima busta ne aveva veduta una seconda all'indirizzo della moglie. Allora, ossequente al principio di non leggere mai le lettere di Maria, si era infilato le pantofole e la veste da camera, e andava a informarsi con premura dello stato di lei e intanto le recava la lettera, Maria impallidì riconoscendo lo stemma sulla parte posteriore della busta e pregò il marito di posare la lettera sulla rovescia del lenzuolo, aggiungendo che l'avrebbe letta dopo, quando si fosse dileguato quel malessere che provava dopo una notte poco tranquilla.
Ubaldo giudicava cosa naturalissima che il principe, ora che stava un po' meglio, scrivesse a Maria per domandarle notizie e per esprimerle il suo rincrescimento per la gravissima disgrazia occorsale, e non si meravigliava punto che Maria non avesse fretta di leggere quella lettera. Ma siccome era convinto che il principe non avesse più la testa a segno dopo l'incendio del teatro e questa convinzione non l'aveva espressa altro che alla moglie, vedendo ora la doppia busta, attribuì quel fatto alla smemoratezza di don Pio e lo comunicò a Maria, dicendole:
--Vedi, avevo ragione!
--Mostrami quella busta,--disse la malata celando sotto un sorriso il sospetto che le era balenato nell'animo. Quando ebbe la busta sott'occhio e s'accorse che l'indirizzo non era della stessa mano, il sospetto si cambiò in certezza, ma invece di aprire l'animo suo al marito, disse:
--È vero, quel povero principe non è punto rimesso dalla scossa avuta; la testa non gli regge,--e sbadatamente aprì la lettera e la lesse, come si leggono le lettere cui non si annette nessuna importanza, intanto che Ubaldo aveva preso in collo il suo Mario e lasciava che il bambino gli tirasse il cordoncino degli occhiali, come se fosse un campanello.
Quando Ubaldo fu uscito per andarsi a vestire, ella, non potendosi muovere, giunse le mani e ringraziò Iddio di non aver permesso che suo marito leggesse quella lettera ardente da cui risultava con evidenza l'insulto fattole dal principe, da cui si capiva come e egli fosse pentito, ma innamorato sempre, più che mai innamorato. Ella pregò con tutto il fervore di cui era capace, affinchè Iddio continuasse a proteggerla contro le persecuzioni della donna cattiva e gelosa, che aveva giurato a lei guerra continua, guerra micidiale.
Dopo quella preghiera si sentì più sollevata, e nascosta nel mobile vicino al letto la lettera di don Pio, che in ogni caso doveva servirle di giustificazione contro qualsiasi sospetto, si dette a pensare con sollievo al momento in cui col pretesto di ristabilirsi in salute sarebbe tornata nella povera casa di Venezia, fra i fratelli e le sorelle, abbandonando Roma dove era stata tanto felice per un certo periodo di tempo, e poi tanto disgraziata.
Durante i giorni che ancora le rimanevano da passare a letto, prima che la gamba fosse guarita, ella assuefaceva il marito e gli amici all'idea di vederla partire per Venezia, parlando continuamente di quel cambiamento d'aria e di vita dal quale sperava la guarigione completa, e mentre ella era sostenuta dalla speranza di sfuggire al pericolo costante che la minacciava, don Pio passava i giorni nell'aspettativa più crudele, e la principessa si angustiava convincendosi che la sua vendetta, quella vendetta che le era costata tanti palpiti e tanto rimorso, era andata fallita o per la vigliaccheria di Ubaldo o per l'accortezza di Maria.
E più il tempo passava e più fermavasi in questo pensiero, perchè si compiaceva di credere la sua rivale complice di don Pio, di credere che ella avesse dalla sua le persone di servizio, e venuta in possesso della lettera non l'avesse consegnata al marito.
Lo stato d'animo, le angustie, i timori del principe e della principessa della Marsiliana erano storia intima, storia di famiglia cui nessuno badava; invece avvenimenti ben più importanti attiravano l'attenzione della città e del paese. Le cose si erano avverate a puntino secondo i calcoli dell'onorevole Carrani. Due dei cinque uomini politici che capitanavano i diversi gruppi del partito d'opposizione, erano andati al potere in una crisi ministeriale, ma proprio il Carrani era rimasto fuori, ed egli separatosi dai due antichi colleghi, ora ministri, li tacciava di fedifraghi e li combatteva nella _Stampa_ con una violenza inaudita. Gli altri due, perduta ogni speranza, avevano rinunciato alla lotta. Così il giornale non era più l'organo di un partito forte e compatto, ma di un uomo bilioso, di un uomo che aveva dei rancori, dei risentimenti da sfogare, e li sfogava specialmente contro i suoi due amici saliti al potere, di cui conosceva tutte le debolezze, tutte le meschinità.
Se il principe si fosse come prima occupato del giornale, avrebbe trattenuto i furori del Carrani, avrebbe portato una nota di moderazione in tutta quella violenza; ma il principe non aveva più interesse a nulla, non leggeva neppur più la _Stampa_, e a Montecitorio non andava da due mesi.
Ogni volta che la madre lo spingeva a scotere l'inerzia, a uscire, egli rispondeva:
--Sono tanto brutto,--e si tirava la coperta sulle gambe, il berrettino sugli occhi e si affondava nella poltrona.
Quando il cosidetto viceprincipe andava ad avvertirlo che scadevano delle forti cambiali alle Banche e che non c'era come far fronte agli interessi, il principe rispondeva:
--Creiamo altre cambiali,--e firmava, firmava strisce di carta bollata, come avrebbe firmato una lettera di nessun valore.
Pareva che dopo quella sera dell'incendio una molla si fosse spezzata in lui e ora era una cosa inerte, senza volontà e senza energia.
Il Rosati, Ubaldo, il Suardi, i suoi amici stessi evitavano di andarlo a visitare, perchè pareva che fosse noiato di vederli, e quell'uomo che per il passato non poteva stare un momento in casa, che in una giornata stancava due pariglie di cavalli, faceva cento cose diverse o si vedeva per tutto, ora non si moveva più di camera, e nelle lunghe serate invernali non aveva altra compagnia che quella della madre dormente, di donna Camilla, che lavorava in silenzio alle rozze coperte per i poveri, e dell'Onorati, che parlava per isfogare la sua loquacità, ma non perchè don Pio lo incoraggiasse, prestandogli attenzione o rivolgendogli domande.
Il palazzo Urbani era divenuto muto; nessuna carrozza entrava più rumorosamente nel cortile, la duchessa non riceveva più la sera, donna Camilla aveva sospesi i suoi giovedì, i servitori stanchi dell'inerzia dormivano tutto il giorno nell'anticamera. Don Pio era più stanco, più noiato di tutti per quella inerzia del corpo e della mente, ma non osava scoterla, tanto ogni movimento gli riusciva increscioso, tanto ogni desiderio, ogni speranza gli era morta nel cuore dopo che Maria non gli aveva inviato quel perdono che egli le aveva chiesto con un ardore, con una umiltà di cui non si credeva capace. Ora che gli rimaneva più dopo che quella consolazione gli era stata negata?
Noiato di una vita male spesa, disprezzando quel nome, quella posizione e quelle ricchezze che non gli avevano saputo cattivare un cuore di donna, don Pio provava il distacco da tutto, e se vi era una speranza che gli desse la calma momentanea, la pazienza per trascinare quel martirio, era lo stato della sua salute, consunta da un male di cui il professor Bonelli, il medico più celebre di Roma, non poteva dirgli in che consistesse, come si potesse sollevare. Don Pio sentiva ogni giorno più scemare le forze e guardava con compiacenza le mani scarne, che avevano preso il colore dagli antichi avori, guardava il suo volto emaciato, gli occhi infossati, i capelli incanutiti, e quella rovina di tutto l'essere suo gli diceva che la fine non poteva esser lontana, quella fine che gli prometteva, a lui cinico, a lui che non aveva mai guardato al di là dell'esistenza terrena, non una vita di beatitudine, ma un riposo eterno, l'oblio di tutto, il silenzio, l'annientamento. Quest'unica speranza, che sorgeva, fiore solitario e rigoglioso sopra un campo sacrato alla morte, lo attraeva irresistibilmente, gli faceva provare una specie di voluttà nel vedere spezzate tutte le gomene, rimossi tutti i puntelli che lo tenevano inchiodato alla vita. Non vedeva il momento che l'ultima gomena fosse infranta, che l'ultimo puntello cadesse, affinchè la nave della sua esistenza scendesse nel mare profondo del nulla e prontamente vi si sommergesse. Per questo non si turbò, non alzò neppur la testa quando un giorno l'intendente gli disse che mancavano i capitali per continuare le costruzioni a Porta Portese.
--Vendete dei terreni,--disse il principe.
--Non si trovano compratori.
--Allora lasciate gli edifizi a mezzo.
--Ma che cosa si dirà di lei, Eccellenza?--rispose l'intendente sgomento da quella apatia.
Don Pio alzò le spalle e fece con la bocca una smorfia d'indifferenza.
--Si dica quello che si vuole, che me ne importa?
Ma l'intendente, che non s'era ancora arricchito quanto sperava con il patrimonio Urbani e non voleva si dicesse, per non nuocere al credito, che non v'erano denari per continuare le case, creò ipoteche su quelle quattro mura appena alte pochi metri dal suolo e tornò dal principe a consigliarlo di diminuire le spese della _Stampa_. Egli tremava dando quel consiglio, poichè sapeva quanto don Pio teneva al giornale. Per questo fu molto meravigliato nel sentirsi rispondere:
--Prendete una misura più radicale; ammazzatela.
--E i capitali che è costata?
--Non li piango io, perchè dovete piangerli voi?
--E gli abbonati?--domandò l'intendente sgomento.
--Si rimborsano. Non avete capito che non m'importa nulla del giornale, che non m'importa di nulla?
L'intendente non fiato più, non interrogò più don Pio su nulla. Faceva o disfaceva di propria iniziativa, e soltanto allorchè doveva far fronte a impegni, diminuire cambiali, pagare interessi e non poteva farlo da sè, presentava nuove cambiali al principe, il quale firmava senza leggere, senza dir parola.
La duchessa, vedendo il figlio ingolfarsi nei debiti, vedendolo camminare a occhi chiusi verso la rovina, gli dava dei consigli, lo esortava a partire per un lungo viaggio e a lasciare a lei la cura di strigare quella intricatissima matassa. Lo assicurava che ella ne avrebbe trovato il bandolo e che sarebbe stata tranquilla, purchè si fosse riavuto di spirito.
--Nel vederti così abbattuto, io non ho più forza, più energia; sento tutto il peso degli anni.--dicevagli la madre con quella tenerezza, che non aveva nel cuore altro che per lui.
--Sono finito,--rispondeva egli scrollando mestamente il capo.
--Ma non rifletti, Pio, che questa rovina ti espone allo scherno della moltitudine, che in questa rovina tu coinvolgi tutta la gente che ci sta d'intorno, che questa rovina sarà per tanti e tanti una catastrofe?
--Sono finito,--rispondeva il principe socchiudendo gli occhi per non essere noiato da consigli e da esortazioni che non voleva ascoltare.