Il Principe della Marsiliana Romanzo romano
Part 10
Il tono con cui don Pio parlavale era così umile, egli pareva così rassegnato a rinunziare ad amarla, così afflitto, che ella non seppe negargli quel favore domandato tanto supplichevolmente, e alzatasi mise il piede nel santuario che era stato creato per lei. Appena l'occhio di Maria si volse in giro fu dolcemente impressionato dalla perfetta armonia di stile e di tinte che regnava nel salottino, e il suo istinto d'artista si destò, l'occhio perdè l'abbattimento che dava a tutta la fisonomia un'espressione di languore, ed ella prese a guardare, ad ammirare le stoffe, i quadri, i mobili e le porcellane. Mentre ella aveva voltato le spalle alla porta, don Pio sfilò la chiave dalla parte esterna, chiuse dal lato interno e si mise prontamente la chiave in tasca.
Nel voltarsi per domandargli che cosa rappresentava un gruppo di Capodimonte, Maria si accorse che dal viso di don Pio era scomparsa l'espressione umile e supplichevole, che gli occhi gli brillavano di cupidigia, e sulle labbra aveva un sorriso cinico.
Allora capì tutto, capì il tranello, capì che era prigioniera, che bisognava lottare, e, correndo alla porta, la scosse per aprirla, ma la porta resistè.
Fiera e sdegnosa si piantò allora in faccia a don Pio e squadrandolo gli disse:
--Se è un uomo d'onore, si rammenti della promessa che mi ha fatto.
--Non so quello che sono in questo momento; so che qui siamo soli e che ti amo come un pazzo e che sarai mia.
--Viva mai!--rispose Maria senza levar gli occhi da quelli del principe.
--Vedremo,--rispose egli, e afferratala per un braccio cercò di gettarla distesa sul lettuccio coperto dalla nivea pelle d'orso. Ma ella, con una forza raddoppiata dalla disperazione, si svincolò dalla stretta di lui e incominciò a correre per la stanza, rovesciando mobili affinchè le servissero di barriera, schivando le mani avide che si stendevano di continuo per abbrancarla, respingendo quella bocca protesa per cogliere un bacio sul suo volto. In quella lotta il ramino si rovesciò, lo spirito corse come un rivo di fuoco sul tappeto e la fiamma, appiccatasi a un tratto alla cortina di seta che copriva la porta, salì in un lampo fino alla vòlta.
Don Pio si fermò spaventato, e Maria profittando della confusione, spalancò la finestra, e senza pensare al pericolo cui andava incontro, senza pensare ad altro che quella finestra la salvava dall'onta, la salvava dalla macchia che le faceva più orrore della morte, spiccò un salto e cadde come morta sul selciato della strada.
Due persone, che passavano in quel momento dal lato opposto del marciapiede videro volare quel corpo, udirono il tonfo e accorsero a sollevarla, ma prima che avessero tempo di far commenti sul fatto, videro un gran chiarore e delle lingue di fuoco che s'erano aperto un varco attraverso la finestra spalancata, e crederono che Maria si fosse gettata di sotto per non morire bruciata. Altri passanti sopraggiunsero, e fra quelli un tipografo della _Stampa_, che riconobbe Maria, e corse al giornale ad avvertire che il teatro era in fiamme e che la signora Caruso, sgomenta, si era gettata dalla finestra.
Don Pio, scottandosi le mani, bruciandosi i capelli e il volto era riuscito a toglier la chiave di tasca, ad aprire la porta e a fuggire per il teatro chiedendo aiuto, gridando come un pazzo. Ma le fiamme, le fiamme alimentate dal vento, che penetrava dalla finestra spalancata, correvano anch'esse con marcia trionfale dal palco della _Stampa_ su verso i palchi superiori, sul palco scenico, e prima che il Rosati, il Suardi e Adriana se ne fossero accorti, avevano già avvinto nelle loro immense spire infuocate tutta la sala del teatro.
Nel veder fuggire don Pio solo, don Pio che pareva una bestia inseguita, tutti si diedero a rincorrerlo, domandandogli con alte grida:
--E Maria? Dov'è Maria?
Ma egli non si fermava; correva sempre, correva precipitosamente finchè non cadde nell'ingresso del giornale, dove in quel momento trasportavano Maria priva di sensi.
Fra tutta quella gente, che si affollava a prestar cure alla signora Caruso e al principe della Marsiliana, e che si faceva sempre più numerosa per il sopraggiungere degli operai della tipografia e dei passanti, che entravano liberamente nell'androne della _Stampa_, non vi fu nessuno che in sulle prime pensasse ad avvertire i pompieri. Tutte le teste si protendevano per vedere la bella donna stesa esanime sopra un materassino, tolto alla camera del portinaio, e per veder don Pio con gli occhi chiusi, i baffi e i capelli bruciati, seduto sopra una sedia, senza dar segno di vita. Fabio Rosati fu il primo che riacquistasse il sangue freddo, e dopo aver domandato se i vigili erano giunti, si staccò dal fianco del principe per andare al telefono ad avvertire tutte le stazioni dei pompieri. La sua voce echeggiava sinistramente in quel silenzio sepolcrale, e quelle parole di "aiuto, soccorso" che egli ripeteva continuamente facevano rabbrividire quanti le udivano, perchè quelle due vittime, che giacevano lì inanimate, erano le prime, ma non le ultime, che poteva fare l'incendio.
Un medico trovandosi a passare per caso, entrò e, fattosi largo fra la folla si avvicinò a Maria, le mise l'orecchio sul cuore e ordinò che fosse adagiata in una carrozza e condotta a casa. Ubaldo, che le era stato fino a quel momento inginocchiato accanto, la prese fra le braccia e passò in mezzo alla gente raccogliendo le parole di commiserazione che la vista di quella bella creatura strappava a tutti.
--Poverina! Pare morta!--diceva la gente cercando di farsi strada fra la folla per accompagnarla.
Il medico voleva seguire Maria, ma il Rosati lo trattenne e lo condusse accanto al principe, che era tuttavia privo di sensi e pareva mummificato.
--Trovami un chirurgo, subito, per carità,--aveva detto Ubaldo al Suardi il quale avevalo aiutato a adagiare Maria nella carrozza. E il Suardi era andato correndo in due o tre farmacie e poco dopo giungeva a casa di Ubaldo insieme con un chirurgo, il quale spogliata la ferita trovò che aveva una gamba rotta e non nascose che il caso era complicato da una forte commozione cerebrale.
Il bambino di Maria, il piccolo Mario, s'era destato all'improvviso udendo delle voci in camera, e seduto sul letto piangeva chiamando la mamma e irritandosi perchè non otteneva risposta da lei. Una folla di gente composta della portinaia, dei pigionali, di curiosi, empiva la stanza, e il bel corpo abbandonato era profanato dagli sguardi di tutti.
Senza che Maria riacquistasse i sensi le fu fatta la fasciatura della gamba. I begli occhi restavano chiusi, tumefatti, circondati di nero, e dalle labbra coperte di bava usciva un lamento continuo straziante.
Il chirurgo aveva pensato a spogliare Maria per assicurarsi che non vi erano altre fratture, le aveva tolto di testa il cappello, ma nessuno aveva pensato a levarle i lunghi guanti, che le giungevano fino al gomito, nè la sciarpa che le avvolgeva il collo.
Adriana, accorse anche lei a casa dell'amica e vedendola così sconciamente esposta agli sguardi di tutti, fece uscire di camera gli estranei, le tolse i guanti, la sciarpa, la coprì, raccolse le vesti e si dette a vegliarla.
Ubaldo non capiva nulla, pareva pazzo; non vedova nulla altro che quella povera donna che credeva dovesse spirare a un tratto.
Egli non aveva mai pensato che Maria potesse morire, nè l'aveva mai veduta ammalata, e ora che ella giaceva inerte, quasi morta, sentiva come quella dolce creatura con la sua bontà, la sua sommissione, la sua dolcezza, le fosse divenuta cara, indispensabile; e rimpiangeva gli anni trascorsi lontano da lei in una abbietta dimenticanza, come i più tristi della sua esistenza.
--Maria! Maria mia!--egli diceva di continuo fissandola, toccandola, scotendola.
Tutta la notte Adriana, il medico e Ubaldo vegliarono Maria e ogni momento giungevano il Suardi o Fabio Rosati a domandar notizie di lei, e portavano ragguagli desolanti sui progressi dell'incendio. I pompieri lavorando faticosamente, aiutati dai soldati, non potevano tentar altro che d'isolare il palazzo Urbani e la casa della _Stampa_ dal teatro in fiamme; tutto era perduto, perduto irremissibilmente, e il principe, che aveva ripresi i sensi, si aggirava come un pazzo pel cortile, nelle vie che circondavano il palazzo e il teatro, asserragliate dai cordoni di militari, e guardava istupidito quelle braccia operose, che cercavano di salvare almeno i tesori artistici della sua famiglia, e la sede del suo giornale.
Quando il Rosati gli aveva detto che Maria, per isfuggire un pericolo ne aveva affrontato un altro, e che ora era quasi morente, egli lo aveva guardato senza dar segno di commozione, senza rivolgergli nessuna domanda.
A giorno, quando la luce pallida di una piovosa giornata di novembre aveva illuminate le rovine del teatro, da cui si sprigionavano ancora buffi di fumo nerastro, e che don Pio aveva veduto invece dell'elegante edifizio, che il giorno prima era il suo orgoglio, un ammasso di travature rose dal fuoco, di materiali anneriti dal fumo, di statue mutilate e insozzate dal fango, s'era messo le mani agli occhi ed era corso a rifugiarsi in camera sua, dove Giorgio, che lo aspettava, avevalo messo a letto.
La duchessa e donna Camilla, che avevano passato la notte trepidanti, appena saputo che il principe era tornato, si affrettarono ad andare da lui, ma don Pio teneva gli occhi chiusi, non rispondeva, e pareva volesse isolarsi da ogni persona, da ogni pensiero che non fosse quello della sventura che colpivalo.
Anch'egli fu curato, ma il medico assicurava che le scottature non erano gravi, e attribuiva specialmente a una violenta commozione dell'animo lo stato di abbattimento in cui trovavasi il principe.
--Ma come si è sviluppato l'incendio?--domandava la principessa con insistenza al Rosati e al Suardi, che andavano ogni momento fino nel salotto di don Pio a chieder notizie.
Nessuno lo sapeva, nessuno poteva spiegarglielo ed ella supponeva che le nascondessero un mistero, perchè il ragionamento dicevale che una prova di luce elettrica non può mettere in fiamme un teatro.
Quando le dissero che la signora Caruso era ferita, gravemente ferita per essersi gettata da una finestra, un sospetto le balenò nella mente e più che mai fiutò un mistero in quell'appiccarsi improvviso del fuoco, e promise a se stessa di non allontanarsi un momento dalla camera di suo marito, finchè quel mistero non fosse nelle sue mani, finchè ella non si fosse vendicata.
Non sapeva bene contro chi avrebbe tratta quella vendetta; il marito era annientato, Maria era morente, ma nonostante, il suo cuore arido si rallegrava al pensiero della vendetta.
XI.
Mentre la principessa non trovava nel suo cuore, neppure in quel momento doloroso, una piccola dose d'indulgenza, nè di tenerezza, e vegliava il marito con l'impassibilità di un carceriere cui è stato affidato un colpevole, Maria, nel riaprir gli occhi, alcuni giorni dopo la tremenda scossa, stendeva le braccia amorose a Ubaldo e sorrideva pensando che aveva saputo serbarsi pura e onesta. I dolori che soffriva le rammentavano la lotta sostenuta, ma le rammentavano pure che aveva vinto, che aveva vittoriosamente trionfato di tutte le insidie tesele, e il pensiero di aver fatto il suo dovere le dava la forza di tollerarli, come avviene ai soldati feriti nella difesa della bandiera, che è un bene ideale, come l'onore e la virtù.
--Paurosa!--le diceva il marito alludendo al salto disperato, ed ella sorrideva e diceva che aveva perduto la testa, che il fuoco mette lo sgomento addosso, ma non diceva altro perchè ora, meno che mai, voleva porre suo marito nel caso di battersi col principe, di perdere la sua posizione. Appena rimessa, voleva andare a Venezia dai suoi, sparire per un certo tempo e farsi dimenticare.
Il medico le aveva proibito di parlare ed ella sorrideva, non potendo ringraziare Adriana, il marito, e quanti la curavano; sorrideva dolcemente e la sua bell'anima serena non era sgomenta neppure dal tragico fatto che inchiodavala a letto. La sua onestà aveva trionfato ed ella non osava lamentarsi, non osava disperare nell'avvenire.
Quando le dipingevano lo stato del principe, il suo pertinace mutismo, lo abbattimento a cui era in preda, diceva:
--Poveretto!--e non aggiungeva altro.
Dopo i primi giorni, nei quali tutta Roma e l'Italia non facevano altro che parlare dell'incendio del teatro e del principe della Marsiliana, e i telegrammi piovevano al palazzo Urbani, e le carrozze patrizie facevano fila davanti al portone per aver notizie di don Pio tutto ritornò nella calma. Roma, distratta da un tremendo omicidio commesso in una delle vie più frequentate, non si occupò più del disastro della "Fenice", nè dei feriti, e i giornali cessarono dal darne le notizie.
Ma intanto che il principe si rendeva invisibile agli occhi di tutti, intanto che nessuno dei suoi ingegneri, dei suoi accollatari temeva di vederlo giungere da un momento all'altro alla Marsiliana per visitare a che punto erano i lavori di un canale emissario, che egli faceva scavare attraverso i suoi possessi e che doveva portare al mare le acque che rendevano l'aria mefitica stagnando, e che nessuno temeva di vederlo comparire su quella vasta distesa di terreno che aveva acquistato a Porta Portese, si commettevano, a danno suo, le truffe più ardite e più sfrontate. Alla Marsiliana si facevano lavorare gli operai mezza giornata soltanto, a Porta Portese appena un'ora la mattina e un'ora la sera. I muratori andavano all'appello, poi dagli accollatari, dagli ingegneri stessi erano mandati a lavorare in altri punti della città, a far progredire altre fabbriche che essi dirigevano, mentre quelle di don Pio si alzavano lentamente dal suolo, e don Pio pagava, e don Pio si dissanguava per supplire a quelle immani spese. E così era per tutto: i suoi eccellenti foraggi, i suoi grani, i suoi vini, i suoi latticini si vendevano, al dire degli intendenti, a un prezzo bassissimo, il suo bestiame, i suoi cavalli, allevati con cura, costavano somme enormi e non davano che uno scarso provento; tutto quello che per altri è sorgente di ricchezze, per lui, per lui solo era un mezzo per precipitare alla rovina. Pareva che tutti si fossero dati l'intesa per tagliargli a brandelli quel vistoso patrimonio che la duchessa Teresa aveva con tanta cura e con tanta pertinacia mondato dalle passività, dalle ipoteche e dagli oneri, pareva che egli fosse caduto nelle mani di una associazione di malfattori, che si fossero data la parola d'ordine per ridurlo sulle cinghie. Invece ognuno ubbidiva a un movente personale, e nessuno aveva rimorso di quel che faceva, poichè il principe della Marsiliana era considerato generalmente come un uomo destinato a essere spogliato, a essere ingannato. Rubare sfacciatamente a lui, era come coglier dell'uva in un campo aperto, esposto ai viandanti, non sorvegliato, non difeso da nessuno. Era questione di tempo; chi prima arrivava, prima prendeva, ma il campo era cosa di tutti, aperto a quanti avevano la fortuna di sfruttarlo. E così era nella _Stampa_. Il direttore della tipografia comprava, con i denari del principe, caratteri di lusso, inchiostro, torchi, motori, carta e portava tutto in altro locale dove lavorava per conto proprio; gli uscieri vendevano i libri da dare in premio agli associati, le cromolitografie, i giornali; gli abbonamenti che non venivano per mezzo della posta erano il provento degli impiegati subalterni di amministrazione, che li registravano sopra un bullettario speciale e non li passavano mai al cassiere, mentre gli abbonati ricevevano il giornale; i redattori stessi si appropriavano i libri della biblioteca Urbani, si facevano portare a casa opere intiere senza farsene scrupolo. Ora poi che don Pio si sottraeva agli sguardi di tutti, il piglia piglia era divenuto generale; pareva che tutti avessero la convinzione che il principe non dovesse più risorgere, più mostrarsi, che già il suo corpo mandasse un puzzo di cadavere, e quella caterva di uccelli di rapina, resi più che mai famelici, lo divoravano vivo, sciupavano, disperdevano ciò che valeva più di lui, lo privavano di quel prestigio, di quella forza che dà agli esseri nulli la ricchezza. E don Pio della Marsiliana sonnecchiava apparentemente, senza curarsi di niente altro che di Maria. Non ne sapeva nulla da quella notte tremenda e a momenti si figurava che Maria fosse morta, morta per colpa sua. Allora un rimorso tremendo lo assaliva, allora pentivasi acerbamente di averla sacrificata e col cuore le parlava, implorando dall'anima di lei il perdono.
Dopo una ventina di giorni di abbattimento il principe si riebbe un poco e incominciò ad alzarsi per esser liberato dalla sorveglianza continua della moglie. Di Maria non domandava a Giorgio, alla madre, a nessuno. Aveva paura che i suoi dubbi ottenessero una conferma, che qualcuno gli dicesse che era morta, morta davvero, e non sentivasi la forza di sopportare la dolorosa conferma, che gli avrebbe inflitto un eterno rimorso. Egli era orribilmente sfigurato per la mancanza dei capelli e dei baffi e per quelle scottature alle labbra e alla fronte, che lo facevano parere un lebbroso; inoltre la fisonomia aveva acquistato un'espressione sinistra, e gli occhi erano sbarrati e sgomenti.
Don Pio si alzava, ma non voleva veder nessuno, non parlava mai e appena udiva un cameriere trasmettere a Giorgio il nome di un visitatore, faceva un cenno di noia con la mano, e il visitatore era rimandato.
La malattia del principe, la sua indifferenza per tutto quello che tanto occupavalo per il passato, quell'abbandono in cui aveva lasciato la _Stampa_ non erano risentiti dal giornale, poichè l'Ubaldo, appena vide la moglie riavuta, ritornò imperterrito al lavoro e diresse la lotta contro i due ministri della Marina e di Grazia e Giustizia con quell'accanimento e con quell'acrimonia, che erano la forza del giornale d'opposizione. Un foglio ufficioso del presidente del Consiglio rispose a quel fuoco di fila con un solo articolo pieno di attacchi mal celati ad arte contro il principe della Marsiliana. Ubaldo Caruso, non sapendo se ribattere o no quegli attacchi, andò al palazzo Urbani e come al solito penetrò fino nella galleria attigua al salotto di don Pio, e chiese di essere introdotto. Il principe, che aveva udito la voce di Ubaldo, ordinò che passasse subito, e quella preferenza non sfuggì a donna Camilla, che non si era mossa dalla poltrona alla quale pareva attaccata come un'ostrica a uno scoglio: ella si convinse che don Pio, in mezzo a quella rinunzia a ogni attività della mente e del corpo, era sempre innamorato di Maria, e il pensiero di quella donna era l'unico che gli rimanesse.
Ubaldo aveva saputo dai domestici in quale stato di abbattimento fosse il principe, ma non credeva mai che la distruzione fosse così grande. Non per questo si sgomentò come sgomentavansi i suoi colleghi per la malattia di don Pio. Egli capiva che anche se il principe fosse venuto a mancare, la _Stampa_ aveva da campare floridamente di vita propria, poichè i capitali che vi aveva profusi, le assicuravano l'avvenire, se peraltro chi la dirigeva, aveva la pertinacia necessaria per rimanere sulla breccia, per combattere sempre, ed egli sentiva di possedere quella virtù. Questa sicurezza nelle proprie forze, queste vedute più larghe di quelle della comune dei suoi colleghi, gli davano la calma nel lavoro e gli permettevano di guardare quel povero principe della Marsiliana senza turbarsi.
Naturalmente Ubaldo parlò molto della moglie, esaltò il fascino della rassegnazione, della serenità di lei nella sventura, ne lodò le grandi virtù e disse che si stimava fortunato di averla per compagna; anche se tutto gli venisse a mancare e gli restasse solo la sua cara Maria, si crederebbe preferito dalla sorte.
Il principe lo ascoltava senza batter palpebra e in cuor suo diceva che Ubaldo aveva ragione. Anche lui si sarebbe stimato l'uomo più fortunato della terra se avesse avuta Maria per compagna, o anche per amica. Ora, in quella grande prostrazione i desideri tacevano e l'amore del principe per Maria si era trasformato, si era purificato.
Egli non sarebbe stato più capace di chiuderla in una stanza, di costringerla con la forza a subire un amore, che ella non divideva; ora egli non sarebbe stato capace di altro che di inginocchiarsi davanti a lei, e baciandole il lembo della veste implorare un perdono che sentiva di non meritare.
Il rimorso dell'offesa fattale, del pericolo cui avevala esposta per difendere il suo onore, lo torturava, e soltanto una buona e dolce parola di lei, sentiva, gli avrebbe reso la vita.
E mentre il marito lodava le virtù della sua buona e cara compagna, e la principessa fremeva di rabbia inghiottendo gl'insulti che le salivano dal cuore alla gola per quell'uomo, che credeva consapevole dell'amore di don Pio, la speranza di esser perdonato s'infiltrava nell'anima del principe.
--Dunque,--concluse Ubaldo alzandosi per uscire,--debbo rispondere agli attacchi?
--Lasci correre,--rispose don Pio,--io non chiedo altro che la pace, nulla mi punge più.
--Ma il tacere equivale al sancire col silenzio gli attacchi; vede? alludono allo stato della sua mente, alla rovina del suo patrimonio e sono voci che non si possono lasciar correre impunemente.
--Quando non importa a me....--disse don Pio atteggiando la bocca a un sorriso cinico.
Ubaldo non rispose; chinò il capo e incurvò la persona dinanzi a donna Camilla, che gli rispose con un cenno appena visibile della testa accompagnandolo con uno sguardo di sprezzo, e salutato il principe uscì.
XII.
Appena don Pio fu rimasto solo lo assalì il desiderio prepotente di ottenere il perdono di Maria, ma come chiederlo? Non poteva uscire e non sarebbe potuto uscire per un pezzo perchè era deforme; non poteva far chiedere a Maria quel perdono da altri; bisognava che scrivesse. Il pensiero di affidare una lettera, che doveva passare per più mani prima di giungere a destinazione, il segreto del suo cuore, l'onore di quella donna, che ora aveva per lui il prestigio delle sante figure muliebri cui la virtù pone una aureola di raggi luminosi intorno al capo, lo sgomentavano, ma tanto per isfogare il suo dolore, il suo pentimento, prese la penna e si mise a scrivere a Maria, gettando poi nel caminetto tutte le lettere umili, pentite, appassionate, nelle quali aveva versato l'amore che lo consumava.
Mentre stava guardando la fiamma che divorava alcuni pezzi di carta e con le molle spingeva quelli rimasti illesi sui carboni, donna Camilla entrò nella camera del marito, e con l'occhio indagatore, l'occhio geloso, che indovina prima di capire, seppe che il marito aveva scritto a Maria, e se avesse potuto, se egli non fosse stato presente, si sarebbe inginocchiata dinanzi al caminetto e con le sue mani, che avevano orrore della polvere, che si chiudevano come le foglie della sensitiva, appena qualche cosa di sudicio le sfiorava, avrebbe disputato al fuoco quei pezzetti di carta, che contenevano la confessione di suo marito, il suo grido di dolore, l'appello che faceva alla generosità di un cuore di donna.
Ella finse di non accorgersi di nulla e sedutasi su una poltroncina, a fianco del caminetto, spiegò la rozza coperta di lana, stendardo di beneficenza, dietro alla quale nascondeva la perfidia del suo carattere, e, come una assistente cui il dovere impone di non muoversi dalla camera di un malato, rimase a spiare l'impazienza del marito, il suo abbattimento, il suo amore.