Il ponte del paradiso: racconto
Part 9
Raimondo Zuliani aveva bene inteso che tutta la serie dei mali minacciati alla sua Livia risguardava il futuro, e un futuro abbastanza remoto da lasciar tempo a provvedere e fondata speranza di scongiurarli. Perciò era presto uscito d'apprensione, non restandogli altra cura nell'animo se non quella di obbedire ai consigli del medico. Una cosa era ben risoluta, che sul finir di gennaio, o sui primi di febbraio, alla più lunga, avrebbe condotta la moglie in un clima più confacente alla sua salute. La gita in Liguria gli sorrideva: quanto agli affari del banco poteva fidarsi del signor Brizzi, uomo pratico, accorto, ed onesto a tutta prova. Del resto, pei casi ordinarii avrebbe provveduto il carteggio, e per gli straordinarii il telegrafo. In questi pensieri, aveva finito di calmarsi. Ed anche si calmava la signora, che la mattina seguente non aveva più nulla, nè dolori vaganti, nè tosse, nè agitazioni, nè ardori alla pelle. Certo, per quella volta, i fenomeni isterici non c'entravano affatto; il guaio era tutto venuto dal gran caldo nel salotto delle signore Cantelli. Anche i medici, poveracci, qualche volta la sbagliano.
Oh, a proposito, una visitina alle signore Cantelli non era mica da tralasciare. Gli premeva la felicità dell'amico, e prima di muoversi da Venezia voleva anche per quel rispetto aver messe le cose a buon termine. Per intanto occorreva sapere se la signora Eleonora avesse ricevuto lettere dal marito, e notizia del giorno ch'egli sarebbe capitato a Venezia, come prometteva di fare.
Andò dunque al Danieli, e di mattina, per esser sicuro di ritrovare le signore in casa; se no, ad aspettare dopo colazione, c'era rischio che col "felice mortale" fossero andate a fare qualche artistica passeggiata. Salito all'appartamento delle signore Cantelli, trovò in salotto la signora Eleonora sola, accigliata e più taciturna del solito.
-- E la nostra bella Margherita? -- chiese egli, guardando attorno, dopo aver fatto i suoi convenevoli.
La signora Eleonora scosse la testa, e battè un pochettino le labbra.
-- Incomodata; -- rispose poi asciuttamente.
-- Oh, senti! E da quando? --
-- Da ieri.
-- Strano! E mia moglie, che è stata qui, non me ne ha detto nulla!
-- Era appunto da noi, -- replicò la signora Eleonora, -- quando la mia figliuola si sentì venir male.
-- E la cagione? -- domandò Raimondo. -- Forse il troppo calore dei camini....
-- Diciamo il troppo calore; -- mormorò la signora Eleonora, assentendo a mezza bocca.
-- Dico questo, -- riprese Raimondo, un po' sconcertato, -- perchè mia moglie, appena ritornata a casa, si è messa a letto con dolori per tutta la persona, accennando al freddo della strada dopo il gran caldo che aveva sentito qui. Ma il riposo assoluto e i pronti rimedii del medico le hanno fatto bene, tanto che ora ha potuto alzarsi un pochino.
-- Non così la mia Margherita; -- disse la signora Eleonora, sospirando. -- È ancora molto debole.
-- Che pena! -- esclamò Raimondo. -- Ella non può immaginare come io ne soffra. --
Voleva chiedere se avessero chiamato un medico, e che cosa avesse egli trovato, che cosa ordinato. Ma vedeva la signora Eleonora così seria, così poco disposta ad accogliere le sue effusioni di cuore, che non ardì aggiunger altro su quel tema, e stimò opportuno di cangiar discorso.
-- Dal signor Anselmo ha lettere? -- domandò egli, dopo un istante di pausa. -- Le scrive che verrà presto? --
La signora stette alquanto sopra di sè, battendo ancora le labbra; poi di schianto, non potendo più contenersi, proruppe in queste parole:
-- Senta, son quasi tentata di scrivere a lui che non venga affatto. --
A quell'uscita inattesa Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.
-- E perchè? -- domandò con voce trepidante, mezzo soffocata dallo stupore.
-- Perchè.... perchè.... -- balbettò la signora Eleonora, pentita di essere andata troppo oltre, senza aver meditato le conseguenze dell'impegno in cui si metteva. -- Ella ha ragione a volerlo sapere, il perchè. Ed è giusto che io glielo dica. Perchè il suo conte Aldini non è l'uomo per mia figlia.
-- Signora!... -- riprese Raimondo, più stupito che mai. -- Non intendo la cagione di questo suo mutamento improvviso; ed anche, mi consenta di dirglielo, irragionevole. Della parola, forse troppo vivace, Le chiederò scusa poi, quando avrò giustificato il concetto. Per sua norma, e sul mio onore, Le attesto che il conte Filippo Aldini è il fiore dei gentiluomini, e dei galantuomini, degno in tutto e per tutto di quell'angelo della sua cara figliuola. Lo innalzo troppo, mettendolo al paragone con la signorina Margherita? E sia; ma se nessuno può starle alla pari, nessuno potrà avvicinarsi tanto a quell'altezza, quanto Filippo Aldini; e questo glielo dico in coscienza dell'anima mia.
-- Non è l'opinione di tutti, -- notò la signora Eleonora.
-- Ed io, -- ribattè Raimondo, -- non so di tutti, nè di pochi; so questo soltanto, che nessuno, intenda bene, nessuno al mondo, può pensare di Filippo Aldini diversamente da me. Chi ha potuto calunniarlo presso di lei, mentendo e sapendo di mentire?
-- Si calmi, signor Zuliani, la prego. Abbiamo bisogno davvero di tutta la calma possibile, -- disse la signora Eleonora. -- In ogni altra circostanza, mi creda pure, tacerei, non amando io un certo genere di ciarle, che possono degenerare in pettegolate di donnicciuole. Ma si tratta di mia figlia, ed ho l'obbligo di parlare ad ogni costo. Ella mi ragiona dell'amico suo con tanto ardore di convinzione, che debbo credere alla sua sincerità; ma posso anche credere che ella viva in un inganno continuo. L'amicizia, si sa, porta una benda sugli occhi come l'amore. Altri, a cui non fa velo l'amicizia, può aver veduto più chiaro di lei.
-- Voglio sapere.... la prego, la supplico di dirmi chi le ha parlato male di lui.
-- Male.... intendiamoci. È male per me, che son madre, e su certi argomenti delicati debbo essere scrupolosa; ma può non essere male egualmente per gli altri. Infine, e pregandolo ancora di esser calmo, faccia delle mie parole un uso discreto, da buon cavaliere e da onest'uomo. La sua signora, ieri, seduta lì, dov'è Lei in questo momento, mi ha fatto una pittura del conte Aldini, del suo passato e del suo presente, che senza esser troppo nera, badi, senza esser troppo nera agli occhi del mondo, sarebbe sempre nerissima agli occhi di una madre. Insisto su questo nome, -- soggiunse nobilmente la signora Eleonora, -- perchè in esso è la mia forza, e la giustificazione del mio operare. --
Raimondo era rimasto attonito, come stordito da una percossa sul capo; e stette lì per alcuni istanti, senza proferir parola, guardando la signora Eleonora.
-- Mia moglie! -- diss'egli finalmente. -- Ma che cosa ha potuto raccontarle mia moglie, contro la verità sacrosanta? --
Qui la signora Cantelli, che oramai non poteva più dissimulare nè attenuare, riferì tutto intiero il suo colloquio del giorno innanzi colla signora Zuliani, tra gli atti di stupore e i dinieghi di Raimondo, che non sapeva stare alle mosse. E narrò ancora dello svenimento di Margherita, che dalla camera attigua aveva potuto udire ogni cosa, o tanto che bastasse a farla cadere, povera innocente, dall'alto delle sue illusioni verginali.
-- Fu un grande errore, il mio; -- conchiudeva la buona signora; -- grande errore di non avere aspettato suo padre, lasciandoci intanto venir troppo attorno il conte Aldini. Ma che vuole? Conoscendo il modo di pensare del mio Anselmo, sapendo che in questi casi si è sempre rimesso al parere di sua figlia, non potendo infine dubitare di Lei, che mi stava garante del carattere di quell'uomo....
-- E ne sto garante ancora; -- interruppe Raimondo.
La signora Eleonora fece un gesto che voleva dire: ne so abbastanza, della sua garanzia; poi continuò ad alta voce:
-- Ora il male è fatto, e bisognerà rimediare. Io sono grata alla signora Zuliani della sua sincerità, se anche questa sincerità è stata cagione involontaria dello svenimento di Margherita. Le ragazze, finalmente, debbono avvezzarsi a questi malanni; la vita ne è così piena! Mia figlia non è più una bambina, del resto; sentirà l'obbligo della sua dignità personale, e si riavrà di questo colpo. Quanto a me, se sono andata un po' a precipizio nel fare, posso consolarmi pensando di essere ancora in tempo a disfare.
-- A disfare! a disfare! -- gridò Raimondo. -- Spero bene che ciò non sarà. Del mio buon disegno avevo scritto a suo marito, ed egli lo ha in massima approvato; nè certo poteva fare altrimenti, conoscendo la mia serietà, come la mia amicizia per lui. Ne va il mio onore, se Filippo Aldini non è pienamente giustificato. Ma si figuri! ciance di donne sciocche, o di giovinotti invidiosi, accolte alla cieca da una graziosa isterica! Eh sì, l'ho detto, e non mi disdico. Il medico me ne parlava ancora iersera. Amo mia moglie quanto ad un uomo è dato di amare una donna; ma la virtù non può andarne di mezzo, nè la giustizia; e la donna che amo non deve guastare i disegni che ho formati in mente, per la felicità di due nobili cuori. Per sua norma, signora mia, l'Aldini è l'onore personificato. Ella vuole concedere qualche cosa a sua scusa, dicendo: leggerezze agli occhi del mondo. Ebbene! non ci sono state neppur quelle. Ma non sa Lei che da quattro anni lo conosco, e da tre, poi, non passa giorno che non ci vediamo, ricambiandoci i nostri pensieri più intimi? La pratica di cui hanno riempite le orecchie a mia moglie, non c'è, creda pure, non c'è; ne saprei qualche cosa io, se ci fosse, perchè Filippo non ha mai avuto segreti con me. Pensieroso, malinconico, sì, un poco, e diciamo pure più del bisogno; ma è il suo naturale, e non occorre cercarne altre cagioni men belle; è pensieroso e malinconico, se mai, come tutti coloro che pensano e sentono, come, tutti coloro che aspettano qualche cosa, che so io? il loro astro sull'orizzonte.
-- Vogliamo dire che ne avesse il presentimento? -- chiese la signora Eleonora, con accento sarcastico.
-- E lo dica pure; sarà nel vero. Non mi ha egli sempre detto di no, quante volte io gli ho fatto proposte, e vantaggiose in sommo grado per lui? Il cuore non c'era, il cuore non aveva parlato. Ha questa volta, no: il cuore è stato preso in un súbito. E badi, non voleva, e non vorrebbe neppur oggi farsi avanti, aspirare alla mano dell'angelica creatura. Egli sa che è ricca, troppo più ricca di lui, che possiede a mala pena un trecentomila lire di patrimonio.
-- Noi non badavamo a queste cose; -- notò la signora.
-- Ma doveva badarci lui, delicato com'è. Vuole di più? Mi stia a sentire. Avendogli io detto che mettevo a sua disposizione cento o duecentomila lire, se occorrevano, per pareggiare le partite, non ne volle a nessun patto sapere. Gli pareva una bugia. Ma che bugia! Se a me piaceva di mettere quella somma a sua disposizione, quella somma era sua, magari per sempre. No, no, mi rispose, non parliamo di ciò; le ragioni d'interesse non vengano ad offuscare quelle dell'amicizia. Ho dovuto cedere io, rimangiarmi l'offerta. Un'anima rara, signora mia; anime tali non ce ne sono molte nel mondo.
-- Con che ardore ne parla! -- esclamò la signora Eleonora, che si sentiva scossa a suo malgrado da quella foga eloquente.
-- È l'ardore con cui va difesa e sostenuta la causa della verità. Ne intenda l'accento, mia buona signora. Ella ha senno e prudenza; non creda niente. Mia moglie ha raccattato ciarle d'invidiosi, e, senza pensarci più che tanto, le ha riferite. Che follia! l'Aldini indegno!... Non creda niente, e dica alla cara Margherita di non creder niente neppur lei. Del carattere di Filippo Aldini, del suo modo di vivere, della sua fortuna, non grande, ma neppur disprezzabile, possono prendere informazioni da altri, se la mia testimonianza non basta. No? l'accolga adunque piena ed intiera; è quella di un uomo d'onore. Che interesse avrei io a mentire? L'Aldini non mi può certo far ricco. Ciò che io valgo in piazza lo sa benissimo il signor Anselmo, con cui ho relazioni d'affari da dieci e più anni, con cui ho tante operazioni in corso, ad utile suo non meno che mio! --
La signora Eleonora fu sollecita a chetarlo e colla voce e col gesto.
-- Ma non si riscaldi per questo, signor Zuliani. Ella ora mi fa pena, lasciandomi credere che le mie parole contenessero qualche allusione amara per Lei. Non ho messa in dubbio la sua probità, la nobiltà del suo carattere. Son madre, ecco tutto; e forse ho dato corpo alle ombre. Ella mi giura che il conte Aldini è degno di Margherita; si figuri come son lieta di crederlo! E se sarà destinato in cielo, se Anselmo vorrà, non sarò io quella che farò il menomo ostacolo. Sappia bene, signor Raimondo, che il conte Aldini, a Lei tanto caro, io l'ho per così e per così. --
E tutta commossa, parlando, la buona signora faceva colla mano distesa una gran croce di Sant'Andrea sovra il petto. Raimondo afferrò quella mano e la baciò con devozione d'animo grato.
-- Dunque, -- ripigliò ella, conchiudendo, -- crederò a Lei. E dirò a Margherita di credere con me. Oramai non si può, non si deve tacerle più nulla. --
Raimondo se ne partì consolato, e la signora Eleonora si mosse per recarsi nella camera di sua figlia. Ma non andò oltre la camera attigua al salotto, che era la sua. Margherita era là, dietro l'uscio, inviluppata nel suo accappatoio, ancora un po' tremante per un resto di febbre, ma cogli occhi scintillanti di gioia.
-- Ah, che follìa! -- disse la signora Eleonora, stringendosela al cuore, e cercando di ricondurla presto al suo letto.
-- Mamma, perdonami! Ieri ho dovuto sentire per forza; parlava tanto alto, quella signora! Oggi, ho voluto; non potevo resistere: avrei avuto più febbre, a restare laggiù nel mio letto. Ma sono forte, sai; non mi sento più nulla.
-- Più nulla! più nulla! e ti brucia ancora la pelle; -- replicò la mamma, traendola via. -- Presto a letto, e discorreremo. Hai sentito, del resto; il signor Zuliani parla con molta sincerità; è un uomo d'onore, e gli credo.
-- Ah, vedi? Eran tutte bugie.
-- Sì, cara; ma c'è qualche cosa sotto, che non riesco a capire. Per fortuna hai bisogno di riposo, e mi stai riguardata qualche giorno ancora nella tua camera.
-- Oh, mamma! e quando quel povero Filippo verrà...
-- Quando verrà quel povero Filippo, lo riceverò io. Lo riceverò bene, non dubitare. Egli non merita di essere sospettato. Sta dunque tranquilla; non sarà come se ci fossi tu, a riceverlo; ma egli vorrà contentarsi. È necessario. Tua madre non è un'aquila, -- soggiunse sorridendo la buona signora; -- ma a certe cose ci arriva ancora. Bisogna aspettare il babbo, e col babbo la volontà del Signore.
-- Aspetterò.... e pregherò; -- disse Margherita, umiliata.
Ma era anche rassegnata, intendendo benissimo che aveva ragione sua madre. Al punto in cui erano le cose, bisognava andare più lenti, ed anche fermarsi un pochino; troppo si era corso fin allora, prima che il babbo avesse dato il responso. Ma col babbo si sarebbe rifatta e come! Col babbo non aveva sempre ragione lei?
IX.
"All's well that ends well."
Raimondo Zuliani arrivò quella mattina a casa, per la colazione, con una mezz'ora di ritardo; cosa che agli uomini d'affari accade sovente, ed anche a coloro che non hanno affari. Ma egli, quella mattina, non aveva perduto il suo tempo, e da quel lato poteva stimarsi felice. In fondo all'anima, piuttosto era stizzito parecchio per l'alzata d'ingegno di sua moglie. Ma perchè quel discorso matto di Livia alla vecchia Cantelli? Sua moglie non poteva soffrire la signora Eleonora; ed ecco, senza che ce ne fosse l'urgente bisogno, era andata a farle una visita. Capricci! Quella cara donnina aveva i capricci inesplicabili, come aveva le antipatie irragionevoli.
Di queste, poi, ne aveva egli avuto le prove in molte altre occasioni; a proposito di Filippo Aldini, per esempio, che nei primi tempi ella vedeva volentieri come il fumo negli occhi.
-- Questi farfalloni! -- diceva lei. -- Come mi seccano!
-- Ma no, cara, no; -- rispondeva egli. -- Io lo conosco bene, ed è tutt'altro da quello che tu t'imagini.
-- Sì, bravo! come se non si sapessero tutte le sue scorribande! come se non si conoscessero tutte le belle che ha compromesse! --
Ma qui Raimondo Zuliani aveva una sua teorica bella e fatta, che gli pareva inespugnabile.
-- Ordinariamente, mia cara, un farfallone non compromette se non le farfalline che si vogliono lasciar compromettere. Le Galier, verbigrazia. Eh, non andare in collera! Parlo della Galier, come parlerei delle.... aiutami a dire. E ancora, intendo parlare delle Galier che non abbiano raggiunta l'età del giudizio: perchè infine l'età del giudizio viene per tutte, e tanto peggio per quelle tra loro che non ne sanno approfittare. Del resto, niente di male; -- concedeva bonariamente Raimondo; -- sono gran signore, e non si mettono al bando per così poco; diventando più serie, riguadagnano in gravità ciò che hanno perduto in leggerezze, tanto che un bel giorno te le fanno perfino venerabili; un passo ancora, e sono canonizzate sante. Ma ritornando al mio amico Aldini, egli non ha mai ammesso nessuna delle imprese che tu gli regali. Visite, galanterie, perditempi, non nego; perditempi soprattutto, dei quali si è pentito amaramente, dopo essersi molto seccato. Del resto, vedi, io gli porto fortuna, tirandolo sempre più alla fede. E come no? Egli assiste in casa nostra ad un sano spettacolo, contemplando una coppia di sposi che si amano oggi come il primo giorno della loro unione. Qualche volta a vederlo lì, con la sua cera malinconica, si direbbe perfino geloso della nostra felicità.
-- Che idee!
-- Ma sì; e pare in quei momenti che lo assalga un vivo desiderio d'imitarmi. Son cose che si capiscono, che si afferrano a volo. Ed io, tant'è, voglio andare incontro al suo desiderio.
-- In che modo?
-- Cercandogli moglie, perbacco. --
Si rideva, allora; e tanto più rideva la signora Livia, poichè non credeva che suo marito fosse l'uomo più adatto a simili uffici. Ma egli si era ostinato in quall'idea; la grande amicizia che lo legava a Filippo Aldini aiutava a fortificarlo nell'onesto proposito di trovargli moglie. Ed una volta era stato lì lì per azzeccarla; ma che è, che non è, proprio da Filippo Aldini gli venivano le difficoltà; quel caro sragionatore non aveva voluto a nessun patto saperne. Sragionatore, sicuramente; erano forse ragioni, quelle che opponeva all'amico?
-- Non sono ricco abbastanza per prender moglie; -- diceva Filippo Aldini. -- Povera, non posso; ricca, non voglio. Non me ne parlare, se mi vuoi bene. Il blasone degli Aldini, che tu metti avanti come un gran titolo, è veramente un po' danneggiato; ma non vuol dorature. Il nome della mia casa finirà con me; non è forse meglio?
-- Una casa storica! -- aveva ribattuto Raimondo. -- Perchè lasciarla perire?
-- Appunto per ciò, perisca pure. Ho sempre pensato, sfogliando i grossi volumi del Litta, che le famiglie storiche guadagnino un tanto a rimaner sepolte nella storia, fasciate nelle loro bende imbevute di aromi. Già, i nomi che si perpetuano, corrono il rischio di seccare i posteri. E i posteri, caro mio, non hanno poi tutti i torti. Che cosa c'è più da fare, ai tempi nostri, se non piccole cose? Bisogna farsi piccini come esse, adattandosi a tutte le piccole leggi, a tutte le piccole consuetudini, che d'ogni parte stringono la nostra volontà, come i fili di seta degli abitanti di Lilliput stringevano il povero Gulliver sulla spiaggia dov'era naufragato. E non c'è pericolo che diventando piccoli uomini, i tardi rampolli delle grandi famiglie levino un po' di credito ai famosi antenati?
-- Dio, quanti pericoli! -- aveva esclamato Raimondo. -- E quanti guai vedi tu in una proposta di matrimonio! Basta, lasciamola lì. Ci penserai meglio, e ci sarà da discorrerne ancora.
Ma intanto non aveva creduto opportuno d'insistere, e per un pezzo doveva essergli passata la voglia di ritoccare quel tasto. La signora Livia, dal canto suo, aveva riso di gusto; e dal canto suo si era man mano adattata all'amico di Raimondo. Almeno, pareva che fosse così, perchè non le era più accaduto di dirne male, o di trattarlo con troppa freddezza, nelle rare visite ch'egli faceva in casa Zuliani. Bisognava proprio che le antipatie ripigliassero allora, mentre Raimondo era sul punto di vincere le ripugnanze matrimoniali dell'amico! E quell'altra antipatia per le Cantelli! Quella, poi, era la più irragionevole di tutte. Dall'appoggio del banco Cantelli non ripeteva le sue fortune il banco Zuliani?
Giunto a casa, Raimondo trovò la sua signora, non pure alzata, ma risanata del tutto, come ella diceva, e di buonissimo umore. Per contro, era imbronciato Raimondo, avendo in corpo quel po' di stizza che sappiamo. Certo, l'avrebbe smaltita, se Livia fossa stata ancora ammalata. Ma era sana, ilare nell'aspetto; ed egli, non potendo più digerirsi il suo malumore, non sapeva neanche dissimularlo.
-- Che cos'hai? -- gli disse ella ad un certo punto, vedendolo mandar giù bocconi su bocconi, senza mai proferire una parola. -- È calata la rendita?
-- No, anzi c'è un mezzo punto di rialzo.
-- O allora?
-- Allora, che?
-- Tu hai qualche cosa; ti si legge negli occhi.
-- Ebbene, sì; -- rispose Raimondo; -- sono in pensiero per quella povera fanciulla.
-- Povera fanciulla! -- ripetè la signora. -- Quale?
-- La signorina Margherita. È indisposta; e non dev'essere una cosa tanto leggera, perchè sua madre non me l'ha lasciata neanche vedere.
-- Ahi sei stato al Danieli.
-- Sì. --
Qui, al monosillabo asciutto successe un breve silenzio.
La signora Livia esplorava il volto di suo marito. Ma poco poteva vederne, perchè egli teneva il mento abbassato sul piatto.
-- E lo hai sentito, -- riprese ella, -- il gran caldo di quelle stufe?
-- L'ho sentito, e mi è parso tollerabile; -- rispose Raimondo. -- Del resto, facciamo a parlarci chiaro, bella mia; non è stato il gran caldo, quello che ha colpito la signorina Margherita, ma piuttosto certi discorsi fatti a sua madre, e che sua madre avrà dovuto riferirle.
-- Discorsi! di chi?
-- Tuoi, cara, a proposito del conte Aldini. --
La signora Livia levò gli occhi al soffitto, come se volesse invocare quel di lassù a testimonio della sua innocenza.
-- Ma non può essere; -- esclamò; -- non può essere. Sua madre non può averle riferito nulla da alterarla, se Margherita si sentì male nella camera attigua, mentre io stavo ancora in salotto a discorrere colla signora Eleonora.
-- Allora diciamo che ti abbia sentita, ascoltando dietro l'uscio. E il tuo discorso era tale, certamente, da farle un senso spiacevole. Ne convieni? -- disse Raimondo, studiandosi di dare alle sue parole la intonazione più delicata.
La signora Livia ebbe l'aria di cascar dalle nuvole.
-- No, meno che mai; -- rispose. -- In che cosa, di grazia, qualche mia parola a proposito del tuo amico, sua conoscenza casuale, e neanche di antica data, poteva dispiacere tanto alla signorina Cantelli?
-- Ma tu non sai.... Tu non hai dunque capito, mia cara, che c'era di mezzo un disegno.... un disegno mio, di nozze fra lei e Filippo Aldini?
-- Ah, sì? questo? -- esclamò la signora, con accento di gran meraviglia. -- E perchè non dirmelo prima? Avrei saputo come governarmi. Tu non hai dunque confidenza in me? Sei brutto, molto brutto. --
A quelle moinerie non resisteva Raimondo; non aveva mai resistito.