Il ponte del paradiso: racconto

Part 7

Chapter 73,771 wordsPublic domain

Pensava veramente così anche la signorina Margherita? Certo; se no, lo avrebbe detto, o lasciato capire; perchè simulazione e dissimulazione non erano il fatto suo. La vita era per lei tanto bella! Amava i suoi studi e non isfuggiva i divertimenti: il babbo, quante volte aveva ragione di muoversi, la conduceva con sè. Era stata in giro per quasi tutta l'Italia; aveva anche veduto Parigi e Londra, osservando dappertutto e studiando a suo modo, con quel babbo compiacente, che prendeva gusto a tutto quanto occupasse la mente o attirasse la curiosità di sua figlia. Sarebbe stato lo stesso con un altro uomo, più o meno innamorato, in quella vagabonda luna di miele, che dura poi come tutte le lune, ventinove giorni, dodici ore, quarantaquattro minuti, e, crepi l'avarizia, tre secondi e undici terzi? Aggiungete che quella dolce luna, come tutte le altre, è per gran parte scema. A queste cose, del resto, Margherita non aveva mai pensato, nè troppo, nè poco. Si contentava di non gradire i matrimonii combinati come contratti; degli altri non sapeva, nè avrebbe voluto figurarseli con uno sforzo d'immaginazione, e col rischio di non indovinarci. Venisse il giorno e l'uomo; l'avrebbe trovata. Ma certo bisognava toccarle il cuore, perchè ella rinunziasse alla sua libertà invidiabile, e a quella bella spensieratezza che ne era la conseguenza legittima.

Pensierosa, per altro, e per la prima volta, appariva nell'uscire dal museo Correr. Pensierosa, è forse un dir troppo; mettiamo pensosa, mettiamo raccolta in sè stessa, senza mostrar più quel desiderio di ridere, di voltarsi qua e là, prendendo gusto al chiacchierìo della strada. Quel raccoglimento era forse il frutto d'un po' di stanchezza dello spirito, per tante cose osservate. Comunque fosse, appariva egualmente bella, forse più bella dell'usato, venendo via con quell'aria composta e tranquilla, accanto alla mamma ed al conte Aldini; il quale era tutto attenzioni e riguardi per la signora Eleonora, e poc'anzi le aveva premurosamente aggiustata la pelliccia sulle spalle.

-- Ora poi la godrà; -- le aveva detto egli. -- L'aria incomincia a farsi frizzante. --

La signora Eleonora lasciava fare, sorridendo amabilmente alle cortesie del suo cavaliere. Intanto, si spegneva la luce del giorno, si accendevano i lampioni, e la buona signora pensava con un senso d'intima allegrezza al pranzo che l'aspettava al Danieli.

-- Senta -- diss'ella tutto ad un tratto, -- dovrebbe quest'oggi venire a far penitenza con noi.

-- Con che piacere, signora! -- esclamò Filippo, reprimendo un moto violento del cuore. -- Ma ho gente sulle braccia, due vecchi amici, che mi son capitati l'altro giorno da Verona....

-- E li ha lasciati per noi! Mi rincresce....

-- Oh, non si dia pensiero di questo. Sono uomini, e non hanno bisogno di guida. Ma la sera, capirà, debbo lasciarmi vedere; tanto più che sono ad alloggio da me.

-- Non vorranno poi fare la visita di santa Elisabetta; -- notò Margherita. -- E l'avremo un altro giorno, non è vero?

-- Certo; sarò ben onorato; -- disse Filippo, che per la prima volta si sentiva la lingua impacciata. -- I miei vecchi compagni d'armi rimarranno pochi giorni ancora. --

In questi discorsi erano venuti oltre il ponte di Rialto, e per la Riva del Carbone entravano in Merceria. Qui avvenne a Filippo Aldini di fare un gesto, come d'ingrata maraviglia; un gesto che non isfuggì all'attenzione della signorina Margherita.

-- Che cosa ha visto? -- chiese ella.

-- Io? nulla; -- rispose Filippo.

-- Ha fatto un gesto, -- ripigliò Margherita, -- un gesto di persona molto seccata.

-- Davvero? -- esclamò egli, padroneggiandosi, e correndo col pensiero alle scuse. -- Non me ne sono avveduto. Ma chi sa? Passano alle volte pel capo certi brandelli d'idee.... Un moto della fantasia li fa scorrere davanti agli occhi dell'anima, ed è naturale che ci secchino, come può seccarci una nuvola che passi in aria e c'impedisca di vedere il sole, senza che per questo avvertiamo la presenza della nuvola. Infatti, io non avevo avvertito nulla. Moti istintivi, signorina, moti macchinali; non è da farne caso. --

E rideva, così dicendo, e gesticolava, come non aveva mai fatto, sempre per darsi un'aria disinvolta e serena.

Quello che gli aveva dato noia, facendogli fare quel gesto di persona seccata, era ancora lontano, nascosto alle sue compagne di passeggiata da un piccolo crocchio di persone, che proprio in quella stretta avevano creduto opportuno di fermarsi a discorrere. Ma l'oggetto della noia si fece più innanzi, e tagliando la strada in isbieco dietro all'ostacolo, si affacciò finalmente alla vista delle signore Cantelli. Oh, il felice incontro! La contessa Galier di San Polo! E lì una buona fermatina, con un mondo di garbatissime chiacchiere, e di complimenti alla signorina Margherita, sempre più bella, sempre più cara. Nè al conte Aldini mancò la sua parte.

-- Hanno un gentil cavaliere e un cicerone prodigioso; -- diceva la contessa Galier. -- Sa tutto, ha veduto tutto. Oh, non dico per adularvi, Aldini, ma per rendere omaggio alla verità. Sappiano, signore mie, che tanti e tanti tesori d'arte in Venezia, ignoti a molti di noi veneziani il conte Aldini li conosce come la palma della sua mano.

-- Infatti, -- disse Margherita, -- al museo Correr ne abbiamo avuto oggi la prova.

-- Vengono di là?

-- Sì, e grazie al nostro cavaliere ci abbiam passato quattr'ore deliziose.

-- Ah, bene! Venezia ascrive ad onor suo, di poter dare simili gioie a visitatrici così intelligenti e così care. Ora, immagino, ritorneranno all'albergo. Ed io a casa. Son proprio felice di averle incontrate. --

Qui venne il ricambio degli ultimi saluti; dopo di che la contessa Galier si avviò per Rialto verso i Santi Apostoli e il corso Vittorio Emanuele, mentre le signore Cantelli riprendevano il loro cammino verso San Marco e la riva degli Schiavoni.

-- Cara signora! -- disse Margherita all'Aldini. -- Dev'essere molto buona. --

Filippo acconsentì col doppio moto del capo e del labbro. Ma dentro di sè l'avrebbe mandata volentieri a quel paese, quella cara Galier. Non già perchè l'odiasse, povera donna; ma perchè gli veniva in mal punto a ricordare tutto ciò che per un giorno egli aveva dimenticato così bene. E veniva innanzi turbato nel profondo del cuore, ma sforzandosi di parer tranquillo all'aspetto; senza parole, nondimeno, e sperando che della sua taciturnità lo scusasse abbastanza il doversi ad ogni tratto cansare tra la gente che correva per un verso o per l'altro. Ma riusciti che furono davanti a San Marco, e di là in Piazzetta, dove era più scarso il numero dei viandanti, il silenzio di Filippo doveva essere notato.

-- È pensieroso; -- gli disse Margherita.

-- No; -- rispose egli, con accento di viva sollecitudine.

-- Sì; -- replicò la fanciulla, con accento di viva insistenza.

-- Ebbene, sì; -- conchiuse egli, cedendo. -- Penso infatti, che questa buona giornata è troppo presto finita.

-- Se è così -- ripigliò Margherita, -- se ne procuri.... ce ne procuri un'altra. Mediti lei, trovi lei il punto che dovremo visitare, e poichè i suoi amici di Verona non hanno bisogno di guida come noi, venga a dircelo; ci troverà pronte a muoverci. Non è vero, mamma?

-- Eh, non bisognerebbe poi abusare! -- osservò la signora Eleonora.

-- Ma che? ma che? Io son fatta così. Se il signor conte gradisce di farci gli onori di casa, noi, che non vogliamo essere ipocrite, gli confessiamo di gradir molto la sua cortesia. Ma badi, -- soggiunse con un risolino malizioso quella cara fanciulla, -- ho detto onori di casa per modo di dire, poichè ora siamo a Venezia. Ma la casa non è qui, ci pensi, non è qui.

-- Sì, sì, ci penso, non dubiti; non penserò più ad altro; -- rispose Filippo animandosi.

-- Che cos'è questa distinzione? -- domandò la signora Eleonora.

-- Ah, mamma, tu non sai; tu non hai visto, come ho visto io, a Parma, il palazzo degli Aldini. Una bellezza! Ho raccomandato al signor conte di ricomprarselo, il palazzo dei suoi maggiori. Me lo ha promesso; parola di gentiluomo non può mentire.

-- Pazzerella! E se i proprietarii presenti non volessero vendere?

-- Oh, vorranno, vorranno. L'ho già capito dal modo come tengono quello stabile, non facendovi mai un ristoro. Siamo dunque intesi? -- proseguì Margherita, volgendosi a Filippo, sull'uscio dell'albergo. -- _Digne_....

-- _Et in æternum_; -- rispose Filippo con un filo di voce, ma mettendo in quel filo di voce il meglio dell'anima sua.

VII.

Alzata d'ingegno.

Esistessero o no i due amici di Verona, erano stati annunziati come ospiti di pochi giorni, non potendo essi restare a Venezia oltre il termine di una breve licenza. Dovettero dunque ripartire, e il conte Aldini si ritrovò quello di prima, libero del suo tempo, e padronissimo di ritornare alle sue consuetudini. Ma non senza aver fatto ancora quella passeggiata artistica, ch'egli stesso doveva immaginare e proporre. Ed era stata proprio una passeggiata all'aperto, per vedere qua e là tante di quelle piccole cose, che i viaggiatori non trovano indicate nelle guide, e che sfuggono perciò alla loro ammirazione forzata: per esempio quelle scale scoperte nei cortili di parecchie abitazioni private, come nel palazzo Soranzo in campo San Polo, nel palazzo Sanudo a Santa Maria dei Miracoli, nella casa abitata da Carlo Goldoni a San Tomà, e originale su tutte la scala dei Bembo alla Celestia in calle Magno. E non dimentichiamo, poichè piacque singolarmente a Margherita, il bel motivo architettonico foggiato ad arco trionfale su d'un calle angusto, in capo al ponte del Paradiso, presso Santa Maria Formosa.

Il ponte, per verità, era piuttosto un voltino di gora, accavalciato sopra un rio non più largo di cinque passi; l'arco trionfale si riduceva ad uno stipite, poggiato su due pietre sporgenti dagli angoli di due case, onde l'entrata del calle si restringeva alle forme di un uscio. Ma su quello stipite si girava un lunetto ad arco acuto, con entro una Madonna rozzamente scolpita, mantellata e coronata, in atto di far grazia a due divoti personaggi, forse due santi, inginocchiati intorno a lei; ma su quel lunetto si alzava, andando su su, una cuspide di marmo, elegantissima, incorniciata di fregi di leggiadra fattura, chiudente nel suo mezzo un disco egualmente fregiato, e nel disco un'apertura quadrilobata, che a Margherita parve il trifoglio di quattro foglie, tanto ricercato dalle fanciulle nei prati autunnali, come certo promettitore di desiderate fortune. Suprema eleganza di linee, grazia veramente divina di forme! E accanto alla costruzione fantastica, sul lembo d'una casa contigua, una finestrina lunga lunga, fiancheggiata da svelte colonne, reggenti un cappello di pietra ad arco acuto, ma acuto a modo suo, tondeggiante sui fianchi, assottigliato nel vertice, come un asso di picche, alla maniera degli Arabi. Che eleganza, che grazia, anche lì! E come era bello, in luoghi così umili, così poco osservati, quasi schivi di attirare la curiosità del viandante, imbattersi in quelle piccole maraviglie, vera fioritura dell'arte d'un popolo che apre gli occhi alla vita dello spirito, e pensa, indaga e crea, nella giovinezza esuberante della sua immaginazione!

Cose piccole, cose piccole, spesso da anteporsi alle grandi! Ed anche nelle grandi, dopo averle contemplate nella loro maestà, sono da osservare più attentamente le piccole. Quante ce n'erano, di queste, che Margherita non aveva nemmeno guardate, nei capitelli svariati delle colonne sorreggenti la facciata del palazzo Ducale, nelle finestre di San Marco, nelle absidi esterne dei Servi e dei Frari, nei balconi della Ca d'Oro o del palazzo Cavalli, tutte eleganze fiorite in cui per l'appunto è dato di cogliere la prima impronta di un nuovo stile nell'arte! In quella serie d'osservazioni, minute e non faticose, Margherita vide nascere il sesto acuto in Venezia e svolgersi con ispontaneità tutta italiana un modo di architettura che gli Arabi avevano elaborato, mescolando elementi bisantini e persiani. Quell'arte era venuta dall'emporio prediletto dei Veneziani intorno al Mille; venuta dall'Egitto, come le istesse reliquie del benedetto san Marco. E la signorina Cantelli fu piacevolmente maravigliata di saper tante cose nuove ad un tratto, guardando, paragonando, ascoltando; maravigliata ancora di conoscere, contro l'asserzione di tutte le guide, che le due fronti del palazzo dei Dogi, verso la piazzetta e verso la Laguna, non erano opera di Filippo Calendario, il famoso architetto e scultore, involto nella congiura del doge Marin Faliero, e perciò giustiziato nel 1354, settant'anni prima che il Senato deliberasse di atterrare le due fronti della fabbrica antica, edificata da Pietro Orseolo nel principio del dodicesimo secolo.

Infine, la cara Margherita imparava in breve ora tante belle cose, che accrescevano maravigliosamente la sua stima per Filippo Aldini; e beveva frattanto a stilla a stilla, assaporandolo, il più dolce tra tutti i veleni. Aveva ella dunque trovato l'uomo ideale, il primo e l'unico, per cui non avrebbe detto di no? Un po' triste di umore, veramente; spesso pensieroso, e qualche volta, richiamato da qualche domanda, aveva l'aria di cascar dalle nuvole. Ma queste erano inezie, e non guastavano affatto.

Egli era poi così intento a lei, così pieno di riguardi per la mamma! E certo, per esser tanto malinconico, il signor Filippo aveva le sue buone ragioni; lei ricca, e fors'anco creduta più ricca del vero; egli non tanto, da poter aspirare a lei. Margherita aveva ben capito, da certi discorsi, che il conte Aldini aveva appena del suo tanto per vivere signorilmente da scapolo. E ciò bastava, se era invaghito di lei, per giustificare tutte le malinconie, tutte le tristezze ch'ella veniva osservando. Oh, ma ci avrebbe pensato lei; ne aveva il diritto, ne aveva l'obbligo, oramai. Non gli si leggeva il suo pensiero da più giorni negli occhi? E infine, ad un _digne_ da lei proferito a fior di labbro, non aveva egli con un filo di voce, ma con accento di vera passione, risposto _in æternum_?

Finita la sosta degli amici di Verona, il conte Aldini aveva dunque ripigliate le sue consuetudini, e per conseguenza la serie delle sue visite ai vecchi amici di Venezia. Ai signori Zuliani, per esempio; ma a questi per la prima volta in palco, al teatro della Fenice. Naturalmente c'era da godersi la sfilata del cavalier Lunardi, del signor Telemaco, del signor Ruggeri, del signor Gregoretti, del maestro di musica; obbligato in chiave, quest'ultimo, poichè si trattava di musica, per l'appunto. E più obbligata ancora la contessa Galier di San Polo, che la signora Livia voleva aver sempre ai fianchi, dando ai maligni buon argomento a rinfrescare il paragone della luce e dell'ombra, con la debita chiosa dell'ombra che serve stupendamente per dare maggior risalto alla luce. Ma dopo tutto, quell'ombra sempre attaccata ai panni della luminosa Zuliani, era una signora vera ed autentica, non ricca, ma d'una nobiltà anteriore alla "Serrata del Gran Consiglio", e faceva buon effetto nel quadro, intonandolo: allegra, poi, salda alla celia, chiacchierina a quel dio, era fatta a posta per tener viva la conversazione, colmandone le lacune, smorzandone le asprezze.

Filippo Aldini, entrato nel palco per riverire la signora Livia, pensò che la Galier non avrebbe tralasciato di parlargli dell'incontro di tre giorni prima in capo alla contrada di Merceria. Ma c'erano altri discorsi avviati, e la contessa non ebbe occasione di venire sul tema; fors'anche le era passato di mente. Le cose andavano; erano tutti di buon umore, quella sera, nel palco Zuliani, perfino la signora del luogo; e quando l'Aldini prese congedo, un altro giorno era felicemente sbarcato.

Ma bisognava anche fare una visita in casa; ed egli ci andò la sera appresso, dopo l'ora del pranzo, come soleva, quando non c'era teatro. Raimondo lo accolse a braccia aperte; la signora Livia, per contro, non era di buon umore; parole poche, e muso lungo un palmo. Raimondo fortunatamente parlava per due e rideva per quattro. Aveva ragione di essere allegro; la mesata prometteva bene; la condizione delle borse era eccellente in tutto il mondo civile; nessuna nube appariva sull'orizzonte europeo. Di qui, prendendo le mosse, Raimondo scivolò presto nella politica, che era il suo forte, o il suo debole, e passò in rassegna tutti gli stati, continentali o insulari che fossero, dell'orbe terracqueo. Filippo ascoltava, approvava, e secondava il ragionamento dell'amico, mettendo qualche parola nei luoghi opportuni, perchè l'altro avesse gusto a continuare. E non faceva niente di nuovo, poichè, discorrendo coll'amico Zuliani, era sempre stato suo costume accomodarsi alle battute. Ma quella eterna politica doveva annoiare maledettamente la signora, che più d'una volta si alzò dal suo canapé, andando or di qua or di là per la casa a dar ordini, a prender libri, o giornali di mode, che distrattamente sfogliava.

-- Non badare, sai, all'umore di mia moglie; -- bisbigliò Raimondo all'amico, appena ebbe il modo di dirgliene. -- Tu la conosci. È un angelo; ma quando ci ha i suoi nervi, poveretta, bisogna compatirla. Giornate di scirocco, dice lei; il medico mi dà una zuppa di parole greche da accapponare la pelle; ma poi, se Dio vuole, conchiude che son cose da nulla. --

Filippo Aldini conosceva benissimo la signora Zuliani; non c'era bisogno di dirgliene altro, nè di scusarla con lui. Ma fu molto felice quando venne l'ora di andarsene. Raimondo, sempre ilare e verboso, lo accompagnò fino in anticamera.

-- Sai? -- gli disse, quando furono là. -- Viene il babbo.

-- Il babbo! -- ripetè Filippo. -- Che babbo?

-- Il signor Anselmo, perbacco. Che uomo mi sei divenuto, da non capire alla prima? --

Filippo sorrise, e tentennò un pochino la testa.

-- Tu pensi sempre al tuo sogno, Raimondo!

-- Ma sì, e più che mai; tanto più che non è un sogno. Felice mortale, tu sei nato vestito. Ti amano tutti; perfino la signora Eleonora, non sa parlarmi più d'altro che di te. Quasi quasi è più innamorata lei di sua figlia.

-- Che cosa dici ora? Sua figlia....

-- Eh, dico quel che si vede. La bella Margherita ti rende giustizia, e la lodo.

-- Ma che giustizia ha da rendermi?

-- Sappiamo tutto, felice mortale, sappiamo tutto; anche la visita di quattr'ore buone al Correr. --

Con queste parole Raimondo accomiatò finalmente l'amico.

-- Ah! -- pensava Filippo scendendo la scala del palazzo Orseolo. -- La gallina ha cantato. Ma infine, chi mi ha ficcato in questo ginepraio, se non lui? Potevo io più liberarmene? --

Intanto una cosa lo maravigliava. Se la gallina aveva cantato, perchè non era entrata la signora Livia a discorrergli delle sue visite artistiche? E perchè non gliene aveva parlato in salotto l'amico, che aspettava a dirgliene sull'uscio di casa? Questo, poi, gli pareva di capirlo. La signora Livia non poteva soffrire le Cantelli; le aveva invitate alla cena del capo d'anno, ma solamente per obbedienza al suo signore e padrone. E questi, per compenso, le nominava il meno che potesse davanti a sua moglie. Amabil ricambio di gentilezze coniugali! E tanto meglio, del resto. Ma possibile che Raimondo, espansivo com'era, non si fosse aperto con lei del disegno che si era messo in capo? possibile che di punto in bianco fosse diventato un diplomatico di quella forza? Se così era, come infatti appariva, non più Raimondo bisognava chiamarlo, ma Guglielmo, Guglielmo il Taciturno.

Con queste "conclusioni estreme" Filippo Aldini se ne andò in gondola verso il rio di San Felice, nelle cui vicinanze abitava. Un po' fuori di mano, veramente, ma non troppo lontano dal corso Vittorio Emanuele; tanto che quella cara matta della contessa Galier aveva detto una volta:

-- Il conte Aldini ha scelto quel luogo remoto per farmi la corte; perseveri! --

Sul corso Vittorio Emanuele si avviava il giorno appresso, tra il tocco e le due, la signora Livia Zuliani. Era dunque guarita de' suoi nervi? Ma sì, lo aveva ben detto il medico; che erano disturbi passeggieri. Più che nervi, del resto, potevano chiamarsi vapori; ed era certamente effetto d'un residuo di vapori la voltata improvvisa della bionda signora, che, invece di salire dalla contessa Galier, con mutato consiglio ritornò sui proprii passi, e discesa al primo traghetto di fianco al palazzo Sagredo, entrò in una gondola, dicendo al gondoliere:

-- Riva degli Schiavoni, davanti all'albergo Danieli. -- Che novità era quella? Guarita di nervi, la signora Livia si sentiva anche guarita della sua vecchia antipatia per le signore Cantelli? Buon cambiamento a vista, e spontaneo, che avrebbe reso felice il suo Raimondo, se fosse stato presente! Ed era proprio una cosa strana, da segnarla col carbon bianco. Dacchè le signore Cantelli erano capitate a Venezia, la signora Livia non aveva fatto se non una visita, in principio, e per obbligo di convenienza. Ma certo ella sentiva ora, che alla loro cortesia di avere accettato l'invito alla cena del capo d'anno dovesse seguire una visita di ringraziamento.

Le signore Cantelli erano in casa, e l'accolsero a festa. La bionda signora si ritrovava in uno dei suoi giorni di bellezza, vividi gli occhi, di bel colore la carnagione; ed ella potè sentirsi abbastanza soddisfatta di sè medesima, passando nell'anticamera davanti ad un'alta specchiera, e non di quelle, Dio le confonda, che vi fanno la testa più lunga o più larga del vero, e la faccia, poi, verde come la buccia d'un cocomero.

Era già nel salotto qualcheduno in visita; Filippo Aldini, a farlo a posta. Filippo Aldini, che seduto ad un tavolino nel vano di una finestra, disegnava a memoria il ponte del Paradiso colla sua viottola stretta nel fondo, e, gittata sovr'essa, in traverso, la bella cuspide triangolare di marmo. La signorina Margherita si era tanto invaghita di quel motivo architettonico, ci ritornava così spesso col pensiero e col discorso, che il conte Aldini aveva creduto obbligo suo di fargliene un piccolo disegno a matita, da restare come un ricordo della loro passeggiata artistica per i calli di Venezia. La signora Eleonora non si sentiva disposta ad uscire, quel giorno; tra perchè era un po' stanca di tante gite pedestri, e perchè aspettava il suo Federigo, che alle tre dopo mezzogiorno era libero. Così avvenne che il conte Aldini, venuto ad offrirsi per un'altra passeggiata, restasse all'albergo in dolce prigionia, consolandone gli ozi, o giustificando una fermata che voleva esser lunga, col lavorar di matita, sotto gli sguardi attenti della signorina Cantelli. Margherita, che stava per l'appunto seduta accanto al tavolino del disegnatore, fu la prima ad alzarsi per muovere incontro alla signora Zuliani, che la ringraziò col più amabile sorriso e la baciò sulle guance. Ugual sorte toccò naturalmente alla signora Eleonora; dopo di che la bionda visitatrice si volse al conte Aldini, che si era alzato a sua volta, facendo un rispettosissimo inchino.

-- Ah, bene, casco tra amici! -- esclamò la signora Livia, tutta ridente, nell'atto di porgere a Filippo la bella mano inguantata.

Poi, volle vedere il disegno. Le era parso a tutta prima che il conte Aldini lavorasse a fare il ritratto della signorina Cantelli, e la sua curiosità non doveva esser poca, ignorando ella che l'Aldini, da lei conosciuto come dilettante paesista, trattasse anche la figura in grande. Ma no, niente ritratto; il disegno raffigurava un ponticello, uno dei tanti che cavalcano i piccoli canali della città, con due spigoli di case, e qualche saggio di scultura medievale; anticaglie, vecchiumi, e mezzo anneriti dall'umidità, dalla mancanza di luce, ch'ella non riusciva ad intendere come piacessero tanto agli artisti. I palazzi sul Canal Grande, alla buon'ora!

-- Grazioso! -- diss'ella nondimeno, dopo aver osservato coll'occhialino il disegno. -- Grazioso tanto! E colle sue figurine alte un centimetro! --