Il ponte del paradiso: racconto

Part 6

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Poi la condusse davanti ad un altro quadro, dove alla vita del ridotto succedeva la vita del monastero; allegrissima anche questa, nel parlatorio elegante, dove le monache e le educande, sporgendo coi visetti maliziosi dalla grata, ricevevano i complimenti d'una comitiva di cavalieri e di dame. Non era fitta, la grata; al bisogno poteva anche aprirsi, facendo di due stanze una sola. Intanto la conversazione appariva molto animata; e preludiava anche a un altro divertimento, poichè lì presso ei vedeva rizzato, e pronto a cominciar lo spettacolo, un casotto di burattini.

Altro quadro più in là, raffigurante una piazza; e sulla piazza un palco da ciarlatano, donde un vecchio Dulcamara esaltava la magica virtù di certe boccettine, che vendeva alle belle ragazze; l'elisir d'amore, senza dubbio, del quale pareva invogliata anche una gran dama, venuta in piazza con la morettina sul viso, facendosi sostenere lo strascico dall'immancabile cavalier servente in bautta. La bautta era in voga; non disdiceva neanche nei più alti luoghi, nei più solenni ricevimenti. Ne faceva testimonianza un terzo quadro, dov'era rappresentato un doge, niente di meno, il doge Pietro Grimani, seduto in trono e circondato da quattro consiglieri, in atto di ricevere un senatore, che gli presentava una dama e due gentiluomini, come lei mascherati. Benedetto doge Grimani, a cui le cure dello Stato, nobilmente sostenute dal 1741 al 1752, concedevano qualche onesto sollievo!

Il dipinto che lo raffigurava era certamente stato fatto per sua commissione. Dogi e senatori, come tutti i patrizii veneziani, gradivano di vedersi effigiati nei quadretti del Longhi. Era un modo di tramandare le proprie sembianze ai posteri, senza la solennità del gran quadro, e col vantaggio di essere ricordati in mezzo alle loro famiglie. Così in un'altra tela del gaio pittore si vedeva un parrucchiere tutto premuroso acconciare il capo ad una gran dama; la quale, seduta allo specchio, sorrideva ad un bambino, ancora in braccio della paffuta nutrice. Frivolezza e sentimento materno sapevano stare in buona armonia, sotto la protezione d'un ottimo capo di famiglia, il cui ritratto pendeva appunto dalla parete, portando la scritta col nome del doge Carlo Ruzzini, e l'indicazione del 2 giugno 1732, giorno in cui egli era stato elevato a quella serenissima altezza.

Invaghita del gentilissimo pittore e del suo fare arguto, la signorina Margherita non trascurò nessuna di quelle quattordici tele. E si ripromise ancora di andare una seconda volta alla Accademia di Belle Arti, dove ce n'erano altre sei del Longhi, da lei neppure guardate nella prima sua visita, tra perchè si ritrovavano confuse in una minutaglia di quadretti della raccolta Contarini, e perchè non era andata là in compagnia d'un cicerone di tanto criterio e di tanto buon gusto.

-- Ci andremo insieme, non è vero? -- diss'ella. -- Anche il piccolo ha i suoi pregi; e riconosco volentieri che occorre un grande ingegno per cogliere con tanta fedeltà ed esprimere con tanta evidenza gli aspetti di una piccola vita.

-- Ricorda, signorina, -- chiese Filippo, -- ricorda un altro pittore, che ha espressi in piccolo, e con arte maravigliosa, gli aspetti della grande? un pittore di prospettive, che ha saputo popolare di figurine a migliaia, alte pochi centimetri, i fondi più vasti, e dare a quelle figurine la espressione più viva?

-- No, di chi parla?

-- Del cavalier Pannini; poichè ella è stata a Parma....

-- Ah, sì, vero! -- gridò la signorina Margherita. -- Il cavalier Pannini, che ha riempita la pinacoteca della Pilotta con tanti episodj del viaggio di Carlo III, di quel simpatico re vagabondo, passato dal trono di Parma a quello di Napoli, e dal trono di Napoli a quello di Madrid. Ella ha ben ragione; anche il cavalier Pannini è stato un grande artista, ed io l'ho veduto con piacere, come una vecchia e cara conoscenza, anche a Parigi, nella galleria del Louvre. Ma torniamo a Parma; -- soggiunse la fanciulla, con un risolino malizioso. -- Ci ha più pensato, Lei?

-- A Parma?

-- Sì, a Parma, e al vecchio palazzo degli Aldini. --

Filippo trasse un sospiro, e lì per lì non rispose. Troppe cose avrebbe avuto da dire.

-- Ma già, capisco; -- ripigliò la fanciulla. -- Si può pensare a Parma, vivendo da tanto tempo così volentieri a Venezia? --

VI.

Digne et in aeternum.

Il colpo lo coglieva in pieno petto; colpo involontario, colpo innocente, ma fiero. Filippo Aldini balenò un istante, e rimase un tratto senza parola, tanto era sconcertato.

-- Non mi lagnerò, -- diss'egli, dopo quella pausa forzata, -- non mi lagnerò di questo lungo soggiorno, poichè il prolungarlo fin qui mi ha fruttato la loro conoscenza. --

La frase galante meritava il suo premio in un sorriso di amabile compiacenza da parte della signora Eleonora. Ma questa non era là per sentirla: da un quarto d'ora almeno, stanca di passeggiare per le sale del museo e di star ferma in piedi davanti a quei quadri, dove la sua Margherita e il conte Aldini trovavano tante bellezze, la buona signora aveva preso posto sopra un seggiolone antico, presso il finestrone d'una camera attigua, lasciando ai due giovani il piacere di muoversi, di fermarsi, di ammirare a lor posta. Nè per lei diede il premio dell'amabil suo sorriso la signorina Margherita, che in quella vece si era fatta un po' rossa.

Ma un complimento non era una ragione; e Filippo continuò:

-- Del resto, sono i casi della vita che ci comandano un poco, e sempre assai più delle nostre preferenze. Ella poi non mi creda dimentico di Parma, nè di un consiglio così gentile come il suo. Se sapesse! Ho sognato ancora stanotte di esserci ritornato.

-- Davvero?

-- È là, non nel palazzo degli Aldini, di cui non conosco l'interno, poichè esso non apparteneva già più alla mia gente quando io son nato: ero invece fuori di città, verso i colli, dalle parti di Lesignano, con la veduta di Montechiarugolo.

-- Ah, bene, Montechiarugolo! -- ripigliò Margherita. -- È un paese tanto simpatico! Ci dev'essere anche la storia d'una fata, che non ho potuto raccogliere. La sa, Lei?

-- No, e me ne duole; -- rispose Filippo. -- Ma ci sarà una buona fata, quando ella ci andrà. Per intanto, -- soggiunse egli, passando veloce su quell'altro complimento, che faceva arrossire un'altra volta la signorina Margherita, -- io sono andato a Lesignano, come ho avuto l'onore di dirle; e non mi sono fermato nella mia bicocca di laggiù; sono corso in quella vece difilato verso i monti, padrone del mio tempo, senza una mèta prefissa, felice di correre, e senza maravigliarmi neppure della nuova facoltà che avevo acquistata, la facoltà di volare.

-- Tutto solo?

-- No, non solo.

-- Ah, dicevo bene! Sarebbe stato un piacere da egoista.

-- Vuole che le dica con chi ero?

-- Dica, dica.

-- Con una gentile signorina, a cui facevo indegnamente da cicerone.

-- Ci cresce l'indegnamente; -- notò Margherita. -- La signorina certamente sarà stata felicissima. Con le ali anche lei, voglio credere. E che cosa le ha fatto vedere da quelle parti là?

-- Una ròcca stupenda, fieramente piantata sopra un poggio, con quattro torrioni sugli angoli e un battifredo sul ponte d'ingresso.

-- Un battifredo? Le confesserò candidamente la mia ignoranza....

-- Battifredo, -- fu pronto a commentare Filippo, -- torre della guardia; alta per dominare molto paese in giro; munita di campana, perchè gli uomini in vedetta suonino a stormo appena scorgano in lontananza il nemico. La ròcca, poi, si chiama Torrechiara; la fabbricò a mezzo il Quattrocento un gran gentiluomo, che era stato uno dei maggiori capitani di Francesco Sforza. Signore di molte castella sul territorio parmense, ed anche più oltre sul milanese, Pier Maria de' Rossi, conte di San Secondo e marchese di Berceto, si ritirò un bel giorno dalla corte ducale di Milano e da tutte le pompe mondane: non bastandogli, o non parendogli abbastanza fuori del consorzio umano le altre sue ròcche, volle edificare anche quella, e ci si rinchiuse per la seconda metà della sua vita, che fu certamente la migliore. Amò concentrarsi, e fu savio; -- soggiunse Filippo con accento di desiderio. -- Appartato dal mondo, non ebbe più da sentirne la noia.

-- Ah, l'egoista! -- esclamò Margherita, un po' per l'antico gentiluomo, un po' pel moderno.

-- Ma no, non era solo; -- ribattè prontamente Filippo. -- Consolava la sua solitudine una donna gentile, e a farlo apposta una milanese come lei.

-- Ma io son di Como, l'avverto.

-- Oh, veda! Ma io ho detto milanese come si suol dire, genericamente, per comprendere tutta la regione che ha obbedito in altri tempi a Milano. Del resto, ignorando ch'ella fosse nata a Como e sapendo ch'ella vive a Milano, potevo ben dir milanese, ne conviene? Ora veda un po' che strana coincidenza! La dama di Torrechiara era quasi di Como. E non creda ch'io le voglia cambiar le carte in tavola; le dico subito nome e cognome; si chiamava Bianca Pellegrini, ed era marchesa d'Arluno. La storia sua non la so così bene come il suo nome; ma certo il De' Rossi aveva conosciuta la bella a Milano, quando viveva alla corte dello Sforza, o della vedova di lui. Quanto alla leggenda, essa racconta che in abito di pellegrina, col sarrocchino di cuoio, sparso di nicchi, sulle spalle, e il bordone nel pugno, la bellissima Bianchina muovesse di Lombardia per andare dal suo Pier Maria, caduto in disgrazia e ritirato nel suo territorio. Ma credo che la leggenda sia stata inventata, prendendo le mosse da certe pitture della ròcca di Torrechiara, per le quali appunto nel mio sogno io mi ero disposto a farle da cicerone.

-- Ha avuto un bel pensiero, dormendo; -- notò Margherita. -- Non lo deponga ad occhi aperti, e mi descriva le pitture di Torrechiara; io mi sforzerò di vederle.

-- Ecco qua; -- riprese Filippo. -- Ma prima vediamo la ròcca. Quattro torrioni angolari, le ho detto, non tenendo conto di alcune torri più basse, e di altri lavori per difender gli approcci. I torrioni, naturalmente, son collegati da bastioni, che dànno anche posto a lunghi loggiati coperti, donde si gode la vista delle circostanti campagne. Tra questi corpi avanzati, che sono i torrioni ed i loggiati, si stendono quattro giardini, veri orti pensili, debitamente alberati e fioriti, affinchè gli abitatori della ròcca non sentano il bisogno di andar fuori a diporto. Lungo i giardini corrono gli appartamenti signorili, a due ordini. Dentro la ròcca, tra questi appartamenti, si stende una gran corte, con due porticati sovrapposti, sostenuti da robuste colonne. In mezzo alla corte è un gran pozzo, col suo puteale di marmo, e il coronamento, al solito, di ferro battuto. C'è? Vede tutto?

-- Ci sono, e mi par di vedere.

-- Bene; ora facciamo cammino nel porticato superiore; si entra di là, verso mezzogiorno, nella camera d'oro, che è tutta una maraviglia, anzi la maraviglia delle maraviglie. Non si lasci abbagliare dall'oro. Del resto, ce ne son più poche tracce sulle pareti. Verremo a queste tra poco; alzi gli occhi, per ora.

-- Li ho alzati.

-- Ed ecco la vôlta, che domanda subito tutta la sua attenzione. La vôlta è a crociera, voglio dire che la dividono in quattro spicchi due costoloni lavorati ad armi e scherzi, e condotti ad incrociarsi sotto una serraglia rotonda tutta dorata, che porta il monogramma di Cristo, contornato di raggi. Nei quattro scompartimenti un pittore non dozzinale ha dipinto quattro volte Pier Maria e Bianchina; lui colla berretta di velluto rosso in capo, vestito alla corta, di stoffa verde damascata; lei ora da pellegrina, col bordone e il sarrocchino, ora da gran signora, e con tanto di strascico. Infatti, nei quattro dipinti sono rappresentati diversi momenti della buona ventura toccata al gentiluomo innamorato; da prima il viaggio della dama travestita, poi l'incontro e il ricevimento in Torrechiara, finalmente la presentazione dei due felici al tempio di Cupido. Non dimentichi, signorina, che siamo nel periodo del Risorgimento, e il profano si mescola volentieri col sacro.

-- Soverchiandolo un poco, vedo bene; -- osservò Margherita.

-- Ed ora alle pareti; -- riprese Filippo. -- Son tutte a mattoni quadrati, istoriati a rilievo, colorati e dorati, correnti in file diagonali, ogni fila col suo colore dominante, verde, rosso, azzurro e oro, e colle parti in rilievo tinte di un colore diverso. Queste parti in rilievo, ora sono pezzi di rabesco, che, congiungendosi con quelli dei mattoni contigui, vengono a formare un ornamento che abbraccia tutte le altre rappresentazioni, frapponendosi ad esse; ora son rôcche col ponte alzato, circondate da fosse con cigni, sormontati da un aquilotto, con un sole raggiante sul capo; ora cartelli col motto latino _nunc et semper_, cioè a dire ora e sempre; ora son coppie di cuori, rossi in campo azzurro, entro un cerchio formato da tre corone d'oro accostate; ora altri cartelli coll'altro motto latino _digne et in æternum_. Perchè due motti? Non ne bastava uno? Ma io penso che la ragione ci sia, per averne messi due. Non sono due i cuori accostati? Ora, dei due motti latini, uno, il _nunc et semper_, è di madonna Bianca, l'altro, il _digne et in æternum_, è di Pier Maria, senza fallo.

-- E significa?

-- Meritamente, in eterno; -- rispose Filippo. -- Su per giù è la stessa idea del _nunc et semper_; ma c'è di più il meritamente; e mi pare che sia il De' Rossi quello che parla così, dando maggior lode alla dama.

-- Ed è stato di parola?

-- Sì, come vedrà. Volgiamo un ultimo sguardo a questa camera d'oro, che con tante rappresentazioni di felicità sulla terra, mi pare un vero castello d'amore, ed usciamo nel cortile. Per un angolo del porticato si entra nella cappella, posta sotto l'invocazione di San Nicomede. Un solo altare là dentro, e poteva bastare al centinaio di vassalli che vi si raccoglievano a sentire la messa, insieme col signor castellano. Ma questi non ci stava già alla vista di tutti. Sul lato sinistro della piccola chiesa era rizzata una bussola di legno riccamente scolpita, che ripeteva ne' suoi rilievi colorati e dorati le coppie di cuori, i motti latini, i castelli coi cigni e gli stemmi, tutto insomma l'ornato della camera d'oro; e dentro la bussola si vedono ancora i due stalli; uno a destra, colla lastra dell'inginocchiatoio intarsiata, che reca gli emblemi della pellegrina e le iniziali del nome di lei; l'altro a sinistra colle iniziali di Pier Maria. Amava concentrarsi, il signore di Torrechiara; chiuso nel suo castello, chiuso nella sua camera d'oro, chiuso nella sua bussola, sempre chiuso, e non solo. Non riposa neanche solo sotto il pavimento della cappella di San Nicomede, dove la pellegrina d'amore è scesa a dormire il gran sonno, e dov'egli l'ha seguita, restandole indietro di poco. Le pare che sia stato di parola, quel potente della terra, quel gentiluomo, quel castellano poetico? Storia vera, quella che io le ho raccontata, abbreviando; storia vera, che sembra un romanzo. --

Margherita aveva assentito alla domanda con un cenno del capo.

-- E dica ancora, -- soggiunse ella con piglio curioso, -- sono entrate delle Rossi, nel casato degli Aldini?

-- Sì; perchè me lo domanda?

-- Perchè parla di Pier Maria con tanto calore!

-- Vuol dire che sia la voce del sangue? -- rispose Filippo, sorridendo. -- E sia. Ma il motto del castellano di Torrechiara val bene qualche frase più animata del solito. _Digne et in æternum_; meritamente, e per l'eternità! Quantunque, -- soggiunse egli, -- mi pare, pensandoci su, che la mia traduzione non faccia intendere tutta la profondità del pensiero.

-- Ah sì, sentiamo; -- gridò Margherita; -- qualche bella sottigliezza! È del suo carattere, se l'ho ben capito.

-- Le dispiace?

-- No davvero; ho detto bella sottigliezza; non dimentichi l'aggettivo, e mi dica subito che cosa ha trovato di più profondo nel motto di Pier Maria.

-- Questo, signorina, che solo quando è degno, l'amore merita di vivere eterno. Le pare una sottigliezza?

-- È bella; -- ribattè Margherita; -- è bella, e vera; e mi fa prendere in molta stima il suo Pier Maria. La prima volta che tornerò a Parma, andrò a fargli una visita. Peccato che non ci sia anche lei, per farmi gli onori della Camera d'oro! --

Filippo Aldini levò gli occhi al soffitto, quasi invocando dal cielo un miracolo.

Si era andati molto lontani dai quadri di genere del Longhi; ed anche dalla signora Eleonora, a cui bisognava ritornare.

-- Mio Dio! -- esclamò la buona signora, giungendo le palme. -- Non siete stanchi? Benedetta gioventù! --

Piacque sommamente a Filippo Aldini quella associazione di due persone in un "siete", che certo era stata fatta a caso. Ma egli si tenne prudentemente la gioia in petto, senza farne la menoma dimostrazione sul volto. Margherita, per contro, non sapendo fingere, si fece secondo l'uso un po' rossa.

-- No, mamma; -- diss'ella, accostandosi, e baciando la signora Eleonora sulla fronte; -- quanto a me, non sono stanca affatto. Il signor conte spiega così bene ogni cosa, che fa dimenticar la fatica. E mi ha fatto intendere anche un po' di latino. --

La signora Eleonora sorrise, senza intendere dal canto suo nulla di nulla nell'accenno di sua figlia. Ma una cosa intendeva, quella buona signora, che quei due giovani erano maravigliosamente assortiti. Li aveva da vedere il suo Anselmo, come li vedeva essa in quel punto; di certo egli non avrebbe portato opinione diversa. Lui di bella presenza, che non si poteva desiderare di meglio; alto e ben piantato, snello, elegante; risoluti i lineamenti del viso, ma insieme delicati; traenti al biondo i capelli, ed anche più i baffi, sotto cui si disegnavano le labbra stupende, nobilmente ferme nella gravità dell'atteggiamento pensoso, amabilmente morbide nella soavità del compiacente sorriso; lei quasi alta della persona come lui, tutta leggiadra, fatta a pennello; ricco il volume della capigliatura nerissima su quel candore abbagliante della carnagione, che spirava intorno a sè come un alito di cose fresche e profumate; e non meno stupenda bellezza in lei quelle ciglia lunghe, che toglievano forza, ma aggiungevano grazia al baleno degli occhi. Infine, era illusione o verità? Gli occhi morati di Margherita e gli azzurrognoli del conte Aldini si socchiudevano volentieri nell'istesso modo, come se ci fosse stata una parentela tra loro, e rendevano in vista la medesima espressione, di dolcezza diffusa e di profonda bontà.

Queste le doti fisiche dei due giovani; bisognava veder poi le morali. Ella era un angelo, come bene l'aveva definita in una parola il signor Zuliani; seria, senza apparato, innocente l'anima, tra tanta cultura d'ingegno; sempre l'istesso umore, amabilmente giocondo, e il senso della misura in ogni cosa perfetto. Egli, poi, così nobile di sentire com'era di nascita, cortese negli atti, inappuntabile nei modi, affabile con tutti, riguardoso colle signore fino allo scrupolo, garbato ed attento colle attempate come colle giovani; e ciò senza contare tutto il bene che alla signora Eleonora ne aveva detto Raimondo Zuliani, un galantuomo di ventiquattro carati, alla cui parola si poteva fidare ogni altro galantuomo suo pari, e prima e più di tutti il signor Anselmo Cantelli. Infine, se quel soggiorno prolungato delle signore a Venezia doveva portare una conseguenza come quella, non c'era da ascriverlo a grande fortuna?

Le mamme, si sa, vedono sempre e dappertutto un marito; si può dire che non hanno occhi per altra cosa nel mondo. Un uomo incontrato a caso, presentato loro in un salotto, ai bagni, o in altro ritrovo di società, vale o non vale, secondo che è un marito possibile, o meno. Povere mamme, vanno compatite: l'hanno trovato esse una volta, perbacco, e pensano volentieri che la vite ha bisogno dell'olmo, e alla peggio deve contentarsi d'un palo. Ubbìe, sciocchezze, follìe; spesso anche errori, che si pagano cari; ma non c'è rimedio, le mamme son fatte così; pigliarle come sono, o lasciarle.

Considerando il caso particolare della signora Eleonora, non è da credere che ella pensasse così, per non aver trovato un partito conveniente alla sua cara figliuola; che anzi, già si erano dovuti dire parecchi no, e senza una ragione plausibile; tanto che il banchiere Anselmo e la sua signora si erano fatta una riputazione di schifiltosi, d'incontentabili, e perfino, diciamo la parola, di matti. Figurarsi, che i partiti offerti erano di quei tali che appunto potevano e dovevano capitare alla figliuola d'un ricco; rampolli di famiglie ben quotate a milioni, che prima di muovere all'assalto avevano cura di sapere a quanto ascendesse la dote, o fin dove potessero giungere le conseguenti speranze; e poi, a vederli! prendevano fuoco come tanti zolfini. Che cari figliuoli! E quando si arriva a combinare uno di questi contratti, è un parlarne in città, un rallegrarsene, un esaltarsene, come d'un vero miracolo. "Sapete il gran fatto? Non si direbbe, ma è proprio così; matrimonio d'amore! Si erano visti alle regate di Livorno, alle acque di Recoaro, ai freschi di Gressoney. Quel povero ragazzo non ha avuto più pace, ha perso a dirittura la testa". Sì, eh? Ma almeno, fortuna sua, aveva conservata in tasca la tavola pitagorica.

Quanto ai suoi pretendenti, Margherita era sempre stata chiamata ad esprimere la sua opinione. Il babbo l'amava moltissimo, per tutte le ragioni che sarà inutile dirvi, e ancora più la stimava per il suo retto criterio. Così ella era messa a parte di tutto, e sorrideva ad ogni nuova richiesta.

-- Lo conosci, quest'altro?

-- Io no, babbo; l'avrò forse intravvisto, ma non ne ho tenuto memoria.

-- È di buona famiglia; ricco, e figlio unico. Si fanno parecchi milioni a suo padre.

-- Buon per lui; ma io non lo conosco. La solidità della sua casa, come si dice, puoi saperla tu, con qualche approssimazione, non è vero? Ma il suo modo di pensare, il suo cuore, la sua istruzione, non puoi, come non posso io. Dire di no, può parere orgoglioso; ma come si fa a dire di sì? --

E si rideva. Il signor Anselmo finiva sempre col dar ragione a sua figlia. In fondo, non gli dispiaceva di tenersi in casa quella cara fanciulla, che intanto era giunta ai ventiquattro anni, non accennando punto di voler così presto sfiorire, e che del resto non sentiva il desiderio di far mutamenti nel suo stato civile. In questo modo, ricusa oggi, ricusa domani, si dava materia d'almanacchi a chi aveva voglia e costume di farne. E il signor Anselmo, poi, dopo aver dato ragione a sua figlia, muoveva abitualmente dai particolari agli universali, sentenziando a un dipresso così:

-- Perseverate, bambine, e state volentieri coi vostri parenti. A rompervi il collo ci sarà sempre tempo; mentre una vita come quella che fate in casa vostra, senza pensieri, senza cure, senza affanni, senza rimpianti, non la farete mai più. --