Il ponte del paradiso: racconto

Part 12

Chapter 123,847 wordsPublic domain

Non era la risposta ch'egli s'aspettava da lei, pregandola con tanta effusione di cuore. Ma bisognava adattarsi al suo modo di ragionare, seguirla ne' suoi voli capricciosi.

-- Perchè è male; -- riprese. -- Debbo io ricordarvi sempre il passato? Una volta, davanti a lui, vi accadde di dirmi: sai!

-- È vero; e ne fui tanto felice!

-- Egli poteva sentirvi.

-- Mi avesse pure sentita! E mi sentisse ancora!

-- Egli vi ama; lo avete veduto iersera. Ed io che già speravo, nel vedervi così buona con lui!

-- Ah sì? -- gridò ella con accento impresso di profonda ironia. -- E ti piaceva molto? E tornando a casa col cuore sollevato da un peso enorme, ti sei addormentato in una gran sicurezza? --

Colpiva giusto, fors'anche senza saperlo. Filippo evitò di rispondere.

-- Infine, -- ripigliò, -- è bene ch'egli vi ami sempre così.

-- E mi pesa, capisci? -- ribattè ella, sdegnosa, esaltandosi a grado a grado delle sue stesse parole. -- Mi pesa, col suo amore così cieco; mi pesa, colla sua serenità così sciocca. Alle volte io dico tra me: se indovinasse il vero, mio Dio! se mi uccidesse, in un impeto di rabbia feroce, quanto meglio farebbe per sè, come per tutti! Ma tu non sposerai quella puppattola. Le parlerò io, se è ciò che ti turba.

-- Oh, voi non farete ciò! Che colpa ci ha lei? -- gridò Filippo, atterrito.

-- Che colpa? Quella di crederti, essa, che non ha neanche le tue ragioni, i tuoi pretesti di uomo mediocre. Del resto, ho già incominciato. Sì, a sua madre, senza tanti riguardi, a faccia a faccia, e a lei che ascoltava dietro un uscio, quella cara puppattola, ho detto chiaro e tondo che cosa siano e che cosa valgano certi vagheggini dei nostri giorni. --

Era ciò che Filippo aveva sospettato. Ma poichè il male era fatto, egli trovò ancora la forza di padroneggiarsi, nascondendo il suo turbamento.

-- Non vorrò dolermene io, per me stesso; -- notò, dopo un istante di pausa. -- Ma se egli viene a saperlo?

-- Tu hai paura di lui?

-- Rimorso, ve l'ho già detto.

-- E dovevi dirlo prima, assai prima, cacciandomi da te, bel conte avvezzo ai trionfi, quando quest'altra vittima ti cadeva nelle braccia. Vorresti dirmi, -- soggiunse ella, cogliendo e interpetrando a suo modo un gesto di Filippo, -- vorresti dirmi che lo avevi tentato più volte; e non l'osi. Sei anche vile con me. Ma te lo confesserò io, bel conte delle vittorie, io che avrò tutto il coraggio che ti manca. Eppure, anche allora l'hai difesa male, la tua virtù cavalleresca. Ed ora, forte guerriero, ed ora, impavido cavaliere, temi allo stormir di ogni foglia; hai paura; hai paura di lui. --

Filippo Aldini torse la bocca, levando la testa con atto sdegnoso, e fu l'unica risposta che diede. Ma ella ripigliò, incalzando più forte.

-- Se non hai paura di lui, crederò di te quello che non avrei creduto mai; che tu ami quella donna. --

Filippo era sul punto di rispondere un sì tanto fatto; e succedesse un po' quel che voleva succedere. Ma pensò ancora, da cavaliere, e si trattenne. Se ci son cose che non si rinfacciano ad una donna, ci sono anche quelle che non si confessano a lei.

-- Io! ma che?... -- disse in quella vece appoggiando i suoi monosillabi con un sorriso ed un gesto che poteva parer di diniego.

-- Ma sì, l'ami; -- replicò la bella implacabile. -- E come no? Cinquecentomila lire di dote, sono una bellezza trionfale. Aggiungiamo un milione e duecento cinquantamila lire di eredità, facendo calcoli sull'asse del vecchio al giorno d'oggi. Eh, si son fatti i conti, mio caro; si sanno fare, anche senza bisogno di cavarne nulla. Oggi come oggi, il banchiere ha sette milioni di sostanza, messi fuori di giuoco. E tu, bel conte, dai il tuo blasone in baratto. Lo vendi bene, non c'è che dire, lo vendi bene. --

E diede in uno scoppio di risa, lasciandosi andare mezzo arrovesciata contro la spalliera del divano che correva lungo la parete, poco lontano da lui.

Filippo era rimasto fieramente colpito da quel terribile assalto. Non proferì parola; ma ben si vedeva all'aspetto che molte cose gli bollivano dentro. Si alzò dalla scranna, e misurò due volte a passi concitati la stanza, che era divenuta per lui una prigione, una camera di tortura.

-- Ebbene, -- riprese ella, premendo più forte, quasi volesse mandare più addentro la punta che lo aveva tanto irritato, -- dimmi che non è vero, perchè io rida dell'altro. Oh, bello bello, il tuo blasone rimesso a nuovo! --

Filippo Aldini si piantò davanti a lei, severo, accigliato, com'ella non lo aveva mai visto.

-- Signora, -- incominciò egli, lentamente, meditando le parole, -- voi toccate un tasto, che rende cattivo suono. Le male cose che mi gettate in viso come un insulto....

-- Ah, bene! -- interruppe la signora. -- Riscaldati una volta!

-- Le male cose che mi gettate in viso come un insulto sanguinoso, -- riprese Filippo con accento solenne, -- non hanno virtù di commuovermi. Paura, mi avevate già detto, paura di lui! Quella che voi chiamaste paura, è vergogna, vergogna di apparire a quell'uomo leale un traditore dell'amicizia; quanto alla paura, ho ancor da sapere dove ella stia di casa. E dite lo stesso di altre brutte ragioni, che la mia coscienza di gentiluomo sdegnosamente respinge, e che la mia mano ricaccerebbe in gola a chi ardisse solamente accennarle. --

Lampeggiavano in quel momento negli occhi di Filippo molte imagini di vecchi Aldini, ugualmente accigliati, ugualmente severi, duri soldati di quindici o venti generazioni, col sentimento dell'onore sulla fronte, e la mano fieramente aggravata sugli elsi della spada.

Le vide Livia; anche confusamente, non poteva non vederle. Ma anche in lei soverchiava lo sdegno, infiammandole il sangue.

-- Ricacciatele, dunque! -- proruppe. -- Avanti, terribil guerriero!

-- Parla una donna; -- rispose Filippo, con accento mutato; -- e dirò in quella vece alla donna: Tutte le male cose che mi avete gettate in viso, ho voluto pensarle ancor io; e come le ho pensate, esagerandole molto, le ho dette; le ho dette, nella speranza di vincere con un eccesso di scrupoli la inconcepibile ostinazione di lui. Niente è servito. Tu non sei ricco, mi ha egli risposto; ma intanto ciò che possiedi basta a fronteggiare i due terzi della dote; meglio invigilato, amministrato a dovere da te, basterebbe a fronteggiarla tutta. Quella gran dote, finalmente, sarà investita in terreni, e tu non ne toccherai un centesimo. Non ti basta ancora, di averne le mani nette? Puoi chiedere che sia diminuita, lasciando che la sposa si costituisca il rimanente in sopraddote. Mi parli di quello che verrà poi? Il poi è lontano, e speriamo, da galantuomini, che sia lontanissimo. E non risguarda te, il poi; sarà della donna, non tuo. Questo, -- soggiunse Filippo, -- lo sapevo bene ancor io; non sapevo, piuttosto, non ho cercato di sapere come e fin dove fosse ricco il signor Cantelli, od altri al mondo, mai!

-- Così, dunque, ti sei volentieri acquietato? -- replicò la signora. -- Ci s'acquieta bene, quando c'è l'interesse, non è vero?

-- Non vi risponderò più; -- disse Filippo.

-- Ah, il gentiluomo s'inalbera! Bada, conte Aldini, mercante di blasoni, ciò che io posso fare ti costerebbe assai caro. Ancora una volta, ricuserai la puppattola?

-- No; -- rispose egli inflessibile.

-- Guai a te, conte Aldini! -- ruggì, più che non dicesse, la donna inviperita. -- T'inganni, se pensi ch'io possa lasciarla passare così; t'inganni, t'inganni.

-- E non lo penserò; -- diss'egli di rimando. -- Ma infine, perchè non metterlo prima, il vostro gran veto? Aspettate ora? --

Ella rizzò il capo, saettando Filippo d'uno sguardo viperino.

-- Aspetto ora! aspetto ora! -- ripetè con accento di profonda amarezza. -- E quando potevo farlo io, prima d'ora? Con la tua casa vietata ai profani? Non l'avevi tu dichiarata locanda, ad uso dei viaggiatori.... di Verona? Cari, quei due viaggiatori, che nessuno ha mai visti, nè per via, nè a teatro, mentre tu eri visibile, bel conte, con due viaggiatrici.... di Milano! Ti hanno fatto buon giuoco, i due ospiti! E così ti fossero durati di più! Ma avevano una breve licenza, ed hai dovuto lasciarli partire; che peccato! T'intendo, la trovata non era poi altro che una continuazione di tanti vecchi artifizi. Da gran tempo ti eri messo in mente di guarirmi con la tua freddezza, come prima coi tuoi continui timori, coi tuoi eterni rimorsi. Ma io, questa volta, incalzando il pericolo, volevo vedere fin dove saresti arrivato. Ah, mi hai fatto soffrire, soffrir tanto, tanto! Finchè il mio cervello ha potuto reggere, ho contenuto il mio cuore, che ad ogni momento era lì per ispezzarsi. Ora non più, mi ribello. Vedi, Filippo, mia madre.... è morta pazza. E ci sono momenti che temo ancor io d'impazzire. --

E cadde riversa sul divano, dando in un pianto dirotto. Filippo Aldini, a tutta prima più irritato che scosso, si era sentito scorrere un brivido per le ossa all'accenno che Livia faceva della morte di sua madre; un accenno che a lui giungeva nuovo, e che gli schiudeva dinanzi agli occhi un abisso doloroso. Peggio, in quel punto, il cadere di lei, con quel pianto disperato, misto a singhiozzi ripetuti, che parevano annunziare alcunchè di più grave. Il pianto era infatti convulso, il singhiozzo spasmodico.

-- Calma, vi prego! -- gridò, curvandosi su lei. -- Rialzatevi, Livia; abbiate forza, vi supplico! Io non so, non posso far nulla, se voi vi abbandonate così; non posso neanche chiamare in soccorso i vicini. Animo, via, un piccolo sforzo! --

Ella tentò di sollevarsi; ma fu mestieri aiutarla, prendendola per la vita.

-- Dirai di no? -- chiese ella, tra i singhiozzi, aggrappandosi a lui.

-- Mio Dio! che cosa domandate? Lo sapete pure che io non posso oppormi ai suoi desiderii, senza correr pericolo di nuocere a voi.

-- A me? Che importa, se già tu stesso mi uccidi, obbedendogli? Dirai di no?

-- Tutto quello che sarà in poter mio, lo farò.... lo tenterò, certamente; -- rispose Filippo, temendo sempre ch'ella fosse per ricadergli svenuta tra le braccia. -- Gli parlerò ancora, e più forte ch'io non abbia mai fatto, se pure è possibile ch'io non gli abbia detto abbastanza. Questo vi posso promettere, e questo manterrò.

-- Parola di gentiluomo?

-- Veramente, -- mormorò egli, -- non dovrei esser più creduto tale.

-- Oh, perdonami; ero pazza. Ma vedi, Filippo mio, soffro tanto, che non son più capace di padroneggiarmi; e parla la lingua, ma il pensiero non c'è. Perdonami, perdonami! Non è vero che nel tuo cuore mi hai già perdonato quelle brutte, brutte parole?

-- Ma sì, senza dubbio; -- rispose Filippo, sempre cercando di chetarla. -- Se voi mi promettete di esser più forte, io perdono, dimentico ogni più aspro giudizio. So anche bene di non meritarlo, -- soggiunse. -- Ma voi, Livia, mi ascolterete una volta. È un gran male ciò che è accaduto, un gran male; dobbiamo dimenticare anche quello, se pure avverrà che non possiamo averne perdono dalla nostra coscienza.

-- Come vorrai.... tutto ciò che vorrai.... accetto ogni patto più crudele. Ne morirò? Tanto meglio; ma almeno contenta, se tu avrai detto di no. --

Riuscendo finalmente a sollevarla dal divano Filippo aveva data di sbieco una guardata all'orologio.

-- Dio mio! -- esclamò. -- Già le undici! È ora che andiate. Se egli, ritornando, non vi trovasse in casa?...

-- Ebbene, che importa? Già altre volte è accaduto. Uscita per qualche piccola compera, ho perduto un po' di tempo; ecco tutto. Ma vado, sì, vado; -- ripigliò, notando l'ansietà di Filippo, a cui quelle ragioni non potevano bastare. -- Tu per altro, mi giuri....

-- Tutto quello che un gentiluomo può giurare, al punto in cui sono le cose; -- diss'egli, facendo un gesto disperato. -- Parlerò, parlerò come volete, e sia poi ciò che vuol essere.

-- Sì, resisti, resisti, ed egli cederà. Se tu risolutamente non vuoi, chi ti può sforzare? Non sei già una vittima ignara, da potersi condurre così facilmente al sacrifizio! Resisti, resisti, Filippo; te ne supplico per quell'amore, che non hai sempre ricusato, e che conserva nei ricordi, almeno nei ricordi, i suoi sacri diritti. --

Filippo fremeva, ribellandosi in cuor suo ad una logica pazza, che non voleva darsi per vinta. Ma bisognava ad ogni costo calmar quella donna, ad ogni costo persuaderla, incuorarla a partire.

-- Non è vero? -- incalzava ella frattanto. -- Cercherai di liberarti?

-- Sì, sì, e non mi par più tanto difficile; -- rispose Filippo, atteggiando le labbra ad un mesto sorriso, -- se penso che tu hai parlato di me.... a quelle signore, e in modo certamente tale da disingannarle sul conto mio. --

Ahi, non da quel lato poteva ella aver sicurezza, dopo che alla signora Eleonora aveva parlato Raimondo.

-- Non ti fidar troppo di loro; -- diss'ella. -- Da te, Filippo, da te aspetto un nobile atto di forza. Non mi negare quest'ultima prova di amicizia. Io rinunzierò a te, se questo è il voler tuo....

-- Il dovere; -- fu pronto a corregger Filippo: -- il dovere.

-- Sia, diciamo il dovere; ma a questo dovere che tu m'imponi, corrisponda quello che ho bene il diritto di pretender da te. Resisti, resisti! --

Colla voce e coi gesti Filippo prometteva ogni cosa. E l'aiutava frattanto a rimettersi il cappellino in testa, avendolo preso egli stesso dallo scaffale, e la mantellina sulle spalle, andando a raccoglierla, sulla estremità del divano, dove era stata gittata da lei. Ciò fatto, e vedendo lei ancor troppo agitata, era andato ad aprire la finestra, perchè un soffio d'aria fresca aiutasse a calmarla.

-- Mi sento meglio, non dubitare; -- diss'ella. -- Vado, non perdo più tempo, se ciò ti dispiace. Ma tu resisterai; ho la tua promessa, Filippo; ho la tua parola di gentiluomo. Vado, sì, vado.... ma non così freddamente, come se fossimo nemici.... come se tu non mi avessi perdonato. --

E gli gittò le braccia al collo e lo baciò, in un impeto di passione disperata. Solo allora si spiccò da lui, e accompagnata fino all'uscio segreto, finalmente disparve. --

Era tempo; Filippo Aldini non reggeva più a quello strazio di tutte le fibre, del cervello e del cuore. Forsennato, furente contro sè stesso, richiuse l'uscio, e ritornò nel suo studio; ma non poteva rimanere là dentro, dove gli era troppo presente l'imagine di quella donna terribile, a cui si resisteva così male, poichè ella non intendeva ragione. Ed egli aveva promesso, per liberarsi da quella oppressione, aveva promesso di riparlare a Raimondo. Che cosa gli avrebbe ancor detto, dopo essersi lasciato persuadere una volta, dopo avergli confessato perfino l'amor suo invincibile per Margherita? Ah si, quello era proprio il momento di pensare a ciò che avrebbe potuto dire di nuovo, o ripetere di vecchio!

Infine, non ci avrebbe pensato affatto! si sarebbe buttato a mare, aspettando il maroso che lo cacciasse sotto, una volta per sempre. Sospettasse pure, quell'altro, indovinasse pure: passata la vergogna, Filippo Aldini non sentiva paura.

Ridottosi frattanto nella sua camera, si era gittato bocconi sul letto, piangendo e ruggendo. Gli bruciavano le labbra; quel bacio che aveva ricevuto, e forse reso, gli pareva un sacrilegio. Rimorsi nuovi, da aggiungere ai vecchi! E il suo bel sogno svanito, e Margherita, la dolce Margherita, perduta per sempre! Perchè oramai il dado era tratto; doveva resistere, lo aveva promesso. Aspra punizione del destino! Ma egli l'aveva pur meritata.

XII.

A caso disperato.

La signora Zuliani giunse al palazzo Orseolo prima che capitasse Raimondo per far colazione. In verità, quell'Aldini era un grande spericolone; ma non faceva poi niente di nuovo, quel giorno; era stato sempre così, se non peggio. Gli si era bene imposta lei, in un momento di follia; lo aveva involto davvero, e stravolto, non vedendo, non considerando più nulla, attratta da un fascino arcano verso quell'uomo, che tutti decantavano, che tutti alzavano in palma di mano, come un perfetto cavaliere, per cui tante belle sospiravano, per cui più d'una aveva perduta la pace del cuore e quella dell'anima. E quel don Giovanni, inconsapevole della sua forza, si era dimostrato così discreto con lei, timido come un ragazzo, tutto scrupoli, tutto riguardi, volenteroso dispensatore di quei savi e prudenti consigli, che non sogliono essere il fatto degli uomini, specie dei fortunati in amore. Livia ci pensava spesso, a quei cominciamenti strani della loro conoscenza, non potendo dissimularsi di essere stata lei la grande colpevole. Che cosa doveva egli fare, per trattenerla sull'orlo dell'abisso, più di quello che aveva fatto, fino a parerne ridicolo? Amandola, per altro, che non sapeva negarlo; ed anzi c'insisteva tanto più volentieri, quanto più si mostrava disposto a resistere. Questo, almeno, a lei pareva evidente, chiaro come la luce del sole; e mettiamo pure che le piacesse esagerare la forza di un sentimento, in cui potevano aver parte la delicatezza dell'animo e la cortesia dei modi signorili.

Quanto agli scrupoli cavallereschi, onde i timori e i rimorsi continui, ella bene intendeva come fossero effetto necessario della grande amicizia tra lui e Raimondo. Ah, quel Raimondo, così infatuato del conte Aldini, non era stato egli la prima cagione del male? Dove l'uomo s'infatua, la donna s'innamora; ecco il guaio. Così innamorata, e forse più nella fantasia che non fosse nel cuore, quanto aveva ella sofferto di quegli scrupoli, di quei timori, di quei rimorsi, che ella non conosceva, pur dovendo fingere di sentirli con lui! Ed egli voleva ricondurla ad ogni costo sulla via della ragione, e non riusciva ad altro che ad irritarne lo spirito. Troncare, finire, ascoltare la voce del dovere; come si fa, quando l'anima è piena del suo bel sogno, e la passione trabocca? Pure, in gran parte, aveva dovuto cedere. Si vedevano di rado, e quasi alla sfuggita; Raimondo, frattanto, parlava sempre di voler ammogliare Filippo. Anche quello ci voleva! Finchè erano discorsi in aria, pazienza; si poteva sorriderne, quantunque a denti stretti. Filippo, dal canto suo, si era sempre valorosamente difeso. Ma allora non si vedeva il nemico alle porte: ora il pericolo appariva vicino, imminente, ed ella lo aveva sentito senz'altro, al primo comparire della graziosa puppattola. Così la chiamava, anche tralasciando l'epiteto; così chiamava tutte le fanciulle di bella presenza, dalle ricche capigliature, dalle guance vermiglie, dai grandi occhi incantati, ancora un po' dure negli atti, senza languori, senza tenerezze, ma forti della loro fiorente e promettente giovinezza. Ah, quella puppattola, graziosa sì e no, ma innegabilmente troppo ricca, faceva ben soffrire la signora Zuliani nel profondo dell'anima, dove s'annida quella triste miscela d'orgoglio e di vanità, che è il nostro amor proprio. Ed era giunta a questo: rinunziar lei a Filippo, purchè egli rinunziasse a Margherita. Su questo patto si era ostinata; egli avrebbe resistito con nuovi argomenti alla idea malaugurata di Raimondo; ella si sarebbe rassegnata a non veder più Filippo, ridiventato in istile di cerimonia il signor conte Aldini, a non vederlo più, se non qualche volta, a punti di luna, nel suo salotto, o nel suo palco a teatro. Fino a quando così? Fino a quando si potesse durare. Tante cose si promettono, colla speranza di non doverle poi mantenere!

Raimondo Zuliani giungeva a casa, secondo l'uso, di buonissimo umore. Si era a tutta prima turbato, vedendo la sua Livia un po' pallida e abbattuta nell'aspetto; ma pensò che erano i soliti vapori, frequenti a dir vero, ma brevi, passati i quali la strana creatura ritornava più fresca e fiorente che mai. Strano uomo anche lui, con tutte le virtù, con tutti i doni dello spirito, meno la perspicacia nelle cose più vicine e più intime. Ma questa qualità non va mai senza un certo spirito diffidente; e può questo allignare dov'è rigogliosa la fede? Raimondo aveva una fede robusta in ogni cosa, fede in lei, fede nell'amico, fede in sè stesso. Questa, poi, era principio e cagione di tutte le altre. Per l'amor suo e per la passione del lavoro, non aveva egli fatto miracoli, raggiungendo una condizione invidiata? Ben lavorava per quella donna, che era tutta la sua famiglia; e ancora non aveva egli varcato nel cammino della vita quel mezzo, oltre il quale s'incomincia a perdere qualche illusione e qualche speranza. Egli e Livia potevano dirsi soli nel mondo; ma se non gli arrideva forse più l'idea di lavorare per una nidiata d'innocenti, bene egli vagheggiava il disegno ambizioso, ma non temerario, di rallegrare gli anni maturi della sua donna con due o tre milioncini, da aggiungere a quello che non aveva più da aspettare. Egli lo aveva pure indovinato, che i troppi milioni delle Cantelli entravano per una gran parte in certe antipatie di sua moglie, le quali senza ciò si sarebbero potute stimare irragionevoli. Ebbene, a questo piccolo guaio c'era rimedio, e in sua mano: giovine ancora e pieno di salute, animoso ed accorto, col vento in fil di ruota da un pezzo, avrebbe raddoppiate, triplicate le sue sostanze in pochi anni. Non gli mancava il genio "degli affari"; la fortuna lo aiutava; due buone ragioni per veder la vita sotto l'aspetto più roseo.

Per allora, il sud sogno era quello di ammogliare l'Aldini, il suo Pilade, che considerava come una sua creatura. E ciò senza nuocere alle sue faccende, che non entravano punto nel giuoco. Quello, infatti, era quasi un lavoro delle ore avanzate; lavoro fine, lavoro delicato, in cui si esaltava la sua mente, e si compiaceva il suo cuore. Far dei felici intorno a sè, bella cosa, e gaudio divino: peccato che sia cura di pochi.

Or dunque, egli era di buonissimo umore a colazione; ma fu di umor pessimo a pranzo. I giorni si seguono, e non si rassomigliano; così disgraziatamente vanno, e anche dissimili, le ore d'un medesimo giorno. La signora Livia, che aveva le sue particolari ragioni in quel giorno, per ispiare attentamente il volto di suo marito, non ebbe da fare nessuna fatica per riconoscere che il vento era cambiato. La faccia di Raimondo non nascondeva mai nulla dei sentimenti interiori: gli occhi erano in lui veramente lo specchio dell'anima.

-- Che cos'hai? -- gli domandò, vedendolo accigliato.

-- Nulla; -- rispose Raimondo.

-- È troppo poco, il tuo nulla; -- replicò la signora. -- Tu hai un dispiacere; ti si legge sulla fronte.

-- Eh, cara mia! gli affari non vanno tutti bene ad un modo. Corro il rischio, oggi, di perdere ventimila lire.

-- E per questo hai le gronde? Avrai perduto altre volte, e senza far quella cera.

-- Non so; -- disse Raimondo, svogliato. -- Il perdere è sempre spiacevole. Venti lire son venti lire per tutte le borse, anche per quella di un Rotschild, come dice il proverbio della gente d'affari; figùrati poi.... ventimila. --

Voleva ridere, ma rideva stentato. Ed anche stentato gli era venuto l'accenno di quella gran perdita, che finalmente non era ancora una perdita, ma un rischio di perdere.

-- Filippo ha parlato; Filippo ha resistito; -- disse la signora Livia tra sè, reprimendo un sussulto di allegrezza, la cui manifestazione per verità sarebbe stata fuori di luogo.

Sì, Filippo aveva parlato, e in ciò che Filippo aveva detto era da trovar la cagione della tristezza di Raimondo. Ma questi non voleva confessare a sua moglie che una nuova difficoltà fosse nata, e che questa difficoltà gli venisse appunto dagli scrupoli, dalle fisime cavalleresche, dalle ubbie pazzesche del suo caro Filippo. Temeva troppo di sentirsi dire da sua moglie: "Ti sei bene infatuato di quello sciocco? Ti sei bene affondato negli impicci per lui? Vedi ora che bei giuochi ti fa, rendendoti ridicolo, con la tua smania di far l'agente matrimoniale! Aggiungi al ridicolo il doverti guastare coi Cantelli. Per le donne, poco m'importerebbe; molto deve importare a me, perchè importerà a te, e non andrà senza le più gravi conseguenze, l'esserti guastato col vecchio, padre canzonato e banchiere offeso nella sua dignità."