Il ponte del paradiso: racconto
Part 11
-- Della scelta! -- esclamò Raimondo, -- Non ne ho nessun merito. Era il meglio della vetrina, e la grande ultima novità di Parigi. Con queste raccomandazioni, non c'era da scegliere; bisognava portar via senz'altro.
-- Ti loderò dunque di aver portato via; -- disse Filippo. -- Sei contento?
-- Raimondo è un angelo; -- sentenziò la signora.
-- Angeli in terra, e coi baffi! -- gridò Raimondo, con accento di protesta. -- In terra, mia cara, non ci sono altri angeli che le donne: e aggiungerò: alcune donne.
-- Angeli caduti di lassù, dunque; -- fu pronta a ribattere la signora Livia; -- voleranno male, non ti pare? E saranno anche capricciosi, diseguali d'umore, come siamo noi troppo spesso. Ma tu, Raimondo, sei sempre quello d'un giorno. Dica Lei, Aldini; non pensa come me, che Raimondo è un angelo? --
Filippo Aldini sentiva di fare in quell'idilio maritale una parte abbastanza ridicola. Avrebbe per intanto voluto trovare qualche idea che gli facesse gioco, rialzando un pochettino la sua condizione di terzo incomodo.
-- Raimondo è banchiere; -- diss'egli. -- Come banchiere gradirà le cambiali a due firme. Ma non qui certamente; e il mio avallo varrebbe poco, anzi diciamo pure che guasterebbe, dove ella ha parlato così bene. Io so per mio conto che Raimondo Zuliani è la perla degli amici.
-- Ah, ne conviene? -- gridò la signora con accento di viva esaltazione, mentre gli occhi le si accendevano d'un lampo subitaneo.
Filippo si era già pentito della sua giunta. Gli passò per la mente che da quelle sue parole si prendesse occasione ad entrargli del suo matrimonio, che era ancor di là, molto di là da venire. Ma non se ne fece nulla; il lampo subitaneo degli occhi si spense, l'accento si rifece pacato, ed anche Raimondo si era fatto sollecito a cangiare argomento. Ne uscì dunque colla paura; e frattanto uno squillo del campanello in anticamera annunziava visite. Entravano pochi istanti dopo in salotto il cavaliere Lunardi e il maestro di musica. Oh bravi! Filippo Aldini li avrebbe di gran cuore abbracciati.
Anche la signora Livia fu molto contenta di quei due arrivi. E come no? Erano due gentiluomini della sua corte, e si dimostravano singolarmente fedeli; erano anche i più utili, l'uno per tener viva la conversazione, l'altro per variarla con un pochino di musica.
-- Abbiamo pensato che era mercoledì, e che Ella non andava a teatro; -- disse il cavaliere Lunardi, stringendo devotamente la mano che Livia gli stendeva con gesto regale.
-- Usanza vecchia; -- rispose ella. -- Bisognerà cambiarla.
-- Perchè?
-- Per far novità, non le pare? Il mondo cammina; non possiamo star fermi noi, che ci dobbiamo viver dentro.
-- Oh, signora, non si dia pensiero del mondo. Quando avrà ben camminato, si stancherà. Noi facciamo intanto il comodo nostro. Ed ella, per carità, non ci levi la nostra buona serata.
-- Ella è sempre gentile, signor cavaliere. Ma io non la leverò di qui, se non per vederla ancora a teatro. --
Tra queste ed altre chiacchiere d'uguale importanza, il maestro di musica era andato al pianoforte. E suonò, quasi sarebbe inutile il dirlo, un po' di _Bohème_, quindi un po' di _Manon_; anzi delle due _Manon_: avrebbe suonato anche un po' di _Tosca_, se la _Tosca_ fosse già stata messa in musica e portata agli onori della scena. Ma ciò, senza avere in animo di far torto ai giovani compositori italiani, conveniva poco alla signora Livia.
-- Maestro, -- diss'ella, facendo interrompere di punto in bianco una elegantissima frase melodica, -- ci suoni il duetto d'amore dell'_Otello_. È una cosa tanto appassionata, veramente deliziosa! --
Il maestro fu pronto ad attaccare il pezzo richiesto.
-- Che dolcezza! che incanto! -- mormorava la signora Livia.
E coi moti del capo, e col battere delle dita sulle pieghe della gonna di velluto, accompagnava i suoni, che le andavano all'anima. Dovevano tutti infiammarsi, andarne in visibilio come lei, e primo frattanto il cavaliere Lunardi, che le sedeva vicino. Ma il buon cavaliere era in vena, quella sera, e non voleva arrendersi senza battaglia.
-- Strano! -- diss'egli, poichè il maestro ebbe finito. -- Un duetto d'amore tra marito e moglie! S'è mai sentita in teatro una cosa simile? --
La signora Livia s'inalberò, minacciando il cavaliere Lunardi colle stecche raccostate del suo ventaglio.
-- Ma sa, cavaliere, -- gridò, -- che questa sera, contro l'uso, Ella è molto brutto?
-- Grazie per l'uso; -- riprese egli, inchinandosi sulla vita; -- ma in che sarei brutto, stasera?
-- Non se ne accorge? Nel non veder poesia nel matrimonio. Il nodo è sacro; non è dunque da buttar via. E se due creature l'hanno per tale, non ci vorrà Ella riconoscere un bello esempio di costanza in amore? La costanza....
-- Tiranna del core; -- soggiunse a mo' di glossa il cavaliere Lunardi.
-- Tiranna pei duchi di Mantova; -- ribattè la signora; -- ma non per chi ama davvero. E le pare una cosa tanto poco poetica, da non tollerarsi in un duetto d'opera?
-- Ecco, io non so veramente; -- rispose il cavaliere Lunardi, fingendo di mettersi sul grave; -- bisognerebbe aver provato. Del resto, qui si fa per discorrere, ed io, in questa causa di santificazione del matrimonio sarò l'avvocato del diavolo; una parte che non disdegnano di sostenere i più fedeli cristiani. Il matrimonio, ella dice, può essere esempio di un amore costante. Un amore costante è un amore che rischia d'invecchiare. Diciamo dunque un amor vecchio. Ed io ho letto in un autore antico, e latino, il che accresce di tanto la sua autorità, che un amor vecchio è una gran prigionia. Dimmi tu, Filippo, se cito giusto; tu che hai gli autori latini sulla punta delle dita. --
L'Aldini sorrise, tentennando la testa.
-- Troppo forte mi fai; -- rispose. -- Ma per questa volta ti posso servire. L'autore latino è Petronio. _Antiquus amor carcer est_, ecco la massima; ma egli, per tua norma, la fa dire da uno dei commensali di Trimalcione, e per celia.
-- Bravo! -- gridò Raimondo. -- Aiutaci un po' tu contro questo terribil cavaliere.
-- Terribile, è troppo onore per un combattente mio pari; -- disse il Lunardi, ridendo. -- Infatti, vedete; io, da buon campione.... senza valore, cedo volentieri sulla questione poetica; ma mi rovescio sulla questione musicale. Mi battano anche su questa. Intanto io sostengo e dico che l'amore matrimoniale non è da duetti alla ribalta. Questo dell'_Otello_, che credo sia l'unico, su che idee tenta di appoggiarsi? Su questa, che è poi un cenno di tempi anteriori al matrimonio: "E tu m'amavi per le mie sventure. -- Ed io t'amava per la tua pietà". Diciamo di passata che il Moro, anzi il Negro, è molto generoso con una bella e bionda patrizia veneziana; l'ha riamata per la sua compassione! Quanto a lei, se è vero che ne sentisse tanta, che bisogno c'era di sposare il Nubiano? Un negro, lo so, è un uomo come un altro. Ha delle sventure? Poveraccio, gli si apre una colletta, e la figlia del senatore Brabanzio ci mette magari tutti i ducatoni che le hanno regalati per Ceppo. Che cosa ci ha guadagnato la bella Desdemona a sposare il Nubiano? Un fazzoletto. Gran signore, e veramente prodigo, quel generale della Repubblica! Va dai Bocconi del tempo, e compra un fazzoletto; neanche una dozzina, per l'uso; e quel fazzoletto unico, vuol vederlo sempre. Avesse pensato almeno a regalarle un bel solitario di diecimila lire! o un diadema come quello che ieri è stato pagato venticinquemila al Marchesi!
-- Ieri? -- domandò la signora.
-- Sì, ieri, tra le quattro o le cinque. Se ne parla dappertutto, e si almanacca sul nome del compratore, che il gioielliere non ha voluto dire.
-- Raimondo! -- esclamò la signora, mezzo severa e mezzo sorridente nell'aspetto. -- Una follia!
-- Come l'amore, se mai; -- rispose a mezza voce Raimondo.
Frattanto la signora aveva riaperta la busta di velluto azzurro, che era rimasta davanti a lei sulla tavola, e la faceva ammirare al cavaliere Lunardi.
-- Eh, lo pensavo ben io! -- gridò il cavaliere, dopo aver guardato per tutti i versi il gioiello. -- Ci avrei giocata la testa. Da due giorni c'era folla, alle vetrine del Marchesi; ma nessuno s'era arrischiato dentro. E poi, quando fu sparito dalla mostra, lo avrebbero tutti voluto, il capolavoro costoso. Dico tutti per iperbole; saranno poi stati tre. Mariti? non so. Bene è stato un marito, quello che ha portata la palma; il _record_, come ora si dice. Ed ecco, -- conchiuse allegro il cavaliere Lunardi, -- ecco i mariti con cui si possono far dei duetti.
-- Ne conviene, eh? -- disse Livia, raggiante.
-- Ma sì, nel caso presente che è il caso vero, e forse unico. Ma in quell'altro, del Nubiano, Dio guardi! E poi, con quella brutta fine!
-- Ammetta che amava bene, quell'uomo.
-- Da pazzo, sì, che ancora potrebbe andare; da cieco, che non va più in nessun modo.
-- Eppure, mi lasci dire, -- notò la signora, -- nel caso di Otello aveva torto Desdemona. Ma sì, cavaliere, aveva torto, con quella sua eterna compassione per Cassio. Compassione pei negri, compassione pei bianchi; era un pozzo inesauribile di compassione, quella nostra concittadina.
-- Consoliamoci, -- soggiunse il cavaliere Lunardi, -- consoliamoci pensando che Desdemona non è mai esistita, e che a nessuna delle nostre belle Veneziane è mai passato per il capo, da che Venezia esiste, di sposare un Negro.
-- Ah, non è storico, il fatto?
-- Non credo. Del resto chiediamone all'amico Aldini. Che cosa puoi dircene tu, Filippo?
-- Quello che ne saprai tu pure; -- rispose Filippo. -- Il fatto vero è brevemente questo. Cristoforo Moro, veneziano, e governatore a Cipro nel 1508, uccide la moglie per gelosia. Trent'anni dopo, o giù di lì, un romanziere prende il fatto nudo e bruco dalla cronaca veneziana, e ne fa una novella. Un po' per riguardo alla casata patrizia dei Moro, un po' per seguitare il suo uso, che era quello di travisare i fatti d'ogni storia, e sacra e profana, per far mostra di genio inventivo, trasforma il Moro di casato in un Moro di nazione, e lo fa di pelle anche più nero che non siano mai stati i Mori. Ecco tutto. Su quella novella del Giraldi ha lavorato lo Shakespeare. Sul dramma dello Shakespeare hanno fatto musica, da quei due grandi artisti che sono, il Rossini ed il Verdi. Ho abbreviato per non dar noia, ma credo di non aver dimenticato nulla; -- conchiuse modestamente l'Aldini.
Aveva infatti abbreviato molto; e forse c'era da dirne più a lungo, specie in onore di quel povero Giraldi, la cui novella era stata ormata periodo per periodo, quasi parola per parola, dal grande tragico inglese. Quando i salotti si occupano d'arte, prendendo occasione da un'opera moderna, è ben giusto che sopportino anche un richiamo erudito alle fonti. Ma l'argomento dava noia all'Aldini. Che idea stramba era venuta in mente al cavaliere Lunardi, con la sua arguzia sul caso di Otello, e, peggio ancora, sulle massime di Petronio Arbitro! Del resto è sempre così, nei salotti; quando vien fuori un tema antipatico, non c'è caso che nessuno se ne voglia staccare; ed è proprio come quando siete afflitto da un fignolo, o da altra noia consimile, che tutti sentono il bisogno di farvi carezze, e ci dànno allegramente del dito.
L'Aldini non aveva ancora finito il suo discorsetto erudito, che già la signora Livia si era dileguata con la sua busta di velluto azzurro tra mani. Raimondo aveva creduto lì per lì che fosse andata a riporre il suo gioiello; e non fu poca la sua maraviglia, quando la vide ritornare col diadema in fronte. Proprio così; la bella donna aveva voluto fare, a benefizio di pochi eletti, la prova generale della sua rappresentazione a teatro.
-- Serata di gala! -- diss'ella, avanzandosi con incesso di dea in mezzo al salotto, maestosa, trionfante, sotto quel luccichìo di gemme, con quel pennacchio di piccoli brillanti, che tremolavano ad ogni suo passo, mandando attorno bagliori di fiamme azzurrine e rossiccie.
Il cavaliere Lunardi gettò un grido di ammirazione.
-- Questo divino spettacolo è per noi, solamente per noi; -- soggiunse egli tosto. -- Tutti possono invidiarcelo; nessuno ce lo leva più. --
Raimondo gongolava. La sua Livia non poteva fargli davvero un regalo più prezioso del comparire innanzi agli amici col suo bel diadema in capo, che la faceva rassomigliare ad una regina antica, della leggenda o della storia, ad Elena, per esempio, a Cleopatra; a questa, soprattutto, che parve creata a bella posta per dar risalto ai più costosi ornamenti.
Un pensiero di quella fatta balenò certamente alla fantasia del cavaliere Lunardi.
-- Chi oserebbe negare, -- diss'egli, -- che le pietre preziose siano state fatte per accompagnar la bellezza? Tutto, in natura, ci si mostra ordinato ad un fine. Lo smeraldo, lo zaffiro, il diamante, sono fatti per le donne belle; se così non fosse, a che servirebbero? --
La trionfante signora sorrise a quella scarica di complimenti, e passò, avviandosi al pianoforte, per dire al maestro di musica:
-- Un altro duetto, la prego; per me e per Raimondo, mi capisce? --
Il maestro di musica assentì prontamente con un cenno del capo; e subito attaccò il duetto dei _Puritani_: "A te o cara amor talora." Era la passione di Raimondo Zuliani, che giurava e spergiurava esser quello il motivo melodico più bello che fosse mai passato per la mente di un musicista.
Così pensando in materia di musica, era naturale che Raimondo si accostasse anche lui, e ritto lì dietro la cassa armonica del pianoforte prendesse a battere il tempo con la punta delle dita sul coperchio, canticchiando tra i denti il suo motivo prediletto. Ma non canticchiava più, cantava a dirittura, quando veniva a frammettersi nel duetto la parte del coro:
"Senza occaso questa aurora Mai null'ombra o duol vi dia; Santa in voi la fiamma sia, Pace ognor v'allieti il cor."
-- Ed eccoti, Lunardi mio; -- diss'egli, alla fine del pezzo, -- il duetto di due che si sono sposati.
-- Sì, sì, hai ragione, Arturo; ed ha ragione Elvira; -- rispose il cavaliere Lunardi. -- Potrei ribattere ancora che le eccezioni non contano; ma già mi son dato per vinto, "campione senza valore", come ti ho detto in linguaggio postale. --
Infine, si era allegrissimi. La signora Livia, rutilante, sfavillante, di gioie e di gioia, trionfava accanto al suo Raimondo, che era diventato il re della festa, e che in cuor suo ripensava i versi indimenticabili del coro nuziale.
"Santa in voi la fiamma sia, Pace ognor v'allieti il cor."
Il re della festa non lasciò partir quella sera i suoi fedeli, senza aver fatto saltare il turacciolo a due bottiglie della Vedova incomparabile. Ottimo signor Cliquot, voi mancavate a quell'altro duetto; ma si ricordò di voi il cavaliere Lunardi, che bevve alla vostra pace e alla gloria del vostro casato fino alla consumazione dei secoli.
Filippo Aldini se ne andò quella sera abbastanza consolato dal palazzo Orseolo. Si era festeggiato un santo matrimonio, e non si era fatto il menomo cenno del suo. Un altro giorno guadagnato, frattanto; ed egli giunse a casa sua, oltre il corso Vittorio Emanuele, colla illusione di non esser più lui, ma un altro essere, sciolto di pensieri, di cure, di malinconie d'ogni specie, padrone di sè, padrone del mondo.
XI.
La testa di Medusa.
Filippo Aldini ebbe modo, nella pace notturna del suo quartierino, di almanaccar lungamente su quello che per calmarne le apprensioni gli aveva detto Raimondo. Margherita era dunque ammalata per il caldo soverchio di una stufa? Strano ripensandoci allora, strano che quel gran caldo, magari con tutte le esalazioni capaci di ingombrare il cervello, egli non lo avesse neanche avvertito! E proprio, nello spazio di tempo assegnato, ad una visita di cerimonia, ne era rimasta offesa la signora Zuliani che aveva dovuto in giornata mettersi a letto anche lei! Bizzarra coincidenza di indisposizioni! E quella ottima signora Eleonora così impacciata con lui, quando era andato a far visita!
Un vago sospetto passò per la mente di Filippo. Che la Zuliani avesse fatto qualche colpo di testa con le signore Cantelli? Ma in che modo? e perchè? La signora Zuliani, egli l'aveva ben veduta la sera antecedente, guarita affatto della sua emicrania, tutta gaia, felice, raggiante e scintillante, tutta fiori e baccelli col suo Raimondo più caro che mai. Ah, restasse ella sempre così! Anzi, fosse restata sempre così! Perchè infine, considerando i suoi falli, Filippo Aldini poteva confessare a sè stesso che erano gravi, ma non suoi. Si era trovato involto senza pensarci, travolto nell'abisso, prima di vedere il pericolo. Ne scampava ora, dopo tanti vani ma onesti tentativi? Lode al cielo, e dal profondo dell'anima. Solo dalla sera antecedente, tra diademi sfavillanti e duetti maritali, il povero Aldini incominciava a ricogliere il fiato.
E intanto, gli premeva di aver notizie più chiare intorno alla salute di Margherita. Ne sentiva il bisogno, insieme con l'obbligo; cortesia voleva ch'egli andasse, per chieder di lei, foss'anche ogni giorno, al Danieli. Andando di mattina, e perciò senza mostrar desiderio di fermarsi, non correva pericolo di dar noia, oltre quella che è comandata dalle buone creanze, e che perciò gli uni debbono dare, come gli altri accettare. A che ora, la visita? Non troppo presto, certamente; ma neanche troppo tardi. Alle dieci? Sì, e forse alcuni minuti dopo. Dunque, alle dieci sarebbe partito da casa, aspettando per l'appunto nel suo studio che le dieci scoccassero. Era già vestito di tutto punto per uscire, col cappello e la mazza tra mani, ad ogni tanto guardando le lancette dell'orologio sospeso alla parete, davanti alla sua scrivania.
Ma ecco, che è, che non è, un improvviso rumore, come di chiave che giri in una serratura, di là da un uscio a vetri opachi, nel fondo della parete a sinistra. Il quartierino di Filippo aveva due ingressi; il nobile e da tutti conosciuto come quello di casa sua, e un altro di minor conto, quasi uscio per la gente di servizio, che metteva ad una scaletta, la quale riusciva al cortile di un vicino edifizio. Da quel cortile, per una scala a collo, cioè fiancheggiata per una parte sola da un muro, per l'altra da una balaustrata interrotta qua e là da colonne, e tutta sormontata da una tettoia risalente, si ascendeva all'abitazione della contessa Galier di San Polo. Si è già detto che la contessa e l'Aldini erano vicini di casa, abitando in due palazzi contigui da tergo.
Lo scricchiolio dell'uscio segreto fece sobbalzare Filippo Aldini sulla scranna. Tutto poteva egli aspettarsi quel giorno, fuorchè la visita che quel rumore annunziava. Avrebbe voluto essere in tempo a sbiettare di là, riuscire in anticamera e trafugarsi per lo scalone, come uno che non s'aspettasse di aver gente dalla scaletta. Ma non era più in tempo. L'uscio di servizio, per chiamarlo una volta così, appena aperto si era richiuso; si apriva in quella vece la vetrata che metteva allo studio dell'Aldini, e nel vano appariva la testa di Medusa, anzi tutta la persona di lei. Che se quella non era proprio la Gòrgone antica, dai bei capelli d'oro tramutati per l'ira di Minerva in orribili serpenti, pareva essere ancora investita del triste privilegio di tramutare in pietra chiunque si fosse trovato sotto il sinistro baleno de' suoi occhi scorrucciati.
Ed era rimasto come impietrato, l'Aldini, in quella che Medusa s'inoltrava nella stanza, lenta nel passo e quasi noncurante in vista, ma torbido lo sguardo e pieno di oscure minaccie, bianca nel viso come una persona morta, resa tanto più bianca all'aspetto, per il nero della gonna e della mantellina, come per il nero del cappellino di velluto e dei larghi nastri, che scendevano lungo le guance, per unirsi a cappio sotto il mento, nascondendole il collo.
-- Livia! -- mormorò l'Aldini, allibito.
-- Sì, Livia. Miracolo! Sapete ancora il mio nome? -- diss'ella, nell'atto che si slacciava il cappellino, per gittarlo sopra uno scaffale.
-- Che follia! -- riprese egli. -- Se vi hanno veduta....
-- Non sarà stata la prima volta; -- riprese ella, accostandosi. -- Tu eri per uscire, non è vero? Deponi il tuo cappello, e ragioniamo. A proposito di follie, che cosa diremo della tua, che da due settimane mi annoia? Spero bene che sarà stato uno scherzo. Brutto scherzo, per altro; e sono venuta a dirti che è tempo di finirlo. --
Filippo era stato lì a capo chino, come, in un' ora di temporale, il viandante che aspetta il passar d'una raffica.
-- Raimondo, -- si provò allora a rispondere, -- vi avrà pur detto....
Ma la signora non gli lasciò terminare la frase.
-- Raimondo, -- sentenziò ella, -- è uno sciocco.
-- Dite un uomo di cuore. Sì, vi ripeto, un uomo di cuore; e non lo riconosco tale da oggi. Quante volte, e da anni, non ve l'ho io ripetuto?
-- Sì, -- rispose ella, con un risolino sardonico, -- molte volte, moltissime volte, seguitando a tradire la sua cieca fede nella tua amicizia. --
A questo ragionamento si potevano rispondere assai cose. Ma erano di quelle che un uomo, se è cavaliere, non rinfaccia mai ad una donna.
-- E n'ebbi sempre rimorso; -- replicò in quella vece, umiliato. -- L'ho sempre sentito acutissimo, e voi lo sapete. Noi ci perdiamo, vi dicevo ancora, vi ricordate?
-- E siamo sempre qui sani e salvi; -- conchiuse la signora, sviando quel molesto discorso, più che con la parola, col gesto. -- Ma tu non farai questo matrimonio; tu gli dirai che è impossibile.
-- Impossibile! Ora? Ma se egli ha tutto ideato, tutto predisposto e concertato a suo modo! Chi mi ha presentato, senza chiedermi se la cosa mi fosse gradita? Chi mi ha cacciato avanti, accompagnatore in servizio, come un altro signor Brizzi, a disposizione delle dame? E potevo io credere, rassegnandomi all'ufficio, che ciò mi dovesse condurre a questo punto? C'è stato, vedete, c'è stato un momento che io ho avuto un sospetto; il sospetto che egli dubitasse di me, e mi volesse imporre un vincolo, per la sua quiete. Sì, l'ho creduto accorto a tal segno, nella notte del capo d'anno, quando egli mi stringeva a quel modo col suo brindisi, e voi, anche voi, vi siete messa dalla sua parte. Forse, dissi allora tra me, anch'ella ha capito; ha capito ciò che assai prima era ben naturale di capire, di prevedere; ed ella mi dà il buon consiglio. Ora egli incalza più che mai; non ho più difesa possibile. Non so, Dio mio.... non so che fare; la mia testa si perde. Domandatemi ogni cosa, fuorchè d'oppormi alla volontà di Raimondo; io non ho questo coraggio. --
La signora Livia era stata ad ascoltare quella lunga difesa, tentennando il capo, battendo le labbra, e sorridendo sarcasticamente al povero argomento che Filippo attingeva da lei, da una sua vana parola.
-- E sei tu, tu, che ho creduto un uomo? -- ribattè, com'egli ebbe finito. -- A voi dovrebbe esser proibito di amare, e di pretendere che si credesse alle vostre parole. Voi siete mediocri. Bastate a formare la felicità di una fanciulla, o ad appagare la sua curiosità, per quel breve spazio di tempo, che può essere un anno, come un giorno. Poi sopravviene da una parte e dall'altra la noia. Voi agli affari, essa alle galanterie. Questo avverrà anche per te, Filippo Aldini, te lo pronostico io, io che non ho amato così. --
Anche qui le si poteva rispondere di trionfo: e voi, bella, che vi vantate di amare altrimenti, che cosa avete fatto poi di diverso? Ma non era Filippo Aldini, l'uomo che potesse rispondere a quel modo.
-- Tutto è possibile! -- diss'egli, pacato; -- ed io, uomo mediocre, non meriterò altro, davvero. Ma la nostra questione non è in ciò che io possa meritare; è in ciò ch'io non posso fare per compiacervi. Pensateci, Livia, siate buona, ed ascoltate le mie ragioni, vi supplico.... --
Ma ella non era disposta ad ascoltar nulla di nulla. Aveva presa dal piano della scrivania una lunga stecca d'avorio, e batteva con quell'arnese a gran colpi sull'orlo del mobile, davanti al quale Filippo era rimasto seduto.
-- Oh, a proposito, -- gridò ella, mozzandogli in bocca le parole supplichevoli, -- perchè non mi dai del tu? --