Il ponte del paradiso: racconto

Part 10

Chapter 103,824 wordsPublic domain

-- Ma che! -- diss'egli, confuso. -- Ti avrei avvisata di questi giorni appunto. Era un negozio appena appena incominciato, e poteva risolversi in nulla. Volevo esser sicuro di non fare strada falsa; volevo sentir l'opinione del signor Anselmo. Capirai, sono lavori fini, che vanno maneggiati coi guanti, come gli affari di banco. Ti parlo io degli affari che faccio, quando sono appena imbastiti? Li sai, quando sono cuciti di sodo; e ne hai la tua parte, bella mia. Non ti dico questo per farmene un merito, ma solamente per ricordarti che io ti associo nel mio pensiero a tutto quello che faccio, essendo sicuro che tu mi porti fortuna. Ma tu, piuttosto, perchè fare quel discorso alla signora Eleonora?

-- Discorso! -- rispose Livia. -- Bisognerebbe sapere in che termini ti è stato riferito, poichè ella ha stimato di farne un gran caso. Del resto, ecco qua, se lo ricordo bene; si parlava di tante cose, e di tante persone, come è l'uso, senza dare importanza a nulla. È venuto in ballo il signor Aldini, e la signora Cantelli mi ha chiesto che uomo era. Le ho detto quello che ne sapevo io, quello che ne avevo sentito dire, quello che se ne è sempre raccontato nei salotti di Venezia, e meno, s'intende, assai meno di quello che avrei potuto.

-- Ma la signora Cantelli se ne è conturbata; -- osservò Raimondo.

-- Si conturba di poco; -- rispose Livia, alzando le spalle. -- Ma già, dovevo ricordarmelo, che è un'oca. Sì, le ho detto che è un giovine alla moda; che ha fatto molto parlare di sè, pei suoi trionfi in società; che ora si è dato al tenebroso, al misterioso, come un eroe da romanzo, e che ci doveva esser sotto una grossa passione; quello che infine si dice da tutti. Ho aggiunto che tu lo ami molto, lo proteggi, lo difendi a spada tratta. E avrò anche detto, in risposta ad una domanda dell'oca, che non è ricco, vivendo egli d'una piccola rendita.

-- Male! -- esclamò Raimondo.

-- Perchè, male, se è il vero? Dovevo io farlo passare per un milionario travestito? Che cosa voleva lei che gliene dicessi io? che glielo gabellassi per il più ricco, il più santo, il più meraviglioso degli uomini?

-- Ma tu sei crudele con quel poveretto! -- notò malinconicamente Raimondo. -- Speravo che conoscendolo meglio tu ti fossi oramai riavuta di certa antipatia primitiva, e lo vedessi un po' più di buon occhio.

-- Non l'ho da vedere nè di buono nè di cattivo; -- replicò la signora. -- Mi annoia sempre un pochino che tu t'innamori tanto d'altre persone.

-- Bambina! Ma non si tratta già di una bella signora!

-- Eh, non ci mancherebbe più altro! -- conchiuse Livia, con accento di comico dispetto, che piacque maledettamente a Raimondo.

-- Basta, -- diss'egli rimettendosi al grave, -- ho aggiustato io ogni cosa.

-- Ah! e come?

-- Dicendo alla signora Eleonora che son tutte ciarle di scioperati. L'Aldini è un gentiluomo serio, che frequenta poco il bel mondo, e perciò gli hanno fatta riputazione di uomo misterioso, come, quando lo frequentava, gli avevano fatta quella di uomo leggero.

-- Scaricando lui, naturalmente, avrai caricata un tantino tua moglie; -- notò la signora, con accento di sottile ironia.

-- No, me ne guardi il cielo; ho detto che potevi essere indotta in errore da ciarle di scioperati ed invidiosi, che nei salotti disgraziatamente son troppi, e confondono gli spiriti più elevati, come i cuori più nobili. Voi, donne care, non ci badate, a certe malignità, che possono anche parervi innocenti burlette, e perfino verità sacrosante. Quando una cosa vi preme poco, ascoltate, non andando a vedere il fondo, e bevete grosso, come le spugne. L'Aldini, io ho dovuto studiarlo a lungo, direi quasi sminuzzarlo. Come gentiluomo, non c'è nulla da dire; come amico, è leale, sincero, senza segreti per me, ed io ho potuto in coscienza farmi garante per lui; come proprietario, non è ricco, ma neanche può dirsi povero. È questione d'intendersi sul valore del vocabolo; ad ogni modo, trecentomila lire di terre al sole, non sono miserie da povera gente.

-- Ma non saranno neanche grandezze, da poter aspirare alla mano di una Cantelli.

-- Perchè? So, a buon conto, che Anselmo non fa questione di denaro. È tanto ricco lui! Ha sette milioni di sostanza, già consolidata, come si dice, in beni stabili, rendita nominativa, buoni del tesoro, azioni di ferrovie, di banche, e va dicendo. Conosco il suo asse, come egli conosce il mio, tanto più modesto del suo.

-- Fortunato, l'Aldini! -- esclamò la signora Livia. -- Ma quanto ne toccherà a lui, di quei sette milioni?

-- Il conto è presto fatto; -- rispose Raimondo, che si sentiva invitato al suo gioco; -- basta attenersi alla legge. Non è infatti da credere che nel suo testamento il signor Anselmo voglia trattare con diversa misura i suoi figli, e la femmina men bene del maschio. Quanto assegnerà egli in dote a Margherita? Tre, quattro, cinquecento mila lire? Lo saprò, quando avremo discorso a quattr'occhi; ma la batte sicuramente tra questi numeri. Siano anche cinquecentomila, come propendo a credere; non intaccheranno i sette milioni, che da qui al giorno fatale "della partenza che non ha ritorno" vorranno esser cresciuti d'un bel poco. Ragioniamo dunque sui sette: della metà, cioè dei tre milioni e mezzo, il testatore può disporre come crede, per beneficenze, o per impegni diversi che possa avere, o per favorire la sua vedova a cui per legge un po' cruda spetterebbe soltanto l'usufrutto d'un quarto sull'altra metà dell'asse, divisibile in eque parti tra i figli. Io penso che Anselmo vorrà lasciare la signora Eleonora assai ben provveduta; e penso ancora che della quota a lei assegnata, la brava signora vorrà poi disporre in parti eguali tra i figli. Quanto ai tre milioni e mezzo, divisibili tosto tra i figli, Margherita ne avrà la metà, compresa la dote già ricevuta; dunque un milione e settecentocinquanta mila lire. E questo è il sicuro; resta sempre l'incerto, ma probabile, come avrai già capito.

-- Si adatterà, il tuo amico? Sai bene quello che pensa, in materia di denaro.

-- Sì, so bene quello che ne pensava un giorno; -- rispose Raimondo, sorridendo.

-- Ha dunque cangiato opinione?

-- No, ma vedi, mia cara; in tutti i ragionamenti umani c'è sempre un piccolo elemento perturbatore, che te li cambia lì per lì nel cervello, quando meno ci pensi. Qui non si tratta più, come un giorno, di accettare o no una proposta di alleanza con una persona sconosciuta, o indifferente; qui s'è intromesso l'elemento perturbatore, quell'elemento che i poeti chiamavano una volta "il bendato arciero".

-- Ma non vorrà essere ugualmente bendato il banchiere; -- osservò con molto giudizio la signora Livia. -- I banchieri hanno l'uso di tener gli occhi bene aperti; e non ci vogliono bende, se mai, preferendo un buon paio di occhiali. Vorrà almeno che ci sia tanto da garantirgli la dote. Ora tu propendi a credere che la dote sia di cinquecentomila lire....

-- C'è rimedio anche a questo; -- rispose Raimondo, con aria di trionfo. -- E le dugentomila che soverchiassero il patrimonio di Filippo, s'investirebbero con tutto il resto della dote in altrettanta terra, magari accanto a quella che già possiede Filippo, arrotondando così la tenuta, e facendone un vero latifondo. Ti capacita? Quanto alla parte dell'eredità paterna, è cosa di là da venire, e Margherita potrà costituirsela in sopraddote. Il signor Anselmo, del resto, come ti ho detto, non cerca ricchezze, ma la felicità di sua figlia. Che vuoi tu che si faccia dei denari di un genero? Ce ne siano per la decenza, e basteranno. L'essenziale è che ci sia serietà nel giovane, e che il giovane piaccia a Margherita. Ora il giovane è serio, e le piace.

-- Come lo sai? -- domandò la signora.

-- Te lo dimostra abbastanza il suo svenimento.

-- Ma proprio non mi vuoi credere che sia stato il gran caldo?

-- Non voglio? non posso. Metti pure che la signora Eleonora mi abbia tutto confessato.

-- Allora, non parlo più; -- disse Livia, dando in uno scoppio di risa.

E seguitava a ridere come una pazza, arrovesciando il capo sulla spalliera della scranna, a ridere sfrenatamente, fino a farsi venire il singhiozzo.

-- Perchè ridi così? -- le chiese egli finalmente.

-- Rido della confessione, mio caro; -- rispose la signora, ripigliando lo sfogo della sua profonda ilarità. -- Ma che si confessano i segreti delle ragazze, agli amici di casa? È un'oca ti dico, anzi una pàpera. E se poi, Dio guardi, per una ragione o per l'altra, si scombinasse il combinato, i dolci segreti della bella Margherita sarebbero stati messi in circolazione.

-- Si fermeranno a me; -- disse Raimondo.

-- E a me; -- soggiunse Livia. -- Siamo già in due a conservarli.

-- Non sei tu una parte di me stesso? e la migliore? -- riprese Raimondo.

-- Sia, come vuole la galanteria del mio signore e padrone; -- conchiuse Livia amabilmente; -- ma la signora Eleonora resta sempre una gran sciocca. Il migliore amico dell'oggi può essere domani tutt'altro. Dopo di che, corro il rischio di diventarci oca ancor io. Che importa a me di tutto ciò? Ognuno si contenti a suo modo. Così, dunque, secondo te, questo matrimonio è sicuro?

-- Spero bene; si potrà crederlo tale, dopo l'arrivo del signor Anselmo.

-- Che sarà stato informato di tutto, m'immagino.

-- Certo, e verrà presto, appena abbia sbrigato alcuni affari urgenti. Che te ne pare? Ho io fatte le cose per bene?

-- Ottimamente. Ma se permetti un'osservazione....

-- Permettere! -- esclamò Raimondo. -- Ma tu sei la mia padrona; lo sai bene, questo!

-- Sì, sì, ma qualche volta.... -- mormorò ella, con quell'accento bambinesco, che le andava così bene, -- Ci sono delle osservazioni che annoiano, che potrebbero perfino offendere un uomo.

-- Ed ora, mia bella, tu mi rendi curioso, curioso come....

-- Come una donna, di' pure; ti assolvo.

-- Ed io te, per la tua osservazione, che aspetto.

-- Eccola qua; non sei un po' sciocco, anzi molto sciocco anche tu? --

Raimondo balenò un istante sulla vita. Sentirsi dir sciocco non è piacevole mai ad un uomo.

-- In che modo? -- diss'egli turbato.

-- Col tuo voler lasciare la professione di banchiere, per cangiarti in sensale di matrimonii.

-- È tutto qui? -- riprese egli, riavendosi un poco.

-- Tutto qui.

-- Ebbene, aggiungi sensale a titolo gratuito.

-- Ma è sempre ridicolo, sai. --

Raimondo era lì lì per sentirsi tale davvero. Ma si fece forza, e cercò ragioni da nobilitare il suo atto.

-- Per l'amicizia, mia cara. Che cosa non si farebbe per l'amicizia? Aggiungi il punto d'onore. Sì, certo, anche questo è stato il movente. Quel cervello balzano di Filippo non mi aveva battuto una volta, con le sue ragioni che non erano ragioni? Gliel ho detto allora; ci penserai meglio e ne riparleremo. Ho aspettato il mio giorno e la mia ora. In cambio di proporgli un partito, gliel ho fatto capitare davanti agli occhi, senza dargli avviso del pericolo. N'è rimasto abbagliato; s'è innamorato a buono, e il dardo dell'arciero bendato non gli esce più dalla ferita. Ho vinto io, dunque; ho riconquistato il mio onore, essendo stato più forte di lui. Che ne dici?

-- Che hai molto buon cuore; -- sentenziò Livia solennemente; -- molto buon cuore.

-- Sei dunque contenta della mia vittoria?

-- Sì, caro, contentissima; quantunque, con tutta la tua vittoria, tu non mi abbia l'aria di muovere in cocchio verso il Campidoglio, ma di volerti adattare piuttosto a seguire il cocchio degli altri. Ti par bello? Hai fatto, e finirai di fare l'intermediario tra gli amori altrui. Mettici pure di mezzo il parroco e il sindaco; il fatto è sempre quello. Ma il fatto non si può disfare, e contentiamoci così. Torno a dirti che sono contentissima. Se tu mi avessi avvertita prima, del tuo lavorìo, non avrei certamente messo parole a guastarlo. Per fortuna, hai potuto rimediare, e dare anche una spinta più forte al cocchio di cui parlavamo. Così ha ragione il proverbio, che tutto il male non vien per nuocere.

-- Ma se lo dico io, che sei un angelo! -- gridò Raimondo che vedeva finire in un'aperta di cielo quella mezza burrasca. -- Hai le tue piccole antipatie, veramente.

-- No, caro. L'oca mi dà un po' di noia, ecco tutto. La figlia è carina, e le rendo giustizia. Carina per ora, intendiamoci; bisognerà vedere come metterà.

-- Oh Dio, degli altri dubbi?

-- Già; se diventasse un'oca come sua madre, che brutti giorni al signor conte! --

E ripigliava a ridere, la signora Livia, a ridere più che mai, fino alle lagrime, e facendosi ritornare il singhiozzo.

Raimondo pensò che quello fosse un ridere troppo forte per troppo lieve cagione. Ma conosceva il carattere di sua moglie, con quella facilità di andare agli estremi. Ora tra un estremo e l'altro, era da preferirsi quello del ridere. Il ridere fa buon sangue, finalmente. Ed egli poteva consolarsi pensando al titolo di una commedia dello Shakespeare: _All's well that ends well_; è tutto ben quel che finisce bene. Per tali ragioni Raimondo Zuliani se ne andò quel giorno assai felice al suo banco; felice ancora di essersi sollevato d'un gran peso, confidando alla sua Livia il segreto che gli doleva di aver mantenuto troppo a lungo con lei.

Quel giorno, ancora, a pranzo, la bella signora trovò nella sua salvietta un astuccio di velluto azzurro che prometteva gran cose.

-- Un gingillo, -- disse Raimondo, con aria modesta; -- ed era un gioiello di grandissimo prezzo, una vera meraviglia, un regalo da principe.

X.

Idilio domestico.

Filippo Aldini aveva lasciato passare un giorno senza andare al Danieli. La visita inaspettata della signora Zuliani, mettendolo presto nella necessità di congedarsi, gli aveva impedito di chiedere alle signore Cantelli se potesse piacer loro di fare qualche altra passeggiata artistica la mattina seguente; perciò non aveva stimato neanche opportuno di ripresentarsi, e senza una apparente ragione, a ventiquattr'ore di distanza. Andò il terzo giorno, che era un mercoledì, conciliando col suo desiderio le convenienze sociali. Lo ricevette la signora Eleonora, che era sola nel salotto; nè per tutto il tempo delle solite ciarle preliminari d'ogni visita di cerimonia Filippo Aldini vide comparir Margherita: l'uscio della camera attigua, donde soleva presentarsi la luminosa figura, rimaneva inesorabilmente chiuso, "d'ogni lume muto".

Ardì finalmente chieder di lei, parendogli che più del parlarne fosse disdicevole alla condizione sua di visitatore il tacerne.

-- È poco bene; -- gli disse la signora Eleonora. -- Il medico le ha raccomandato qualche giorno di riposo.

-- Speriamo sia cosa leggera; -- riprese egli turbato, invocando colla intensità dell'accento e dello sguardo una confortante risposta.

-- Sì, sì, leggera; ci ha avuto un po' di febbre; ma anche questa è svanita. --

La signora Eleonora rispondeva impacciata, fors'anche di mala voglia, e Filippo Aldini non osò chieder di più. Era già per andarsene, avendone buon pretesto nel timore di riuscire importuno; ma la signora lo trattenne, dicendo che per allora la sua Margherita non aveva bisogno di lei. Così seguitarono un altro poco a discorrere, lei senza calore di frasi, egli non sapendo che dirle di nuovo o di vario, per offrire appiglio ad una conversazione che non fosse di parole scucite. Per fortuna giunse Federigo, e la signora Cantelli si animò un tratto alla presenza del figlio. Anche Filippo ebbe modo di tacere, senza venir meno alle buone creanze, e tempo di collocare discretamente qualche frase qua e là. Poi se ne andò, giustamente immaginando che il suo rimanere più a lungo avrebbe impedito a quei due di andare nella camera di Margherita.

Quella indisposizione subitanea, e più ancora il silenzio intorno alle cause che l'avevano prodotta, mettevano Filippo Aldini in una grande ansietà, ch'egli tentava invano di dominare. E Raimondo non ne sapeva niente? Forse da lui avrebbe saputo qualche cosa. Passò dunque a salutare Raimondo al suo banco, non facendo nulla di strano con ciò, poichè soleva andarvi quasi ogni giorno, dalle tre alle quattro del pomeriggio. Raimondo fece festa all'amico, secondo l'uso, e fu il primo a parlargli delle Cantelli, chiedendogli se fosse andato a salutarle.

-- Sì, sono stato; la signorina Margherita è indisposta; -- rispose Filippo. -- La signora Eleonora dice che è cosa leggera. Ma che sarà veramente?

-- Non te lo ha detto?

-- No, niente, ed io non ho creduto conveniente insistere colle domande.

-- Ebbene, te lo dico io; è stato un effetto del gran calore che mandano le stufe dell'albergo. Anche mia moglie ne ha sofferto, solo a restarci un'ora in visita: ma per lei, fortunatamente, è bastata qualche ora di letto; mentre la signorina Margherita, che a quella fornace si è scaldata più lungamente, ne ha sofferto di più. Non temere, per altro; è cosa da nulla, tanto da nulla, che ieri, quando fui al Danieli, la signora Eleonora non aveva neanche chiamato il medico.

-- Lo ha chiamato poi; -- disse Filippo; -- perchè me ne ha parlato.

-- Ah sì; e il nome?

-- Non lo ha detto.

-- E che cosa ha ordinato?

-- Qualche giorno di riposo.

-- Vedi dunque? Non c'è da stare in affanno, mio felice mortale. Ci si vede, stasera? Non si va a teatro, e si fanno quattro ciarle, al solito dei mercoledì. Ma vieni per tempo; se no, potrebbe darsi che uscissi, e ti vedrei troppo tardi. --

Filippo Aldini promise. Andare per andare, meglio di prima sera, per non correre il rischio di perdere la compagnia dell'amico.

Raimondo era di buonissimo umore: a casa fu piacevolissimo, pensando sempre come la sua Livia avesse gradito il suo regaluccio. Disponendosi ad accompagnare la moglie nella sala da pranzo, le disse tra tante altre cose più o meno importanti:

-- Stasera avremo il nostro Filippo. --

La signora Livia non rispose. Ma forse non aveva udito; poichè egli, dopo un istante, riprese:

-- Se almeno capitasse sull'ora del caffè!... Egli ha sempre detto che quello di casa Zuliani è il primo caffè di Venezia.

-- Chi? -- domandò la signora.

-- Filippo, Filippo Aldini. È passato da me oggi alle quattro; e mi ha promesso di venire questa sera da noi. Vedi come son forte in grammatica.

-- Che cosa viene egli a fare? -- scappò detto alla signora. -- S'è inabissato il Danieli? non dovrà egli condurre le signore Cantelli a teatro?

-- Non è questo il suo uso; -- notò pacatamente Raimondo. -- Poi, come ti ho detto, la signorina Margherita è ancora indisposta.

-- Ah, non ci pensavo. E allora il signor conte si degna di venire da noi? Staremo agli avanzi.

-- Ma che idea!

-- Bene, lo riceverai tu. Io mi ci seccherei; e il meglio sarà di darmi per ammalata. Non è la moda?

-- Via, fammi il piacere! -- gridò Raimondo. -- Che cosa ci hai, contro quel poveretto?

-- Niente; che vuoi ch'io ci abbia? O piuttosto, sì, pensandoci meglio, sento di averci qualche cosa. Prima d'ora, lo stimavo; oggi.... mi pare un altro uomo, e un altro carattere. Sai che son fatta così; quel che penso debbo dirlo, o lasciarlo capire. E intanto, con tutto quello che penso, dovrò, per far piacere a te, parlargli della felicità che lo aspetta, e rallegrarmi con lui della gloria di quei due milioni, o giù di lì, che la fortuna gli porta.

-- È tutto qui? -- disse Raimondo. -- Non gliene parleremo.

-- Sarebbe l'unica; -- consentì la signora. -- Ma tu col tuo fare così largo, così espansivo, sarai capace di star zitto? --

L'osservazione non era piacevole; ma Raimondo ebbe il buon senso di mandarsela in celia.

-- Ah sì, birichina? Perchè non ho saputo tenere un segreto con te, mi credi incapace di star zitto con gli altri? Ma con te era un'altra cosa, mia bella. Non potevo tacerti più a lungo un'idea che mi premeva tanto, e che contro il tuo pensare, permetti, mi pareva e mi pare sempre più una bella cosa.

-- Puoi dirla anche bellissima; -- rispose la signora. Che si canzona? Un milione e duecento cinquantamila lire, e poi la dote di cinquecentomila.

-- No, cara; la dote prima, l'eredità poi, e speriamo assai tardi.

-- È tutt'uno; e verrà egli in possesso di tutto.

-- Neanche questo; sarà tutta roba dei figliuoli.

-- Che han da venire; -- commentò la signora. -- Ed egli frattanto amministrerà.

-- Amministrare non è scialacquare, ed egli vorrà tenere i suoi conti in regola. Oh, infine, perchè una ragazza è ricca, non troverà più un galantuomo che s'innamori di lei? E se il galantuomo s'innamora, dovremo noi sospettarlo di secondi fini? Sii giusta, amica mia, sii ragionevole.

-- Sì, sì, quello che vorrai; tanto più che non ho da farci uno sforzo; -- rispose la signora, ridendo di quel suo riso pazzesco. -- Un giudizio interiore sugli atti del prossimo nostro non si può soffocare, ecco tutto. Ma il fare una bella o una brutta cosa, risguarda lui. Resta che io non gli entrerò di nulla, e tu nemmeno; altrimenti un po' d'amaro dovrebbe uscir fuori.

-- Ma perchè, Dio santo, perchè?

-- Sei tu che me lo domandi? Tu, a buon conto, hai sposato una donna che non aveva un soldo. Ho detto un soldo.

-- Bella forza! -- esclamò Raimondo. -- Quella donna era Livia la bella.

-- Anche quell'altra è bella, ma con la ricchezza in più.

-- Bella, sì, non lo nego; -- riprese Raimondo. -- Ma che paragoni vuoi fare? Sono essi possibili? Riconosco tutto quello che va riconosciuto; ma sopra Livia, o alla pari con Livia, niente, niente; hai capito? vuoi che vada a gridarlo sul campanile di San Marco? --

Livia era in quel momento un po' avanti a lui. Si arrestò, mentre egli finiva la frase, gli appoggiò le spalle sul petto, e arrovesciando il capo sull'omero di lui, volse la faccia ridente per modo che il galante marito potè cogliervi un bacio.

Quella sera Filippo Aldini capitò al palazzo Orseolo; non sull'ora del caffè, come Raimondo avrebbe desiderato, ma pochi minuti più tardi. Fu accolto con grazia incantevole dalla padrona di casa, e di ciò fu contento Raimondo assai più che di poter offrire all'amico una chicchera del primo caffè di Venezia. Così, fatto felice con poco, Raimondo parlò volentieri per tre, mentre Filippo anche più volentieri ascoltava, e la signora Livia guardava i giornali, interrompendo di tratto in tratto quella leggera occupazione con qualche breve sparizione; per dar ordini, naturalmente, e una volta poi per ritornare tutta gloriosa e trionfante con una gran busta di velluto azzurro, che posò sulla tavola sotto gli occhi dell'Aldini.

-- Confetti? -- mormorò egli, tanto per dire qualche cosa.

-- Se ne gradisce, signor conte; -- rispose la signora, facendo scattare il coperchio. -- Per serate di gala. --

Filippo Aldini rise involontariamente dell'errore in cui era caduto. Ma l'errare è da uomini, specie in simili cose. La gran busta di velluto azzurro racchiudeva nella sua custodia di raso bianco un gioiello stupendo, una specie di diadema tra lo stile egizio e l'etrusco. Un cerchio d'oro, che s'andava assottigliando verso i capi, e che doveva nascondersi mezzo entro le ciocche della capigliatura, reggeva nella sua parte anteriore un serpente, avvolto in larghe spire, eretto il collo e spalancate le fauci, in atto di ghermire una farfalla. L'idea, forse, non era nuova; ma la facevano parer tale, se mai, le grazie di un'arte squisita, e più di tutto una leggerezza di esecuzione che contrastava mirabilmente colla varietà della materia posta in opera, e tutta distribuita in piena evidenza. Il serpente era coperto per intiero di smeraldi sul dorso, di crisòliti nel ventre, con aggiunta di carbonchi nella cresta e negli occhi: la farfalla aveva il corpo formato di tre zaffiri, e le ali tempestate di brillanti; screziate di brillanti minuscoli le antenne, e terminate in due rappettine di brillanti più grossi, tremolanti e scintillanti ad ogni moto dei loro tenui sostegni.

Insomma, era uno splendore, una maraviglia, un portento. Filippo ammirò, come doveva, esaminando attentamente in ogni parte il lavoro, e lodò senza fine il buon gusto della scelta.