Il pedante Commedie del Cinquecento

Part 4

Chapter 44,099 wordsPublic domain

MALFATTO. Sí, sí, domane! Aspettate pur. Sempre me mandano fuori e io prometto di servirli come meritano. Me nne voglio andar a spasso tutto oggi e non ce voglio tornare per un pezzo. E, se vole delli patroni da comandare, che se lli trovi. Guarda compagni de merda! Vole ch'io vada a chiamare un certo scolaro che vole che venga adesso. Sí, sí! È bello e venuto.

PRUDENZIO. Adhuc sei lí, eh? Non odi, insolente famulo, no?

MALFATTO. Oh! crepa, crepa, ché non te voglio respondere.

PRUDENZIO. A chi parlo io? Olá!

MALFATTO. Sí, sí! oh qua!

PRUDENZIO. Malfatto, vòltate, che te volti el carnifice! O Malfatto! o poltrone!

MALFATTO. Che volete?

PRUDENZIO. Dilli che venghi statim, ché l'aspettamo a prandio.

MALFATTO. Sí; misser sí.

PRUDENZIO. E che verrá tempestive.

MALFATTO. Ve possa cader sul capo la tempesta!

PRUDENZIO. Vade cito et rede.

MALFATTO. Me voglio metter a correre acciò che non me veda.

PRUDENZIO. Non odi, no? El poltrone, agricola, foditore, rustico ha passato el domo e non l'ha postulato. Certo ch'in qualcun altro suo negozio se andará ad occupare. Ma...

MASTRO ANTONIO. Volemo andare a disnare, misiere? ché sè ora.

PRUDENZIO. No, no. Aspettiamo un poco questo puerculo nostro discipulo, nunzio di certe nostre imbasciate.

MASTRO ANTONIO. E sè molto lontano?

PRUDENZIO. In capite a questa via deambulatoria. E ho necessitá di parlar con lui sotto un brieve epilogo prima che saturi el ventre; ché non posso contrastar alla petulanzia carnale e cagion è che vadia con la barba squalida e faccia con li oculi un profluvio di lacrime.

MASTRO ANTONIO. Questa sè una mala trama.

PRUDENZIO. Io el so, ché contremisco totiens quotiens cogito nelli estuanti desiri per li quali son leso che me fanno come un viro furente. Pur, nihilominus, speramo che, mediante el buon naturale discorso che ci troviamo e la sua buona e larga natura educata di continuo nei laboriosi studi, posser ridurla in uxoria fede, quia est viro potens. E cosí, refrigerando e sanando le vulnere ch'ho nel corculo e nello èpate, in rubeo si divertirá el colore busseo.

MASTRO ANTONIO. Non bisogna battere, ché sè averta la porta.

PRUDENZIO. Non posso stare ad exemplificarvi, al presente. Andate, ch'io ne verrò statim.

MASTRO ANTONIO. Stasí pur quanto che ve piase.

PRUDENZIO. Costui se cogita d'essere un vafro uomo et è un ideota che non degerisce le parole nostre. Io temo che quello insolente iactabundo del servo, poco obsequente ai nostri precepti, non incumba a qualch'altro spurcissimo negozio e il nostro, per ingiusta oblivione, non interlassi.

SCENA V

CURZIO, RUFINO, TRAPPOLINO.

CURZIO. Se io avessi guadagnati oggi mille scudi non mi sarebbono stati sí cari, ancor ch'io ne abbia di bisogno, come mi è stato caro lo aver provato costui: ch'ogni volta che m'incontrava, e tu lo sai, sempre voleva ch'io lo affannassi; e ora, che de picol summa di dinari l'ho richiesto, tu l'hai sentito quello che m'ha risposto e con quanti preambuli e paroline si è scusato.

RUFINO. Patrone, io ve ricordo che, se piú ne avessivo rechiesti, piú ne arestivo trovati ch'el medesmo vi arebbono detto.

CURZIO. Vedi che 'l nostro banchieri ne ha aiutato inel bisogno con una sola polizza delle nostre senza altri contratti o cavillazioni.

RUFINO. Io me ne sono maravigliato, ché sogliano questi mercanti essere sufistichi, schizzinosi, ch'a pena si fidono di loro stessi nel conto del danaio.

CURZIO. Acceleramo i passi; andiamone in casa, acciò ch'io me possa mettere in ordine per ritrovarmi stanotte con la mia Livia.

RUFINO. Eh! patrone, perdonatemi. Se voi ve fossete guidato per mio conseglio, buon per voi!

CURZIO. Come! Che buon per me? che aresti fatto?

RUFINO. Avria mandato per madonna Fulvia.

CURZIO. E pur lá ritorni.

RUFINO. Ci torno, signor sí; e ritornaròvi sempre, ché voi non avete però causa di volergli male.

CURZIO. Io, per me, non gli vo' male. Tu hai torto.

RUFINO. Assai mal me pare che li vogliate, quando la tenete lontana da voi. Ma ricordatevi che lei è donna ed è bella e giovane; e, se voi che sète uomo non possete contrastare ai stimoli della carne, che fará lei ch'è di piú fragile e di piú debole complessione?

CURZIO. Rufino, tu vedi ch'io volentieri ascolto i consegli tuoi. Ma ti priego che, per adesso, non ne parliamo. Lasciamo passare un po' qualche giorno ancora; e poi qualche cosa sará.

RUFINO. Eimè, che non ne farete altro! per ciò che, se nne avessivo voglia, lo farestivo senza aspettare che vi uscissino questi danari delle mani, che sono perduti per voi. E non so che vi conoschiate piú in costei ch'in vostra moglie; ché, per mia fé, val piú un'ogna del piede suo che non tutta lei insieme.

CURZIO. Tu non la vedi come la vedo io: però parli cosí. Poi io non me la piglio per moglie.

RUFINO. E' si dice ben cosí; ma...

CURZIO. Ma che?

RUFINO. Voglio dire ch'ell'è peggio: ché le moglie patiscono di quelle cose che non patiscono le concubine. Oltre che vi pelano e vi tirano sino al sangue. Ed èvvi vergogna e danno all'anima e alla borsa.

CURZIO. Non posso io desordinare una volta?

RUFINO. Fate voi. Vi priego che non l'aviate per male, ché l'amore ch'io vi porto mel fa dire e la pace ch'io vorrei vedere in casa vostra.

CURZIO. Credolo. Ma vattene innanzi e fa' oprire.

RUFINO. Signor sí.

CURZIO. Certo, gran sorte è stata la mia a trovar, in tanto bisogno, questi denari.

RUFINO. Tic, tic. Costui deve essere in cantina.

CURZIO. Non ci deve essere in casa, neh vero?

RUFINO. Io non vel so dire. Tic, tac.

CURZIO. Ripichia, ripichia meglio.

RUFINO. Che volete pichiare? Questo è un perder di tempo. Tic.

CURZIO. Fatti conto ch'el deve dormire.

RUFINO. Piú presto deve esser morto.

CURZIO. Di questo ne sei cagione tu.

RUFINO. E perché io?

CURZIO. Perché, se tu lo gastigassi qualche volta, sarebbe piú avertito alle cose mie che non è. Ma non piú. Va' e ripichia un'altra volta; e, se non risponde, gitta giú la porta, ch'io voglio entrare per ogni modo.

RUFINO. Cosí farò. Tic, tac, toc.

TRAPPOLINO. Chi è lá? chi è lá? chi è lá?

RUFINO. Malan che Dio ti dia!

TRAPPOLINO. Te dia el malanno e la mala pasqua a te. Oh patrone! Perdonateme.

CURZIO. Non ti curar, forca! Vieni, vieni a oprire.

TRAPPOLINO. Adesso.

CURZIO. Che domino poteva far costui?

RUFINO. Fatevi conto ch'el dove a merendare.

CURZIO. Fa' che tu gne llo ricordi la prima volta ch'erra, se tu me vòi esser amico.

TRAPPOLINO. Buon dí. Entrate.

CURZIO. Non curar, giotton, forfantello!

SCENA VI

MALFATTO, CECA, IULIA.

MALFATTO. Vedi mò che non ho voluto fare a modo del patrone, che li venga el cancaro a lui e a chi lo vede adesso! Ma, alla fé, che li voglio stracciare tutti li libri. Ben li trovarò io, sí; ché non li giovará de averli nascosti sotto lo letto. Oh! Adesso sé che voglio achiamar quello che lui me disse che sta qua dentro. Tic, tac.

CECA. Chi è la?

MALFATTO. Oh! Simo noi. Tic.

CECA. Chi è? non odi?

MALFATTO. Te l'ho pur detto. Tic, tac.

CECA. Perché pichi? non odi, no?

MALFATTO. Perché me piace. Toc, tac.

CECA. Che sí che ti trarò d'un sasso nel capo!

MALFATTO. Voglio bussar per dispetto tuo, adesso. Tic.

CECA. Non l'odi, poltrone, no?

MALFATTO. Sí, sí. Tic. So ch'io voglio bussare.

CECA. Tu non me credi, Malfatto, neh vero?

MALFATTO. Che vòi? che hai? Oh Ceca mia bella!

CECA. Che vòi? che adimandi?

MALFATTO. Volevo stare con meco abracciato.

CECA. Tira alle forche! Lèvate de lí, dico! Aspetta pur ch'io venghi giú con un bastone, ché ti farò fugir piú che di passo.

MALFATTO. Oh diavolo! Non fare, ché te voglio bene, io; e poi me cci ha mandato lo mastro.

CECA. E che vole? Ché non lo dici?

MALFATTO. Vole quel cotale che sta qua.

CECA. Come se chiama?

MALFATTO. Lo mastro lo sa.

CECA. O va' e fattelo redire.

MALFATTO. Non voglio, ché lui me ha ditto ch'io venga qua a pichiare. Tic, tac, toc.

CECA. L'è la festa del pichiare, questa. Tu non lo credi, eh?

MALFATTO. E che hai paura? che spezzi l'uscio? la porta?

CECA. Aspetta, aspetta el bastone.

MALFATTO. Eh! non far. Odi, odi. Oh Ceca!

CECA. Che vòi?

MALFATTO. Eh! non fare, de grazia, ché lo mastro me cci ha mandato.

CECA. Malan che Dio te dia, a te e a lui!

MALFATTO. Ascolta un poco. Oh madonna quella! Chiama un po', de grazia, quel cotale.

CECA. Che cotale? Perché non parli?

MALFATTO. Vorria che tu me chiamassi quello che mena.

CECA. Tu devi esser imbriacco.

MALFATTO. Per questa croce, che non ho ancora beuto. Odi, odi; non te spartire. Oh cancaro! S'io torno al mastro e dico che non me hanno voluto aprire, me dará delle staffilate. Io so che voglio bussare. Tic, toc, tac.

CECA. Tu non lo credi, neh vero?

MALFATTO. Che vòi ch'io creda?

CECA. Che te farò andare a pichiare altrove.

MALFATTO. Oh! non sono stato io.

CECA. E chi è stato?

MALFATTO. Uno ch'è andato lá giú adesso. Ma, de grazia, chiamame un poco quello che mena, ché lo vole lo mastro.

CECA. Tu vòi forsi Minio.

MALFATTO. Sí, cancaro li venga!

CECA. Venga pur a te. Aspetta, ch'ora lo chiamo.

MALFATTO. Vedi che pur me ssi è ricordato lo nome. Oh che poco cervello! Gran cosa ch'io non tengo troppo bene a mente! e sono cosí grande!

CECA. Dove sei? non odi? Oh poco-in-testa!

MALFATTO. Che volete?

CECA. Adesso viene abasso.

MALFATTO. Sí, sí, venga pur, ché lo mastro l'aspetta ed è un pezzo che sta in ordine.

IULIA. Chi è quello che vole Minio?

MALFATTO. Simo noi, ché lo vole lo mastro.

IULIA. Dilli, al tuo maestro, che l'è un gran sciagurato.

MALFATTO. È ben vero, sí.

IULIA. E è un tristo e un gaglioffo; e che, se non è savio, gli farò romper el capo.

MALFATTO. Sí, che non possa sedere. Oh! che l'è gran poltrone, alla fé.

IULIA. Basta. Digli pure ch'io non voglio che mio figliuolo vadia piú alla scola sua; ché non vo' che mel faccia un ruffiano.

MALFATTO. È ben ruffiano, sí.

IULIA. Chi?

MALFATTO. Minio, quello vostro.

IULIA. El malanno che ti venga! Io dico el maestro tuo.

MALFATTO. Dico ben cosí io ancora. Ma diteme un poco, o madonna: perché non me date moglie?

IULIA. E che ne vòi far della moglie, bestia?

MALFATTO. La voglio abracciare nello letto, cosí, vedete.

IULIA. Fatti in lá, poltrone! se non hai voglia ch'io ti dia d'una pianella inel mostaccio.

MALFATTO. Perdonateme; ch'alla fé, io ve llo vorria fare per bene. E chi dorme con voi, la sera, quando è notte?

IULIA. Vedi adimanda scioca! Per certo, che questa di costui è una dolce pazzia. Non ci dorme nessuno. Perché?

MALFATTO. Perché sí. Non avete paura delli lenconi, voi, quando state sola?

IULIA. Hai tu altro che dire?

MALFATTO. Madonna sí; un'altra cosa. Ma io non vorria che voi me dessivo delle pugna.

IULIA. Pènsati che, si tu non parli saviamente, ch'io te lle darò; e saranno buone.

MALFATTO. Be', io non ve la voglio dire. Cagna! Voi sète troppo crudela.

IULIA. Orsú! Vatti con Dio, va'; e di' al tuo maestro che, se non è savio, io gli farò fare uno scherzo che se pentirá d'avermi mai cognosciuta.

MALFATTO. Orsú! Basta: bon dí. Io li farò l'imbasciata e diroli che quello che mena lo volete per voi.

IULIA. Dilli quello che ti pare.

MALFATTO. Me aricomando alla Vostra madonna Signoria. Alla fé, per questa croce, se non che me venga mò mò lo cancaro, se non sono giá innamorato de essa. Oh! che l'è bella, diavolo! Oh! quasi che vorria che me mandassi spesso, lo mastro. Ma vorria che me facessi dormire con essa; ché so che me vole bene, ché, quando me parlava, me guardava e rideva. E chi sa? Forsi che ancora me pigliará per moglie; e essa me sará marito; e faremo delli figliuoli; e essi poi me chiamaranno tata, missere; e io compararò uno asino per andare a cavallo a spasso; e montarò in groppa a essa; e faremo a dormire tutti doi l'uno sopra l'altro. Oh cagna! Me pare d'averla giá in braccio e de basarla e de mozzicarla e de voltarme con essa, cosí, per lo letto e tirare delle corregge, cosí. _Fu._ Oh che possa venire lo male francioso allo patrone! Mò che me sse ricorda, se aranno magnato ogni cosa. Oimè! oimè! la parte mia! Oimè! che non me averanno lassato manco della menestra.

ATTO V

SCENA I

MALFATTO, PRUDENZIO, REPETITORE.

MALFATTO. Non ce voglio andare. Andatece voi, che ve venga el cancaro! Non site boni se non a farme caminare. Che diavolo de furfanti! che mai non me lassano star un'ora in pace. O aspettate, che adesso vengo. Vederá ch'io sarò piú matto che pazzo a non ce andare.

REPETITORE. Iam vesperascit, domine. Chi è lá giú? Olá!

MALFATTO. Sí, sí! grida pure!

REPETITORE. Chi è al nostro hostio? Olá! Non odi, no? Come hai nome?

MALFATTO. Non te lo voglio dire.

REPETITORE. Sei Malfatto nostro?

MALFATTO. Sono el malanno che Dio te dia!

REPETITORE. Domine, el vostro insolente pincerna si è prostato in terra come un cadavero.

MALFATTO. Hai veduto che sempre «va' via, va' via»?

REPETITORE. Oh Malfatto! Fuggi, ch'ecco el maestro.

MALFATTO. Alla fé, ch'io ho deliberato trovarme un altro garzone, ché non voglio stare piú con lui.

PRUDENZIO. Ove è questo abominevole mostro prosontuoso? Non odi, no?

MALFATTO. Che volete?

PRUDENZIO. Perché non vai dove t'ho detto?

MALFATTO. Perché non me piace.

PRUDENZIO. Adunque devi stare con noi e devemoti stipendiare e hai da fare a modo tuo, eh? No, no, no!

MALFATTO. Sí, sí, sí! Hai visto che festa è questa?

PRUDENZIO. Malfatto, vien qua. Audi duo verba.

MALFATTO. Non voglio verberare io, ché sono scorrociato.

PRUDENZIO. Tu hai torto. Audi parumper che...

MALFATTO. Sí! Sempre me date la baia.

PRUDENZIO. E quando mai te avemo data la baia noi?

MALFATTO. Ogni sempre mai che parlate, ché non ve intendo.

PRUDENZIO. Audi. Testor Deum omnipotentem...

MALFATTO. Ve possa venire a voi!

PRUDENZIO. Taci: lassame parlare.

MALFATTO. Sí; ma non biastemate.

PRUDENZIO. È il diavolo, a parlare con simili ignoranti che non comprendono i sensi delle litterali parole. Ma vacci, se Dio te guardi la grazia nostra; e dilli che venga subito, ché avemo da parlarli de cosa importante.

MALFATTO. Volete che venga solo o accompagnato?

PRUDENZIO. Come piacerá a lui.

MALFATTO. E che volete? che dorma con voi?

PRUDENZIO. E va', che tu sei una bestia! Ma odi. Guarda qui.

MALFATTO. Non voglio piú guardare. Ma, come torno, voglio far un altro patto con voi e, se non ce vorrete stare, ve nne andarete con Dio.

PRUDENZIO. Vien presto, sai?

MALFATTO. Verrò quando parerá a me.

SCENA II

FULVIA, RITA, MINIO, CECA.

FULVIA. Caminiamo, Rita, ché l'è notte.

RITA. Vostro danno! Perché non siamo andate piú a bon'otta?

FULVIA. Non te ll'ho io detto? per non m'imbattere in Curzio, ch'io non volevo che me cci vedessi entrare.

RITA. Madonna, ecco la porta. Aspettate, ch'io pichiarò.

FULVIA. Sí, de grazia.

RITA. Idio ci aiuti. Tic, toc.

MINIO. Chi è lá?

RITA. Amici. Simo noi.

MINIO. E chi sète voi?

RITA. Siamo quelle donne. Ècci madonna Iulia in casa?

MINIO. Si, è. Aspettate, ch'io la chiamarò.

RITA. Orsú! Va' presto e spácciati.

FULVIA. Che te ha detto?

RITA. Ho parlato col figliuolo. Adesso fará l'imbasciata.

FULVIA. Acòstameti qui, ché non paia ch'io stia sola.

CECA. Chi è quella che vole madonna?

RITA. Siamo noi. Oh Ceca!

CECA. Perché non entrate, che l'è aperto?

FULVIA. E che ne sapemo noi?

CECA. Dio vel perdoni. Che bisogna che voi pichiate, che sète patrona de ogni cosa?

FULVIA. Per grazia de madonna Iulia, non perché noi lo meritiamo.

RITA. Andate lá sú e pregamo Dio che ce la mandi buona.

SCENA III

PRUDENZIO, REPETITORE.

PRUDENZIO. De grazia, propter amorem Dei, fate che veniat cito.

REPETITORE. Lassate pur far a me.

PRUDENZIO. E racomandateme all'amita sua.

REPETITORE. Lassate pur fare l'excusatorie a me.

PRUDENZIO. Caminate, ché iam est multum sero.

REPETITORE. Non ve conturbamini. Tornate pur dentro.

PRUDENZIO. Audiatis, domine. Oh missere!

REPETITORE. Che piace alla Magnificenzia Vostra?

PRUDENZIO. Potrete dirli, se pur nol volessino lassar venire, che voi lo soziarete incolumen e senza lesione alcuna.

REPETITORE. Io ve ho inteso. State sano e vivete in tripudio, ch'io ve llo condurrò omnino e portarovi risposta sodisfattoria.

PRUDENZIO. M'aricomando alla loquacitá vostra.

REPETITORE. Gran cosa che li uomini discreti e periti nelle lettere, e che hanno il cerebro ripieno di lucubrazioni e di prischi exempli, e nelli anni adolescentuli sieno stati discordanti alle blandizie e faci veneree e alle lascivie e crapule, in nella senectu fiunt bis pueri! Ma tedet mihi che 'l mio precettore urisca inelle viscere come arida stipula. Ma será buono ch'io volti giú per questa viècula acciò che piú presto me espedisca da questo negozio.

SCENA IV

CURZIO, RUFINO, CECA.

CURZIO. Sollécitati, esci qui fuori. Giá son presso che tre ore e non será se non buono ch'io me invii pian piano in lá. Oh Amore! Guidami, non mi lasciar perire in sí profundo pelago de incomparabile leticia; per ciò che, senza l'aiuto tuo, sono come fragile barca vicin'al porto da contrari venti combattuta. Per certo, ch'al desiderio ch'io al presente me trovo, non pur una brevissima notte come fia questa ch'in somma felicitá trapassar aspetto, ma quella che Ercole produsse, o se ella fosse piú lunga che l'anno, una minima parte de l'ardor mio potrebbe estinguere. Costui tarda pur assai a venire. Oh Rufino!

RUFINO. Eccomi, signore.

CURZIO. Vieni presto, ché l'è tardo.

RUFINO. Or ora sarò da voi.

CURZIO. Deh! camina; non tardar piú, de grazia.

RUFINO. Eccome. Andiamo.

CURZIO. Hai tu avertito colui che stanghi bene la porta?

RUFINO. Signor sí. Ma io saria de parere che voi me lassassivo ritornare, ché non sta bene la casa sola.

CURZIO. Sta ben pur troppo, ché non stiamo in terra de ladri.

RUFINO. Non è questo: ma la commoditá suol fare li uomini e le donne cattive.

CURZIO. Be', io non voglio restar di notte fuori di casa senza te; e tanto piú in simili luoghi. E che so io se mi bisognassi cosa alcuna?

RUFINO. E che volete che vi bisogni?

CURZIO. E che ne so io? Solo Idio sa el secreto dei cuori umani.

RUFINO. Fate adunque come vi pare, ch'io, a dirve il vero, ho caro di trovarmi sempre appresso di voi; ch'accadendo, vi possa mostrare l'affezione ch'io vi porto.

CURZIO. Io ne sono chiaro pur troppo, Rufino; e, dallo esserti io patrone in poi, tutto el resto è commune fra te e me: e tu lo sai. Ma dimmi, or che me ricordo: porti tu i danari?

RUFINO. Signor sí: eccoli.

CURZIO. Avertisci che non ti caschino.

RUFINO. Non dubitate. Ma, da qui a un poco, potrete ben dire che vi sieno caduti.

CURZIO. Anzi, farò conto de avergli alogati in buona parte. E dicoti che, se io avessi meglio el modo che non ho, che non mi pensarei mai di spendere el mio danaio bene se non quando io lo dessi a qualche donna: ché certamente le sono l'onor del mondo per le quali l'uomo, argumentando, a perfetta cognizione delle bellezze del cielo suol venire. E quale è quel cuore sí efferato, sí inumano che, drizzando gli occhi in un bel volto, che, ad un'otta, non perda l'ardire e l'orgoglio e riverente non se gli inchini e voluntario pregione non se gli renda? Io, certo, le amo, le adoro, le reverisco, per ciò che sono degne d'essere sopra tutti li altri uomini essaltate e reverite mediante i buoni effetti che da loro ne segueno.

RUFINO. Patrone, voi lodate quello che molti biasmano.

CURZIO. Questi sono simie, che paiono e non sono uomini; e, per la spurcizia dei vizi ch'egli hanno, inei quai cercano di sotrarre altrui per aver piú compagni acciò piú licito gli sia el peccare, maliziosamente parlano. Ma questo non è maraviglia, ché dicono male de Idio, ben lo possino ancor dire di esse. Non ti niego che non ve nne siano delle cattive; ma in tanto numero ch'è!... Ma par che voglia el destino che de quella sola ribalda che è al mondo cento scrittori ne parlino come se loro mancassi altra materia da scrivere. Ma non se dice però de tanti uomini infami e vituperosi che si scriveno; e, se di questi che oggidí viveno se nne facessi istoria, si legerebbono altre che Pasifae e che Medee! Poi non si accorgeno questi tali maledici che, biasmando le donne, biasmano loro stessi, essendo la donna, come vogliano i savi, la metá di noi. Ma vattene innanzi; e pichia e fa' oprire. E questi tali dichino tanto che crepino.

RUFINO. Ámenne. Aspettate qui, se vi pare.

CURZIO. Odi. Oh Rufino!

RUFINO. Che vi piace?

CURZIO. A che modo gli dirai, che non se nne accorghino li vicini?

RUFINO. Giá mi ha detto Filippa ch'io dica che sono el fratello della Ceca.

CURZIO. Or vanne, adunque. Odi un'altra cosa.

RUFINO. Dite: che volete?

CURZIO. Tu sai che avemo inteso che quel pedante poltrone, ogni notte, gli viene a cantare a l'uscio non so che canzoni. Vorrei che tu gli rompessi el capo in qualche bel modo, che non si accorgessi chi fussi stato, se pur ci viene stanotte.

RUFINO. State de bona voglia, che vi prometto di servirve.

CURZIO. Va'! Pichia, adunque.

RUFINO. Io so certo che costoro ci deveno aspettare. Tic.

CECA. Chi è la giú?

RUFINO. Sono el fratello della Ceca vostra.

CECA. Chi sei? Antonio?

RUFINO. Madonna sí.

CECA. Tu sia el ben venuto. Aspetta, ch'io ti vengo a oprire.

RUFINO. Zi! Patrone, acostatevi.

CURZIO. O Dio, aiutame.

RUFINO. Acostatevi piú alla porta.

CURZIO. Che te hanno detto?

RUFINO. Adesso vengono a oprire.

CECA. Entrate, olá! Non fate rumore.

SCENA V

LUZIO, MALFATTO, TRAPPOLINO, PRUDENZIO.

LUZIO. Guarda pur che tu non me dichi le bugie, che il mastro me voglia e poi non sia lo vero.

MALFATTO. Alla fé, non dico bugie io. E me llo ave ditto ancora quell'altro che stava con quello, con esso.

LUZIO. Ché diavolo non parli che sii inteso?

MALFATTO. Orsú! Andamo, che te llo dirò poi domattina, fraschetta!

LUZIO. Oh! tu me dice villania, sciagurato!

MALFATTO. Me ciancio con teco. Ma andiamo un poco qua, ché voglio parlare a un mio compagno.

LUZIO. Come ha nome?

MALFATTO. Non te llo voglio dire. Ecco la casa. Aspettateme voi, Luzio, ché voglio bussare.

LUZIO. Sí; ma spácciate.

MALFATTO. Tic, toc. Oh de casa! oh nesciuno! oh quello! Tic. Non ci deve essere, neh vero?

LUZIO. No, che non ci deve essere. Andiamo con Dio.

MALFATTO. Lassame bussare tre altre volte, prima. Tic. E una.

TRAPPOLINO. Chi è lá? Olá!

MALFATTO. Amici. Simo io.

TRAPPOLINO. El cancaro che te venga! Che vòi?

MALFATTO. Ché non respondi tu, adesso?

TRAPPOLINO. Respondi pur tu, ché parlo con teco.

LUZIO. Che dici tu? Olá!

MALFATTO. Che vòi che dica, o Luzio?

LUZIO. Dilli quello che ti pare. Che me fa a me?

TRAPPOLINO. Chi sei tu che hai bussato?

MALFATTO. Sono un certo omo da bene.

TRAPPOLINO. Tu devi avere cattivi vicini, neh vero?

MALFATTO. Sí, sí, sto qua vicino; e vorria parlare a colui che sta qua dentro.

TRAPPOLINO. Chi è? come ha nome?

MALFATTO. Non me ssi aricorda a me. O Luzio, come se chiama quello ch'io te dissi ch'io cercavo?

LUZIO. E che ne so io? A me lo dimandi? Tu non hai buon cervello.

MALFATTO. Dove sei andato? Olá! Tic.

TRAPPOLINO. Che te manca? non me vedi?

MALFATTO. Sai? lo vorria, adesso che me aricordo, quello delli quatrini.

TRAPPOLINO. Se non me dici altro, tu starai di fuori.

MALFATTO. Non cognosci tu quell'uomo grande cosí, che me parlava ieri?

TRAPPOLINO. Tu devi essere qualche pazzo.

LUZIO. Tu l'hai a punto indovinato.

MALFATTO. Sí, sono la merda!

TRAPPOLINO. O va' magna, va'. Bona sera.

MALFATTO. Te nne vai, eh? Odi, di grazia; ascolta un'altra volta.

TRAPPOLINO. Che vòi, prosontuoso?

LUZIO. Ché non li gitti qualche pitale nel capo, si lo hai? E levatello dinanzi.

MALFATTO. Eh! non far, de grazia, fratello: vòi?

TRAPPOLINO. Son contento. Ma dimme: chi adimandi?

MALFATTO. Adimando che vorria parlare di portante a lui.

TRAPPOLINO. Chi diavolo sei tu?

MALFATTO. So' quello. Eh! de grazia, non me buttare la testa nello pitale.

LUZIO. Se tu non vieni, te lassarò Malfatto, veh!

MALFATTO. Aspetta un altro poco. Oh quello! E tu come te chiami?

TRAPPOLINO. E che ne vòi tu sapere, bestia?

MALFATTO. Lo vorria sapere perché, quando te trovassi, te vorria dire «bon dí».

TRAPPOLINO. Te llo dirò poi, un altro giorno di questa stimana.

MALFATTO. Che sta male lo patrone tuo, eh?