Il pedante Commedie del Cinquecento

Part 3

Chapter 34,010 wordsPublic domain

PRUDENZIO. Audi, Luti. Io te prometto quod, si bene facies, de non te dare equo un anno e farte, questo Santo Nicola, signore.

MALFATTO. Ed io ancora voglio essere.

PRUDENZIO. Tu non tanti facis mihi e...

MALFATTO. Aspettate pur un poco, ché voglio andare per un'altra frusta ancor io.

PRUDENZIO. Luzio, vatene dentro e incumbi alla lezione; ché statim te lla verrò a repetere.

LUZIO. Misser sí.

PRUDENZIO. Vien qui, tu altro. Credi ch'io te voglia dar un buon cavallo, se non sarai ubidiente?

MINIO. Eh! mastro, perdonateme. Che volete ch'io faccia?

PRUDENZIO. Io ti prometto de non ti dar mai cavallo se me farai un piacere. Altrimenti, pènsati che quolibet die io te nne darò uno.

MINIO. Eh! non me date, ch'io ve voglio portar una buona cosa.

PRUDENZIO. Io voglio che tu parli a tua sororia da parte nostra.

MINIO. Oh! sapete, mastro...

PRUDENZIO. Sta' cheto; lassa parlare al preceptore; non lo interrompere. E reportame la risposta.

MINIO. Lo voglio fare, misser sí.

PRUDENZIO. E noi te vorremo bene.

MINIO. E sapete ch'ella è bella? ché, quando va al letto, ogni sempre dorme con meco ed è bianca e roscia.

PRUDENZIO. Orsú! non piú. Torniamo dentro.

SCENA III

RITA, CECA.

RITA. Caminamo, de grazia, Ceca, sorella, ch'ell'è tardo; e so che si lamentará di me c'ho temporeggiato troppo al ritornare.

CECA. E che si lamenti. E poi è ella sí frettolosa che vogli esser servita sí presto?

RITA. Io gli ho discrezione alla poverina per ciò che sta sola.

CECA. Come sola? Non ha ella sí gran compagnia di monache?

RITA. Gli è vero. Ma assai li par di esser sola quando non vi sono io.

CECA. Questo si è tanto piú quanto si trova in questa terra ove persona non ci cognosce. Ma ditemi un poco, madonna Rita: avete marito voi?

RITA. Io non so quello che me abbia, a dirti el vero.

CECA. Come che non lo sapete?

RITA. Dirotelo. Io mi maritai, son giá parecchi anni, e il signore nostro lo mandò in non so che sua bisogna forsi un mese doppo ch'io el tolsi; e, d'allora in qua, mai piú non l'ho veduto e temo ch'il sia piú tosto morto che no. Questo è el premio, sorella, che si acquista in servire i signori.

CECA. De grazia, non ne ragioniam piú; ché non sta bene a noi, che siam femine, parlare de' fatti loro.

RITA. Anzi, a noi sta bene, ché diremo el vero e saremo scusate per pazze.

CECA. Non fate cosí, che ci potrebbono fare qualche cattivo scherzo.

RITA. E che ci potreben mai fare?

CECA. Che, eh? Dio ce nne guardi! Qualche trent'uno.

RITA. Non ci faccino peggio che questo.

CECA. O farci sfregiare, o una cosa simile, ché non mancano loro, no, i sviati e i ribaldi, ché, Dio grazia, ne hanno le case ripiene; ch'i buoni non vi vogliano stare per ciò che sono inimici del vizio.

RITA. Ragionamo de altro, adunque.

CECA. Voltiamo questo canto qui, ché scortaremo un pezzo di strada.

RITA. Sí, de grazia, ch'io non vo' che me veda colui ch'esce di quella casa.

CECA. E perché? chi è?

RITA. Non vedete ch'ell'è Curzio, el mio patrone?

CECA. Dite el vero. Leviamoci presto de qui.

SCENA IV

CURZIO, RUFINO, TRAPPOLINO, PRUDENZIO, MALFATTO.

CURZIO. Quanta gioia, quanto piacere io sento, pietoso Amore, nol posso dire: ché, di me non obliandoti, nel mezzo di cotante miserie, di me sei stato ricordevole; di sorte che la mia donna, mossa a pietá, con darmi speranza di futuro bene, adolcisce l'amare mie angosce. E, per questo, i' sono sforzato d'impegnarmi e gli amici e quanti cognosco per compir alla promessa della dote ch'io gli ho fatto; insino a tanto che l'infelice mia consorte mi mandi qualche danaio da casa. Cosí mi levarò pur di sospetto di quel pedantaccio ignorante: ché non mi maraviglio se non di chi gli crede a tali uomini che sono piú tosto l'infamia del mondo che no. E forsi che questi che fanno el gentiluomo non se gli cacciano in casa? Ma non curare, che gli trattono bene! ché, non che li figliuoli e le figliuole, ma le mogli ancora li vituperano; e, ancor che non sia el vero, se ne vantono, ch'è il peggio. Ma, se questo sciagurato me ssi rintoppa innanzi, gli vo' dir quattro parole a mio modo e avvertirlo che si rimanga di andargli, ogni notte, a cantar all'uscio, se non vole ch'io li armi le schiene di bosco. O Rufino! Non odi?

RUFINO. Signore, che volete?

CURZIO. Chiama qui fuori Trappolino. Spedisciti, ch'ell'è tardo. Idio, aiutami in tanta necessitá in quanta ora me trovo.

RUFINO. Ecco Trappolino, patrone.

CURZIO. Fa' che tu non eschi di casa e, se venissi persona a dimandarmi, fatti lasciare l'imbasciata. Háime inteso?

TRAPPOLINO. Signor sí.

CURZIO. Vieni con esso meco, Rufino, ch'io voglio ch'andiamo a vedere se potessimo trovare qualche danaio in presto da chi sia.

RUFINO. Io dubito che noi perderemo i passi, se andamo a speranza de altri.

CURZIO. Come! Perché?

RUFINO. Perché, oggidí, non si trova amico se non finto e a pena ve lli prestaranno sul pegno, non ch'altro.

CURZIO. Tu dici el vero; ma la necessitá mi sforza de andar alla mercé loro. Ma dimmi un poco: dove dici tu che ti aspettará colei?

RUFINO. Ve l'ho pur detto: in casa di Filippa.

CURZIO. Orsú! Si vole che, come io sia in Banchi, tu te ne vadi fino a casa sua e che gli dichi ch'io non mancarò di andarvi per ogni modo stanotte e portarogli e' dinari.

RUFINO. Cosí farò. Ah! ah! ah!

CURZIO Che hai? di che te ridi?

RUFINO. Rido, ché voi gli volete dare quelle cose che sète incerto di avere.

CURZIO. Come ch'io ne sono incerto? Anzi, el contrario.

RUFINO. Bastaria che voi li avessevo in cassa.

CURZIO. Per mia fé, che, se io fossi certo d'andargli accatando, son per trovargli. Vadi el mondo come vole, che me delibero de non gli mancare.

RUFINO. Sí, se potrete. Andate pur lá.

CURZIO. Io poterò per certo. Non sai tu che Amore fa i seguaci suoi ingeniosi e scaltriti? Ma maledetto sia el signore ch'è cagione d'ogni mio danno!

RUFINO. Patrone, è pazzia a dolersene; per ciò che di continuo ci sono nove materie da dire sui fatti loro e non trovo persona che se ne lodi.

CURZIO. Non dire cosí, ché ve nne sonno pur assai de quegli che della loro servitú godeno. E, fra gli altri, el Belo, a cui la mercé del signore Francesco Orsino de Aragona abate de Farfa gli ha donato possessione e campi: di sorte ch'egli, per quello ch'io ne intendo, l'ha fatto ritornare ai studi da' quali, per essere poco pregiati appresso dei piú, allontanato se n'era.

RUFINO. Ed io l'ho inteso molto da molti lodare; ma un fiore non fa primavera.

CURZIO. Che val dir quel menar di capo e quel maravigliarsi che tu fai? A che pensi?

RUFINO. Penso ch'io v'ho voluto dire una cosa parecchie volte e sempre mi è uscita di mente.

CURZIO. Qualche bugia deve essere, però.

RUFINO. O bugia o veritá, io vel vo' dire. Io mi sono giá imbattuto doi volte in una giovane che tutta a madonna Fulvia vostra si rassomeglia.

CURZIO. E dove l'hai tu incontrata?

RUFINO. Qua giú, che usciva de un certo monestero, e parvemi ch'ella avessi la Rita con esso lei.

CURZIO. In che luogo sta quel monestero? come se chiama?

RUFINO. Questo sí ch'io non so.

CURZIO. Sai perché ch'io tel dico? Per ciò ch'io ancora mi sono giá parecchie volte imbattuto in una che tutta alla Rita se assomiglia; e, ogni volta che l'ho incontrata, me ssi è fugita dinanzi. Ma sai che si vuol fare? che, come te ssi rimbatte piú innanzi, tu gli va di dietro; ch'io me delibero di sapere s'ell'è dessa o no.

PRUDENZIO. Impulsant campanicule.

RUFINO. Patrone, ecco il vostro rivale.

CURZIO. Guarda cera de furfante! Andiamogli incontro.

PRUDENZIO. Bonum est quod ego, bono è ch'io vada sino alla Eccellenzia della Magnificenzia del reverendo illustrissimo mio unico perpetuo domino colendissimo del Monsignor mio; e partim andarò sino al barbitonsore. Non odi, villico, stabulatio, Malfatto?

CURZIO. Stiamo a udire che dice.

PRUDENZIO. Famulo, non odi? Vien qui, ché te voglio parlare.

MALFATTO. Che volete?

PRUDENZIO. Vieni con noi sino all'emporio, ché mercaremo doi o tre oboli idest baiocchi de fercule per prandio.

CURZIO. Addio, maestro.

PRUDENZIO. Oh! Bona dies, magnifici mei patronissimi. Quomodo se habent, come stanno le Signorie Vostre?

MALFATTO. Oh mastro! Questo è quello che me dette li quatrini: neh vero, quell'uomo?

PRUDENZIO. Taci, se non che tu me farai convertire la ultrapelia in ira.

MALFATTO. E me disse ancora che voi sète un poltrone.

PRUDENZIO. Vade ad furcas, prosuntuoso.

CURZIO. Oh che piacer è questo!

PRUDENZIO. Io multum miror che la Eccellenzia Vostra abbi machinato contro di noi alcune parole ingiuriose come un seminario di mali.

CURZIO. Io non so che cosa ve abbiate.

PRUDENZIO. Dico che non convenit ad uno experto viro laniare el prossimo.

CURZIO. Voi mi parete un pazzo. Che dite?

PRUDENZIO. Benché, noi non le stimiamo; perché «esto forti animo cum sis damnatus inique».

CURZIO. Voi fate un gran sgranellare di latini, oggi!

MALFATTO. O quello! Dame un altro quatrino: vòi?

PRUDENZIO. Basta. Non è questo el rigore de l'onestá.

MALFATTO. Vo' melo dare, che te raccusarò lo mastro?

PRUDENZIO. Metue magistrum tu et fac ut sis sermone modestus.

MALFATTO. Parlate, parlate con lui che ve responderá.

PRUDENZIO. Non se fa cosí, bone vir.

CURZIO. Io credo che ve sognate. Con chi l'avete?

PRUDENZIO. Questo nostro famulo ne ha referto che voi avete detto contro a l'onor nostro molta ingiuria. Ma ambula cum bonis et cetera.

CURZIO. Che ambula? che ambula? Non ve vergognate, voi, che fate el savio, el grave, e andate tutta notte cantando, facendo le mattinate, come se fossivo un giovane de venti anni?

MALFATTO. È vero, sí, e ce porta lo...

PRUDENZIO. Non lo credi, no, che te farò cedere locum maiori?

MALFATTO. Misser no, che non lo credo.

PRUDENZIO. Bone vir, io credo che la Magnificenzia Vostra in tutto e per tutto e al tutto...

RUFINO. State a udire.

PRUDENZIO. ... sia da bene, savia e morigerosa e che la Spettabilitá Sua non cogitet ch'un paro nostro, disciplinato nelle liberale arti, incumba a simile vanitá: quia «vanitas vanitatum et omnia vanitas»; ché sapete bene che, nocturno tempore, vanno li vespertilioni.

CURZIO. Ve possino venire a voi queste biasteme!

MALFATTO. Ámenne. El cancaro ancora!

PRUDENZIO. Odite. «Nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum».

CURZIO. Oh! che bestia è questa?

PRUDENZIO. E sí ve dico che «litem ferre cave».

CURZIO. Che volete che cavi? che volete che cavi?

MALFATTO. Dice lo vero. Non ce è da cavare qua.

CURZIO. Sapete che dico a voi? che, se non sète savio, ve farò vedere che voi non sapete la santa croce.

MALFATTO. Non è vero, misser. La sa; e me ha imparato a me sino al «be a ba, be e be».

CURZIO. Voi non respondete? Molto state sí cheto.

PRUDENZIO. Non rispondo quia «contra verbosus noli contendere verbis». Ma non crediate ch'io sia tanto aspernato o reietto perché portamo la toga, ché me resolvo che non me farete fuori del debito della iustizia e di quanto comandano le municipali leggi sacrosante iustiniane imperatorie per ciò che siamo in una delle inclite cittá del mondo.

CURZIO. Voi fate un gran bravare.

PRUDENZIO. Et in casu necessitatis me ne andarò ad osculare i piedi al clavigero portitore cellicolo, idest del beatissimo pontifex maximus, in nel suo proprio solio, quando pur me farete fuori del debito; bench'io non multi facio le parole vostre degne di reprensione.

MALFATTO. O quello! Addio. _Fit_!

PRUDENZIO. Ché noi non siamo per comportarci alcun dedeco, idest mancamento.

MALFATTO. Mastro, volete far alle pugna con lui, che ve terrò la cappa? Voi me guardate? Dico da vero, alla fé.

CURZIO. De grazia, mastro, avertite ai casi vostri.

PRUDENZIO. Non bisogna minarci per essere catrafatto con l'ense ferreo e col pugione e col famulo satellito. Ma voi non sapete ancora quanto conato abino le umane lettere appresso i buoni discipuli concivi e munifici che sono copiosi di famuli e di gladiatori.

CURZIO. Questa pecora gridará tutt'oggi.

MALFATTO. O quello delli quatrini! che fai?

PRUDENZIO. Testor Deum ch'io voglio andare nunc nunc al tribunale della Reverenzia dil Monsignor Governatore e dechiarargli pedetentim tutte le superfluitá che se fanno in questa terra alli omini del Gimnasio romano.

RUFINO. Leviamocelli dinanzi, patrone.

MALFATTO. Olá! Ve ne andate? non volete che venga, eh?

CURZIO. Sí: ché non camini?

PRUDENZIO. Per corpum meum...

MALFATTO. Ché non dite a misser che me lassi venire?

PRUDENZIO. Ah lingue viperee, defloratore de l'onor nostro!

CURZIO. Non li respondere. Lassalo gridare.

PRUDENZIO. Vien qua tu, sciagurato, insolentissimo. Vattene un poco dereto a coloro e vedi ove entrano e viennimelo subito a referire e guarda che tu non gli sperda.

MALFATTO. Non me sperderò, no. Ma dove dite che vanno?

PRUDENZIO. Lá giú per quel trivio.

MALFATTO. Non erano se non doi, recordatevene bene, e non tre.

PRUDENZIO. L'è vero. O camina, adunque; e torna tosto.

MALFATTO. Quanto tosto volete ch'io venga? com'un sasso?

PRUDENZIO. E camina, poltronee! ch'in questo mezzo voglio andare ad informandum curiam.

MALFATTO. Oh mastro! oh mastro! Io non li veggio.

PRUDENZIO. Va' correndo giú per quella via.

MALFATTO. Per quale? per questa?

PRUDENZIO. Per quella, sí.

MALFATTO. Be', io voglio andar da quest'altra, io.

PRUDENZIO. S'io vengo lá, te farò... Aspetta!

MALFATTO. Ecco ch'io vo, sú.

PRUDENZIO. Corri, che te rompi el collo!

MALFATTO. Olá! Aspettateme, ché lo mastro vole che ve venga dereto. Mastro, caminano troppo forte. Io non li posso agiognere.

PRUDENZIO. E va', sciagurato! E io partim andarò al bibliotecario ancora a riscuotere un chirografo, idest un libellulo scritto de nostra mano repleto d'ingeniosi e acuti e morali detti.

SCENA V

MINIO, REPETITORE, LUZIO.

MINIO. _Valete._

REPETITORE. Andate savi.

LUZIO. _Valete._

REPETITORE. Non fate stultizie.

LUZIO. Alla fé, che lo mastro m'ha fatto molto male.

MINIO. E che vo' dire che non me ha dato a mi?

LUZIO. Non te ha dato: che ne so io?

MINIO. Te vorria dir una cosa; ma non vorria che me raccusassi.

LUZIO. Non te raccuso, alla fé.

MINIO. Sí! sí! Non te lo credo.

LUZIO. E dimmelo, de grazia: vòi?

MINIO. O giurame prima, per la croce de Dio benedetta, de non me raccusare.

LUZIO. Vedi, per questa croce, che non dirò niente.

MINIO. Sai che me ha ditto lo mastro? che dica a mia sorella che lui li vole essere marito.

LUZIO. E halla vista sòreta, esso?

MINIO. Sí, che l'ha vista. E che li vol dare certe cose bone, ch'esso ce vorria venir a dormire stanotte.

LUZIO. E tu vo' gnelo dire?

MINIO. Ma se gnello voglio dire? Lo credo! ché m'ha promesso de non me dar delli cavalli, se io gnello dico, veh!

LUZIO. Ed è bella sòreta?

MINIO. Sí, ch'è bella; e tutta notte ioca con meco.

LUZIO. E a che iocate?

MINIO. Iocamo alle sculacciate. E madonna grida.

LUZIO. Quanto vòi stare a tornare alla scola, tu?

MINIO. Come averò pranzato. Non me vòi venir a chiamare?

LUZIO. Sí, voglio. Aspettame, sai?

MINIO. Son contento. Addio.

LUZIO. Addio. Bon dí.

ATTO IV

SCENA I

MASTRO ANTONIO, REPETITORE.

MASTRO ANTONIO. Mi non ghe posso catare ancuo negun che me chiami acciò che mi ghe faza una maitina; e no ghe ho invidia a persona del mondo per saver fare una romanesca, una pavana. Alle guagnelle de san Zacaria, che voio andare a casa de sto mistro di scola che m'ha pregao che me ghe vaga a veerlo, ché vol che ghe faga no so che servizio. Questa e' xe la porta. Voio battere. Tic, tac. E' non responde ninguno. Tic, toc.

REPETITORE. Quis est ille?

MASTRO ANTONIO. Bon dí, bon dí, misier.

REPETITORE. Bene veniat, bene veniat.

MASTRO ANTONIO. A son mastro Antonio. Trin, trin.

REPETITORE. Quid postulatis?

MASTRO ANTONIO. Misier sí, a son vegnuo a posta.

REPETITORE. Che volete?

MASTRO ANTONIO. Viegno da spasso da San Roco.

REPETITORE. Tu recto tramite rispondi.

MASTRO ANTONIO. Sí, sí, misier sí. Che se n'è fatto de quel vostro mistro?

REPETITORE. Non est in domi.

MASTRO ANTONIO. Che desi? Non ghe sè in Roma?

REPETITORE. Dico domi, domi.

MASTRO ANTONIO. Missier sí. E' me l'ha be' ditto che ghe vegna.

REPETITORE. Oh che pulchra festa ch'è questa!

MASTRO ANTONIO. De grazia, vegnite un pochetin abasso, ché voio parlar con Vostra Magnificenzia.

REPETITORE. Aspettate, ché nunc venio.

MASTRO ANTONIO. El voio aspettar a ogne modo. Trin, trin, trin.

REPETITORE. Bona dies, Dominatio Sua.

MASTRO ANTONIO. A no sudo, no; a so' be' stracco. Che xe del mistro?

REPETITORE. È andato a negoziare.

MASTRO ANTONIO. Ello me disse che mi vegnesse a zercarlo.

REPETITORE. Se volete venire in casa, fate voi.

MASTRO ANTONIO. Sí, de grazia: ve nne priego.

SCENA II

PRUDENZIO, MALFATTO.

PRUDENZIO. Promitto, per Deum vivum, che, non tam cito me vide la eccellentissima e reverendissima Signoria del monsignore illustrissimo signor governatore della ortodoxa fede e militante, phano episcopus e gastigatissimo censore e defensore acerrimo della iustizia, quod Deus conservet incolumen, col quale avemo contratta gran familiaritá, che statim me chiamò a sé e postulòmi ch'andassi negoziando. Io gli exposi la temeritá dell'inconsiderato uomo e il flagizio perpetrato contro di noi come se fossimo qualche incognito viro. Io voglio formarli un libello de ingiuria, certo che la Sua Signoria mutuo amore me ssi è offerto. Ma pare che hodie sia certo un lustro intercalare per noi; ché lo infido bibliotecario non ha manco compita l'opera per la quale gli ho saluti inanzi venti quadranti. Sed ecce a punto Malfatto che torna. O Malfatto!

MALFATTO. Me par sentir... Oh! è lo mastro. A fé, site lo ben venuto.

PRUDENZIO. Et tu quoque.

MALFATTO. E dove è lo coco, patrone? Io non lo vego.

PRUDENZIO. Io dico, tu ancora.

MALFATTO. Basta: tant'è. E voi dove sète stato, patrone?

PRUDENZIO. Fui al bibliotecario e al loco gerente del Monarca, idest Governatore, ch'è nostro alumno.

MALFATTO. Sono uomini questi che dite o sono bestie?

PRUDENZIO. Sei bestia insolentissima tu, bubone!

MALFATTO. Che ne so io? Me par che voi non parlate come li altri, però.

PRUDENZIO. Che altri? che altri? ché tutti li altri insiemi non sanno la decima parte de quello che sanno le mie crepide. Ma dimmi: andasti tu dietro a coloro?

MALFATTO. A chi coloro?

PRUDENZIO. Com'a chi? A quelli ch'io te dissi.

MALFATTO. Non me avete ditto niente, ch'io me ricordi.

PRUDENZIO. Come! Non te dissi che tu andassi dietro a quelli che ti avevano dati quelli nummi?

MALFATTO. Io non so che vi vogliate dire.

PRUDENZIO. Ah furcifer! demente! stolido!

MALFATTO. Aspettate, ché me cci voglio un po' pensare.

PRUDENZIO. Videbis che tu te serai posto a ludere in qualche fòro o in qualche latere con le alee; ed io, cerciorandomene, te scoriarò vapulandote con la scutica, ché me delibero che tu non ludi se non col troco.

MALFATTO. Patrone, voi sète errato, ch'io non me nne ricordo.

PRUDENZIO. Dic parumper: non te aricordi tu?

MALFATTO. Ben sapete che misser sí.

PRUDENZIO. Cur non desinis? perché non me lassi parlare?

MALFATTO. Perché io so quello che volete dire, però.

PRUDENZIO. Ché non lo dici, adunque?

MALFATTO. Che volete che dica?

PRUDENZIO. Se sei andato dereto a coloro.

MALFATTO. A chi coloro? a quali? Fate che ve intenda.

PRUDENZIO. Guarda viro impudente, latibulo di spurcizia! Dime un poco: chi te dette quelli quatrini?

MALFATTO. Quello che ve disse poltrone.

PRUDENZIO. Andastegli tu dietro?

MALFATTO. Misser sí.

PRUDENZIO. Hai tu saputo chi sono?

MALFATTO. Misser sí: sono doi omini.

PRUDENZIO. Ben sai che non sono doi equi. Vedi risposta de insipido! Non vedesti tu almeno dove entrorno?

MALFATTO. Misser sí: in una casa, che ha una porta, quando si vole entrare dentro; e desopra ha poi le finestre e lo tetto ancora con li focolari.

PRUDENZIO. Oh insulsissimo Cerbero ignorante! Povera Cerere e Bacco, a chi lascieno epulare sí infelicemente i frutti loro! Ecco che noi locuti sumus con monsignore, col vertice, col culmine della sacrosanta iustizia: e non arò fatto nihil; e terrammi Sua Signoria un mendace a posta di questo bubalo!

MALFATTO. _Fu!_ Perdonateli, ché è scapato da esso, da questo rotto straciato.

PRUDENZIO. Ah temerario! Non sai tu che «non sis ventosus si vis bonus esse videri»? Et stringe os et crepitum.

MALFATTO. Però l'ho fatto: per non crepare.

PRUDENZIO. Taci, inconsiderato adolescente! È possibile che non ti aricordi ove stia quella casa dove che sono entrati coloro?

MALFATTO. Chi ve l'ha detto?

PRUDENZIO. Dicemolo noi.

MALFATTO. Be', lassateli dire, ché non dicono lo vero.

PRUDENZIO. Se non guardassimo che tu sei un demente, te imparariamo a rispondere ai maggiori tuoi piú cautamente che non fai.

MALFATTO. Voi avete torto a dir villania a lui. Ma sapete dove sta quella casa, mò che me ricordo?

PRUDENZIO. Dove? ché non parli?

MALFATTO. Sta de qua. Vedete; guardate bene.

PRUDENZIO. Di' pur via; séguita.

MALFATTO. No, no: io ho sbagliato. Sta da quest'altra banda; e poi se volta cosí, e cosí, e se agionge poi lá, e vassi poi in qua. E cosí la trovate.

PRUDENZIO. Questo sarebbe uno enucleare.

MALFATTO. Oh! tengo ben a ment'io, sí.

PRUDENZIO. Tanto magnassi mai tu! Ma so che tutte le opere mie me succedono oggi extra votum.

MALFATTO. Patrone, bon dí. Io voglio andar a micto.

PRUDENZIO. Va', che te fragni le crure! Chi demone me ha posta questa bestiola dinanzi? ché nihil prodest, idest che non giova el monirlo né di gastigarlo; immo, de male in peius. Ma suo danno, quia sibi luditur.

SCENA III

CECA, MINIO, IULIA, LIVIA.

CECA. Oh che l'è da bene! oh che l'è la buona giovane, quella madonna Fulvia! Per certo che, ora ch'io ho inteso el tutto, li ho quella compassione che alle povere bisognose e vedove aver si deve. Grande infelicitá l'è certo la sua, ché né vedova né maritata se gli può dire; ma molto... Domino! Esce di casa piangendo Minio; e madonna è sulla porta.

MINIO. Eh! mamma mia, perdonateme.

IULIA. Vien qui, giottoncello! Piglialo, Ceca.

CECA. Che cosa hai tu fatto?

MINIO. Eh Dio! aiutame, Ceca mia.

IULIA. Menalo qui da me; piglialo pei capegli.

MINIO. Eh Dio mio!

CECA. Vieni; non dubitare: ché non ti fará male, no.

IULIA. Giottone, ti credevi fugire, eh? E dove volevi andare, ch'io non ti trovassi?

MINIO. Oimè! perdonatemi, mamma mia.

CECA. Madonna, non piú, di grazia. Vanne dentro tu.

MINIO. Oimè! Oimè!

IULIA. Aspetta pur, ché queste non son nulla a rispetto di quelle che io ti darò. Vanne pur lá.

CECA. Che cosa ve ha egli fatto?

IULIA. Ma non si curi, quel pedante tristo, sciagurato!...

CECA. E chi, madonna? el maestro?

IULIA. El maestro, sí.

CECA. E per che cosa?

IULIA. Come per che cosa? El mando alla scola perché gl'impari le vertú, e quello mel fa un ribaldo!

CECA. Madonna, oggidí non si può la persona fidar di nessuno; e i maestri propri son quegli che gli fanno viziosi e cattivi, che meritarebbono el fuoco, la maggior parte.

IULIA. El poltrone l'ha mandato perché gli scusi ruffiano.

CECA. E con chi?

IULIA. Con la sorella, con Livia. Forsi che con meco?

CECA. A pena el posso credere.

IULIA. L'è pur cosí. Ma non si curi!... Basta. S'io non ne lli impago, laméntise di me. Gli darò una tal moglie che forsi gli rencrescerá. Bastaria ch'io non ci stessi per nulla in casa.

CECA. E che gli ha mandato a dire, se Idio vi guardi?

IULIA. Io non l'ho possuto troppo bene intendere, ché gli parlava all'orechio; ma io me delibero che me dica ogni cosa a suon di frustate.

CECA. Madonna, quanto piú presto ve lla levate de casa è meglio per voi.

IULIA. Non piú: basta. Qualche cosa será.

LIVIA. Madonna, Minio non vol star cheto.

IULIA. Digli che, se io vengo di sopra, ch'io gli romperò el capo.

LIVIA. A punto piglia lo bastone per darme, vedete?

IULIA. Andiamo dentro.

CECA. Fuggi, Minio, ch'ecco madonna. Livia, ditegli che fugga, ché madonna nol trovi.

LIVIA. Di' quanto vòi, che nol credo. Che sí, fraschetta, tristarello!...

SCENA IV

MALFATTO, PRUDENZIO, MASTRO ANTONIO.