Il pedante Commedie del Cinquecento
Part 2
CURZIO. Io dico lui e tu, bestia!
MALFATTO. Dico bene cosí io ancora.
CURZIO. Che diavolo di nova foggia de abito e di uomo è questa di costui?
MALFATTO. Sapete come me chiamo io? oh quello! Me chiamo... Oh! oh! non te lo voglio dire.
CURZIO. Se nol vòi dire, statti.
MALFATTO. Che non te lo indovini de un quatrino. Me chiamo Malfatto, veh!
CURZIO. So che non ti mentisce el nome. Ma dimmi un po': de chi è innamorato el tuo maestro?
MALFATTO. D'una moglie.
CURZIO. Che halla presa per moglie, forsi?
MALFATTO. No, madonna, no. È che lui la vorria pigliar esso per moglie e vorria ch'essa stessi con lui e io con esso.
CURZIO. Che diavolo parli? che hai? che dici?
MALFATTO. Dico ch'ogni sempre lui vorria far... sapete?
CURZIO. Che cosa vorria far? Che guardi? che tocchi?
MALFATTO. Tocco che voi avete certe belle scarpe, pelose, nere. Volete cangiare con le mie?
CURZIO. Son contento. Sta' fitto. Che farai?
MALFATTO. Ve lle volevo cacciare e metterve queste mie che sono piú sane.
CURZIO. Un'altra volta, poi; non adesso.
MALFATTO. Ed io me ne voglio andare.
CURZIO. Odi; ascolta. Non ti partire.
MALFATTO. Sí; ma prestame tre quatrini.
CURZIO. Son contento. Vieni con me, ch'io te lli voglio dare.
MALFATTO. E dove volete ch'io venga?
CURZIO. A casa mia.
MALFATTO. Fit! mahu! cagna! Non me cci coglierete, no.
CURZIO. E perché? di chi hai paura?
MALFATTO. E che? Me voresti fare le male cose come fa lo mastro alli scolari, eh?
CURZIO. So ch'el confessa senza tratto di corda.
MALFATTO. Ché non me li date qua, se volete?
CURZIO. Non ho dinari appresso. Vieni, su la fede mia.
MALFATTO. Andiamo, sú! Volete che venga dinanzi o drieto?
CURZIO. Vieni come vòi tu. Oh che dolce spasso è questo di costui! Ma starai a vedere che, pian piano, gli cavarò di bocca ogni cosa.
MALFATTO. Son stracco. Io non posso piú caminare.
CURZIO. Camina, camina, ché giá semo arrivati.
MALFATTO. Sí! arrivati! E dove è la casa, che non la veggo?
CURZIO. Eccola qui. Bussa un poco.
MALFATTO. Tic, toc. Non ci è nessuno?
TRAPPOLINO. Chi è lá?
MALFATTO. È questo compagno.
TRAPPOLINO. Che compagno? che compagno? gaglioffo che tu sei!
MALFATTO. Olá! Parla con voi, vedete.
CURZIO. Ché non vieni aprire, sciagurato?
TRAPPOLINO. Oh patrone! Perdonateme; adesso vengo.
MALFATTO. Sta con voi quello che dite?
CURZIO. Sí che sta con meco. Perché?
MALFATTO. E con chi dorme? con voi?
CURZIO. Non. Dorme con un altro compagno.
MALFATTO. Io dormo molto ben con lo mastro.
CURZIO. Nel letto suo proprio?
MALFATTO. Misser no. In camera; in un altro letto; in terra.
TRAPPOLINO. Entrate.
CURZIO. Vieni dentro, Malfatto.
SCENA II
FULVIA donna, IULIA donna, RITA serva.
FULVIA. Non venite piú innanzi. Di grazia, tornatevi dentro.
IULIA. Orsú! Andate in pace. Voi me avete intesa.
FULVIA. Madonna sí.
IULIA. Me avete ben fatto despiacere a non vi restare a desinare con esso meco.
FULVIA. Sempre desino con esso voi. Di grazia, tornatevi di sopra.
IULIA. Orsú! Buon giorno.
FULVIA. Buon giorno e buon anno. Che dici tu, Rita, adesso? Molto stai sí cheta.
RITA. Che volete ch'io dica?
FULVIA. Che ne credi tu di questo mio pensiero?
RITA. Io penso che Iddio ve adiutará; e che, quando egli saprá che voi l'abbiate seguito d'allora in qua che, senza legitima causa, vi lasciò, penso che se umiliará e che vi abbracciará e faravi carezze. E sonne certa, per ciò che cosí farei ancor io.
FULVIA. Iddio, secondo el nostro bisogno, ci adiuti e ci consoli.
RITA. Buono è di sperare in lui. È meglio che nel favore delli uomini, che sonno fallaci e buggiardi.
FULVIA. Hai tu veduto quanto si è fatta pregare questa buona donna prima che si sia contentata?
RITA. Be', madonna, non è da maravigliarsene: ché voi vedete ch'ella è povera; e ogni poco di bisbiglio che si levassi contro di lei sarebbe sufficiente a tôrgli ogni ventura.
FULVIA. Tu dici el vero. Ma che te ne pare di Curzio?
RITA. Circa a che cosa?
FULVIA. Circa l'essersi innamorato.
RITA. Io ve dirò el vero. Me par ch'abbi fatto bene.
FULVIA. Bene, eh? Non ti cuoce a te: però parli a questo modo.
RITA. Eh! madonna, vorrei che voi mi potessevo vedere el cuore; ché forsi mi terrestivo piú cara che non mi tenete.
FULVIA. El veggio, pur troppo, quando tu dici ch'egli ha fatto bene.
RITA. Io vi ho risposto a quel modo per ciò ch'ella è una galante giovane e degna d'essere amata (perdonateme voi) da maggior uomo che lui. Ed io, per me, se, come son donna, fossi un uomo e potesse, faria le pazzie.
FULVIA. Tu sei molto furiosa da poco tempo in qua.
RITA. Madonna, pregamo pur Iddio che la Ceca...
FULVIA. Chi Ceca?
RITA. ...la serva sua, facci qualche cosa di buono.
FULVIA. Oh! Ben fará, sí: ch'ella è savia e lui ne ha voglia. Ma cominciamo, ch'ell'è tardo. E leviamoci di questa strada presto, acciò non c'intopassimo in lui: ch'io non vo' che sappia ch'io sia in Roma insino a tanto ch'io non l'ho in luogo ove che non mi possa fuggire.
RITA. Voltate di qua, se vi piace, ché l'è piú corta.
SCENA III
MALFATTO servo, CECA serva.
MALFATTO. Per santo Niente-benedetto, per la croce de Dio, che voglio andar adesso adesso, mò mò, a trovar l'oste che fa la taverna e darli questi quatrini e fare che me dia un quinto de vino e un pezzo de trippa prima che torni lo mastro: che so che gridará, ma ch'adesso che me ne ricordo, non ce voglio piú stare con lui; ché me voglio conciare con questo bono uomo che me ha dati li quatrini, che dice che vole ch'io li sia compagno. Ed holli raccusato lo patrone che fa l'innamorato con una qua a basso. Cancaro! Ecco, alla fé, quella che dice che me vole per marito. Alla fé, la voglio aspettare.
CECA. Io ho trovato a punto el servo di Curzio e hogli fatto l'imbasciata. M'ha ditto ch'in casa di Filippa mi renderà la risposta.
MALFATTO. Io voglio andare a trovarla, a fé. Bona sera.
CECA. Oh! addio. Bona sera e 'l buon anno. Dove vai?
MALFATTO. Venivo a ti. Come sto io?
CECA. E che vòi tu ch'i' ne sappia come stai? Guarda ch'adimande da sciocco!
MALFATTO. Io volevo dire come stai tu.
CECA. Tieni le mani a te. Che farai?
MALFATTO. Volevo toccare un po' qua dentro.
CECA. Non se tocca qua dentro, se non se piange.
MALFATTO. O aspetta un poco. Non te so' moglie io a te?
CECA. Sta' da lunga, quando tu parli. Non ti accostar tanto, ché tu m'amorbi. Ché non te lavi, che puti com'una carogna?
MALFATTO. Non ho la rogna, no. Vedi? Son bianco. Guarda un po'. Te voglio bene io a te, veh!
CECA. Ed io a te. Siamo d'accordo.
MALFATTO. O lassamete, adunque, montare adosso.
CECA. Come adosso, bestia?
MALFATTO. Sí, a cavallo; a questo modo.
CECA. Fatt'in lá, poltrone!
MALFATTO. Oh! Ceca mia, quando me vòi far far un figliolo?
CECA. Taci, balordo! E dove trovi tu che gli omini faccino figlioli?
MALFATTO. O fallo tu, adunque; e io te cci voglio aiutare.
CECA. Ne arei ben voglia.
MALFATTO. Che dici? Non sei contenta, Ceca mia bella?
CECA. Sí, sí. Dimme un po': el tuo patrone compone piú versi?
MALFATTO. Sí. È andato verso qua giú. Poco stará a tornare. Eh! non ti partire cosí presto, ché io ti darò questi quatrini.
CECA. Damile, sú!
MALFATTO. Eccoli. Vedi quanti sono!
CECA. Gran mercé a te. Addio.
MALFATTO. No, no. Cagna! Non ce voglio fare. Rendemeli.
CECA. Come! Non me lli hai tu dati?
MALFATTO. Sí; ma non voglio che tu te nne vada.
CECA. Che vòi tu ch'io faccia qui fuori? Non hai tu vergogna de star nella strada a parlare con le femine?
MALFATTO. Be'; rendime li mei quatrini, adunque.
CECA. Non te lli voglio rendere. Non me lli hai dati?
MALFATTO. Misser no, che non te lli ho dati. Rendime li mei quatrini; rendime li mei quatrini.
CECA. Vedi come piange el gaglioffo!
MALFATTO. Rendime li mei quatrini, dico.
CECA. To', vatti con Dio.
MALFATTO. E dove vòi tu ch'io vada?
CECA. Va' dove vòi.
MALFATTO. Odi. Andiamo insiemi a bevere un'ostaria alla foglietta de greco.
CECA. Non posso, adesso. Recomandame al tuo mastro, sai?
MALFATTO. Vòi ch'io li dica altro?
CECA. Digli che se ne perda el seme d'un sí tristo corpo.
MALFATTO. Basta. Gli dirò che tu voresti che te mettesse el seme in corpo.
CECA. El malanno che Dio ti dia, bestia!
MALFATTO. Te nne vai, eh? Voglio venire ancora io.
CECA. E vatti con diavolo! Tu vorrai che te vega madonna e che gridi molto bene.
MALFATTO. Orsú! Bona sera. Io me ne voglio andare in casa.
CECA. Va' con diavolo!
SCENA IV
RUFINO solo.
Io ho incontrata, poco è, la serva de Livia e hame ditto che la cosa è in ordine, pur che vi sieno i danari della dote che se gli è promessa, e ch'ella tornerá a riparlarmi in casa di Filippa. Io, per me, non so dove se gli caverá costui questi denari: ché non ha un quatrino né meno è per averne per qualche giorno; ch'il banco non ha avuto ancora aviso da casa. Certo deve essere ritornato, poi che la porta è aperta. Lásciamegli rendere la risposta d'ogni cosa speditamente acciò proveda a' casi sua.
SCENA V
PRUDENZIO pedante, MALFATTO servo.
PRUDENZIO. Non me sono accorto di questo giottonciculo del famulo ch'inel mezzo del fòro, in nel conspetto di molti egregi ed eccellentissimi uomini, me ha derelicto mentre eravamo in circulo a discutere alcuni dubi delle peculiali virtú nostre. Ma testor Deum ch'io li voglio dare ad minus cento verberature. Certum est ch'io non fo bene a tenerlo, ché quanti báiuli, quanti inepti villichi sono in questa inclita e alma cittá tutti lo cognoscono, se li congratulano; e non si acconviene a me esser veduto con esso lui perché non si dica, appresso delli insipidi ideoti garuli e rinoceronti, che lo eximio maestro Prudenzio, eletto e approbato da Sua Santitá censore e maestro regionario con stipendio congruo e condecente ad un paro nostro, meni apud se un tal famulo. Sed «necessitas non habet legem», la necessitá, l'uopo non ha lege, qui a multum interest a noi el suo magisterio circa le cose veneree, stimulandone molto la concupiscenzia carnale. Et ipse è molto cognosciuto apresso della genitrice della mia unica, lepida, blandula, melliflua e morigerosa Livia, vero speculo di pulcritudine e di exemplare vertú: che, totiens quotiens me immemoro quei membricoli e' flavi capegli e li ocelli glauci co' supercilii leni biforcati, col pettusculo niveo, vera cassula et arcula ove ch'el nostro còrculo si latita e lo anellito de quella boccula roscicula che fiata un'aura, una fragranzia, uno odore manneo che tutto me letifica, e che io contemplo quella fenestrula, statim divengo un metamorfoseo. E, per quanto posso comprendere, gli piace molto ch'un par nostro l'ami. E «certum est quod natura dat»: non si può negare ch'essendo la maestá sua di sottile, acuto e peregrino ingegno, per consequenti è amica de' periti, savi e dotti uomini, quia melius est nomen bonum che non sono le richezze. Ma ecco el nostro insipido famulo ch'esce del ludo litterario.
MALFATTO. Diavolo! Non passará mai piú nessuno delle ciambelle? ché vorria spendere questi quatrini.
PRUDENZIO. Ah scelesto! Non curare: te castigarò bene, sí.
MALFATTO. Oh mastro! Bon dí e bon anno. Ve sono venuto aspettare a casa e me sono stati donati questi.
PRUDENZIO. E chi te lli ha dati? Ché non parli? Quis est ille che...
MALFATTO. Che nascio sino pelle di te quello mastro.
PRUDENZIO. Io dico questi. Chi te lli ha dati?
MALFATTO. Uno che m'ha ditto che voi site un poltrone e che lo fuoco ve possa abrusciare.
PRUDENZIO. E chi è questo?
MALFATTO. E che voi sèti un certo che fa alli scolari...
PRUDENZIO. Taci, famulo, carnifice.
MALFATTO. E dove è la carne? Ve sognate, neh vero?
PRUDENZIO. Quid latras?
MALFATTO. Misser no, che non son latro. Non li ho robbati, alla fé.
PRUDENZIO. Non curar, giotto, uso al lupanaro. T'imparerò de avermi derelicto mentre ero con quelli uomini eruditi nel foro.
MALFATTO. Oh! adesso adesso sono uscito fuori.
PRUDENZIO. Non respondes ad propositum.
MALFATTO. Prosopito des los bondi.
PRUDENZIO. Taci, temerario, poltrone, inepto! Dimi un po': perché te nne sei tornato a casa?
MALFATTO. Perché me è piaciuto.
PRUDENZIO. Cosí me rispondi? Adunque, io te devo dare da resarcire el ventre e farte le calighe e i diploidi e i pilei, e devi fare a tuo modo? Ma guarda pur ch'io non ti dia qualche alapa che non ti metti quattro denti nel gutture!
MALFATTO. Per Dio! Patrone, missere, odite, per questa croce.
PRUDENZIO. Che vòi ch'io oda? Vederai ch'io farò che, quando tu verrai meco, non te parterai dal latere nostro. Dimmi un po': chi te ha dato quelli quadranti?
MALFATTO. Che quadranti?
PRUDENZIO. Questi; questi nummi.
MALFATTO. Son quatrini, son quatrini. Voi non ci vedete lume. Che me lli ha dati esso quello.
PRUDENZIO. Quale?
MALFATTO. Quello che dice che voi site un poltrone.
PRUDENZIO. E cognoscelo tu?
MALFATTO. Misser sí, che ve cognosce.
PRUDENZIO. Io dico se tu lo cognosci; intendi bene.
MALFATTO. Vedete se me cognosce, ché m'ha dati li quatrini.
PRUDENZIO. È questo possibile, che tu non mi respondi a quello ch'io te interrogo? Io te ho detto se tu lo saperai ricognoscere, sí o no. Che dici tu?
MALFATTO. Sí e no.
PRUDENZIO. Iuro per deum Herculem che...
MALFATTO. Non se chiamava Ercole, messer no.
PRUDENZIO. Se io fosse cerciorato vendundarme la toga, voglio cognoscerlo e fargli dar molte vulnere da questi sicari famuli di questi magnifici eccellentissimi signori principi mei patroni sempre observantissimi e fargli cavar el cuor del corpore.
MALFATTO. Oh! Mastro, ha ditto ancora che voi site un somaro.
PRUDENZIO. Un asino, eh?
MALFATTO. Misser no: un somaro.
PRUDENZIO. E quo casu lui?
MALFATTO. Non ho comparato caso, messer no. Avete fame, neh vero?
PRUDENZIO. Io arei per manco de darte un equo, se tu non taci, che disputare. Gran cosa che questa inclita cittá magnanima sia cosí sterile del consorzio de' viri probi e sia fertile delli invidiosi inimici delle sacrosante, buone e megliori e optime vertú! E sono come l'ortiche che pultano a chiunque le tagne; e sono inepti a tutte le cose.
MALFATTO. O misser, sapete? Ho trovata a quella... Oh! non me se recorda. Ah! ah! sí; la patrona de madonna Iulia.
PRUDENZIO. Che patrona hai trovata? Ché non lo dici?
MALFATTO. Quella che va fuori, che parla sempre con io.
PRUDENZIO. E che ti ha detto?
MALFATTO. Me ssi aricomanda e me ha ditto che me vol bene.
PRUDENZIO. Andiamo all'ospizio, idest in domo; ch'io voglio che tu ci vadia per ogni modo quando averemo epulato. Camina.
MALFATTO. Ecco, io vengo.
ATTO III
SCENA I
RITA, MALFATTO, CECA.
RITA. Idio sia quello che ci aiuti. La mia patrona è sí frettolosa che non può aspettare che costoro gli mandino a dire ciò ch'han fatto ma vol che ci vada io a solecitarla. In veritá, che li ho compassione, e grande; che, cosí giovane, la poverina si veggia, senza alcuna cagione, abandonata dal marito. Non so come Idio gli possa sostenere al mondo simili uomini e come non gli mandi un flagello adosso di sorte che sieno essempio a tutti gli altri sciagurati che pigliono le mogli e poi le lasciono nella malora. E quanti ve ne sonno ancora di quei ribaldi, che non stanno troppo lontani di qui, che tengono le mogli e la concubina! E quanti di quegli che fanno dormire e' fanciulli in mezzo a lui e alla moglie per saziare la loro corrotta e disonesta vita! E altri ch'in quante cittá sono andati in tante hanno sposata una donna e si pregiano di avere piú mogli a l'usanza turchesca. E de ciò quella ragione si tiene che si vuole di quelle cose che non sono nel mondo. Poi questi uomini si hanno prescritta una certa temeritá, una prosonzione, una ingiustissima legge, che li par loro che 'l tradire le mogli non sia peccato e che, per questo, non sieno degni di punizione e che sia vergogna l'innamorarsi della moglie e che, se elle fanno un minimo errore, subito debino essere punite e uccise. E, il piú delle fiate, loro stessi dei vitupèri ed errori delle mogli ne sono cagione: per ciò che, o per la ingordigia del danaio o degli uffici o per empirse el ventre e andar ben vestiti, gli menono in casa gli amici e fan poi vista di non lo sapere; e, come poi hanno piene le borse e che sono richi e che pensono salir a qualche grado, per parer valenti e che stimino l'onore, le uccidono, che sieno uccisi loro! Oimè! ch'io ne so tante de queste cose e ne cognosco tanti di questi tali, per quel poco ch'io ci sono stata in questa terra, ch'io potrei, mentre che vo per la strada, aditargli e mostrar cosí:--Ello n'è l'uno; ed ella l'altro, colá.--E chi piú di questo sciagurato del mio patrone meritaria che la moglie gli facessi vergogna? Cosí, tra me stessa parlando in còlera, com'è costume di noi altre vecchie, son giunta a casa de madonna Iulia. Tic, toc. Costoro non ci deveno essere. Tic. Ogni volta ch'io vengo qui me fo prima sentir a tutto el vicinato che me respondino.
MALFATTO. Chi bussa? che vòi da la porta nostra?
RITA. Chi è quello? ove sei tu?
MALFATTO. Son qua. Non ci vedi lume? No, no. Da quest'altra banda.
RITA. Adesso sí che ti vego. Che dici tu?
MALFATTO. Dico: perché bussi all'uscio mio?
RITA. Io credo che tu ti sogni, pecorone!
MALFATTO. Alla fé, che me credevo che fosse lui. Orsú! Basta.
RITA. Dimmi un poco, olá! Me sai dire se e' cci sono costoro?
MALFATTO. Non ce sta nessuno che se chiami Costoro in quella casa.
RITA. Dico se c'è la patrona.
MALFATTO. Se non si è partita, io credo de sí, io. Ma bussate, bussate forte, ché ben ve responderanno.
RITA. Vedine nessuno tu?
MALFATTO. Sí: veggo la gatta. Volete che la chiami? Mis! mis! Non ce vole venire.
RITA. Oh bestia balorda! Io pichiarò tanto che qualcuno si affacciará.
MALFATTO. Bona notte. M'aricomando.
RITA. Addio, addio. Tic, toc.
MALFATTO. Oh! me ssi era scordato. Volete beverare de qua con noi, che iersera remissemo una cantina d'aqua fresca? Non respondete? Vostro danno!
RITA. Costui, certo, deve essere qualche pazzo. Diavolo che costoro mi respondino! Tic.
MALFATTO. M'aricomando, sapete? E' son vostro. E recomandateme alla Ceca.
RITA. Va', non dubitare.
MALFATTO. Me nne sto a voi, vedete.
RITA. Sí, in nome de Dio.
MALFATTO. E quando me nne renderete la sopposta? Missere, che volete? Ecco, vengo. Addio, addio. Olá! M'ha chiamato lo patrone.
RITA. Va', che te rompi el collo! Guarda scemonito, che risponde sentendo pichiar la porta del vicino! Io vo' pur ripichiar tanto che qualcuno mi risponda. Tic, tic.
CECA. Chi è la?
RITA. Amici. Rengraziato sia Dio che voi me avite sentita!
CECA. Perdonateci. Ci era fugita una gallina su pel tetto e a fatica l'avemo possuta repigliare. Che volete?
RITA. Vorrei parlare con madonna.
CECA. Aspettate, ch'io vi verrò a aprire.
RITA. Sí, di grazia. Non mi posso consolar da quel scempio che...
MALFATTO. Olá! Non ve hanno voluto aprire, eh?
RITA. Odi che l'è tornato!
MALFATTO. Che dite? O quella madonna!
RITA. Sí, sí: apriranno adesso.
MALFATTO. Diteme un poco: avete moglie voi? Perché non me respondete? Ve voglio bene io, sí, alla fede: demandatene un poco allo mastro. E vorrei dormire con teco, sempre, sempre. Te sono innamorato, sí, per Dio.
RITA. Diavolo che venga mai piú!
MALFATTO. Vòi che venga abasso e che te basi un poco?
RITA. Eh, sciagurato, tristo!
MALFATTO. O che sei vecchia e brutta? Fio. Cancaro te venga! Fio.
RITA. Che non ci possi invecchiare!
CECA. Oh Rita! Entrate.
RITA. Non te curar, poltrone!
CECA. Con chi l'avete?
RITA. Con uno sciagurato ch'è a quella finestra.
MALFATTO. Addio, Ceca mia. Vòi bene a io tu.
RITA. Basta. Non te curar, gaglioffo tristo!
CECA. Lassatelo dire, ché l'è una bestia. Venite qua. Ch'è della patrona vostra?
RITA. Ne è bene.
MALFATTO. Quando volemo fare quella cosa, Ceca? Te nne andate, eh? E io ancora.
SCENA II
LUZIO, PRUDENZIO, MALFATTO, MINIO.
LUZIO. Oimè! Mastro mio, perdonateme, ché io non lo farò mai piú.
PRUDENZIO. Pigliate, pigliate quel capestrunculo.
LUZIO. Eh! mastro mio, non me _ammazetis_.
PRUDENZIO. Giotto! cinedulo! A questo modo si fuge dal gimnasio, eh? Latruncolo! inimico del romano eloquio!
LUZIO. Eh! mastro mio _bonus_, perdonateme.
PRUDENZIO. No, no. Io te voglio dare mille vapulature acciò che tu essemplifichi gli altri condiscipuli tuoi. Olá! o Minio!
MINIO. Che ve piace?
PRUDENZIO. Postulame Malfatto.
MINIO. Misser sí.
LUZIO. Oimè, mastro! oimè!
PRUDENZIO. «Qui parcit virge odit filium». Tacci, giottonciculo! ché chi non riprende con degne castigazioni el figliuolo l'ha in odio e non lo dilige.
LUZIO. Eh! non me _datis in vias_, de grazia.
PRUDENZIO. Immo, in via publica te volemo vapulare.
MINIO. Ecco Malfatto, mastro.
PRUDENZIO. Veni, accede, ambula.
MALFATTO. Sí, sí, lo farò; misser sí.
LUZIO. Oimè! oimè! oimè!
PRUDENZIO. Malfatto, non odi, no? Vien qui.
MALFATTO. Oh! parlate, parlate, ché non ve adormirete.
PRUDENZIO. Camina, dico.
LUZIO. Oh mamma mia!
MALFATTO. Che volete adesso?
PRUDENZIO. Piglia costui a cavallo.
LUZIO. Oh Dio! oh Dio!
PRUDENZIO. Sdelacciali prima le callighe.
LUZIO. Eh! per lo amor de Dio! Io me ve aricomando.
PRUDENZIO. Ché non gli sdelacci le calze, igniavio, insultissimo?
MALFATTO. Non vole, vedete.
LUZIO. Eh! mastro mio, _audiatis_ una parola.
PRUDENZIO. Quid vis? che vòi?
LUZIO. Non me sdelacciate le calze, di grazia, c'ho cacato nella camisa.
PRUDENZIO. Alzalo dunque a quel modo, ché volo ut tu discas che totiens quotiens...
MALFATTO. Non ce vole venire, vedete.
PRUDENZIO. Alla fé, che, quando te do a fare i latini, voglio che tu li facci meglio che se fussino in vernacula lingua.
LUZIO. Oimè! oimè! oimè! oimè!
MALFATTO. Non me date a io, che ve venga lo cancaro!
LUZIO. Oimè! oimè! Dio mio!
MALFATTO. Oh potta del diavolo!
PRUDENZIO. Molto l'hai lassato.
MALFATTO. Perché m'ha mozzicato li denti co la rechia.
PRUDENZIO. A questo modo, eh? tristo, venefico!
LUZIO. Eh! mastro, vel prometto che 'l farò bene alla _fedis_.
MALFATTO. Guarda scrizi da cani!
PRUDENZIO. E quando?
LUZIO. Quando _voletis_ voi.
MALFATTO. So c'ha fatto piú male a me ch'a io. Mastro, guardate.
PRUDENZIO. Non vòi obmutescere, publico lupanare? E tu com'è possibile, uomo nefario, ch'in tanti cotidiani lustri non abbi imparato a latinare un cosí dotto et elegante epilogo ch'un bubalo se ne sarebbe giá fatto ampiamente capace?
MALFATTO. Mastro, date un po' la frusta a esso e io alzarò voi e lui ve dará un cavallo e poi tutti doi me cacciarete lo naso.
PRUDENZIO. Poltrone ribaldo!
MALFATTO. Non me agiognerete, no.
PRUDENZIO. In nomine Domini, et tu fac istud tema. E avvertisci ch'io non ritorni nella pristina còlera, ché non sunt in potestate nostra primi motus.
MALFATTO. Le prime mete, sí, sono in potestate vostra.
PRUDENZIO. Alla fé, che te farò trepidare innanzi a noi.
MALFATTO. Cancaro! Guarda li piedi!
PRUDENZIO. E tu, Luzio, fa' che te ricordi ch'è verecundia alli optimi discipuli ignorare le cose del preceptore che disce e doce le buone educazioni. Fa' questo latino: «Mentre che lo mastro me dá li cavalli io tiro le corregge».
LUZIO. «_Inter... inter mastrum..._».
PRUDENZIO. Di' un'altra volta.
LUZIO. Hem! hem!
MALFATTO. Quelli con che si magna lo pane.
PRUDENZIO. Lassalo dire. Attendi a te.
LUZIO. «_Inter magistrum me dat caballos cum nerbo..._».
MALFATTO. Quando andarasti al monte e quando.
PRUDENZIO. Non vòi tacere, arcula de ignoranzia, latibulo di sporcizie, cloaca di fecce? Ma non curare, che tu non ascenderai mai alla catedra di Minerva.
MALFATTO. Merda pur a te.
PRUDENZIO. S'io vengo lí...
MALFATTO. Ché non ci venite? Fateve conto ch'io non saperò andar in un altro luoco!
PRUDENZIO. Vade ad furcas.
MALFATTO. Te venga pur a voi. Ha' visto che bella cosa, che non vol ch'i' canti?
LUZIO. Come se declinano le coregge, mastro?
PRUDENZIO. Hoc: crepidum, crepidi.
LUZIO. «_... ego tiro crepida_».
MALFATTO. Che diavolo descrezione è la vostra? Tutto oggi volete parlare voi.
PRUDENZIO. S'io piglio un lapide, te farò... E tu fa' ch'un'altra volta non me meni tanto el capite.
MALFATTO. Volete ch'io ve llo meni io, mastro?