Il peccato di Loreta

Chapter 9

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--Son io, signor conte,--rispose il Sant'Angelo inchinandosi profondamente.

--Ella vorrà perdonarmi, professore, se io mi permisi di venirla a disturbare. Il mio avvocato, il dottor Franzolini di Udine, mi ha parlato sì lungamente di lei, ieri, mentre mi accompagnava al palazzo Morò-Casabianca, di cui--non so se Ella lo sappia--io sono venuto ora in proprietà come erede di una mia zia paterna, la contessa Polverari-Nathan. Quando seppi com'Ella avesse il suo domicilio in queste campagne, ebbi subito il desiderio di poterle stringere la mano. Il suo nome, professore Sant'Angelo, mi è noto per più ragioni: amante com'io sono degli studi storici, non le farà meraviglia, ch'io la conosca per la sua bella fama di scienziato; poi, nella famiglia mia io ho imparato a conoscere il suo nome per tanti ricordi....

--Le son grato, signor conte, per la cortesia infinita delle sue parole. Ma più grato ancora per la gioia ch'Ella mi volle dare onorando la mia casa. Chi reca il nome venerato, ch'Ella porta, non può essere che l'ospite più caro e più desiderato dei Sant'Angelo! Non le posso dire la viva emozione ch'io provai ora nel leggere questo biglietto....

E deponendo il biglietto, che ancora teneva tra le mani, invitò il conte ad entrare ed a prendere posto.

Il forastiero, con modi assai disinvolti nella loro perfetta distinzione, si sedette sur una seggiola accanto al tavolo da lavoro.

--La ringrazio di queste parole, professore, che mi danno prova della sua bontà. Io comprendo che per gli antichi rapporti, onde furon vincolate le nostre famiglie--rapporti forti e sacri, di cui il tempo non può aver cancellata la memoria--il leggere il mio nome le abbia recato sorpresa. Tale sorpresa però deve essere stata ancor maggiore dopo le tante voci che son corse sul mio conto e di cui per fermo qualche eco le sarà giunta. Non è egli vero?

Il giovane ebbe un lieve sorriso nel fare cotesta domanda.

--Debbo confessarlo,--l'altro rispose.--È da lunghi anni che io non potei più avere, per quanto desiderate, precise notizie sul conto suo. Non è da stupirsene quando si pensi alla mia vita: sepolto sempre in queste campagne, segregato da tutti, tra i miei studî e la famiglia. Tuttavia avevo saputo del suo tramutamento all'estero, de' viaggi intrapresi in paesi lontani: indi, appena qualche voce assai vaga, che mi lasciò in piena incertezza sulla sua sorte.

--So quante cose si dissero in Europa sul conto mio e di quali avventurosi romanzi venni fatto l'eroe. Secondo alcuni avrei contratto uno splendido maritaggio a Valparaiso con la figlia di un ricchissimo armatore spagnuolo--e sarebbe stato meno male!--secondo altri avrei trovato la morte, una tragica morte, colto con alcuni arditi viaggiatori italiani, in un agguato di indigeni, sulle rive del fiume Darling in Australia. A dar vigore a coteste voci deve aver contribuito il nome di Nathan (appartenente anche a un illustre viaggiatore irlandese) che io dovetti aggiungere al mio nome di famiglia, per patto di adozione, allorchè mia zia, la contessa Maria-Luigia Polverari, rimasta vedova del barone Nathan di Londra, volle con questo mezzo generoso assicurarmi l'eredità del suo vistoso patrimonio. Se però le cose da romanzo narrate di me ebbero sì poco fondamento nella verità, le assicuro, professore, che la mia parte di avversità e di dolori l'ho avuta purtroppo anch'io.... Sono ancor giovane, ma le giuro che ormai sono ben poche le illusioni che mi rimangono.

--Non dica questo. Quando si ha la sua età ed un nome come il suo, non è lecito parlare con tanta amarezza e con tanta sfiducia. Poi,--perdoni alla mia franchezza,--da quanto appresi finora da lei stesso....

Il professore ruppe a mezzo la frase con una delicata reticenza.

--Sì, comprendo ciò che Ella vuol dire!--il conte soggiunse subito.--La mia posizione è per fermo tale che da molti mi potrebbe essere invidiata. Sono ricco, ho un nome antico e illibato, potrei aspirare ancora a qualche brillante carriera. Ma, che vuole? Con tutte le mie ricchezze non posso essere felice. Si direbbe che un astro maligno mi abbia accompagnato per tutta la vita, dall'ora della mia nascita.... sempre. Ella sa in quali momenti dolorosi per la mia casa io son nato!

All'evocazione di quel ricordo il professore sentì una stretta al cuore. Tutte le memorie che nell'anima sua duravano conservate con alta e pietosa religione filiale, si ridestarono in folla nel suo pensiero. Mai forse come in quell'istante egli ricordò con ardente commozione il nome del gentiluomo eroico e generoso che, sentendo con pari nobiltà l'amicizia e l'amor della patria, gli ebbe salvo un giorno, col sacrificio di sè stesso, il padre suo.

Incapace di trovar una parola che valesse a manifestare la intensità profonda del suo sentimento, il Sant'Angelo afferrò la destra del suo ospite e gliela strinse forte, tacitamente.

Il giovane mostrò d'aver compreso tutta la gentilezza ch'era in questo atto e come spinto da esso ad un confidente abbandono, proseguì subito con una malinconica e toccante serenità narrando i tristi particolari--in molta parte non ignoti al Sant'Angelo,--che avevano accompagnato la sua nascita e gli anni suoi infantili.

Sua madre, Laura,--una contessa Rezzonico di Vicenza--donna di fibra gracilissima e di temperamento eccezionalmente sensibile, erasi unita assai giovane in un matrimonio di puro amore al conte Gottardo Polverari. I medici, che nella salute di lei sempre malferma,--fatti esperti da sconfortanti prove del passato--avean già temuto di scorgere i segni di un fatale morbo gentilizio, sperarono bene da quell'unione. E per vero la salute della giovane sposa parve ritemprarsi nella felicità matrimoniale che la nascita di una bambina venne a rendere ancor più perfetta. Così trascorsero alcuni anni placidamente. Ma le gioie domestiche non bastarono a far obliare al conte Gottardo altri doveri ed altri affetti. Discendente da una vecchia famiglia, ricca di generose tradizioni patriottiche, doveva egli condividere i forti entusiasmi, che in quegli anni belli e fatali, destavano un concorde palpito di speranza in tutta la gioventù d'Italia. Animoso ed ardente gli parve dovere di rispondere egli pure alla gran voce della patria, di cooperare anch'egli all'intento comune. La sua sposa, conoscendo l'animo di lui, non l'avversò ne' suoi divisamenti; nè lo rattenne; ma, antivedendo i pericoli, ne' quali per l'indole sua ardimentosa si sarebbe avventurato, cominciò a soffrire tacitamente, oppressa da mille sinistri presentimenti, torturata da continue angoscie, superiori di troppo alla fragile sua fibra, specie in quel tempo, in cui essendo prossima a divenir madre per la seconda volta, avrebbe dovuto, come molto le era raccomandato, sfuggire ogni forte emozione.

I presentimenti di donna Laura non tardarono ad avere aspra conferma dai fatti. In una notte invernale il palazzo fu invaso dalla polizia: non ci fu angolo più riposto che gli agenti con rude fiscalità non avessero perquisito: poscia la povera donna, quasi pazza dallo spavento, s'era vista strappare a forza dalle braccia il suo sposo, il quale anche in quegli estremi momenti, pur sapendo di essere perduto, non venne meno nè per un atto nè con una parola alla fermezza nobilissima del suo carattere.

Fu sotto il peso di coteste terribili emozioni che la contessa, colpita da fierissima febbre, pochi giorni dopo l'arresto del consorte, si sgravò prematuramente di un bambino, che per la grande sua gracilità pareva votato alla morte: Alvise.

--Così io nacqui. Fu un miracolo della scienza e dell'amor materno che mi sottrasse alla morte. Ma se questa vittoria fu la consolazione di mia madre, lei, la povera donna, era ben lunge dall'aver coscienza dell'infausto dono che mi venne fatto col serbarmi alla vita. Erede di quel germe funesto, che mia madre portava seco dalla sua famiglia, il complesso delle circostanze da cui la mia nascita fu accompagnata non poteva che rendere più fatale il retaggio che mi era riserbato....

E indovinando da un gesto del professore l'intenzione che questi aveva di interromperlo pietosamente:

--No, no,--proseguì con dolcezza,--mi lasci dire, professore. Io non m'illusi mai, neppure quando taluno de' più insigni clinici, ch'io volli consultare ne' miei viaggi, tentò di ingannarmi con qualche frase benevolmente mendace. Poi....--in questo almeno ebbi la fortuna di rassomigliare a mio padre,--non fu certo l'idea della morte che turbò mai la serenità del mio spirito. Furono ben altre le ragioni che mi fecero trascorrere così poco lieta la mia giovinezza!

E con appassionato accento egli riepilogò la sua vita, fatta quasi interamente di dolori, non arrisa che da poche e fuggevoli gioie: tutta la sua vita, dal giorno in cui seppe la rassegnata morte del padre, da lui mai conosciuto, nelle carceri austriache di Theresienstadt, ai giorni luttuosissimi in cui vide successivamente spegnersi, vittime entrambe del medesimo inesorabile morbo, prima la sorella, pia e dolce fanciulla non anco ventenne, quindi poco appresso la madre.

--Allora mi diedi ai viaggi, cercai una distrazione nello studio, procurai di obliare tante traversie, avendo, in mezzo ad esse, un unico ma infinito conforto: l'affetto di una sorella di mio padre, da lunghi anni domiciliata in Inghilterra, la quale--vedova da poco del barone Nathan, già ambasciatore britannico in Austria e in Francia--ebbe per me cure e tenerezze veramente materne.

E qui, dopo un breve intervallo, ritrovò il sorriso melanconico di poco prima.

--Quante tristezze le ho narrate, professore. Peraltro me lo deve perdonare. Non so perchè, ma mentre io era venuto qui con tutt'altra intenzione, la sua presenza, le sue parole, la sua bontà, mi obbligarono quasi a queste mie confidenze. Che vuole? Si obbedisce spesso, anche senza volerlo, a certi moti dell'anima, i quali del resto non ingannano mai. Varcata appena la sua porta io mi sono sentito in una casa amica ed ospitale....

--Oh! questo sì! Ella non s'è ingannato, signor conte. È questa la casa sua.... e se vorrà ritenerla tale sarà per me l'orgoglio maggiore e la gioia più cara.

--Grazie, glielo credo e gliene sono gratissimo. Quando venni qui da Venezia, ove mi recai per la cura de' bagni, avevo divisato di rimanervi per poche ore soltanto: il tempo di vedere questo possedimento di Morò-Casabianca, che mi venne dall'eredità di mia zia. Ma le confesso che ora ch'io vidi questo storico palazzo e queste belle campagne, ne restai così innamorato da non saper decidermi a partire.

--Morò-Casabianca le piacque?

--E come altrimenti? È un palazzo veramente signorile. La posizione ne è quanto mai pittoresca.... Poi.... le antichità che racchiude, le leggende che corrono....

--Sa già anche questo?

--Non vuole? Prima l'avvocato Franzolini.... quindi il fattore.... Ah, quest'ultimo una vera macchietta di chiacchierone, però tanto simpatico e intelligente! Anzi, appena arrivato, dichiarandosi incapace di spiegarmi lui ogni cosa, ha avuto un bellissimo pensiero, di cui proprio gli fui riconoscente.

--Quale?

--Quello di farmi trovare sul tavolo della mia stanza un suo opuscolo, professore, sul palazzo Morò-Casabianca: una monografìa perfetta, ch'io lessi con profondo interesse ed alla quale, glielo confesso, debbo in gran parte il mio desiderio di fermarmi qui per qualche tempo.

--Ecco, signor conte, una delle poche soddisfazioni che io dovrò a quel mio lavoretto. Però--a parte il mio amore per questi luoghi dove io son nato--è certo che Morò-Casabianca è d'un interesse storico veramente prezioso. Basterebbe la sala dei quadri....

--Stupenda da vero. Le due tele rappresentanti la battaglia di Bacile e la consacrazione del duomo di Venzone.... Stile purissimo di scuola belliniana.

--Opere ch'io affermerei dovute ad uno de' migliori allievi di Pellegrino da San Daniele, quando non siano del maestro stesso....

Posto così sul terreno dell'arte, il professore parlò lungamente de' pregi dell'antico palazzo, delle sue origini, de' suoi oggetti artistici, della sua architettura, delle varie famiglie che ne ebbero la proprietà.

Il conte l'ascoltò con molta attenzione.

--Vede bene, professore, che dopo queste illustrazioni, avute dalla viva sua voce e venute da fonte così competente, io devo sentirmi ben lieto di essere ora in possesso di quel palazzo. E comprenderà come mi sia cresciuto il desiderio che già provavo di farvi una più lunga dimora. Ma fra le molte cose che a ciò mi invitano mi lasci ch'io le dica come sia primissima la speranza della sua compagnia.

--Ella mi confonde.

--Io le sarò ben riconoscente se mi vorrà dedicare qualche breve ritaglio del suo tempo. Di quante cose potremo parlare! Quanti ricordi potremo richiamare, insieme! E quanto conforto mi sarà di ripensare con lei ai fatti del passato! Me lo promette?

--Con tutto il mio cuore e con la più grande esultanza! E si strinsero amichevolmente, con reciproca espansione, le destre.

Ancora il conte Alvise, girando gli occhi curiosi intorno allo studio, s'interessò alle collezioni che vi erano adunate: parlò con enfasi della bella pace che colà regnava suadente al lieto raccoglimento degli studi: accennò al suo desiderio di poter prendere cognizione esatta delle molte antichità ivi raccolte e, fattosi reiterare la promessa che il professore si sarebbe recato presto al palazzo, promise di ritornare tra non molto alla villa.

--Io l'attenderò sempre con piacere, signor conte. E quando vorrà onorarmi la prossima volta, sarò lieto di presentarle anche la mia signora, che oggi--sa bene... giorno di mercato...--da brava massaia s'è recata a Udine a fare le sue spesucce.

--Ne sarò lieto veramente. E... a quanto prima.

--A quanto prima.

Così, affabilissimamente, come due amici di data già antica, il professore ed il conte si accommiatarono.

Il Sant'Angelo volle accompagnare l'ospite fino al carrozzino e poichè egli vi fu salito accanto al fattore Beppo, che in quel frattempo s'era rinfrescato il becco con un buon bicchierone di vino preparatogli dalla Vige sotto la pergola, rimase a lungo sulla spianata dinanzi alla casa finchè il veicolo si perdette tra il verde della campagna alla girata del colle.

Loreta non rientrò che mezz'ora più tardi.

Il professore, che la stava attendendo un po' impaziente, ebbe un senso di apprensione quando la vide scendere dal calesse. La signora, partita alla mattina d'ottimo umore, scherzando, con una ciera che parlava di salute, aveva ora pallidissimo il viso e mostravasi in preda ad una insolita agitazione.

Il Sant'Angelo notò tosto tale cambiamento e impressionato ne la richiese de' motivi.

--Che hai, Loreta, stai male? Mi sembri turbata.

--Sì, non so che cosa sia. Strada facendo, senza che me ne possa spiegare il motivo, fui assalita da un forte capogiro. Forse il sole.... Ma non è nulla. Ora non me ne risento affatto.

Con uno sforzo sopra sè stessa Loreta volle mostrarsi indifferente. Parlò con diffusione al marito di vari interessi domestici, degli acquisti fatti in Udine; dell'incontro avuto con parecchi loro amici. Poi, quando la Vige venne ad avvertire che il pranzo era pronto, si pose a tavola, affettando un'ilarità che evidentemente non avea.

Ma non potè mangiare. Dopo poche cucchiaiate di zuppa dovette smettere.

--Non so che cos'abbia. Mi sento così nervosa. Guarda un po' dopo tanto tempo! Se questi miei benedetti nervi dovessero tornare a farne delle loro!

La sua voce tremava nel profferire questi scherzi. E il professore nell'intento di distrarla da coteste idee, cominciò a narrarle i fatti occorsi in quella giornata.

--Sai che ho ricevuto la visita del nuovo proprietario di Morò-Casabianca?

--Davvero?--ella chiese con accento che voleva apparire tranquillo.

--Sì, avrebbe voluto conoscerti. Si trattenne a lungo con me e promise di ritornare presto. Se sei rientrata per lo stradone di Tricesimo devi averlo incontrato, Partì di qua mezz'ora prima del tuo ritorno....

--Nel carrozzino del fattore Beppo?

--Appunto. Un giovanotto pallido, alto, assai magro, tutto vestito di grigio....

--Sì, lo incontrai infatti, al crocicchio di Leonacco, davanti alla villa dei Prampero...,

--Figurati la mia sorpresa. È il figlio dell'amico più caro, del salvatore del mio povero padre. Un gentiluomo veramente perfetto..., il conte Alvise Polverari di Verona.

A questo nome Loreta parve colpita e un lieve tremito contrasse per un momento le sue labbra.

Ma fu meno d'un istante. Ella trovò subito una frase qualunque per continuare il dialogo. E il Sant'Angelo per lungo tempo si abbandonò, come il suo cuore voleva, a parlare con calda animazione de' molti ricordi, che in quella giornata, per l'arrivo dell'ospite inatteso, gli erano risorti così vivi nel pensiero.

XIII.

Mattia Sant'Angelo non volle porre un indugio troppo lungo nel recarsi a restituire la visita al conte Polverari, spinto a questo, assai più che da un mero riguardo di convenienza, dal sentimento di schietta simpatia che il forastiero avea fin dal primo momento destato in lui.

Discorrendone con Loreta non rifiniva di lodarne i modi squisiti, la cortesia del parlare, la bontà che tralucea evidente da' suoi lineamenti così nobili. E per poco non s'impazientì allorchè la signora, accampando qualche pretesto, gli diè a comprendere con velati accenni com'ella sarebbe stata lieta di vedersi evitato l'imbarazzo di una presentazione.

--Che vuoi? In tanti anni che faccio questa vita ritirata son divenuta quasi una selvaggia. Trovarmi innanzi a delle persone forastiere di tanto merito e di tanta levatura....

Il professore da prima un po' contrariato volse la cosa in canzone;

--Già, già, si capisce. Prima di tutto sei troppo brutta.... poi, tutti lo sanno che sei una povera sempliciona, incapace di mettere insieme quattro parole.... E vero, signora Sant'Angelo, che la cosa sta proprio così?!

--Non dico questo, ma....

--Ma... invece io le dirò che tutti questi non sono che dei pretestucci senza senso comune. La signora Sant'Angelo, checchè se ne dica, è ancora un bel fior di donnetta; di più, quando voglia, dello spirito ne ha da vendere non che a una ma a venti signore di città. Si metta dunque l'animo in pace. Sono pronto a rispondere io che anche davanti al conte Polverari non farà la brutta figura che teme. Anzi son certo che l'ospite nostro non potrà che rivolgermi degli altri complimenti per la mia brava moglietta!... Con tutto questo, il giorno in cui il Sant'Angelo, recatosi a Morò-Casabianca, ne ritornò sull'imbrunire insieme al conte che lo volle riaccompagnare con i suoi cavalli, Loreta sfuggì l'occasione di farsi vedere. Appena ebbe avvertito, dalla spianata dove lavorava, l'avvicinarsi della carrozza, fuggì lesta in camera sua, ordinando alla Vige di dire all'ospite, ove chiedesse di lei, trovarsi ella ritirata nelle sue stanze in causa d'un forte male di capo.

Il conte infatti non mancò d'informarsi sul conto suo con una certa insistenza. Poi, affermando di non voler riuscire di troppa molestia, ringraziato il professore della sua visita e salutatolo con espansione, risalì in carrozza e riprese direttamente la strada del palazzo.

Verso Mattia la signora si scusò anche questa volta dicendo che, sorpresa da quella visita, non avrebbe potuto farsi vedere, come trovavasi, in assai dimessi abiti di casa. Senonchè il professore, vôlta un'occhiata alle vesti semplici ma linde, che come sempre anche in quel giorno ella portava, non potè trattenersi dal farle un aperto rimprovero per l'atto suo, il quale poteva, ciò che altamente gli sarebbe doluto, dar luogo a qualche non lusinghiera interpretazione.

--Ti ho detto già quali legami mi stringono a questo forastiero. Sai il piacere che ho provato nel vederlo in casa mia. Dovrebbe bastare questo per forzarti, anche quando ciò ti riesca di noia o di peso, a non usargli da parte tua un tale contegno!

Abituata ai modi inalterabilmente dolcissimi del marito, Loreta comprese, dal tono serio con cui pronunciò queste parole, come egli avesse provato per causa sua una reale contrarietà.

Ella parve di ciò vivamente turbata e, con le guance accese da un subitaneo rossore, si scusò ancora, promettendo che per quel riguardo non gli avrebbe dato ulteriori motivi di farle rimprovero.

--Meno male!--esclamò allora il professore.--Se tu sapessi quante volte il conte oggi stesso mi ha chiesto di te! Gli feci presente che vi dovevate essere incontrati ier l'altro sul crocicchio di Leonacco. Se ne ricordava. Però l'incontro è stato così momentaneo--pare proprio alla svoltata dello stagno--che egli nella rapida corsa de' due carrozzini non potè distinguere se non vagamente una signora con un velo in capo, e seppe dal fattore Beppo chi tu fossi, solo quando il nostro calesse era già sparito dietro le ultime case del villaggio.

Loreta si limitò a rispondere con qualche monosillabo di conferma. E il discorso non ebbe sèguito. Anzi parve che per tutta quella sera la signora, la quale del resto accusava di sentirsi poco bene e perciò punto disposta a discorrere, avesse voluto di proposito evitare che l'argomento fosse ripreso.

Come tutta quella sera, così il giorno appresso Loreta si mostrò nervosissima. Mentre il professore ritirato nelle sue camere attendeva nelle ore consuete ai proprî studî, la signora andava e veniva per la casa, senza trovare il destro di porsi alle solite faccende, mostrando una grande impazienza nel dover ascoltare i fittaiuoli, che come sempre in autunno venivano a recare le loro derrate coll'inevitabile accompagnamento di querimonie per la lunga siccità o per i troppi calori, che avevano rovinati i raccolti.

Ogni volta che il rumore di qualche ruotabile s'udiva per lo stradone e che _prè Zuan_ balzava dal sonno mettendosi ad abbaiare, Loreta aveva quasi uno scotimento di tema. Ed era in tutti i suoi atti, come ne' suoi lineamenti, una così marcata inquietudine, che la Vige, colpita vivamente e senza tuttavia arrischiarsi di moverle domanda alcuna, la sbirciava di sottecchi con profonda curiosità.

L'incontro col conte Polverari avvenne però in modo assai diverso da quello che Loreta s'attendeva e in un momento in cui ella vi era meno preparata. E fu due giorni dopo, una domenica, al termine della messa grande, che si celebra nel duomo di Tricesimo alle dieci del mattino.

Scendeva Loreta i gradini della chiesa insieme a un gruppo di signore sue conoscenti, quando notò dinanzi al municipio, in unione a suo marito, che ve la stava attendendo come ne aveva costume, il nuovo proprietario di Morò-Casabianca.

Il gentiluomo, vestito d'un elegante abito chiaro di campagna, pallido in viso, coi grandi mustacchi bruni che davano al suo tipo una certa marziale fierezza, parve un po' turbato nel vederla. Ma, corrispondendo disinvoltamente a un avvertimento che in quell'istante gli movea il professore, s'avvicinò subito, seguendolo, verso la signora, portando la mano al cappello.

--Ecco mia moglie, conte.

E quindi a lei sorridendo:

--Il conte Alvise Polverari-Nathan, di cui ti ho già tanto parlato....

La signora fissò in volto al forastiero i suoi occhi lucenti e si fece smorta sotto la veletta che le copriva il viso.

Il Polverari s'inchinò profondamente e subito, con molta scioltezza, le porse la mano:

--Signora, io sono ben lieto di fare la sua conoscenza. Col professore noi siamo già,--(e volgendosi a lui) posso dirlo, non è vero?--ottimi amici. Sarò felice se di pari cortesia vorrà onorarmi Ella pure.

Loreta tardò un istante a rispondere--ciò che Mattia interpretò come conseguenza del naturale imbarazzo di lei al cospetto del forastiero;--ma lo fece quindi con voce ferma e con una frase felice:

--Gli amici di mio marito non possono che essere i benvenuti nella nostra casa. Ella poi, signor conte....