Chapter 19
Egli ebbe un senso di raccapriccio. Morire? Voleva morire? Ma dunque era vero ciò ch'egli aveva sospettato?... Era sì grande il rimpianto di lei per l'amore perduto?...
Si chinò sul letto, tremante, volendo ch'ella continuasse, ch'ella dicesse tutto, ch'ella gli confermasse ancora una volta la temuta verità.... Ma ella sembrò venir meno novamente: piegò con uno scatto repentino il viso contro il guanciale e, mentre gli occhi le si richiudevano, ricominciò a tremare, scossa da uno spasimo persistente.
Il medico venne. Esaminò l'ammalata, fece molte domande a Mattia, alla Vige, poi rimase visibilmente incerto. Ordinò qualche calmante, ghiaccio al capo: non poteva dir nulla, bisognava attendere il domani: certo che lo stato della signora lasciava adito a molte apprensioni: non lo nascose, per debito di franchezza, al professore: tuttavia non si esagerasse nelle apprensioni. E promise di tornare al domani.
La notte, trascorsa in una indicibile agitazione, non segnò alcun miglioramento. Il dottore, tornato all'alba, appena gittato uno sguardo sulla sofferente, apparve conturbato. Rinnovò il suo esame, con grande attenzione. Quindi, lasciate alcune prescrizioni, che raccomandò di seguire con iscrupolosa esattezza, nell'uscire con Mattia gli dichiarò di aver trovato l'ammalata in condizioni di molta gravità: un'infiammazione degli organi respiratorî s'era manifestata con una gagliardìa pressochè eccezionale, ma quello che più lo impensieriva era lo stato anormale del cuore, che (egli non sapeva se per congenita predisposizione o per cause efficienti del momento) presentava un'assai notevole irregolarità del suo funzionamento.
--Ma dunque è un caso disperato, dottore?--chiese trepidante il Sant'Angelo.
--Non si deve disperare mai fino a che la scienza può esperimentare i suoi mezzi e fino a che--soggiunse il medico con dolcezza--si è ancor giovani com'è la sua signora....
Il Sant'Angelo comprese il fine pietoso di quelle parole; ne sentì riconoscenza, ma nessun affidamento a sperare. Vedeva. Nell'immensa angoscia, ond'era divorato, sapeva di non essere sotto l'impressione pessimista, propria a chi si vede minacciato nelle cose più care: lo stato, in cui Loreta trovavasi, non lasciava, purtroppo, adito ad illusioni.
Allora, ogni altra idea dileguò dal suo spirito per lasciar luogo a quella del dovere: bisognava disputare alla morte il trionfo: gli pareva, che se ad ottenere questa vittoria fosse stato necessario un miracolo, egli avrebbe trovato le forze per compierlo.
Ma le ore passavano e passavano le giornate senza che alcun mutamento favorevole subentrasse nello stato dell'ammalata. A malgrado di tutte le cure, che si moltiplicavano intorno a lei con vigilante sollecitudine, il male progrediva nel suo corso fatale. Il medico pareva scoraggito vedendo come la fierezza del morbo persistesse ribelle a' mezzi più energici impiegati per domarlo. Lo stato di atonia perdurava costante in Loreta: cogli occhi pesantemente chiusi e la faccia infiammata, pareva che un'invincibile sonnolenza la tenesse: solo un respiro rantoloso, quasi rauco, frammezzato a tratti da suoni inarticolati, che forse corrispondevano alle torve visioni d'un sogno, continuavano a sfuggire dal suo petto.
--Che cosa sarà, dottore, che cosa sarà?
Il medico confondevasi, cercava delle frasi evasive, sperava in una crisi che poteva determinarsi nel settimo giorno, affermava di aver trovato (e l'indicava come un indizio favorevole) una tendenza migliorata nelle pulsazioni del cuore.
Ed una sera, alla vigilia appunto del settimo giorno della malattia, così ansiosamente atteso, il Sant'Angelo per un momento credette di veder verificate le previsioni del medico e la speranza ch'egli nutriva così caldamente. Quasi d'improvviso Loreta sembrò calmarsi, la sua respirazione si fece più regolare, il secco rossore che le affocava la faccia parve attenuarsi fin quasi a scomparire. E ad un tratto ella aperse gli occhi, lo vide, lo riconobbe, e con un rapido gesto lo chiamò a sè. Egli avvicinò il volto a quello di lei, sorridendole, coll'animo diviso fra la tema e la speranza. E fu allora che con voce malferma--una voce che a Mattia sonò nuova, come quella di persona ignota,--ella con molto sforzo potè profferire poche parole:
--Mattia.... vedi, la morte, che io ho chiamato, sta per venire. La sento che viene.... Ma tu non maledirmi quando saprai perchè ho desiderato la morte.... Ho voluto che tu sapessi tutto.... Ho confessato tutto.... Vedrai: là.... là....
E colla mano pallida e coll'occhio brillante di una strana luce indicò la scrivania tra le due finestre.
Egli esitò.
Ma Loreta insistette ancora, mentre le forze visibilmente le si venivano esaurendo:
--Là....
Egli comprese, andò al tavolo, cercò fra gli oggetti sparsi, aperse uno o due cassetti; finalmente nel piccolo tiretto, ove sapeva ch'ella conservava i suoi ricordi, trovò il piego chiuso, colla soprascritta a suo nome.
Prese la lettera e d'uno slancio tornò verso il letto.
--Perdonami, Mattia, perdonami. Ho tanto sofferto....
Loreta non potè proseguire. I suoi occhi si velarono, un singulto le troncò la voce, e ricadde come prima in un sopore profondo.
Da questo ella non uscì più. Il medico chiamato in fretta non potè dir nulla: il male continuava il suo corso; la crisi, benchè sciaguratamente molti indizî negativi fossero già apparsi, poteva tuttavia compiersi ancora, all'ultimo istante, in senso favorevole.
La Vige cogli occhi pieni di lagrime venne al padrone e con poche parole lo pregò di mandare qualcuno a Udine perchè venisse don Letterio: pareva a lei, nella sua povera fede di contadina, ch'egli avrebbe potuto con la sua presenza determinare un miracolo. Il Sant'Angelo accondiscese immantinente, volle anzi che a malgrado dell'ora tarda e del pessimo tempo il ragazzo partisse subito col carrozzino.
Mattia rimase poi solo nella stanza dell'ammalata e abbandonato in una poltrona, con lo sguardo intento nel suo viso sofferente, parea stesse scrutando se la crisi, di cui il medico aveva forse per ingannarlo parlato, non accennasse con qualche lieve segno a manifestarsi.
La serata era cruda. Fuori, sulla campagna, il vento s'era levato con insolita furia. Seguendo il consiglio del medico, un buon fuoco--il primo di quella invernata, che si annunciava in così tetro modo--era stato acceso. E nella camera non era che una fioca luce, piovente dalla lampada velata, e il bagliore rossastro che gittava a intermittenze la fiammata del camino.
Immoto al suo posto, il professore per lungo tempo non avea saputo staccare gli occhi da Loreta, poi ad un tratto, quasi macchinalmente, cercò nella tasca del petto la lettera, che vi aveva rapidamente deposta poco prima. E strettala per un istante fra le dita, la lasciò subito cadere, come preso da un istintivo orrore, sul tavolo che gli stava dinanzi.
Il tempo scorreva lentissimo: sempre in quella stanza, ove ora l'atmosfera s'era fatta caldissima, durava penoso il respiro greve dell'ammalata: fuori, intorno alla villa isolata, sempre il rombo cupo del vento, che incalzava coll'avanzar della notte.
E il professore, in quell'ora lugubre, dinanzi a quel foglio ov'era l'ultima parola del segreto fra lui e Loreta, la confessione estrema di tutto ciò che aveva deciso irreparabilmente la perdita d'ogni suo bene, ebbe come una rapida visione di tutto il passato: sentì, nel fondo dell'anima, risorgere tutta la lotta de' suoi affetti. Egli ripensò alla crudeltà del destino che l'aveva gittato fra quelle due anime, ancor legate da tanta tenacia di sentimenti, obbedienti ancora ai richiami imperiosi de' ricordi e della giovinezza: ed anche ripensò, con un'amarezza infinita, a tutto ciò onde egli era debitore ad Alvise Polverari, a quanto egli doveva alla misera donna che ora moriva, che gli aveva chiesto il suo perdono e ch'egli sentiva di amare ancora, sempre, immensamente.
Di nuovo i suoi sguardi caddero sulla lettera chiusa: una curiosità acuta, ardente, s'impadronì di lui: sapere tutto, subito, leggere confermato da lei stessa il fatto abbominevole, ch'egli aveva presentito e per il quale ella moriva.
Ma mentre le mani afferravano già il piego, egli ad un tratto s'arrestò, repentinamente, come se un sentimento nuovo fosse venuto a mutare il corso de' suoi pensieri.
I suoi occhi, che fissavansi ora assorti nel volto dell'ammalata, parvero accendersi d'un vivido lampo: una profonda espressione di bontà si diffuse su tutti i suoi lineamenti.
Egli stette alcuni istanti immobile, come porgendo ascolto ad una voce segreta, che venisse da lontano, da un mondo migliore del nostro: la cara voce familiare, che nelle ore più gravi della sua vita gli aveva parlato nell'anima la santa parola dell'amore, della pietà, del perdono.
Col viso bagnato di lagrime egli sorse in piedi e, presa con atto risoluto la lettera di Loreta, la gittò vivamente tra le fiamme del camino.
Poi, subito, come obbedendo a un violento impulso, egli cadde ginocchioni presso il letto, piegando sulle coltri la sua povera testa canuta. E congiunte le palme, in un risveglio inconscio e potente della fede appresa nel dolce tempo infantile, quell'uomo forte, provato già tanto alla scuola della sventura, pregò fervidamente, con tutte le forze del suo cuore, per la salvezza di Loreta.