Chapter 18
Il Sant'Angelo la sostenne e l'adagiò con soave premura in un seggiolone, ch'era lì presso. Poi non ascoltando più che un sentimento di pietà dinanzi a quella crisi, che gli appariva naturale dopo le tante emozioni per le quali Loreta era passata, egli si curvò affettuosamente su lei, in atto di accarezzarle i capelli.
Ma d'improvviso s'arrestò. Dagli occhi affossati di Loreta continuava a scendere, sulle sue guance mortalmente pallide, un lento e copioso pianto. E quando una di quelle lagrime gli cadde ardente sulla mano un torbido lampo gli attraversò il pensiero, facendogli risorgere più tormentoso il dubbio crudele, che s'era affidato non dovesse tornargli mai più. L'amore, ch'egli aveva creduto morto nel cuore di Loreta durava dunque ancora? Ed eran forse quelle lagrime per l'amore remoto, per l'amore della giovinezza, trionfante ancora?...
Ritto in faccia a lei, come assorto in un rapimento morboso, egli attese. Furon forse pochi minuti e parvero a Mattia un tempo infinito. Ella finalmente parve riaversi, si riscosse e fe' l'atto di correre a lui.
--Oh! Mattia, Mattia.... Non ho sognato? È vero quello che tu mi hai detto? che mi vuoi bene ancora, che mi credi degna di te?...
Eravi in queste sue domande febbrili, concitate, tanta effusione e tanta ansietà, che Mattia ne ebbe una dolce scossa in tutte le sue fibre.
Egli le schiuse le braccia, desiderando di credere, anelante di liberarsi dalla maledetta visione di poco prima.
--Mattia,--ella gli disse allora, abbandonata la faccia sull'omero di lui, con un accento vibrante di passione,--che cosa farei, Mattia, per poterti dare la felicità.... la più grande felicità!...
--Amami,--egli rispose.--E dimentica. Così saremo felici.... ancora.
Fu questa la spiegazione tra Loreta e il Sant'Angelo.
Ma nè l'uno nè l'altra ne uscirono coll'animo tranquillato.
Mattia, che in tutto quello che aveva detto era stato inspirato da una sincerità profonda, forzavasi invano a cacciare il pensiero sôrto a turbare l'illusione confortatrice, alla quale egli si era per un momento abbandonato. Loreta, dinanzi al contegno di quell'uomo buono, che illudevasi ancora, che ancora la riteneva degna del suo amore e della sua stima, sentivasi presa da un fiero disdegno contro sè stessa: era un inganno vile, era una usurpazione codarda di cui ella rendevasi ora colpevole; e si rimproverava la mancanza del coraggio per dire tutto, per confessare il suo fallo ed affrontarne tutte le conseguenze.
Ma indarno ella faceva appello disperatamente alla propria energia. Ad ogni ora che passava cresceva l'abbattimento in cui era caduta. E i fatti della vita domestica, che avevano già ripreso intorno a lei la loro abituale uniformità, lunge dall'arrecarle il più lieve sentimento di calma, non faceano che inasprire con implacabile insistenza il dolore inguaribile dell'anima sua.
Con Alvise non s'eran rivisti più. Fedele alla promessa fatta e conscio pienamente dell'obbligo suo di agire così, per quanto questo dovesse costargli, egli era partito. Solo, a supremo suo conforto, aveva egli fatto recapitare collo stesso mezzo sicuro, ch'egli aveva adoperato due o tre volte ne' giorni precedenti, un breve biglietto a Loreta. Poche linee soltanto: scritte con studiata concisione e tali da non portare compromissione soverchia se per caso fossero cadute sott'occhio d'altra persona, ma eloquentissime nella loro voluta semplicità. Era un addio risoluto: una supplicazione toccante perchè ella serbasse di lui, che andava lontano, ad una meta ignota, per non tornare mai più, una non ingrata ed indulgente memoria.
Loreta nel leggere questo foglio aveva pianto a lungo. Nè valse ad arrestare quelle lagrime, sgorganti con voluttà intensa dal suo cuore, il pensiero ch'esse erano una nuova offesa a quei doveri che suo malgrado era stata trascinata a calpestare così gravemente.
A celare quest'angoscia senza requie, ella impiegava ogni sforzo. Ma se la sua parola, penosamente cercata, poteva indurre in inganno, il suo aspetto la tradiva. Una tinta livida si stendeva ne' suoi lineamenti: nelle fonde pupille brune permaneva l'intensità di sguardo propria agli allucinati: nelle sue mani pallide erano dei rapidi sussulti, che le contraevano spasmodicamente.
Mattia vedeva. Nella vigilante attenzione, ond'egli con l'animo sospettoso, circondava ora sua moglie, tutto ciò che ella tentava di nascondergli, appariva con evidenza più allarmante dinanzi al suo pensiero. L'odiosa ipotesi, che gli era balenata nello scorgere l'abbattimento di Loreta quand'egli le ebbe appreso la partenza del Polverari, era ora sovrana del suo spirito. Egli sentiva ormai incrollabile la certezza che quell'amore, non ispento mai, rinato violentemente, avrebbe creato fra lui e sua moglie un vuoto ed una freddezza, che nulla avrebbe potuto più far sparire. Alvise Polverari, lontano, lontano per sempre, sarebbe stato pure presente ognora in mezzo ad essi, involontario distruggitore della loro felicità.... Era questo il decreto del destino: ed era inutile contro di esso ogni lotta ed ogni ribellione.
Così un incubo penoso regnava ora diuturnamente nella casa. Sparite le antiche consuetudini, rallentato ogni rapporto confidenziale, pareva che un soffio sinistro di sventura avesse recato in tutta la casa, prima così patriarcalmente quieta, un malurioso senso di mestizia.
Mattia Sant'Angelo nel breve giro di venti giorni parea invecchiato di dieci anni. Silenzioso, fiacco, trasandato nella persona, passava lunghe ore nella campagna, senza leggere, senza far nulla, cogli occhi persi nella lontananza. Nello studio entrava di raro, per pochi minuti, lasciando intatti i libri nuovi, i giornali, le lettere, che giungevano ogni mattina. La vecchia Vige, avvezza alle abitudini regolarissime della casa, la quale (per dir la sua frase) soleva "andare come un orologio", giudicava che ben gravi dovessero essere le ragioni se tutto in poco d'ora s'era così stranamente mutato.
Della prostrazione in cui il Sant'Angelo trovavasi Loreta aveva piena consapevolezza. E comprendendo come quella gagliarda fibra d'uomo si veniva stremando sotto il peso delle sue acerbe preoccupazioni, minato nella salute, scoraggito nel lavoro, sentiva levarsi sempre più severa la voce di rimprovero, da cui era senza posa incalzata.
In tal modo cominciò per lei una vita di torture incessanti, che s'inasprivano spietatamente, di continuo, talvolta per una sola parola, talvolta per qualche semplicissimo fatto, a cui ella, nella perenne trepidazione della sua mente, attribuiva i più desolanti significati.
Così fu per lei un'indicibile sofferenza un dialogo, cui ella dovette assistere un giorno, fra suo marito e il loro vecchio amico, il conte Leonardo Mangilli. L'ottimo _conte orso_, il quale coll'andare degli anni diventava sempre meno socievole, tanto che ora pareva un miracolo se mai si decideva a lasciare anche per poco il suo delizioso romitorio di Collalto, aveva fatto sempre un'eccezione a' suoi usi per la famiglia Sant'Angelo. Veniva di raro, ma cordialmente, come ad una festa. Egli, che l'avea sempre con tutto il mondo giudicandolo composto pressochè interamente di birbe e di matti, continuava la sua antica stima al Sant'Angelo, di cui aveva apprezzato in ogni istante le rare doti dell'intelligenza e del cuore. Ruvido nelle forme, questo suo sentimento l'aveva affermato cento volte. E vi si appellava anche quel giorno, volendo spiegare la ragione della sua visita.
Ma la ragione citata non era la vera, o forse, per dire più esattamente, non era la sola.
Delle dicerie che correvano pel paese l'eco era giunta fino al romitorio di Collalto: si parlava vagamente di gravi dispiaceri domestici in casa Sant'Angelo, si narrava di una forte scossa nella salute del professore, soggiungendosi anche ch'egli non potesse più reggere a fatiche della mente, così che aveva pur dato rinuncia a varî ufficî pubblici, da lui per tanti anni tenuti nel paese con appassionata operosità.
Il conte Nardin, che ricordava il passato, la parte da lui avuta nel matrimonio del Sant'Angelo e tutte le sorde inimicizie di cui quest'ultimo era pur sempre l'oggetto, volle persuadersi subito di quanto fosse avvenuto.
Gli bastò un momento per comprendere il vero. Trovò il Sant'Angelo tristissimo, abbattuto, ammalato. Nè valsero a fargli mutare avviso le proteste di lui, debolissime del resto e punto convincenti.
--Sì, è inutile celarlo: a voi sopratutto, conte, che mi siete stato sempre amico vero. Non sto bene: non so neppur io che cosa abbia avuto, ma mi è parso come se ad un tratto le mie forze avessero subìto una grande depressione. Sarà il lavoro (egli soggiunse forzando un sorriso) sarà anche l'età che viene.... Non può essere altro.... null'altro, conte.
IL Sant'Angelo aveva procurato di dare a queste parole un'intonazione di naturalezza. Ma non isfuggì al Mangilli lo sguardo significativo ch'egli, nel profferirle aveva rivolto a Loreta, taciturna e smorta, nella sua seggiola, presso il vano di una finestra.
Poi confermò le rinunce mandate ed accennò al bisogno imperioso ch'egli sentiva di una quiete assoluta.
--Non ho che un rammarico solo: quello di non poter attendere a' miei studi. La mia opera sulle inscrizioni lapidarie della provincia sarebbe riuscita.... assai bene....
Il conte, con uno scatto d'impazienza, non si tenne dal lasciarsi scappare a questo punto una molto energica esclamazione dialettale di protesta; poi, pentendosi della parola detta:
--Andiamo dunque,--continuò,--me ne fareste scappare di più grosse ancora! Ma che diamine dite! Ma che specie di ubbie vi siete cacciato nella testa!...
--Ubbie!--disse il Sant'Angelo cercando di sorridere ancora una volta--sì, sì, può anche essere. Voglia Dio che sia così...
Il conte Nardin tornò quella sera a casa di pessimo umore; e quando nel passare per la piazza di Tricesimo, intravvide, di là dai vetri annebbiati del Caffè della posta, la solita compagnia di giuocatori, in mezzo alla quale la figura tarchiata di don Morganti emergeva, egli sentì un desiderio matto di scendere là dentro e di rompere almeno ad un di quei degni messeri il manico della sua frusta sul viso.
Poi, quando si trovò solo, nella sua grande casa, dove nessuno l'attendeva, dove avrebbe finito nella solitudine la sua vita, egli pensò alla ragione che aveva avuto di guardarsi sempre dagli affetti: quindi ebbe quasi un sentimento di rimorso pensando che l'unica volta in cui solamente per pochi momenti s'era lasciato smuovere da questa sua antica convinzione, era stato per il matrimonio del suo amico con Loreta Lambertenghi.
XX.
L'autunno era giunto con una grande malinconia di giornate nebbiose. Dalle feste d'Ognissanti una fredda pioggerella cadeva senza tregua. Durante le sere, già divenute lunghissime, si principiava a sentire il desiderio delle belle fiammate invernali. Una mattina, dopo una nottata tempestosa in cui il vento aveva infuriato con molta veemenza, le vette dentellate della Carnia erano apparse, lontano, bianche della prima neve.
In questa profonda tristezza delle cose, l'angoscia che stringeva in aspro modo l'animo di Loreta, facevasi continuamente più fiera. Ormai ella non viveva più: la sua esistenza si era mutata in un supplizio di tutte le ore: nessun conforto che la sorreggesse, anzi ogni cosa cospirante a farle sentire più squallido il vuoto che si era formato intorno a lei.
Spinta da un'amara voluttà ella era costretta a riepilogare senza riposo nell'agitato suo spirito la compassionevole storia della sua vita. E in quel confuso risvegliarsi delle sensazioni passate il pensiero indugiavasi più a lungo e dolorosamente a qualche speciale e più forte ricordo; come in un sogno ella rivedeva i verdi viali, pieni di pace e di mistero, della villa d'Arsizzo: la figura dolce di Bianca Polverari, ancor lì, bella, buona, colla parola dell'illusione sulle labbra pallide: le sale cupe del vecchio palazzo di Verona: il profilo dolente e severo di donna Laura, come le era apparso l'ultima volta: poi il tipo sereno di Chiara Sant'Angelo, che logorata dal male le sorrideva ancora, indulgendo a tutti i suoi falli, raccomandandole di essere lei la custode degli affetti nella casa ch'ella doveva abbandonare.
Quindi, dileguate queste larve, tornava inesorabile il pensiero della sua ingratitudine, della sua debolezza, della menzogna, con cui ella ancora macchiavasi, momento per momento, senza rossore, di fronte all'uomo clemente, che con un raro esempio di bontà aveva tuttavia per lei la parola del perdono ed era condannato in causa sua a perdere per sempre la sua felicità così a lungo agognata.
In questi momenti il male, ch'ella faceva, le appariva senza confini. Ella comprendeva ciò che il Sant'Angelo doveva soffrire. Sentiva come su di lei unicamente ricadesse la colpa se quella nobile ed utile vita s'era piegata così fiaccamente. E nelle sue veglie prolungate, sovvenendosi di certe frasi côlte sulle labbra di suo marito, uno snervante sgomento s'impadroniva di lei. "Se non avessi creduto che ciò possa essere--aveva egli detto parlando della sua fiducia nell'obblio di ogni fatto trascorso--avrei preferito morire!" E ripetendosi questa frase, ancora una larva sinistra le appariva, lugubremente, così come le era apparsa una volta sotto la impressione funerea delle parole di una povera vecchia visionaria: l'immagine di Sebastiano Morò, il gentiluomo morto laggiù, tragicamente, pel suo amore tradito e pel suo onore offeso....
Ma dunque doveva ella proprio concambiare i beneficî ricevuti, con la rovina finale di tutto in quella casa, con la distruzione d'ogni letizia, e forse con la morte?
No, no, sarebbe stato troppo. Gli innocenti non dovevano portare le conseguenze del peccato altrui. Era lei la colpevole, era lei su cui pesava la responsabilità di tutto: doveva essere lei pure la vittima: nessun altro, assolutamente.
E nella mestizia opprimente di quelle notti già rigide, mentre per la campagna scrosciavano le piogge diluviali e incombeva un silenzio greve sulla casa, l'idea sinistra di finire, di finire per sempre, risolutamente, la sua vita disgraziata, le s'imponeva ognor più vittoriosa. Succedeva nell'animo di lei lo stesso lavorìo lento, invadente, dell'idea disperata e fatale, che le era nata, un'altra volta in un giorno della giovinezza, là nella sua povera stanza in un villaggio alpestre, quando aveva visto estinguersi l'ultimo raggio di fede, che ancora la sosteneva.... Continuare a vivere così, con un amore colpevole non ispento peranco nel segreto dell'anima, tradendo giorno per giorno la fiducia dell'uomo cui doveva la sua riabilitazione, il nome rispettato, l'onore.... no, non doveva: sarebbe stato turpe e vile. Finire, era meglio, era il suo dovere. Poi, una volta sparita, sarebbe venuto l'obblìo, il perdono. Si perdona sempre a chi sa scontare con animo forte il proprio peccato. Lei, voleva, era decisa, era convinta che altro più non le restava a fare. Il torbido proposito s'era così radicato profondamente nel suo pensiero, cancellandovi ogni altra idea, infondendo in lei quasi un benefico sentimento di calma. E fu allora ch'ella pensò all'ultimo dovere che le rimaneva da compiere: quello di far conoscere all'uomo, ch'era stato il compagno fedele degli anni suoi più buoni, tutto ciò ch'ella ancora nascondeva nel suo cuore, tutta la verità del suo peccato, le ragioni forti e ineluttabili ond'ella era trascinata al divisamente estremo. Chiusa nella sua camera, cogli occhi gonfî dal pianto, rattenendo i singhiozzi che le spezzavano il petto, ella scrisse, sentendo di mettere tutta l'anima nelle parole roventi, che le scorrevano dalla penna, una lunga lettera al Sant'Angelo. Gli diceva tutto, si doleva di tutte le sofferenze che così ingiustamente gli aveva portato, e, benedicendolo per la sua magnanimità infinita, gli chiedeva perdono. Terminato il foglio non volle rileggerlo, temendo di venir meno alla sua decisione: lo chiuse rapidamente, vi pose la soprascritta con mano tremante; indi andò a riporre la lettera in un cassetto della piccola scrivania ch'ella aveva nella sua stanza da dormire e nel quale tenea raccolte molte sue care memorie. Colà il professore l'avrebbe trovata _dopo_, certamente e presto.
Compiuto quest'atto pressochè in modo inconsapevole, come guidata da un potere magnetico, le parve che già ogni suo vincolo con la vita fosse spezzato. Gli occhi le si erano fatti aridi, le tempie le ardevano come strette da un cerchio di fuoco: una torpidezza plumbea era subentrata all'orgasmo che l'aveva tenuta fin poco prima; e solo, in quella invadente atonia, un'acuta trafittura al petto, con uno spesso rinnovellarsi, la richiamava alla coscienza del suo dolore.
La sera era venuta, una sera umida e fredda, che con le folate impetuose del vento e col romoreggiare della pioggia insistente facea presentire l'inverno vicino. In casa erano a quell'ora le consuete faccende. Nell'ampia cucina, la Vige, intenta al gran focolare, apprestava la cena, mentre in giro, seduti sulle vecchie panche addossate a' muri scintillanti di arnesi di rame, i famigli attendevano fumando e ciarlando.
Guardandosi dal far rumore, col passo vacillante, simile ad una sonnambula, Loreta uscì dalla sua stanza, attraversò l'andito buio, si fermò un momento ad ascoltare l'allegro vocìo che usciva dalla cucina illuminata; poi, più lungamente presso all'uscio dello studio di Mattia. La porta era socchiusa: una lampada ardeva sulla scrivania: potò vederlo. Sedeva, lontano dal tavolo, in una sedia a bracciuoli, col mento sul petto, cogli occhi semichiusi, come in un dormiveglia. Le guance di lui le parvero, alla debole luce che la lampada riverberava, ancor più pallide del consueto: la sua fronte scavata di rughe profonde, piegavasi stanca; vedendo com'egli appressava al volto replicatamente la destra, le sembrò ch'egli vi tergesse delle lagrime.
Ella appoggiò estenuata la fronte scottante allo spigolo dell'uscio e sentendo rinnovarsi con accresciuto furore la trafittura lancinante al suo petto, represse, con isforzo sovrumano, un gemito di sofferenza. Poi, come riprendendo ad un tratto la lena, scese l'ultimo ramo di scale, traversò l'atrio buio, dischiuse la pesante imposta del portone ed uscì all'aperto.
Una raffica di vento le flagellò aspramente il volto. Non pioveva più. Ma l'aria era tagliente; il cielo oscurissimo.
Dove andava? Che stava per fare? Non lo sapeva ella stessa. Doveva andare lontano, in un luogo così lontano, d'onde non avrebbe potuto tornare mai più. E nelle tenebre folte che si addensavano intorno a lei, di là dalla macchia bruna del bosco, nel quale il vento strepeva con sinistre voci, ella aveva come una visione vaga del torrente Cormor, che scendea in quella stagione coi suoi flutti limacciosi, gonfio e vorticoso, laggiù, a' piedi del palazzo Morò-Casabianca. Sì, laggiù, laggiù: era una voce che la chiamava, la voce del destino cui non si resiste, la voce annunciatrice della sua liberazione.
Sfinita, ansante, ella si afferrò alle sbarre umide del cancello per dischiuderne il battente. Ma questo resistè. Raccogliendo tutte le sue forze ella scosse un'altra volta, con ambe le mani tremanti, i ferri, inutilmente. Madida la fronte di sudore, digrignando i denti in un brivido di febbre e di rabbia, ella si ostinò ancora in quello sforzo. Ma di repente, côlta da una nuova trafittura al petto, sentendo un gran gelo diffondersi per tutta la persona, ella stese le braccia, e mentre un breve grido soffocato le sfuggiva dalla gola, cadde riversa sul terreno molle urtando col capo nelle sbarre del cancello.
Ella rimase colà, sola, senz'alcun soccorso, per alcuni minuti. Intanto in casa la sua assenza era già stata notata. La Vige, come avea terminato di apprestare la cena, erasi recata alle stanze della padrona per avvertirla che tutto era pronto; indi, meravigliata di non trovarla colà, era entrata nello studio, calcolando ch'ella vi fosse in compagnia del professore. Ma poichè questi era solo, non potè nascondere l'inquietudine che tosto le nacque, nel presentimento di un fatto triste che stesse per sopravvenire. Mattia vide lo sbigottimento di lei: la interrogò vivacemente ed appena ella ebbe borbottate tre o quattro parole provò una stretta al cuore, subendo egli pure la sensazione che facea tremare in quell'istante la povera donna. Nello stesso momento apparve all'uscio della camera Agnul, bianco in viso, smarrito, chiamando con voce rotta dall'ansia:--Presto, presto.... la signora.... venite, venite....--
Mattia balzò in piedi e di corsa seguì il ragazzo giù per le scale, oltre l'androne buio, all'aperto.
--Qui.... qui.... al cancello!--mormorava Agnul precedendo rapidamente.
Colà riversa, colle braccia distese, inerte sul suolo fangoso, trovarono Loreta.
Mattia, invaso dal terrore, s'era gittato subito a ginocchio accanto a lei, sollevandole il capo, cercando le sue mani. Ella era fredda, inanimata, con le pugna contratte come in una convulsione dolorosa: solo, ad intervalli, un breve respiro le usciva affannosamente dalle labbra. Il professore ebbe un lampo di speranza: viveva, viveva!... e tosto, ringagliardito, con una slancio pieno di passione, sollevò da solo fra le sue braccia il corpo di Loreta e, tenendola strettamente contro il petto, la portò in casa.
Coricata nella sua stanza, mentre si ricorreva premurosamente a tutti gli espedienti consigliati dalla pratica domestica per simili casi, Agnul era corso al paese a cercarvi il medico. Ma sia che il ragazzo non l'avesse subito trovato o che per qualche altra ragione questi non potesse incontanente rendersi all'invito, si dovette attendere prima del suo arrivo per oltre un'ora: tempo che parve, all'ansiosa impazienza del Sant'Angelo, più lungo d'un secolo. Loreta, a malgrado avessero tentato ogni mezzo per ricondurre il calore alle sue membra irrigidite, pareva scossa continuamente da un brivido di freddo: chiusi sempre gli occhi, mentre giù per le guance livide scendevano sempre le lagrime, ella, col capo bruno affondato ne' guanciali, rimaneva immobile, senza conoscenza.
Mattia agitato, fremente, smorto come un cadavere, non sapeva allontanarsi da lei. Curvo sul letto, procurando di scaldare nelle sue mani le povere mani assiderate di lei, spiava ansimante ogni suo movimento, tendendo l'orecchio ad ogni rumore giù nel cortile, nella speranza che il medico finalmente arrivasse. Ma il tempo passava e questi non compariva.
La Vige pallida anche lei, taciturna, vedendosi impotente ad ogni soccorso, s'era messa accanto alla finestra a spiare se tra la nebbia della notte, giù per lo stradone, comparissero alla fine le lanterne del carrozzino. Ma nulla, nulla. Le tenebre intorno alla casa parea la chiudessero in un isolamento sinistro. Sempre, nel silenzio grave della camera, il respiro difficile che sfuggiva a irregolari intervalli di mezzo alle labbra azzurrastre della signora.
Finalmente a un tratto parve a Mattia che un leggero acquietamento intervenisse in lei. Le sue dita si agitarono, come cercando un appoggio: un sospiro profondo le uscì dal petto.
--Loreta, Loreta....--egli la chiamò.
Lentissimamente ella aperse gli occhi: con uno sguardo smarrito li girò intorno a sè, poi fissando il professore, un'espressione di sgomento le si delineò nel viso.
--Loreta, Loreta!--egli ripetè con una intonazione supplichevole, per chiamarla alla vita, alla coscienza, accarezzandole il capo con una carezza soave come quella di una madre.
Ella parve riconoscerlo: parve riacquistare subito consapevolezza di tutto e con un impeto subitaneo s'afferrò alle sue mani:
--Mattia, perdono, perdono!...
--Non agitarti, non parlare.... acquietati, Loreta.... Ella per un istante tacque, poi guardandolo sempre con malinconica fissità:
--Mattia, Mattia, perchè non mi hai lasciato morire? Io volevo morire.... Sarebbe stato tanto meglio se tu mi avessi lasciato morire....