Il peccato di Loreta

Chapter 14

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--Ritornavo triste, ma senza avere ancora rinunciato a qualche speranza. Se sapeste come ho combattuto, quanto ho fatto perchè mia madre si lasciasse rimuovere dai suoi voleri! Tutto fu vano. E mentr'io, disperato de' suoi dinieghi, vedevo cadere inutile ogni mio tentativo per riuscire a sapere almeno dove voi eravate.... che nuovo periodo di dolore principiava per la nostra casa! D'un tratto, senza che nessun sintomo allarmante ci avesse potuto far pensare all'imminenza di una catastrofe, la povera Bianca ammalò. Era un assalto fiero di quel male che mia madre, con le sue cure amorose durate per tanti anni, s'era illusa di aver debellato. Ma l'illusione, mantenuta per poco dalla speranza e dal conforto dei medici, svanì ben presto.... Bianca moriva: le sue povere forze le fuggivano giorno per giorno; ella sola non s'accorgeva, non sospettava di nulla, sperava sempre.... Loreta, voi potete immaginare che cosa fu di noi in quel periodo. Avete conosciuto mia madre: avete visto come ci amava: avete ammirato l'eroismo di quella donna, che trovava tanta forza e tanta abnegazione per i suoi figli.... Potete immaginarvi quello che avvenne!

Egli si fermò un momento, come percosso egli stesso dalla visione che evocava.

--Povera Bianca! Povera Bianca!--mormorò quasi parlando a sè medesima, inconsapevolmente, Loreta.

--Cinque mesi,--egli proseguì,--indi.... la fine....

E brevemente, colla voce che gli tremava, narrò, incalzato da qualche rapida domanda di Loreta, alcuni strazianti particolari che accompagnarono lo spegnersi di quella miserevole e purissima vita: le parole di ricordo, d'affetto, di pietà, ch'ella ebbe per tutti, che lasciò per tutti, soavi come l'ultimo profumo di un bel fiore, che si piega intristito.

--Poi,--egli continuò,--quando io e mia madre fummo soli....

Qui ebbe una nuova e prolungata reticenza, durante la quale parve volesse raccogliere le sue idee; quindi, con un gesto come di chi rinuncia a descrivere cosa, per la quale comprende la propria parola impotente:

--No, inutile il dirvi; voi comprendete.... Davanti al cordoglio intenso, commovente, ribelle ad ogni conforto, in cui vedeva piegata mia madre, io non ebbi più il capo a nulla. Non v'era ora del giorno in cui la mente di quella donna infelice non tornasse con un furore disperato, con una commozione ardente, a quell'angelo poveretto che la morte ci aveva rapito.... Nulla riusciva a distrarla, nulla a scuoterla: il dolore di quella nuova sventura aveva portato una scossa terribile alla sua fragile salute. E fu appena in quei giorni, Loreta, che io sentii quanto amavo mia madre; e vi giuro che, al vederla così com'era, sarei stato pronto a tutto purchè da me le potesse venire una consolazione, purchè le sue forze avessero potuto ritemperarsi.... Consultammo i medici: chiedemmo il consiglio degli amici. Ma con quale profitto!... La sorella di mio padre, Maria Luigia Nathan, un'angelica e pietosa donna, accorse allora. Venne a Verona, impiegò tutte le più calde persuasive dell'affetto per indurre mia madre a lasciare quel soggiorno: suo marito, il barone Nathan, doveva passare quell'inverno in Egitto per incombenze diplomatiche affidategli dal governo inglese: ci offerse l'ospitalità più cordiale nella sua casa, facendo valere la circostanza del beneficio che da quel clima mitissimo avrebbe potuto derivare a mia madre.... Ma ella non volle. Protestò con l'usato animo che, sentendosi ormai condannata ella pure, voleva morire nella sua patria, nella vecchia sua casa, dove aveva per sì poco goduta la felicità e dove aveva veduto distruggersi tanta parte del suo cuore. E quel presentimento si avverò, ahimè, troppo presto.... Ella passò come visse, serena, rassegnata, senza timori della morte... Una sola cosa ella mi domandò per poter morire tranquilla: che io le promettessi di non far nulla mai nella mia vita che fosse derogazione alle massime da lei ognora professate o ch'ella avesse potuto in alcun modo disapprovare. Promisi, senza pensare a ciò che facessi, dimenticando--e lo confesso come una colpa che non so perdonarmi--dimenticando.... anche quello che dalla mia mente non avrebbe dovuto cancellarsi mai più....

--Avete compiuto il vostro dovere, Alvise. Questo era il primo de' vostri doveri.

--Sì, avete ragione. Così in quell'ora angosciosa ho giudicato anch'io. Ma poi--oh! questo almeno credetemi!--ho sentito che altri doveri erano per me altrettanto forti, altrettanto santi!... Da quel momento non pensai che a voi: vi cercai con desiderio intenso: ho sperato mille volte che vi sareste decisa un dì o l'altro a darmi vostre notizie. Ma nulla, nulla e sempre nulla! Mi credetti obbliato; vi credetti morta; pensai (sì anche questo pensai!) che la vostra sorte vi avesse condotto a migliori fortune.... Allora, infiacchito, sfiduciato, senza più uno scopo dinanzi a me ed esortato dai medici a vigilare sulla mia salute gravemente scossa, lasciai l'Italia, vissi per qualche tempo con mia zia, la contessa Polverari-Nathan, la quale m'aveva preso affetto di madre; poi, in cerca di distrazione e di arie salutari, viaggiai: un inverno a Madera, quindi alle Indie, in China, al Giappone.... Mi feci una nominanza di avventure singolari e romanzesche: fole di cronisti male informati e dicerie senz'ombra di verità. Dissero di un mio matrimonio a Valparaiso. Poi, forse indotti in errore da una somiglianza di nome, mi fecero eroicamente morto... che so io in quale strana avventura in un angolo selvaggio dell'Australia.... Morto; no, non era vero.... Ah! quanto meglio sarebbe stato per me!... Era finito tutto, allora, tutto....

Loreta, che aveva ascoltato fin qui, come soggiogata dalla potenza dell'accento d'Alvise, rialzò a questo punto i suoi occhi lucenti di lagrime:

--Finito!--ella esclamò poi, con lentezza.--Finito era tutto egualmente. Ormai nulla avrebbe potuto più ricongiungerci....

--Nulla! Perche? Se io vi avessi ritrovata.... Se voi non aveste voluto sottrarvi a me, come avete fatto, senza darmi più notizia alcuna della vostra sorte....

--No, Alvise, non dite così! Abbiamo piegato entrambi a un volere più forte di noi.... Così doveva essere. Sarebbe stato inutile il ribellarci a quello che il destino aveva segnato!

--Io....--esclamò egli con un istantaneo scatto di protesta,--io....

Ma Loreta, troncandogli vivamente la parola:

--Voi,--proseguì con una severità melanconica nella voce,--avreste potuto disobbedire ai voleri di vostra madre?... No, sarebbe stato male: non l'avreste fatto. E se anche l'aveste voluto, se anche, ritrovandomi sul vostro cammino, mi aveste offerta la realizzazione di quel sogno, al quale follemente un giorno mi ero abbandonata.... ve lo giuro, Alvise, avrei saputo resistere ad ogni vostra profferta....

--Questo avreste fatto?--egli dimandò concitatissimo.

--Questo.

--A malgrado di tutto il passato?

--Sì.

--E perchè, Loreta, perchè?

--Perchè....

Ella s'arrestò un momento. L'amara confessione, ch'era indotta a fare, le si arrestava sul labbro: il suo spirito le negava l'espressione atta a compendiare il sacrificio intenso, eroico, doloroso, cui ella si era rassegnata sotto il vincolo della promessa strappatale, in un'ora di pentimento e di bontà, dalla commovente eloquenza della madre di Alvise.

--Perchè?--egli insistette.--Era dunque svanito il vostro amore?... Ditelo almeno, ditelo....

Ella senti una puntura acuta nel cuore a questa domanda, che l'offendeva come un oltraggio a tutte le dolci memorie dormenti nell'intimo della sua anima, non cancellate mai nè dal tempo nè dagli eventi, custodite segretamente sempre, con una pietà alta e gelosa.

Per un istante esitò: l'anima si ribellava a quella menzogna.

Egli, vedendola titubante, ebbe un lampo di speranza. Credette indovinare e con raddoppiato calore ripetette il suo invito:

--Ditelo, Loreta, ditelo!... Era dunque morto.... era morto il vostro amore?

Ella allora, colle labbra contratte da un tremito convulsivo, fiocamente, senza levare gli occhi, rispose una sola parola:

--Sì.

Ma egli non si dette per vinto. Subito, senza esitanze, con una fiera convinzione, respinse quella parola:

--Ah! non è vero! Non può essere vero. Voi mentite, Loreta. C'è qualcosa che voi mi nascondete, che vi obbliga a parlare così. Ma per l'amore di Dio, per l'amore nostro, io vi supplico di non lasciarmi in questo dubbio.... Confessatemi il vero, Loreta. Ditemi che cosa fu di voi dopo quei giorni. Ditemi perchè non avete cercato di rivedermi....

Il conte, dicendo così, l'aveva afferrata per le mani, e cogli occhi ardenti, colle guance soffuse di un vivo rossore, ripeteva al suo orecchio con crescente emozione la stessa incalzante richiesta:

--Ditemi, ditemi....

Ella allora, bruscamente, come se una forza novella l'avesse ad un tratto soccorsa, si svincolò da lui e sorgendo in piedi, col capo eretto energicamente, lo fissò negli occhi.

--Basta, signor conte. Quanto vi ho detto è vero. La vostra insistenza non è nè generosa nè bella.... Lasciatemi partire. Non vogliate prolungarmi ancora questa tortura....

Dinanzi all'atto energico di Loreta, Alvise si arrestò come percosso da un singolare sbigottimento. La parola, prima così ardita ed irruente, gli morì tra le labbra. E immobile, con una perplessità angosciosa nelle pupille, fissò intensamente la donna....

Il sole era ormai al tramonto. In fondo, sulla curva dell'orizzonte, un rossore di porpora tingeva il cielo. E un alito d'aria frizzante levavasi sulla campagna destando un fruscìo lene di foglie per gli alti rami dei pioppi, che imboscano il colle di Fontanabona.

Il silenzio era alto tutto intorno. Il filo d'acqua del _Çiton_, sgorgando con una lucentezza d'argento dalla roccia muscosa, faceva sentire il monotono suo gorgogliare tra i sassi ed i cespugli, in mezzo a' quali si apriva la via.

--Loreta....--mormorò dopo qualche momento Alvise con accento di preghiera, come per riprendere il discorso troncato.

Ma s'interruppe subito vedendo come Loreta ad un improvviso scarpiccio su per il viale avesse trasalito invitandolo col gesto a tacere.

Infatti un passo grave, come d'uomo che cammini lentissimo, si avvicinava. La tortuosità del viale impediva di distinguere ancora chi si avanzasse. Tuttavia, per un solo momento, da una brevissima radura aperta tra i cespugli, sì Loreta che Alvise credettero intravvedere una figura di uomo in abiti neri.

Loreta ebbe paura.

--Lasciatemi....--mormorò concitata.--Io scendo sola verso il villaggio.... Voi seguite la strada del colle verso Fontanabona....

Egli le prese rapidissimamente la mano:

--Ci rivedremo, Loreta?--mormorò ansimante, mentr'ella già si staccava da lui, avviandosi.

Confusa, tremante e come vinta per un attimo da quella incoscienza di tutto, che colpisce lo spirito sotto la minaccia di uno stringente pericolo, ella si lasciò sfuggire una parola di adesione, breve e sommessa come un sospiro:

--Sì.... sì....

E si separarono frettolosi: Alvise prendendo la via verso il colmo del poggio, Loreta scendendo alla pianura, ove il sentiero campestre raggiunge la strada maestra, che attraversando Tricesimo conduce direttamente alla villa dei Sant'Angelo.

Dopo solo pochi momenti Loreta s'imbattè nella persona che coi suoi passi aveva determinato la rapida separazione di lei e d'Alvise. E fu con un senso di ripugnanza ch'ella riconobbe nel solitario passeggiatore il pievano di Collalto, don Giovanni Morganti. Secondo il suo costume il degno _Prè Zuan_ se ne veniva lentissimamente, col cilindro all'indietro, colle lucide guance vivamente arrossate, col sigaro di Virginia all'angolo della bocca sdentata. Allo scorgere la signora Sant'Angelo il vecchio prete trasse dalle labbra il sigaro e, fissandola in viso coi suoi occhi insolenti, ebbe una curiosa smorfia, che si sarebbe detta di ironia e di gioia al tempo stesso.

Loreta passò rapida oltre. E il prete allora, lanciatale dietro un'altra occhiata, affrettò a sua volta il passo curiosamente, mettendosi a fischiettare con aria di spavalderia il ritornello allegro di una canzone popolare.

La Sant'Angelo era rientrata agitatissima, in preda ad una eccitazione penosa, che per qualche momento ella credette impossibile di poter nascondere o dominare. La coscienza della propria agitazione era così piena in lei da farle credere inutile ogni tentativo per mascherare più oltre al professore il vero stato dell'animo suo. La sua mente le diceva che appena egli l'avrebbe veduta, il vero gli sarebbe stato palese. Epperò nel varcare la soglia della casa, ella aveva provato un invincibile e profondo timore. Ma il capriccio del caso parve venuto in suo soccorso. Il suo incontro con Mattia fu ritardato da speciali circostanze: il professore era stato trattenuto all'ufficio comunale di Tricesimo per certi urgenti ed improvvisi interessi d'indole elettorale ed aveva lasciato detto che sarebbe rientrato più tardi, anzi che non l'attendessero nemmeno. Il tempo così intercorso giovò a rimettere l'animo di Loreta ed a riguadagnarle la calma necessaria a coprire il suo turbamento.

Il Sant'Angelo ritornò infatti assai tardi e, trovata la moglie che ancor l'attendeva per la cena, non mancò di farle un gentile rimprovero per il disturbo dell'attesa, ch'ella, a malgrado del suo avvertimento, s'era voluto procurare. Poi, poco appresso, quando furono a tavola, Loreta notò subito come il consorte fosse tutt'altro che del consueto umore: parlava poco, rannuvolato in viso, e la premurosa Vige spendeva indarno le sue abitudinarie magnificazioni a' propri manicaretti, che quella sera rimanevano proprio quasi intatti, con grandissima mortificazione al suo orgoglio di abilissima cuoca.

Il professore, che ad una timida interrogazione della moglie aveva accusato della propria svogliatezza l'uggia delle molte brighe avute in quel pomeriggio, non potè trattenere qualche segno d'impazienza anche quando la Vige, dopo avergli servito il bicchierino di vecchia acquavite, ch'egli prendeva sempre al finire della cena, stimò opportuno, forse nell'intento di distrarlo dai suoi foschi pensieri, di toccare un argomento, del quale s'era già parlato moltissimo in casa Sant'Angelo. Si trattava della sparizione, che durava ormai da più giorni, del fido terranova, _prè Zuan_. Il professore, avvertitone subito, non vi aveva fatto da prima gran caso: tratto tratto quel vigile guardiano, obbedendo chi sa mai a quale allegro desiderio di avventure, soleva prendersi le sue brave vacanze, e di certi suoi lunghi vagabondaggi per le campagne e sino ai più lontani villaggi s'eran fatti assai spesso tra i contadini del luogo i commenti più faceti e più maliziosi. È vero che, questo suo amore per le avventure, il povero _prè Zuan_ fu replicatamente a un pelo di pagarlo assai caro. Col nome che portava, di nemici non aveva difetto. Il Morganti e i suoi accoliti una buona schioppettata, se l'avessero avuto a tiro in qualche loro podere, sarebbero stati ben lieti di potergliela regalare: anzi più volte gliel'avevano, senza tanti misteri, promessa. E se il valoroso terranova era riuscito fino allora a salvare la sua pelle, non aveva per contro saputo risparmiarsi più d'un matto colpo di randello e qualche brava sassata, che l'avevano fatto tornare zoppicante e malconcio alla casa del padrone. Le sue sparizioni duravan però assai poco: dopo un paio di giorni di baldoria si era certi di vederlo ricomparire a un tratto, mogio mogio, con le orecchie basse, quasi col timore di qualche castigo. E poichè questa volta la sua scomparsa durava un tempo ben più lungo dell'ordinario, tutti in casa ne avevano parlato più volte come di un fatto che suscitava una vera curiosità: Agnul specialmente, che pel vecchio cane aveva un affetto grandissimo.

Ora quella mattina una ragazza di Collalto, capitata a trovare la Vige con cui eran da lungo amiche, le aveva, tra le molte storielle del suo villaggio, narrata pur quella di un magnifico tiro, che un certo suo parente, colono del prete Morganti, furbo trincato e maestro insuperabile di burle, aveva fatto un paio di giorni innanzi, e questa volta non già col proposito di prendersi uno spasso, ma con quello assai più positivo di ingraziarsi il padrone, il quale--diceva lei--era un ministro del Signore, degno certo di tutto il rispetto, ma duro co' suoi contadini assai peggio di un sasso. Il tiro, soggiungeva la donnetta, senza immaginarsi mai più quanto la cosa toccasse i Sant'Angelo, era stato giocato nel modo il più comico, tanto che in paese non rifinivano dal farne le più matte risate. Si trattava, figurarsi!, di un vecchio cagnaccio, al quale uno "spregiudicato" aveva avuto la faccia fresca d'imporre per ischerno il nome stesso del signor pievano!... E al contadino--che dei debiti col prete suo padrone ne aveva per disgrazia un grosso sacco e cercava sotto terra il modo di renderselo paziente e buono--quando una bella mattina si trovò il famoso cane che s'aggirava pel suo cortile.... immaginarsi se non parve un regalo della provvidenza! Che fa? Panf! gli aggiusta prima un tal colpo di pietra che per poco non lo lascia morto, e lo chiude quindi in un suo fienile, giurando di fargli fare un digiuno così bello, da rimandarlo poi con tanto di cestole fuori a quel "poco di buono, senza timor di Dio" che s'era permesso di dare ad una simile bestiaccia niente di meno che un nome cristiano!--E la ragazza, che a narrare cotesta storiella aveva adoperato un vero fiume di parole, venne alla conclusione che il tiro era stato così destro e bene ideato che il furbo suo autore poteva, senza tema di errare, ripromettersene dal prete Morganti uno strappo da far epoca alla sua proverbiale spilorceria....

La buona Vige, chiacchierina sempre, volle condire a sua volta questo racconto con una serie di commenti così prolissi e con un lusso talmente abbondante di digressioni, che il professore, per quanto interessato dall'argomento, terminò per infastidirsi, mandando al diavolo il prè Morganti, tutti coloro che gli volevano bene e perfino la Vige, a cui, nel sentirlo a parlare in quel modo, eran venuti lì per lì i lucciconi agli occhi.

Ma stette zitta, perchè quando il professore era in quello stato, prudenza insegnava a non rifiatare ed a lasciarlo in pace.

Del resto Mattia stesso, appena finito quel racconto, accese il suo virginia, e salutata la moglie, che diceva di volersi ritirare, uscì solo sulla spianata, dinanzi alla casa, per fumare un poco tranquillamente.

"Tranquillamente"--aveva detto così a Loreta nel lasciarla. Ma chi lo avesse veduto poco appresso, allorchè si trovò solo, nel silenzio della notte, con la coscienza d'essere al sicuro di ogni sguardo indiscreto, avrebbe compreso come quella parola non fosse stata per nulla corrispondente alle condizioni dell'animo suo. Sedutosi al posto consueto, presso alla balaustrata che guardava sui campi, il professore aveva gittato con un senso di nausea il suo sigaro; poi, rialzata l'ala del cappello sulla fronte, erasi raccolto il capo fra le palme, fissando lo sguardo pensieroso sulla campagna nera e silente. La notte era cupa. Sul cielo, dove correvano con la minaccia di un maltempo grosse nuvole scure, luccicavano a tratti poche pallide stelle. Solo da lunge un lieve riflesso rossastro lasciava indovinare, di là dalle macchie brune de' villaggi dormenti e punteggiati ancora di qualche fievole lume, la città di Udine con le sue strade ben rischiarate.

Il tempo passava e Mattia restavasene immobile al suo posto. Era lì da un pezzo e pareva che neppure si fosse accorto del silenzio che s'era fatto in quel mentre nell'interno della casa. Sparecchiata la mensa e riordinata la cucina, la Vige aveva spento i lumi; nella camera della signora, al primo piano, il bagliore della lampada di tra le persiane era sparito da molto tempo. Ma il professore non pensava affatto a rientrare. Il pensiero ond'era dominato lo teneva così tenacemente che il sentimento d'ogni altra cosa erasi estinto in lui. Ed era il pensiero doloroso, che da più giorni lo torturava senza tregua. Il dubbio, da lui respinto prima come insensato, s'era negli ultimi giorni, nelle ultime ore, fatto a poco a poco sempre più acuto. E l'impotenza della difesa, subito, con velocità fulminea, si presentò alla sua mente agitata. Quanto credulo prima, diffidente a un tratto, era cominciato in lui un lavorio febbrile di idee, un cozzo di mille supposizioni, da cui gli veniva una sofferenza insopportabile. Non sapeva ancor nulla, non aveva raccolto ancora nessun indizio positivo, ma pure il suo animo tremava in uno di quei tetri presentimenti; che nascono talora da un nonnulla appena avvertito, ma che nessun ragionamento riesce a far dileguare.

Il cielo intanto s'era venuto sempre più oscurando: uno spiro molesto di vento faceva stormire gli alberi intorno alla casa: per tre o quattro volte il guaìto lamentoso di un cane risonò nella campagna. Il professore si scosse e tendendo l'orecchio a quella voce sinistra, che rinnovavasi ancora con penosa insistenza nell'oscurità ormai profonda, non potè schermirsi dal pensare al malurioso significato, che a tali voci notturne suole attribuire la superstizione dominante tra quelle popolazioni agricole.

Lentamente, il professore accingevasi a rientrare, quando di là dal cancello osservò dischiudersi la porta dello stallaggio ed uscirne frettoloso, con una lanterna accesa dondolante in mano, il piccolo famiglio Agnul. Con passo rapido egli attraversò il cortile e in pochi momenti fu innanzi al padrone:

--Che c'è? Dove vai?--chiese questi,

Agnul alzò la sua lanterna a livello del capo e Mattia notò subito uno strano sbigottimento ne' lineamenti del bravo ragazzo.

--Signor padrone, venivo in cerca di lei. Mi immaginavo ch'Ella potesse essere ancor qui, come ogni sera.... Non avrei potuto aspettare domani per dirle.... È una cosa tanto curiosa....

--Ma via dunque, cosa è stato?

--_Prè Zuan_....

--Ebbene?

--Povero _prè Zuan_! È tornato.

Mattia non potè frenare un gesto di noia: per quanto quella notizia gli facesse piacere, non giustificava per fermo tutta la sollecitudine e il grande sbigottimento del ragazzo.

--Ebbene.... tanto meglio!

--Eh! sì, sarebbe meglio.... Ma se vedesse in quale stato!... Ero andato a dare un'occhiata ai cavalli come faccio ogni sera, poi stavo per recarmi a dormire, quando dalla porta della stalla--dalla piccola porta che dà sulla campagna--odo un certo rumore come di chi spingesse dal di fuori l'imposta, e poi, subito, due o tre lamenti lunghi.... ma così tristi, proprio come di un uomo che chiamasse in aiuto. Corsi subito a vedere e là, proprio sulla soglia, giacente in mezzo all'erba, ho trovato il povero nostro _prè Zuan_.... Se sapesse che male mi ha fatto a vederlo così! Magro, infangato, colla testa macchiata di sangue. Chi sa mai da dove viene, chi l'ha conciato a questo modo e come ha fatto a trascinarsi fin qui!... Lo portai dentro, lo distesi sulla paglia: mi guardava con due occhi.... con due occhi che dicevano tante cose.... Ho paura, povero _prè Zuan_, che questa volta non la scappa più!... Ma la cosa più strana principia adesso.... Quando feci per levargli il collare che portava ancora, notai subito un oggetto, che non capivo che fosse e che vi stava attaccato con un pezzo di spago. Era un rotoletto di carta.... eccolo qui!

E si trasse dallo sparato della camicia, aperta sul petto, un involtino che porse al professore.

Colpito dalla bizzarria del fatto, il Sant'Angelo tolse vivamente di mano al ragazzo l'involto e dopo averlo per un istante guardato al lume della lanterna, lo svoltò. Era un foglietto di carta grossolana, piegato in doppio, e conteneva poche linee di scritto a matita rossa con un grosso carattere contraffatto.