Il peccato di Loreta

Chapter 13

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Loreta, alla lettura di quelle parole, che cercavano con tanta potenza la via del suo cuore, fu pervasa da un sentimento così nuovo, ch'ella credette di venir meno. L'amore, a cui ella nella sua vita di privazioni e di lotte non aveva mai pensato, le si svelava improvvisamente colle sue più inebbrianti attrattive. La sua vita, in cui finora non aveva provato che l'abbandono, la miseria, la solitudine, s'abbelliva ad un tratto di un primo e così vivo raggio di luce. Ella pianse di tenerezza nel rileggere quel foglio. E quando il pensiero le sorvenne, che fosse suo dovere di sottrarsi a quella passione e di resistere alle sue allettative, un moto di ribellione si manifestò in lei. No, non poteva: non era una colpa se ella amava: aveva troppo patito per poter respingere questa piccola parte di gioia a cui sentiva di avere un sacro diritto! Dopo.... Che le importava? Forse sarebbe tornato il dolore: un'altra volta il dolore, ch'ella aveva già conosciuto. Ma forse.... E un radioso miraggio, vago, incerto, evanescente, appariva a' suoi occhi sognanti: il caro miraggio della speranza, compagna fedele ed eterna di tutti gli amori.

Alla loro passione Loreta ed Alvise avevano ceduto così, con trasporto. Nata nel segreto di una tacita corrispondenza, essi continuarono a tener celata allo sguardo di tutti, gelosamente, questa passione, che alimentata nel mistero, si faceva d'ora in ora più forte e più deliziosa. Consapevoli entrambi della necessità di circondare il loro segreto delle maggiori cautele, perchè il bel sogno potesse durare, era uno studio sagace e continuo per non tradire i proprî sentimenti. E il dolce romanzo si svolgea così, pagina per pagina, in quella letizia serena, che nessun'ombra ha peranco offuscato.

Ma se fino allora con cento sottili circospezioni eran riusciti ad ingannare la indagatrice vigilanza di donna Laura, non poteva ormai più tardare il momento in cui ella avrebbe avuto la conferma di quanto da lunga pezza avea concepito, e veduto poi a grado a grado consolidarsi, il sospetto.

Il vero le fu chiaramente palese nell'estate successiva durante la consueta dimora alla villa d'Arsizzo. Nella pace di quel soggiorno amenissimo, ove tutto concorreva a rendere più bello un romanzo d'amore, i due giovani avevan sentito farsi così irresistibile il fascino della loro passione, che entrambi ebbero quasi un repentino disdegno di tutte le timorose cautele, di cui avevan dovuto subire sino allora la pesante necessità. Furono quelle le ore più beate del loro amore. Ma fu anche ben doloroso l'istante in cui per il solo concorso di alcune banali circostanze--la volgare curiosità di un servo e la conseguente inconsapevole delazione--essi furono in aspro modo richiamati alla realtà.

Sì Alvise che Loreta, per quanto in alto grado commossi, si fecero subito ragione del vero. Ed il conte, conscio perfettamente dell'obbligo suo di fronte a quella povera giovane che gli aveva ceduto, assunse anche dinanzi alla rigida severità di sua madre quel contegno risoluto che il dovere gli imponeva. Egli parlò a donna Laura con aperta franchezza: di quell'amore, che gli aveva dischiuso una nuova vita, si dichiarava orgoglioso: era stato più forte di lui: Loreta era buona, era bella.... E volgevasi alla madre, facendo appello alla sua bontà, che aveva sempre saputo perdonare: al suo affetto, che non poteva negargli la felicità, di cui ormai egli aveva assaporata con tanta beatitudine la dolcezza.

Ma tutti i generosi conati del giovane si fransero inutili contro la inalterabile freddezza della contessa. In quel frangente decisivo una vigoria, di cui ognuno l'avrebbe supposta incapace, era venuta in lei come per incanto. Era la madre, che sorgeva a difesa disperata de' suoi affetti: la madre, che memore delle mille dubitanze avute per la salute, per la pace, per la vita dei suoi figli--dubitanze avvalorate dal mònito della scienza e ingigantite dalla grandezza dell'affetto--vedeva ora in quell'amore la minaccia più forte, l'imminenza di quel momento fatale, di cui ella aveva sempre tremato.

Animata da questi potenti pensieri, nè obbliando in pari tempo quel sentimento alto di casta, che era stato per lei una legge in ogni fase della sua vita, ella si sentì la forza per imporsi a suo figlio. La madre tenera, arrendevole, indulgente, che aveva fin allora dominato sull'animo de' figli unicamente con l'affetto, s'imponeva ora con la severa manifestazione di una volontà inflessibile. Alvise, dinanzi al rapido mutamento di donna Laura, non seppe più trovare il primiero coraggio: di fronte a quella nuova energia, che non lasciava adito a speranze, si vide ridivenuto fanciullo, inabile ad ogni opposizione, forzato ad una obbedienza tacita e riverente.

Dell'istantaneo abbattimento, in cui col suo ascendente era riuscita a piegare il figlio, donna Laura pensò di dover trarre il partito migliore per raggiungere nel modo più sollecito e radicale il fine cui ella tendeva. La sera stessa, senz'ammettere alcuna dilazione, obbligò suo figlio a lasciare Arsizzo: sua cognata, la contessa Maria Luigia Polverari-Nathan, che si trovava a villeggiare dopo lunga assenza dall'Italia appunto in quei giorni a Bordighera, aveva scritto più volte pregando Alvise di venire a passare con lei qualche settimana: la partenza appariva dunque naturale e giustificata. Ed Alvise, un po' per incapacità di opporsi a sua madre, che vedeva troppo sofferente ed irritata, ed un po' anche con la speranza che mostrandosi ora pieghevole potesse aver adito a rinnovare poi con più fortuna qualche tentativo per ismuoverla dalle sue decisioni, turbatissimo, col pensiero sempre fisso a Loreta ed addolorato intensamente che gli fosse conteso ogni modo di lasciarle almeno un cenno di saluto, di promessa, di intesa, partì come sua madre gli aveva ingiunto.

Fra donna Laura e Loreta le spiegazioni furono brevissime. Allorchè la giovane venne innanzi alla contessa e che questa con un ironico sorriso sul labbro la fissò in volto, alteramente, senza parole, ella, nascondendo tra le palme il viso infiammato, cadde in ginocchio dinanzi a lei. Non pensò a scolparsi: non sapeva e non poteva: il suo fallo in quel momento le parve così grande da rendere vana ogni difesa. Tutte le ragioni possenti della sua anima assetata di amore, del suo sangue ardente di giovinezza e di salute, del suo pensiero sedotto dall'ebbrezza più sublime, ora, dopo averla costretta all'obblio di tutto, si dileguavano dal suo pensiero, si cancellavano, sparivano. Al cospetto di quella madre, di cui aveva tradito la fiducia, volgarmente, si sentiva disarmata, senza scusa, immeritevole di pietà, pronta a sopportare ogni umiliazione.

E quando donna Laura, dopo una lunga pausa, le ebbe con poche frasi secche ed incisive, fatto rimprovero del suo contegno, ella, senza levare gli sguardi, disse candidamente quello che le stava nell'anima; la confessione del proprio errore le parve in quell'ora una espiazione coraggiosa; rassegnata ad obbedire a tutto ciò che la signora le avrebbe ingiunto, una sola cosa chiedeva come una grazia suprema: che le fosse risparmiato il dolore della disistima da parte di Bianca: che il suo ricordo nella mente della cara giovinetta potesse rimanere incontaminato e sereno.

Nel far questa confessione e nel chiedere tale grazia era tanta sincerità vera e forte nelle parole, nello sguardo, nelle lagrime di Loreta, che donna Laura, a malgrado del suo corruccio, non seppe sottrarsi a un imperioso moto di tenerezza. Una voce di pietà si levò in lei a favore di quella giovane, rea forse soltanto di aver amato. E per un momento tutte le inquietudini, che le erano imposte per riguardo alla fragile vita de' suoi figli, e tutti i pregiudizî di casta, che l'avevano ognor dominata, s'acquetarono in lei, lasciando luogo ad un mite sentimento di benignità e di indulgenza.

Rialzò Loreta vivamente: con accento dal quale era sparita la primitiva asprezza, le fe' comprendere tutta la penosa angoscia che per cagion sua agitava ora il suo cuore.

--Avrei avuto il diritto di scacciarvi da casa mia, come si scaccia chi è colpevole di un tradimento o di una disonestà. Non lo farò. Posso pensare che siete degna di compassione. Potrò anche dimenticare il male che mi avete fatto. Ma dovete promettermi che lascierete questi luoghi, che non attenterete mai più alla pace della mia famiglia. Vedete: non è più il rimprovero che viene da un giusto risentimento; è la preghiera di una madre quella che io vi faccio....

Loreta alzò il capo, subitaneamente, coll'anima già piena di un'energica risoluzione; poi, cogli occhi gonfi di lagrime, timorosamente domandò:

--E.... Bianca?...

--Bianca non saprà nulla mai di quanto avvenne. Nulla offuscherà in lei il ricordo d'amicizia e d'affetto che voi le lasciate....

Loreta si portò allora le mani al petto come avesse voluto contenere il dolore che in quel momento l'afferrava con rinnovata violenza. Poi chinò il capo, sommessamente, in atto di muta rassegnazione.

Così lasciò la casa, ov'era entrata sotto l'apprensione di un sinistro presentimento, dove aveva passate molte ore felici e dove aveva conosciuto la dolce ebbrezza e, in pari tempo, le più fiere pene dell'amore.

Così ella tornò alla sua vita solitaria ed incerta, decisa al sacrificio di sè stessa, sicura ch'ella non avrebbe riveduto mai più l'uomo, al quale aveva dato il primo sogno della sua giovinezza e ch'ella, sebbene priva ormai d'ogni speranza, immensamente amava....

XVI.

Dopo il primo colloquio avuto con Loreta, Alvise per molti giorni non riuscì più a ritrovarsi da solo a sola con lei.

I brevi momenti passati al suo fianco erano stati troppo fugaci perchè egli ne avesse potuto ritrarre un durevole sollievo alla concitazione tumultuosa di cui si trovava in balìa. Troppo poco aveva egli detto e troppo poco aveva ella saputo di quanto gli tenzonava nel cuore. E, stimolato da una brama incessante di rivederla ancora, era ricorso ai più sottili stratagemmi, contrariato di scorgere com'essi cadevano infruttuosi, sia per effetto delle riluttanze, che la signora opponeva, sia per le difficoltà infinite, che la semplicità del vivere in mezzo a quelle campagne veniva moltiplicando.

Sempre intento al suo scopo, Alvise aveva trovato il modo di rendere frequentissima la sua presenza in casa Sant'Angelo: i pretesti creati con rara avvedutezza non gli mancavano: e se talvolta un rammarico lo coglieva per le simulazioni, alle quali gli era forza ricorrere, questi scrupoli molesti s'acquetavano presto. Il sentimento sotto il quale agiva lo signoreggiava per modo da non lasciargli adito a pensare ch'egli stesse per commettere uno de' più sleali tradimenti all'ospitalità, a lui fiduciosamente accordata. Il trovarsi vicino a Loreta, la possibilità di scrutare nel volto e nelle parole di lei il riflesso dell'anima sua, eran divenuti per lui un bisogno smanioso, un desiderio tirannico, che nell'esaltazione de' suoi pensieri gli parea immune da ogni colpa e dal quale nessuna considerazione l'avrebbe distolto.

L'idea che il professore Sant'Angelo avesse potuto concepire un qualche sospetto non gli balenò affatto. Nella figura mite e bonaria di Mattia il suo occhio vigile ed accorto non aveva potuto scoprire mai il segno più lieve di diffidenza. Come l'aveva accolto nel primo momento, in cui era entrato in casa sua, Mattia aveva continuato a trattarlo costantemente, studioso di delicate sollecitudini, antiveggente d'ogni suo desiderio, mostrando, più che piacere, ambizione nel provargli come egli fosse l'ospite graditissimo della famiglia. In coteste amabili dimostrazioni Mattia non ispendeva forme e frasi mendicate. Usava i modi che gli erano abituali: semplici e schietti. E di questi, con qualche arguzia festevole, si scusava:

--Vede, conte mio, con lei non facciamo più complimenti. Noi, gente di campagna, siamo abituati così.... Con quelli a cui si vuol bene, il cuore alla mano.... e basta!... È vero, Loreta, che tu pure mi dai ragione?...

Loreta, obbligata a non rispondere in tono che stesse in disaccordo con gli scherzi di Mattia, studiava d'assecondarlo, ma raramente vi riusciva senza manifestare l'imbarazzo da ciò in lei provocato.

E il professore allora, ingannandosi sulla cagione delle frasi impacciate o sul rossore che imporporava il viso della moglie, ne profittava per volgere lo scherzo in qualche affettuoso complimento:

--Che vuole, conte Alvise? Loreta, che non ha ancora saputo dimenticarsi le sue abitudini cittadine, non si sente il coraggio di darmi francamente ragione in faccia a lei. Ma ella pensa al pari di me. Siamo d'accordo in tutto come in questo, oggi come fu sempre. Perchè, caro conte (e dicendo così accarezzava con la sua mano ruvida la guancia di Loreta), una moglie come questa è un vero tesoro. Bisogna venire qui, in fondo a queste nostre campagne, per trovare una coppia di vecchi sposi, che si vogliano bene e s'accordino così pienamente come noi due....

In que' momenti un'amarezza si facea strada nell'animo di Alvise: più che un senso d'invidia, era uno sgomento quello che s'impadroniva di lui: e, leggendo il pensiero di Loreta, che tradivasi in una fuggevole contrazione delle labbra e nel rapido corrugarsi delle ciglia, dovea stornare gli occhi da quelli del Sant'Angelo, incapace di sostenerne gli sguardi limpidi e tranquilli.

Ma quello che Alvise non aveva mai pensato e che Loreta non aveva creduto, erasi, a malgrado d'ogni esteriore smentita, avverato nel cuore di Mattia. Sebbene incredulo per indole a tutto ciò che potesse essere doppiezza o malvagità, non aveva potuto schermirsi da un primo increscioso pensiero dinanzi al turbamento, che gli era parso di scorgere in sua moglie e nel conte il giorno della sua inattesa ricomparsa, reduce dalla gita fatta indarno a Collalto per visitarvi il Mangilli. Di quel dubbio poco appresso aveva provato dispiacere ravvisando in esso un'offesa ingiustamente recata all'onestà di sua moglie ed alla lealtà del suo ospite. Ne aveva provato afflizione come di una codarda aberrazione dello spirito. E procurò di non pensarci ulteriormente. Ma la venefica pianta del dubbio aveva ormai gittate le proprie radici nel cuore di lui e, più forte d'ogni generoso ragionamento, procedeva tenace nel suo maligno sviluppo. Indarno Mattia combatteva contro il rinnovarsi di codesti attacchi alla sua pace: indarno egli procurava di convincere sè stesso come quelle non fossero che vane fantasie, nate dal nulla, in un momento di malsana tristezza. E cercava di moltiplicare a' propri occhi le prove tranquillanti: studiava di sovvenirsi di tutti que' piccoli fatti e di tutte le espressioni, per cui aveva giudicato fin dal primo istante nobile e leale il carattere del conte Alvise; e gli era confortevole di mostrare più vivo il proprio attaccamento alla moglie, forzandosi di riconoscere in lei inalterato l'antico suo affetto.

E se, in questo combattimento, ad onta di tutti i proprî sforzi rimaneva soggiacente, gli ripugnò sempre, anche sapendo di condannarsi ad un raddoppiato martirio, di svelare in alcun modo i suoi dubbî e, peggio ancora, di usare qualsifosse de' mezzi volgari, che la sete del vero avrebbe forse potuto suggerirgli. Il ridicolo, che sarebbe stato congiunto ad una manifestazione di infondata gelosia, lo intimoriva altrettanto quanto la bassezza di un insidioso spionaggio. Gli pareva così inammissibile e folle e insussistente l'ipotesi di poter essere la vittima di un tradimento, che la sua intelligenza, il suo cuore, il suo buonsenso vi si ribellavano energicamente.

Un giorno, che Loreta ed Alvise erano rimasti per qualche momento soli e che questi ne aveva approfittato per rinnovare alla signora la preghiera di un colloquio, fervidamente, con uno scoppio penetrante di passione, ella s'era difesa rammentandogli la cieca ed onesta fiducia del marito:

--Vedete come è tristo quello che voi mi domandate. Giudicatene voi, se siete giusto. Come posso ascoltarvi?...

Ma Alvise non s'era acquietato a quelle obbiezioni.

--Potete aver ragione in quello che dite. Ma che cosa vi domando io di male? che cosa vi chiedo che offenda i vostri scrupoli? Nulla, nulla. Loreta, siate buona, siate pietosa: pensate che questo nostro ravvicinamento durerà così poco.... Io non vi domando di obbedire a me: obbedite al vostro cuore: so che cosa egli vi dice, so che voi lo dovrete ascoltare....

Ella resistette ancora. Coraggiosamente, con forte coscienza del dovere, ella fe' appello a tutta la sua virtù. Ma le persuasioni acute e sapienti, di cui egli si era valso per ismuoverla da' suoi propositi, soverchiarono la tenacia, sempre meno resistente, della sua volontà. "Che cosa vi domando di male?" Questa domanda supplice e tranquillante tornava ad accarezzarle l'orecchio come una seducente tentazione, tornava ad addormentare i suoi scrupoli risorgenti. Misurando le proprie forze, stimò insania il dubitare di sè stessa. L'idea degli obblighi suoi d'affetto, di riconoscenza, di stima, per l'uomo che l'aveva redenta alla quiete ed all'onestà della vita, non poteva abbandonarla, l'avrebbe guardata da ogni pericolo, sarebbe stata il talismano infallibile della sua salvezza. E fidente in tal modo nell'ausilio, che la sua ragione le rappresentava siccome immancabile, ella veniva cedendo, grado per grado, senza averne coscienza, alle ingiunzioni sempre più fervide, che il suo cuore le faceva.

Così ella accettò due o tre lettere, passionate, accennanti con frasi di fuoco al loro passato, che Alvise trovò il mezzo di farle nascostamente recapitare. E nel modo stesso, avendo da prima negato, essendosi anche giurato di rimanere ferma al proprio diniego, ella finì per accondiscendere,--com'egli aveva voluto, valendosi di tutti i pretesti ch'egli aveva suggeriti,--ad un nuovo abboccamento. C'era venuta vincendo tutti gli ostacoli, sormontando tutte le sue esitanze, forzandosi ad attenuare col ragionamento, radicato d'altronde nella fermezza de' suoi propositi, ogni scrupolo, da cui sulle prime era stata rattenuta.

L'incontro seguì, in modo che avesse tutte le apparenze di una innocente casualità, sulla pittoresca strada di Fontanabona, che Loreta percorreva non di rado nel recarsi a visitare una delle poche famiglie del paese, con le quali manteneva rapporti d'amicizia.

Si trova--a mezzo di quella strada, la quale s'inerpica, costeggiata da alti pioppi, sui fianchi di una facile collina,--una sorgente d'acqua limpidissima e fresca, che i campagnuoli chiamano, con una delle loro armoniose voci dialettali, il _Çiton_, ed a cui attribuiscono per inveterata tradizione meravigliose virtù salutari. In autunno, i villeggianti, che trovansi numerosi ne' paeselli della pianura di Tricesimo, prendono volentieri questo luogo a meta delle loro escursioni e se le grandi meraviglie della sorgente si riducono per giudizio degli increduli alla purezza della vena invariabilmente gelida e chiara come cristallo, pure, specialmente nelle primissime ore del mattino, al _Çiton_ ritornano tutti assai di buon grado, attratti dall'amenità della strada e dal romantico paesaggio che da quel punto si ammira.

Nel pomeriggio sono assai più scarsi i visitatori, tanto che ordinariamente per il lungo viale non s'incontra che a radi intervalli qualche abitante del paese, che sale verso Fontanabona o ne scende avviato alla pianura.

Il conte aveva pensato che questo fosse il luogo migliore per incontrarsi con Loreta; e tale pensiero gli era venuto naturalmente quand'ella ebbe una volta accennato per caso in sua presenza al _Çiton_, parlando delle proprie visite alla famiglia di Fontanabona, che egli pure aveva conosciuto alla sagra di Nimis.

Però ad onta di tutte le persuasioni impiegate e della promessa, ch'egli alla fine aveva saputo strappare alla Sant'Angelo, Alvise sino all'ultimo momento dubitò ch'ella tenesse la data parola. Fremente d'impazienza egli erasi trovato al luogo del convegno ben più d'un'ora innanzi a quella fissata. E poichè il tempo dell'attesa, nel silenzio di quel viale solitario, gli pareva interminabile, aveva già cominciato a disperare che Loreta venisse. Fermo sul muricciuolo, che circonda la spianata nel cui mezzo è la polla della sorgente, egli tenea fissi gli occhi sulla campagna, spiando se la signora apparisse, tendendo l'orecchio ad ogni rumore. E fu con un palpito forte nel cuore ch'egli vide alla fine spuntare alla svolta del sentiero, presso il piede della collina, la figura di Loreta.

La Sant'Angelo veniva a passo lento, un po' pallida, con una perplessità manifesta nell'andatura e nel viso.

Egli le mosse incontro e le prese la mano dolcemente:

--Come vi son grato d'essere venuta. Come siete stata buona, Loreta....

Ella non rispose subito e, tentando di svincolare la mano, abbassò gli occhi, confusa.

--Ho aspettato con tanta impazienza. Mi era così tormentoso il pensiero che aveste potuto mancarmi.

E sentendo com'ella rinnovava lo sforzo per liberare la sua mano che tremava febbrilmente:

--Via, dunque,--egli soggiunse con tenerezza,--perchè tremate così? Di che avete paura?

--Ho fatto male, ho fatto male! Avrei dovuto trovare la forza per non ascoltarvi.

--Per non ascoltarmi! Ah! no, Loreta, sarebbe stata crudeltà la vostra. Ancora un vostro rifiuto e non so a che cosa mi avreste spinto.... Guardate, io so che ormai il passato è perduto e che nulla mi resta a sperare. Ma quando tra due cuori ci fu un giorno un vincolo forte e sincero, com'è stato quello fra noi due.... non è possibile che tutto finisca così, senza una spiegazione dalla quale rinasca almeno quel sentimento di stima che aiuta a perdonare e a rendere men grave il ricordo dei torti sofferti....

E dopo una breve pausa, durante la quale Loreta s'era lasciata cadere, come vinta da una prostrazione, sur uno dei sedili posti intorno al fonte:

--Sentite,--egli proseguì.--Quando alcuni giorni sono, approfittando di pochi momenti concessi dal caso, io ho potuto parlarvi per la prima volta senza testimonî, furono tanti i pensieri che si affollarono alla mia mente, tante le cose che io avrei voluto dirvi, che quell'ora mi parve un baleno. Quel giorno--ve ne rammentate?--noi abbiamo rifatto insieme il cammino del passato, abbiamo ritessuta insieme la storia dei dolori, che io--sì, io, con la mia passione, che non vedeva ostacoli, che non ragionava!--vi ho preparato nella mia casa. Ma di ciò che avvenne poi.... di quello che è stato poi di me, della mia anima, della mia sorte, non avete saputo nulla, non vi ho detto nulla. Eppure, Loreta, è una storia ben triste anche questa: così triste che potrebbe valere un'espiazione. E conviene che voi la conosciate. Forse allora sentirete che io fui più degno di commiserazione che di rancore o di sprezzo....

La voce di Alvise s'era fatta supplichevole e sommessa ed aveva un accento che non poteva ingannare.

--Io non vi chiedo delle giustificazioni.

--Lo so e non tento di farne. Qualunque cosa diciate, obbedendo alla bontà della vostra anima, sarebbe inutile: la coscienza de' miei errori mi è chiara: il giudice migliore e più severo di me stesso son io! Ma appunto per questo voglio che sappiate quali traversie io dovetti sostenere dopo la nostra separazione. Non dovessi, dopo questo racconto, rivedervi mai più, avrò almeno la speranza che voi potrete riconoscere che quello che forse avrete giudicato freddo, volgare, abbietto oblìo, altro non era che la volontà cieca di circostanze ineluttabili, il predominio vittorioso di quei dolori, sotto il peso de' quali deve addormirsi e tacere ogni altro per quanto nobile e forte sentimento. Mi ascolterete voi, Loreta?

Ella reclinò il capo, vinta, senza dargli alcuna risposta.

Ma Alvise comprese la significazione di quel silenzio e cominciò, animandosi grado a grado, a narrare quanto si era passato in casa sua dal giorno in cui, dopo il breve tempo passato a Bordighera in compagnia della contessa Nathan, era ritornato alla villa di Arsizzo.