Il passaggio: Romanzo

Part 6

Chapter 63,464 wordsPublic domain

Passano vele, allegorie, passano canzoni. Le rupi dentate lambono il cielo e lo fanno più chiaro.

«Sera, sera dolce e mia!».

Quegli che lontano sospirò di me così dopo avermi respinta, stava dinanzi al suo mare come uno squallido verso dell'Ecclesiaste, stava con occhi che or non vedono più, i più febbrili e cupi che m'abbiano fissata, occhi per il getto totale della vita mia....

Per lui, che il giorno primo che ci parlammo m'afferrò, mi singhiozzò l'anima sua, si torse sotto il cielo come una fiamma supplicandomi di strapparlo alla donna che da tanto l'inviliva, io diedi ben addio a qualcosa che sarebbe stata quasi la felicità, la ridiedi a Dio. Un fanciullo m'amava, migrante arcangelo, in vertigine di luce spada bella, e lo vidi colpito piegarsi, accettar la sorte, accettar di sparire. Per l'uomo malato e legato, per l'incanto di quel suo sguardo avido d'illudersi, d'affiorare a rive verdi, nulla con più tremanti adoranti mani potevo svellere ad olocausto, nulla di più mio e puro. I baci del fanciullo avevano inseguito brividi: vento, sole, notturni silenzi: avevan fatto convergere gioia e canto nel mio petto. Intorno erano mirti fra dure lave. Pronta scontai la superbia di tanta rinuncia. Un'unica ora il mondo parve trasfigurarsi per la tetra anima virile, poi che gli dissi ch'ero sua: sconfinati al pensiero s'apersero i mari e dorati; fummo una sola certezza, una sola prodigiosa attesa. E qualcuno bussò. (Ecco, mentre rievoco guardo sur un'acqua ferma lo svolìo d'uno stormo di rondini, è perlaceo, ma mutando d'un colpo la rotta si confonde con la ferrigna superficie). Qualcuno nella notte rivoleva il proprio bottino. Nella perduta stanza di locanda dove fui lasciata sola, convulse grida giunsero di creatura, di donna: sorella mia? A grado a grado s'acquietarono.

Le sere scendono su la mia libertà.

Io violava con il mio amore il dolore dell'uomo. Io aggiungeva al suo dio il mio.

Quando, attraverso gli evi, l'uomo ha detto d'agognare all'eterno femminino, auto-inganno è stato. Il maggiore ed il più bello di quanti gli si sian formati nella coscienza. Che può far egli d'una integrante forza creativa, egli già così gravato e tormentato? Noli me tangere. Un solo si volse realmente per ascoltare e per conoscere, e Diotima gli rispose. Era giovine allora Socrate? V'ha un punto, il momento della esistenza intatta, che unico rende il maschio capace d'accogliermi come spirito. L'iniziato adora tutta la sofferenza che m'ha fatta ricca, può adorarla così tessuta nella dolcezza della mia carne e nella dignità della mia mente, io gli esalto la pienezza della vita, la sapienza ultima della vita ed egli sente che m'appartengo, il mio dono e il suo forse ci trascendono....

Spazi ineffabili!

Addietro restano tutte le cose che si riprodurranno, le dure cose, le appassionate, le urlanti.

Tornerò ad esse, irresistibilmente tornerò, e ad esse moverà incontro con dolente fierezza il vergine fino a ieri, dalla voce di cristallo, che non mi tratterrà.

Disgiunti, spiriti reduci per sempre entrambi.

Più che mai i tristi uomini compiuti diranno alla mia apparizione: «Troppo tardi». Diranno: «T'abbiamo troppo attesa. Or ci vendicheremo su te per tutto ciò che non ricevemmo dalle altre». Anche soggiungeranno, come stanca elemosina: «Dovevi nascer maschio, saresti stata o un santo o un castigo d'Iddio....».

Ed ecco dorsi di monti brulli, ampie linee semplici, valichi e valichi, stagioni che indugiano e stagioni precoci. Ecco pianeggianti giardini, fontane, magnolie in fiore, e anche grigi sogni di pietra, castelli grigi tra rami spogli stillanti di pioggia contro il sole come portentose ragnatele. Ecco fiumi su cui navigano insensibilmente grandi ninfee di ghiaccio. E strade, strade, strade.

Fatiche e tedio nelle rughe del mondo, e immensa grottesca stoltizia.

Poter sanarle, suscitarvi espressioni gagliarde, generosità e pensiero!

È tale l'impetuosa fantasia ch'io sospetto quasi sian suoi frutti quei beni che vedo di quando in quando alzarsi come vapori o stendersi come campi di lino azzurro, suoi frutti, invenzioni del desiderio, quegli atti e quegli affetti che inattesi e delicati mi si palesano, sorridenti di fresca arguzia o soffusi d'alta intuizione, amicizie, austere fraternità, rapporti pieni di timidezza e d'abbandono e altri in cui son regina, in cui impongo sensi di grandezza, oh semplicemente perchè sono umana, e raccolgo meraviglie di devozione, pianti d'anime veraci, baci sulla mia mano taciti veloci, parole brevi di accordo, beni, beni!

Come fossero discesi dal genio, dall'antico coro tragico o da un canto leopardiano. Come fossero dolci arcate di chiostri tra i massicci delle città. Quella marea urbana che talora mi parve affiorare colla mia spoglia sola e col vaneggiante mio ansito di morte si dissolve. L'onda è in me, nella sensibilità che tutto attinge, ch'io quasi una millenaria ho affinata per ogni verità della creazione, per i doni come per le offese. Signore.

«Signore, fammi diventare grande e brava» pregavo da bimba.

Vengono i profondi compensi, le stellate ghirlande, a me fuggitiva, a me per le selvagge vie.

In primeve forme, nitide, per me sola suscitate.

Gioie per sempre.

Vengono come le rinascenze dopo i più sparuti e bruti cicli.

Assolta, riconsacrata, la semplicità eroica dell'essere femineo, senza nome nè età, va libera ardita ridente.

Squillanti incontri di bei volti maschi, ferma bellezza di fisionomie imprevedute, sussulto segreto all'istantaneo avvertimento del desiderio virile, sussulto così simile al brivido mortale della voluttà, istinto di fuga, ansito d'esser rincorsa, stupita violenza di magìa, uomo e donna, piante di foresta a un sol vento sorprese e squassate.

Torsi d'atleti armoniosi, vive forme sante come immortali bronzi.

Intende taluno che accarezzo — per un'ora, per mille, per un innumerato tempo quale nei sogni — intende ch'io reco in quell'atto lo stesso illuminato cuore delle mie più solitarie contemplazioni? Vi sono spiagge dove nessuno prima di me s'è soffermato ad alzare un suo inno: e c'è questo corpo perfetto d'Adamo il cui valore me soltanto veramente conquide, con la sua sicura rispondenza all'anima che vi abita, nell'opera nel sonno nell'attesa, questo ricco corpo così forte così fervido così caldo, fascio d'erba odorosa, architettura di nobiltà essenziale, Adamo, Adamo, bacio solare.

Tutta io mi sento fiore immersa nella lussuriante natura. Per un'ora, per mille, in un innumerato tempo....

Potenza divina di gaudio sotto il cielo, divino splendore dei motivi di gaudio!

Portentosa bilancia se la memoria è onesta!

Ch'io superbamente lo affermi.

Per tutte le cose orrende che ho veduto e saputo, io che ho pagato per tante donne, io su cui l'uomo s'è vendicato di tante. Per le lividure finanche che il mentecatto lasciò su le mie membra bianche, ch'io guardava bruciante attonita, ed egli sghignazzava stridulo sinistro ed aggiungeva vituperi e sputi. Per le rose che furono calpestate presso l'orlo della mia veste. Io ch'ero la vita e che ho veduto dove l'uomo giunga quando odia la vita.

Portentosa bilancia se la memoria è onesta!

Uscii un giorno da un carcere, dove tra le sbarre un viso sciagurato m'invocava, sovrano viso che mi chiedeva perdono, caro ahi caro viso ritrovato e per sempre riperduto. Più tremenda la mia solitudine mi parve di quella stessa prigione dove si gemeva e dove almeno qualche carceriere assisteva. L'aria lucida, il bel settembre, la gloria candida d'una montagna all'orizzonte, ed io sullo spiazzo, tra il frusciare dei platani, al limitare della cittaduzza ignota, io con nessuno, libera di morire, libera di vivere, nel vento, il vento buono su le ciglia ancora umide. Era l'acquisto di tutta la mia esistenza o il sigillo improvviso? Non in mio potere il rifiutarlo. Dall'invisibile, in un tempo remoto, m'aveva ben detto una voce: «Ricordati d'aver ascoltato la tua legge». Sì. Tremenda intorno al capo la vastità ariosa popolata di parole ch'io sola sento. Pure, così sbalzata fuori d'ogni strada dopo tanta strada percorsa, sbalzata dall'umanità se umanità è legame e soccorso tangibile, il mio sconfinamento ebbe lo sfolgorante aspetto della pace. Ho visto una sola volta, nella piega profonda attorno alla bocca d'una grande morta, qualcosa d'altrettanto ricco e strano. La montagna all'orizzonte fu inondata di rosa, poi ch'era il tramonto; sospeso il vento, il giorno senza avvenire oscillò, solo, per non so quale lunga ora ancora. Alle mie spalle stava la mole della fortezza, il segno di quanto si tenta quaggiù in malvagità e mai realmente si compie. Il fratello condannato si raccoglieva certo in un'irreale soavità, come ancora baciandomi le mani traverso le sbarre. La notte sarebbe scesa su lui racconsolato, s'anche fosse l'ultima della sua espiazione. Ed io seppi quel che non sa il suicida. Il queto annegare delle stelle nelle notti estive può solo darne imagine. Rigano il firmamento, s'avventa dalla terra sulla loro molle scìa il desiderio d'infinite costellazioni di occhi, il desiderio, il voto.... Nulla di più vivente.

_LA POESIA._

Cielo nella prima ora del giorno e nella prima ora della sera uguale, candore lucente in cui m'incido e a cui m'affido, perlacea lievità intorno alla mia fronte.

È sera o alba?

In questa trasparenza, in questa incandescenza di cielo, la mia forma di donna ha un trasalimento, oh che non turba la soave immobilità dell'ora....

Un prodigio si è compiuto nel lungo spazio che forse fu notte e forse meriggio.

Compiuto insensibilmente, quand'io stavo in passione e in meditazione, animata natura, e di contro a me lo spirito maschio agiva, fondatore e distruttore, m'offriva armi, leale, perchè lo combattessi, e le confessioni s'incrociavano, ci laceravano.

Mormoravo nelle tregue:

«Se v'assomiglio, fratelli, soffro!»

«Se v'assomiglio, voi non m'amate!»

«Se v'assomiglio, a che son nata?»

Caratteri d'eternità erano nella vicenda.

Peritura la mia forza, gli occhi avrebbero potuto appannarsi, qualche morbo penetrarmi; ma no, io non ero Filottete — e mai dunque sarebbe paga la nascosta giustizia, quella che mi generò in sogno?

Conche sonore di venti fremevano, alte conche d'allegrezza o d'angoscia.

Mi aggiungevo con le mie parole immolatrici alle cose della terra, alle opere, alla storia del dolore e dell'amore. Quella imagine ch'io creavo pareva via via cancellarmi dalla vita.

Lungo, ah lungo passaggio dalla larva al mito!

E la realtà del mio essere, e la libertà creduta e perseguita, e questa mia turgida età?

Trasalgono le fibre materne.

Chiaro è il mondo, con volto riconoscente. Imprevedibile un segno si palesa, un timbro, una movenza, un irriproducibile accento.

Io!

Mentre rispondevo alla temeraria attesa del silenzio, e credevo tutta così consumare nel sacrilego racconto, prodigiosamente accanto alle parole violatrici, altre, fruscianti, si modulavano in me, trepidando s'elevavano, brevi, danzanti, quasi figlie d'una mia scarca anima....

Danzando mi scoprivano esse la grazia di ciò che m'è più alieno o feroce, e il valore dell'attimo più lieve e più nudo, e la santità degli incolmabili abissi.

Danzando gettavano ponti, oh sguardi di lontano, oh bracieri di rose in cielo!

Ritmo,

ritrovata adolescenza, gioia del colore, occhi verdi di sole sul greto, scheggiato turchese immenso dell'onde, biondezza di cirri e di rupi, rosea gioia di tetti, colore, ritmo, come una bianconera rondine l'anima ti solca.

Rorida potenza sorta in me, per sovrapporsi a me, per sopravvivermi!

Occhi stellati aperti su la divinità candida dell'aria!

Poesia, più cara d'ogni benedetta lagrima se anche in tuo prisma appaia il mio andare rasente la morte!

Cosa di perla anche la morte, compenetrata di luce.

Con sommesso respiro mi riavvicino a tutto che in purità tace, mi riconfondo con l'arcano sorriso della bontà.

_Isola di Corsica, 1912._

_Isola di Capri, 1918._

INDICE

Il silenzio Pag. 5 Le ali 9 La lettera 29 La fede 55 Il nome 75 Il peccato 93 Le carovane 109 La favola 125 Gli occhi eroici 137 Le notti 147 La poesia 181

OPERE DI SIBILLA ALERAMO

=Una donna=, Romanzo. Terza edizione. =Il passaggio=, Romanzo. Seconda edizione. =Andando e stando.= Scritti varii. =Momenti.= Liriche.

LA SCRITTRICE PIÙ DISCUSSA DELL'ULTIMO VENTENNIO

La ristampa delle opere di Sibilla Aleramo merita un cenno retrospettivo. Il successo del primo romanzo, edito nel 1906 e tradotto rapidamente in sette lingue assunse carattere di grande avvenimento letterario. Il gran numero dei giornali che ne parlarono immediatamente, i critici che lo esaminarono, gli intellettuali dei due sessi che lo discussero, provarono che il nuovo libro rivelava una personalità artistica d'eccezione.

Lo pseudonimo oscuro divenne celebre in un breve volger di mesi. Illustri giornalisti italiani e stranieri si recarono alla casa dell'autrice di _Una Donna_ per intervistarla e la stampa dei due mondi pubblicò avidamente notizie e illustrazioni della vita della novella scrittrice. Una voce femminile, mai prima intesa, s'imponeva così, alla coscienza dei lettori, commovendo profondamente con la sua eloquenza tragica, la sua sincerità totale, la sua umanità potente.

Il romanzo successivo, apparso dopo parecchi anni, _Il Passaggio_, non fu un successo minore, quantunque non potesse più avere il fragore della rivelazione.

Il merito peculiare di questa opera è quello di perorare verità che appassionano, senza mai mancare alle esigenze di un'arte pura. C'è in essa una nobiltà rara di espressione, una audacia generosa di confessione straziante dettata dalla più fremente delle sensibilità, e che pure non vacilla mai e tende diritta ad una sua mèta d'interesse umano, sprezzante qualsiasi interesse personale.

Dalle centinaia di articoli apparsi su quest'opera in tutti i grandi paesi intellettuali stralciamo alcuni brani di singolare importanza.

=ARTURO GRAF= _per una lunga e profonda critica nella_ =Nuova Antologia= _si può dire il più ampio illustratore del romanzo «Una donna»:_

_Romanzo_, s'intitola il libro; ma, più che di romanzo, ha carattere di giornale intimo, di un giornale a cui sia stata data posteriormente la continuità e la pienezza che da prima non ebbe, e come rifuso in un racconto, il quale procede per una sua intima forza e cui non possono detrarre gran che alcune incertezze e alcune deficienze. Noi sentiamo che esso scaturisce dal profondo di un'anima. Di qui il suo principale interesse: La donna che narra è tutta intesa in sè stessa, tutta assorta nella meditazione del terribile problema di cui cerca con ansia febbrile la soluzione. È per lei questione di vita o di morte. La condizione è, per più rispetti, simile a quella dell'asceta cristiano, febbricitante ed ansante nello sforzo ostinato di salvarsi l'anima. Che sarà poi non sappiamo; ma, per ora, il mondo esterno si direbbe che non esiste per questa donna, se non quanto serve a darle più piena coscienza, a fornirle termini di confronto e punti di appoggio. Ben poco di ozioso si può notare in questo libro. I personaggi che si muovono intorno alla protagonista sono vivi generalmente, e ben distinti, ma delineati con brevi tocchi, come da chi voglia ricordarsi per uso suo piuttosto che per rappresentare altrui. Dialogo quasi non c'è. La scena dell'azione si vede appena. Le descrizioni sono rapide brevi e in piccolissimo numero. Dice la donna tutta intesa in sè stessa: «Tutto ciò che è succedersi di impressioni, vita pulsante per eccitazioni esteriori, scintillio di immagini, eco di suoni, non può venire da me risuscitato. Pure appaiono allo sguardo una marina, un ciel di tramonto, un paesaggio alpino. E appare Roma, cuore del mondo». «Pel cielo glorioso le nuvole andavano, tutte avvolte dal sole, mutevoli e continue: le piazze, le fontane, le case di pietra e le cupole e il fiume e le pinete incise sull'orizzonte, e il deserto della campagna e i monti lontani, tutto pareva seguire il lento viaggio delle nubi, e com'esse appariva fluido ed eterno». «Lo sfavillio della massa compatta di case, di torri, di alberi che mi si stendeva sotto gli occhi era intenso, quasi insostenibile. In fondo, i monti si staccavano turchini sul cielo, e lungo i declivi le macchie candide dei castelli mandavano anch'esse barbagli. Fra i monti e Roma la campagna, l'immensità». Chi ha potuto dir questo, potrà dire molt'altro, volendo. Lo strumento non le manca di sicuro.

_Ed ecco, a distanza di dodici anni, alla pubblicazione del «Passaggio» la fervida lode di_ =RENATO SIMONI= _nei_ =Libri del Giorno= _di Milano:_

Pagine non facili: nè a scrivere nè a leggere. Bisogna scoprirne il filo delicato; e allora dopo avere gustata quella energia verbale che fa lucide e ferme le parole, dopo aver sentito che quella energia tiene salda la bella prosa, come una pietra augustamente incisa di vaste epigrafi, sopra un impeto tumultuoso che vuole rovesciarla, scopriamo l'originalità del libro, ch'è riassunta da queste parole: «Siamo nati.... per l'intimo accordo con il mistero». Il dramma di questa Rina che è la protagonista di _Il Passaggio_, è in questo bisogno di trovare le radici e le norme dei fatti in leggi occulte, in comandamenti che vengono da mondi profondi.

. . . . . . .

Libro di palpito, di angoscia, di ombra, di luce, ma soprattutto libro di poesia: la storia di questa Rina è la storia di ogni lirismo che vuole ascendere, liberarsi e divenire puro spirito; e poi, in una ebbrezza di luce e di musica, dissolversi ed annientarsi.

=FRANCESCO MERIANO= _nel_ =Giornale del Mattino:=

Chi pretende giustamente di trovare in ogni pagina scritta a scopo letterario la traccia di un'esperienza personale, un insegnamento od anche soltanto una testimonianza, può restar soddisfatto da questo nuovo libro dell'Aleramo. Raramente una donna ci ha parlato con più franchezza e intimità di sè stessa, della sua vita, del suo modo di vedere e di stimare il mondo. _Il Passaggio_ è interessante per l'originalità dello stile e per l'umanità del soggetto: è un libro che bisognerà ricordare ogni qual volta ci si troverà davanti una scrittrice, perchè segna forse l'estremo limite a cui una donna possa giungere senza offendere la sua femminilità, senza superare i confini della sincerità e della poesia. Le ricerche formali sono condotte a fondo, senza paura di cadere nel grottesco e nell'incomprensibile; la collocazione sintattica delle parole, l'interpunzione, la spezzatura dei periodi, sono originalissime. Il discorso ha ora la continuata leggerezza d'un volo cromatico, ora una statuaria solidità dovuta alla successione di pause profondamente musicali: qualità da più secoli inconsuete ad una donna, talchè più d'una volta vien fatto di chiedersi quale altra poetessa si sia mai espressa con tanta grandezza.

La virtù della parola riesce quasi ad illuderci sul contenuto attivo dell'opera: mentre, come è logico e naturale, l'esperienza si riduce in fondo alla solita gamma di sensazioni fisiche, che costituisce per esempio la trama lirica d'una Guglielminetti. Fortunatamente qui l'essenza intima della femminilità è meno turbata; si sente sì, nonostante le imperiose aspirazioni pàniche, che l'animalità è triste come dopo l'amplesso, ma non si avverte il senso di disgusto cagionato dalle artefiziose capziosità della casistica erotica. La donna la quale s'accorge che le cime delle sue dita hanno tuttora la freschezza dei petali intatti è quella che dona sè stessa consolando e piangendo, materna amante, quella che gode del piacere altrui, offerta della terra.

=PIETRO PANCRAZI=, _nel_ =Resto del Carlino:=

.... Come a molte pagine di ricordo e rievocazione del primo libro, è facile riconoscere la forza e l'autenticità della commozione, così nell'affannoso esprimersi del secondo è facile scoprire momenti nei quali la sensibilità della scrittrice si mostra e rivela in forme d'affinamento e di evidenza finora a lei insolite....

=ALFREDO PANZINI= _nella_ =Perseveranza= _di Milano:_

_Una donna_ ha il suggello di una vita vissuta. Dunque un romanzo sperimentale di tipo zoliano? dunque un romanzo psicologico alla Bourget? Nulla di codesto: un libro immediato; intessuto di pensieri e di fatti, libero da reminiscenze letterarie. Quel non so che di appiccicaticcio e di falso che forma la preparazione in Italia allo scrivere di maniera, qui, manca affatto.

Quel non so di voluttuoso, di melato di sospiroso che abbonda negli scritti letterari delle donne, qui non appare. Evidentemente l'autrice ha troppe cose da dire, troppo profondamente ella sente, troppo gravi cose ella dice, gravi in sè, le quali non hanno bisogno delle esagerazioni e della rettorica sentimentale.

Avviene anzi in questo libro qualche cosa di cui l'autrice stessa forse non ha la conoscenza piena: di mano in mano che la narrazione procede, la parola che da prima appare pavida, titubante, si fa più sicura, il pensiero si rafforza nel pensiero, si imbeve di vigore al contatto della realtà, si fa turgido, caldo, potente, e allora balena ignudo, come spada; e giunge di colpo a trovare quelle espressioni scultorie, rapide e immediate, semplici, che fermano il lettore e sono il martirio dell'artista.

=UGO OJETTI= _nel_ =Corriere della Sera= _ammira il valore sociale del libro «Una Donna»:_

Una donna che in una casa cupa come una tomba, presso un marito sospettoso, subdolo, meschino, padrona soltanto, sente soffocare nella propria mente ogni nozione del suo diritto e nel cuore ogni spontaneità, può per non morire, fuggire anche quando deve lasciare lì un bambino, il quale senza lei, presso il padre, in quella casa funebre, mancherà d'affetto e d'esempio e dovrà, fatalmente, dimenticare e dubitare della madre lontana? Sibilla Aleramo, nome nuovissimo nella nostra letteratura femminile, dice di sì in un libro che ha un semplice titolo: _Una donna_. E lo dice a testa alta, e certe pagine son così sincere e dolorose che par di udire quella donna da Lei inventata parlare con un fremito nella voce, con un ultimo dubbio negli occhi e fissarvi con la speranza di trovarvi il vostro consenso, non la vostra condanna.

. . . . . . .

Questo libro è sincero, è crudele, è modernissimo. Solo per la difesa della propria mente e della propria individualità, nessuna donna in nessun romanzo di vent'anni fa sarebbe fuggita. Oggi è possibile e questo romanzo purtroppo è verosimile.

=ALFREDO GARGIULO= _nel_ =Giornale d'Italia:=