Part 5
Baci vuole la terra, plaga disamata.
Canti vuole di felice lievità e di forte carità.
Dioniso! Dioniso!
_GLI OCCHI EROICI._
Ma — siamo poveri.
La forma grande d'un cipresso che s'alza da una riva d'acqua e taglia il monte a mezzo già brunito e a mezzo ancor rosato, svettando nell'aperto del cielo, non vale.
Siamo poveri, siamo vili, ed è fatale.
La passione purpurea si striò livida.
Divenimmo tre cose sciagurate, io e la fanciulla maschia e l'uomo che per anni ed anni m'aveva dato la dolcezza di farlo beato.
Tre pietà, tre incomprensioni.
Com'era la mia voce quando gridavo ad Andrea: «Spezzami, gettami via!»?
Quando gridavo: «Chiudi le finestre, non voglio vedere le stelle!».
Essi si guardavano talora con un guizzo di complicità; si odiavano ma si trovavano complici dinanzi al mio forsennato cuore.
Costernati sentivano la realtà del mio doppio delirio del mio doppio strazio: la potenza dell'animo che se ne avvolgeva; poi un qualche aspetto del mio viso, un lineamento, nulla, un'attesa indicibile delle vene, li riconduceva a negare — ah l'orrore per me di quell'identità d'accento! «No, dicevano, non puoi amarci entrambi, è un mostruoso assurdo, sei da tenere nel cavo d'una mano»....
Andrea!
M'intenda, se la mia voce gli giunge.
Tutto in ombra egli era.
Con le spalle curve, che parevano attestare che tutto lo sforzo avevano già fatto ond'erano capaci.
La morte gli vidi guardare e repugnare, la forza astrale, il segno silenzioso.
Ciò solo che fa grande il fatto d'esser liberi: la più inaudita libertà sente l'arco del cielo per confine, qualcosa ancora sopra di sè da adorare, segno silenzioso.
Ch'è in ogni aroma e isola gli istanti di vita intera.
Isolamento, stupore, incanto di tutti gli istanti mortali rapidi eterni.
Ricordavo la crudeltà ardente con cui i suoi occhi avevano fissato lo spazio quando avevo detto di Felice che gli ritoglievo la mia vita. E non s'erano dunque mai quelle stesse pupille posate su qualche fiorato alberello in un febbraio precoce o su qualche roseto sperduto nella calura, esistenze vegetali labili piene di pensiero?
Un riso anche labile mi pullulava segreto dall'anima, desolato più d'ogni singhiozzo, mi staccava mi lontanava, velato spiritato riso, mentre i due che amavo si contendevano quello che pareva non dovesse più mai stagnare, mio impudico pianto.
M'amavano essi?
Non alla mia stregua. Lo affermo giustizia facendomi come sul patibolo.
E m'hanno persa perchè innanzi io li perdetti. Entrambi.
Sulla terra che è tanto bella, tanto che anche i sepolcri vi s'innalzano con spiragli di luce, il mio lamento si esalava senza speranza:
«Vogliatemi bene: Vi faccio soffrire, lo so. Come una cosa vissuta, una cosa annosa. Che vi ha preceduti, che vi seguirà. Vogliatemi bene, sono tanto stanca. Ch'io vi distingua, che tutto non si confonda. Questo mio masso di dolore — va in schegge su voi — le schegge vi lacerano, lo so — il masso resta, più nudo....».
Mi risollevavo. Non era vero, non ero stanca.
Ma poter strozzare il male che mi serra la gola! Prima che s'intenebrino le cose.
Credevamo, nevvero? nel bene.
In sogno la notte parlavo a mia madre. Concitata, ma la tenerezza mi fondeva il cuore. Ah, la sua assorta rigidità!
«Mamma, sei mai stata china sur un letto, con la tua guancia contro una guancia di bimbo o di uomo, finchè il bimbo o l'uomo siasi addormentato con calmo respiro?».
Fiumane limacciose, salci riversi, vento giallastro. C'è una bontà nascosta nelle vene del mondo?
Ora sapevo. E quelli che avevo amati roventemente per un mistero di fede, creduti sopra ogni altra virilità ed ogni altra fanciullezza ricchi di germi, guardati avidi se mai qualche nuovo mito da loro si staccasse celeste, ora vedevo, ora sapevo, erano non dagli altri ma da me diversi, ora vedevo, ora sapevo.
Da me diversi. Dalla mia sostanza ingenua. Dalla mia trasparenza. Che li aveva attratti. Che ancora li sommoveva nel suo rutilamento miracoloso. Non potevano odiarmi, non potevano uccidermi. Li soverchiavo, tentavano arginare la piena delle certezze mie, nate con me, scatenando quello che avevano in sè stessi di più remotamente oscuro, invano. E innumerevoli volte, in quel seguito allucinato di giorni e di notti, colme dell'anima mia del mio balbettìo del mio rantolo, per mesi e per stagioni or l'uno or l'altro innumerevoli volte mi caddero ai ginocchi. Li creava allora la disperata poesia che in me non voleva morire? Trascoloravano. Benedetta, parevan mormorare le sfere avvicinandosi, benedetta tanta passione, di là d'ogni livore e d'ogni tormento. Il cuore non s'è sottratto, il cuore fatto per darsi s'è dato, non si pentirà mai, c'è tanta grazia anche in questo suo spezzarsi. Non si offuschino i chiari occhi eroici. Le mani hanno supreme carezze....
Poi i lineamenti si distendevano, taceva ogni voce. Guancia contro guancia, materno ritrovamento, protezione sul misericordioso sonno.
Così stanno, per sempre: composti: un lene soffio accorato, mio, su essi dormienti o pellegrini.
Così in conche d'ulivi i venti posano e ali chetamente radon le fronde.
Così quella ch'io fui per Andrea e quella che fui per la donna di cui non dico il nome, rimane per sempre, cosa bianca, grumo di pietà, è là per sempre, salva dalle furie ella che s'era alle furie abbandonata bianca, è là, io la vedo ora, preludiante cosa, l'aria attorno è sommessa e dolce.
L'hanno premuta, carne di cerbiatta. Le hanno colto in biondi sentieri more asprigne. L'hanno respinta. Lungi, coi capelli madidi sulle tempie, l'una è andata per selve rosseggianti al tramonto chiamandola chiamandola, s'è gettata a terra, ha creduto sentir emergere dal pinastro tappeto la forma adorata, per sempre lungi. L'altro, oh l'altro, nella sua scorza più chiuso....
Selve, selve incenerite su cime d'isole: tutti quanti gli stravolti aspetti della bellezza: risa di dementi, canti di forzati: selvaggia vita, irreduttibile ferocia, vita che morde che strangola, vita dei flutti e dei vulcani, nasconditrice di giustizia!
Nascosto, remoto ogni perchè.
Perchè mio figlio, ch'era mio nel tempo lontano come nessun figlio mai fu di madre, perchè mi venne tolto, non morto ma con tutte le sue salde ossa, con i suoi occhi aperti, e la bocca mutata che mi rinnega, che dice che più non mi vuole?
E come per lui, che non cerco più, ch'è più solo ricordo di strazio nelle fibre, morbo nelle mie scafate fibre quando di tutt'altro esse soffrono, così per l'uomo che non volle tenermi sorella, che mi respinse dalla sua ombra.
Rispondono forze che non hanno nomi, voci d'immenso volume, alte, ma sembrano anche di sotterra. Tutto il mio delirio, tutto il mio martirio non bastano ad interpretarle. Sperse come aromi. Sperse come aromi.
Ma rispondono. Sono.
Le odo, più non posso chiedere.
L'anima che s'è avventurata e perduta, la mia, la sollevano la sprofondano. Quasi aroma anch'ella. Centro, raggio, non so, non sanno.
O forse polline.
Dove, dove mi poserò?
E la volontà infocata che in me chiamai d'amore a questo tendeva? Il balzo fu maggior della mira. Non ci son nomi più.
Era amore. Con quanto tremore di tocco! Con quanto furore di dono!
Chi ora feconderò?
Gravi di sole eterno son gli aromi.
_LE NOTTI._
Una notte, a Cogne, bianca come le nevi delle montagne mirate il giorno innanzi.
Fra le strette pareti di legno eco di torrenti.
Profetica notte.
Anni da venire, misteriosi, con movenze libere, con intensi riposi. Prossimi o lontanissimi da venire, però miei. Non il desiderio li suscitava, ma, stranamente, quel vuoto insonne, quella lenta attesa d'alba quali fantasmi chiedenti d'incidersi nella memoria. Le cime di ghiaccio mirate nel sole, e il cammino per giungervi, abeti e larici, larici ed abeti, poi erbe e brevi cerchi d'acqua azzurra, azzurri occhi, e il mio pianto, nuovo, vena d'alpe, riasciutto indi lassù, dove Prometeo, spezzate le catene, fermo restava, placato ma non saziato — tutto questo, concretezza lucente, aveva preceduto. Bianca e profetica ora la notte.
Anni da venire. Segnati inverosimilmente da ritornelli di risa, risa schiette come certe galoppate di carminio traverso la nuvolaglia nei cieli marini, improvvise. Tanti paesi, tanti volti. Di bimbi, di vecchi, di amanti, di stanchi. E viole innumerevoli ai miei piedi, per quando nessuno mi vedrà, per me. «Sarai perfetta ogni volta che vorrai esserlo per te sola». Anima che Eraclito chiamava umida! Chi le darà dunque il tono che la morte le ha ricusato? La solitudine con tutti i suoi fragranti capelli?
Ah dolce, dolce levarsi, muovere incontro al tripudio dei prati di smalto, dolce su la fronte la fascia raggiante del mattino, in alto!
Ah forte, forte l'andar della Dora, verde schiumante tra ripe di rocce! E in alto il suo lago, il bel Combal, per un poco ne arresta il vergine tumulto e con cheto mistero l'assorbe, le insegna il sapore profondo della terra.
Ah puro, puro nella sera l'erto altare di ghiaccio, e le sette stelle in alto!
Puro d'odio il mio cuore.
E, senza più veli, l'idea dell'umano dolore.
Credetti, come già dinanzi al torso di Psiche, di poter contemplarla immota. Nell'attimo stesso mi raggrappai alla vita, e nell'attimo di poi l'idea dileguava in cielo, io riprendevo a battere contro l'opaca realtà, a tentare di trasformarla violentando col mio amore i segreti divini.
Parlo di me come d'una senza nome nè terra.
Non ho memoria di me, ne ho la visione.
Valgo se vi sollevo come fossi un atto silenzioso, una silenziosa ora densa che trabocca carezze spasimose, e la stretta vi lascia stupore e forza, gli spazi s'incupiscono scintillano, tacita alata la persuasione li corre.
Ridisceso il corso della verde fiumana, cui giacevano a lato tanti tronchi di betulle come nudi di ninfe snelle, parve giù al piano ch'io venissi dall'aver toccato in sogno qualche cattivo regno pagano.
Le nubi rimarono tra loro, serrate.
Sul mio volto il colore perdette lume.
Quanta libidine di bruttura, ebete libidine, giù fra la gente nel piano! Non sanno imaginare raggi, non sanno intendere le realtà altere, le vaste sincere innocenze, pestano pestano il suolo, sentono unicamente quella poca polvere cui interi aderiscono.
Qualcosa di definitivo accadde, se ben sordamente.
Il mondo da cui già un tempo m'ero staccata e che poi m'aveva, con obliqui lenti modi, ritessuto intorno le sue parvenze protettrici, ora d'improvviso mormorava vedendomi novamente transfuga, mormorava e s'indignava.
Ma questa volta il patto di libertà era senza remissione. Non sarei mai più rientrata nel buffo arabesco della società — (la società che all'ombra d'un suo crocifisso vuole in perpetuo che tu mentisca e ti lascia finanche morire se non rubi o non vendi.... Quale mio antenato ebbe le unghie ladre, sì che me ne vennero quei quattro danari onde m'aiutai sino a ieri? Oggi, poichè mai non cederò a far mercato del mio bacio e nei duri impieghi della mano più non reggo, dovrò trarre il pane da ciò che è forse più gelosa cosa ancora che il dono fisico, da queste mie parole, grumi di pietà....).
Se il giudizio del mondo più non ti attinge, anima, che cos'è quest'anelito ancora d'intendere d'intendere e questa speranza pur sempre d'imbatterti in autorità che tu possa venerare?
Vuoi continuare a credere negli individui, e sì, esistono, ma pur i migliori, i raffinati i sapienti, non sono che guasti frammenti della volta celestiale. Non ti stancherai mai? Dovrai anche credere al paradosso, a volontà mascherate, a compiacenze maliziose e tortuose, ad espressioni bastarde. Perchè sei nata bene, perchè da piccola sei cresciuta in un giardino, anima, e nelle notti inconsapevoli qualche usignuolo certo t'accompagnava il respiro, può darsi che la tua perfezione non possa ora compiersi se non conosci se non ammetti gli a te opposti destini, le creature che procedono dall'incerto, radici che seppero la sete, e dunque tu ancora umìliati, così vicini sono umiltà ed orgoglio, così Iddio gioca. Finito il tempo di confessarti. Devi ascoltare le confessioni altrui, e senza stramazzare. L'uomo, stupefacente giustificatore, vuol essere assolto mille volte per una volta ch'abbia assolto te. Non può sopportare il femineo viso bagnato di lagrime nè il profondo sguardo, e la storia del tuo dolore egli mai accoglierà come un dono, sempre in petto, quando non con aspra voce, ti rimprovererà d'aver gravato su l'anima sua con tutta te, ma ben chiede le tue pupille aperte su le mille pieghe che gli fanno in un sol giorno infinite maschere, su i modi innumerevoli del suo affanno, su quel sordido gorgo della vita fisica nel mezzo del fiume della sua spiritualità, su quella sua carne ch'egli detesta, sana o piagata e detestando ne aumenta l'acre dominio. Guarda, ammetti, cammina. Più tardi, questi anni ti parranno istanti. Pieni di significato. Ci fu un mattino di maggio, fervorose eran le vie della città, e due, andando senza toccarsi e fissando il suolo, si parlavano. Da quale delirante somma di parole non dette, e di parole vane od esitanti od oscure, giungeva quell'ora? Una campana suonava a distesa: «Chi vuole la verità non vuole la vita». Ma un dei due, la donna, vedeva più lungi. Magnifico il dettame virile, loico e stoico. O come dunque fervono tuttora intorno le vie terrestri? Negli occhi di Sibilla non può essere cinismo. Voler il miracolo, ecco la virtù perenne. Non morire, di là d'ogni conoscenza. Offrirsi, offrire la tentazione e il perdono, l'ombra che le belle membra fanno allo spirito e volta a volta sparire, senza morire. Nessuno sospetta. Costei non stramazza mai. Un giovine una notte le riscalderà col fiato i poveri piedi agghiacciati, col fiato commisto al pianto, ed ella troverà compensato da quell'unico gesto di bontà il lungo incredibile tempo trascorso accanto al giovine stesso, da tutti ritenuto suo amante, che non l'ha mai posseduta, che un misterioso tremore ha arrestato nel desiderio, tremore, malore fosco, lungo incredibile tempo di tortura, piedi che han seguito l'infelice nel suo passo oscillante, in un ugual ritmo di violenza e di disperazione, sui lastrici dove sorgevano bieche ossessioni, attrazioni deformi, imagini di brancicamenti sessuali, curve linee oscene. Non fermarti a dire. C'erano anche allora nei vesperi tante ali a sollevare il cielo. Purezza, linee caste della fronte in questa donna, molto più tardi, da un altro con perdizione adorato e pianto, saranno considerate furentemente: «Aspetto vergineo, inganno, perchè?». Maggior clemenza le verrà da sguardi di prostitute, in selve umane lontane, che saluteranno taciturni in lei il sorriso di mestizia e di grazia di sua madre giovine: dove sua madre non avrebbe mai osato penetrare: in selve ipnotiche; tra danze e sgargiar di lampade e di specchi, tra fumo e orli spumanti di tazze, la fisseranno occhi rossi di cocainomani: «Aspetto vergineo, di là di tanta stanchezza: forma d'alba, quale apparirà oltre i vetri fra poco: non le chiederemo che va cercando, come non lo chiederemo al chiarore rosato, tra poco». Il pullular della vita sarà ovunque un alfabeto segreto, dove persone e dove alberi, dove anche arena soltanto con traccia di onde. E i bimbi in braccio alla nutrice avranno sempre anche loro negli acini chiari tra le palpebre parole indecifrabili, mansuete e gravi come la luce stessa. Sibilla? Ella si sente senza nome nè terra. Nessuno sospetta, ma tutti son turbati. L'uomo, gli uomini, vorrebbero da lei il disprezzo dopo che le han parlato, dopo ch'ella ha saputo ascoltarli. La sua compassione li esaspera, che li identifica e li amalgama, venuti così di lontano, l'asceta come il guerriero, il giocatore come il costruttore. Fuggono, quasi inseguendo frenetici il proprio individuo. A taluni avviene di rifugiarsi in un bordello. Quando ti si dice, donna, di superare la tua natura e tu brava rispondi sì, ti si chiede, tra infiniti assurdi, anche questo, ammirare come i maschi sensi abbiano ordinato tali disumanate case nel mondo. Tu repugni, creatura amante, senti come un male sacro in tutte le membra, vorresti essere una cosa da nulla, che ti si schiacciasse più presto, e il fiato della notte invece non cessa di premerti, grande. Esseri da nulla, passivi oggetti, sono pur stati tanti corpi più o meno simili al tuo, seni e fianchi, fra le mani stesse che ti tengono. Ti sembra avvenga una trasmissione mostruosa, nelle vene in febbre ti pesa tanto sangue non tuo. E ancora l'uomo vorrebbe che tu lo disprezzassi ma non che soffrissi. Egli ti giura che non ne è degno, e qui parla per tutta la specie, sommesso e torvo. Allora — anche il tuo spirito è fatto drammaticamente per contraddirsi — vedi riemergere i lineamenti particolari di colui che nell'istante t'ama: e la sua povera storia, e la povera storia del vostro amore: tutto ciò che in sua umiltà lo separerà pur sempre in te da ogni altro, il colore, il tono dell'essenza sua accanto a te o di te vivendo: quale lo scorgesti per sempre la prima volta, quale egli stesso si ignorava, nato per ristante vostro....
Dicono i grandi viandanti di riconoscere paesi a guardarne il cielo.
E quando d'improvviso tu ritrovi per le strade della vita gli uomini che il tuo tragico istinto un tempo elesse, le rimembranze son solo d'alto, disegni di nubi o di cirri, velari turchini intensi o pallidi, che s'impressero nella tua retina come in nessun'altra — e questa è la tua gloria.
Donna di fede.
Più d'uno fu verso te — e verso sè? — spietato. Ti disse: «Va' con le tue gambe, cammina, tu sai andar sola, va'». Più d'uno che aveva avuto sorrisi incantati al tocco della tua voce, e la gioia era stata bella nei vostri sguardi, la sola cosa che ancor esistesse di là dal nodo unico di fuoco.
«Parti. Lavora».
Il viatico, sì. Quello che non si dà alle altre. Il saluto.
Vi fu chi ti coperse la fronte, su la fronte ti trasse le ciocche dei capelli, mormorando: «È troppo vasta».
Ma tu stessa un inverno in una città di nebbia nera — il freddo bussando metteva intorno ai tuoi occhi ombre mai ancor viste — non ti sgomentasti dinanzi allo specchio? La vita che non avevi temuto trasformava il tuo viso, ch'era stato di rosa, in pietra e vi lasciava da grande artefice un brivido d'eternità.
Gridasti verso chi peccava di paura. Col petto che ti doleva gridasti che non eri tu la tradita, ma che tradito era l'amore. Sapevi la silenziosa ed impotente realtà di chi fuggiva quel tuo aspetto di volontà e di luce e quel tuo insostenibile sguardo. L'uno tornava alle femmine che con rosse labbra dicono motti turpi — non ti mostrò scritte le parole di una, e ti parve d'assistere costretta? e pure vi circondavano statue, crete abbozzate dal suo pollice, un'atmosfera di travaglio, l'ansia della materia volta a vita. — Un altro si richiudeva in un suo dileggio astioso.
Doni ch'io non ebbi, sagacia, astuzia, abilità! Virtù sottili che mi mancate! Talora giungo sino a desiderarvi, a scrutare se mai vi veda inerti nella mia sostanza, se mai con la forza stessa delle mie passioni che non voglion rassegnarsi io vi possa suscitare al loro soccorso, per la loro vittoria. Ingenuità suprema, o mia anima esule da non sai quali più ariosi lidi, anima che hai ali ma non armi, o destinata a librarti sopra le tue sconfitte!
Nessuno ha mai sacrificato nulla per me.
Piccola che si chiamava Rina. Come se io avessi ancora il suo volto e il suo puro presentimento d'adolescente, libera è la mia vita dal peso d'un qualunque bene che sia costato ad altrui una rinuncia, vera o fallace. Nè una sposa nè un'adultera amante, nè un vizio nè una teoria. E nessuno s'è ucciso od ha ucciso per me, neanche se sentiva nel suo cuore che un delitto così compiuto sarebbe stato forse santificato.
Forse. A chi mi chiedeva, acre e misero, se dunque volevo il suo sangue, «forse» fu la risposta.
Selvaggia?
In lucido rapimento vivo, come scrivo.
E se la tua tempra, uomo, è affine alla mia per gentilezza o per generosa follia, ma logora mentr'io sfido ogni usura, non vuoi che mi avventi feroce contro quella tua lamentosa parola? Tu ripeti: «Troppo tardi». Snodo le mie trecce e con esse sferzo la chimera perpetua. Ti s'aprirono mai intere le vene, ti si rinnovarono veramente mai? Tu ti sei sfinito in esperienze mediocri, con spiccioli d'anime, rinunciando all'assoluto del fervore e della fede. Ti si uncinò nel petto un torbido peso, la condanna che subisci e vorresti farmi subire. Non t'attesto nulla, così stravolta e terribile? Vedo dèmoni, laddove dovrebbe agire Iddio: e mi ribello, oh lampeggiante disperazione! poi la mia voce ti grida: «muoio per amore». Puoi negare tu ch'io agonizzi, anche se sai e livido dici ch'altre volte per altri già credetti morire? Altre volte, è vero, è vero. Come ora mi davo tutta, fino al respiro estremo. Forse per ciò solo ho potuto sempre rinascere. Offrivo alla creatura in olocausto il mio bramoso dolorante intelletto, offrivo il mio spasimo di creazione, questo che s'alza perennemente nuovo nel tempo come il salmo del credente.
Io servo la vita con la mia agonia più di te che sogguardi rabbrividendo.
Più cara d'ogni altra alla vita la parola che le solleva contro implacato l'amore.
Implacato se anche ogni volta io risorga.
Con le mani giunte, stesa a terra, sempre mi trova l'ora, imprevedibile improvvisa, che mi sento alleggerire di tutta la mia volontà e anche di tutta la mia speranza, l'ora che le mie labbra in un soffio pronunziano: «così sia». Con le mani giunte, o forze segrete dell'universo, avendo fatto tutto quanto era in mio potere ed oltre.
Vengo soccorsa allora da cose che par rivaleggino con quel mio stato di lievità, con quel mio respiro che appena s'ode: dalle più tenui, petali, aromi, ombre di voli. Per mezzo talora di genti rozze ed ignare; che m'hanno porta una tazza infusa di fior di tiglio in un villaggio della Provenza; una brocca d'acqua per tuffarvi il viso, nella quale macerarono la notte stellata di Pentecoste a Capo di Sorrento foglie di rose; un rametto di violacciocche in riva ad un lago lombardo; di gente che mi vede giungere romita e ripartire assorta, mi fa intorno per istinto il silenzio, ed il gesto delle rudi mani piegate a gentilezza opera inconsapevole il miracolo nell'istante esatto oltre il quale più non reggerei.
Riprendo stupita il mio passo, d'ogni mio tempo, rapido agile saldo. Qualcuno per via mi dice: «cent'anni cent'anni di vita felice!». Perchè questa mia grazia che si fa più e più sicura, questa trasparenza dell'anima appena io l'alzo sopra la crudezza della sorte? Un vecchio contadino m'ha fermata un giorno nel mezzo d'una strada alberata: «Non avete figli? Vuol dire che il seme era cattivo» e ha scosso il capo, grave, con rammarico religioso.
Sì, forse avrei potuto divenire la donna forte dell'antico Testamento.
Invece cammino nel mondo cercando l'espressione d'un fantasma o ripetendo sommessa a me stessa il motivo felice di qualche mia pagina d'angoscia.
Se m'incontrassi, piangerei, forse.
Lontana è la pietra coperta di musco e di polline di pino, nella foresta dall'ombra bionda dove, stendendomi una volta, sentii comandare repentinamente da me a me: «Fermati, ferma un minuto, un minuto basta per attestar che hai vissuto». Lontani i tanti rifugi che mi cercai. Li credevo rifugi, isole, vigne del Signore in mezzo al mare, e la vita con me vi penetrava. Con me la mia necessità, con me la mia legge. Umili, come umiltà è negli orizzonti che sconfinano tacitamente, umili ma inalienabili. Vi penetravano idee ed imaginazioni, e realtà da ingrandire o da scrollare. Ovunque era un poco d'argilla per le mie prensili dita. E ogni spazio si riempiva del mio ansito. «Tutta l'aria intorno a noi — mi si disse — la respira la tua bocca». Provavano a crearsi, certo si creavano, in quelle volontarie distanze da ogni popolata spiaggia, cerchi d'intendimento, gorghi d'armonia. Ma l'animazione della mia volontà non bastava a perpetuarli. Lontani sono quei luoghi che a chi mi mirava parvero fuor del mondo, folti di lumi sotto larghi di stelle....
Deserte roseoazzurre le sere scendono su la mia libertà.