Part 4
Ma — rinuncia ad ogni tangibile giustizia: al mio figlio stesso; aspirazione ad uscir da me, da quella mia così atrocemente conquistata coscienza dalla forma di vita quasi santa che ancor mi pareva troppo facile, vile; l'avvenire, in millenni, che in certi attimi ineffabilmente credevo d'aver già sorvolato: moltiplicazione, ideale estensione di brividi nel tempo; chi, chi musicava di note tanto verginee le linee virili della mia fronte?
Religioso culmine — ma non sapevo di toccarlo.
Pur commisi allora il peccato di cui mi sono confessata, il solo forse concreto peccato della mia vita. Andrea m'indusse e non m'opposi. Asportò egli dal mio libro le pagine dove io diceva il mio amore per Felice. Ed io lasciai amputare così quella che voleva, che gridava esser opera di verità. Come un altro qualunque dei tagli operati sul manoscritto, come su un qualunque lavoro letterario. Uncinò i margini con parole sue. Dov'era la piccola gagliarda che si chiamava Rina, che da sola dopo tanta tribolata umiliazione aveva un giorno intrepidamente agito e s'era assolta? Ribattezzata, ripiantata. L'uomo ha un così ingenuo istinto di coltivatore!
E l'altra persona offesa? Che cosa avrebbe detto Felice alla comparsa del libro?
Lagrime che più non piango, creature perdute, selve oscure immobili nel tempo....
Parole da dire, anima mia. Parole che dici, quando il minuto ti coglie, fra miriadi, e poi senti che la morte non avrebbe potuto chiuderti la bocca senza che tu le avessi dette.
Fra la morte e la sorte, misterioso patto! T'amano le due sorelle in ugual misura.
Ali intorno alla mia fronte, meditabondo respiro, forza, elemento.
Campi lavorati dalla mia passione, e acque, e rupi, certezze, sgomenti, inni.
Visioni che diventan parole.
Accostamenti, come nella vita, impresentibili. E silenzi, gorghi, distrazioni, indi ritorni, al minuto esatto, o sorte sicura come la morte!
Non lesse il mio libro Felice.
Morì chiamandomi ancora Rina.
Non s'uccise, morì, in due giorni, dopo due anni dal nostro distacco, per non so qual male fulmineo, senza nessuno accanto, forse senza credere di morire.
M'ha chiamata? Non l'ho sentito, non l'ho riveduto. M'ha detto la cosa un mattino Andrea, adagio. E adagio ho rantolato no, no, che non doveva esser vero.
No al destino, Rina?
Ma io avevo differito, differito.... Per non dar dolore a quest'altr'uomo non avevo mai più scritto all'abbandonato, m'era mancata la forza di andar in fondo alla mia speranza, di creare, di alitare una fraternità umorosa dopo l'amore, dopo l'ultima notte vegliata sull'amore.... Miseria mia! Lasciami stare, tu Andrea. Va' via, se ti fa male. Lascia. M'era caro! Non potrò mai più fargli sapere quanto m'era caro. Il tempo s'era fermato, c'era qualcosa di fisso; anche dopo dieci anni rivedendolo gli avrei preso fra le mani quella sua testa dove i capelli erano fiamma, tenerezza, spasimo....
E non sono io qui, e tanto tempo è, Felice, che sei bianca polvere nel tuo cimitero di montagna, non sono io qui, brivido ancora, pensiero di te ancora?
Altri ho amato, dopo quegli stesso per cui t'ho sacrificato, altri più saldamente, con più fiera disperazione. Ma per nessuno forse avrò mai quest'accento che forse era tuo, cuore elegiaco, cuore che prima degli altri tremasti ti smarristi ascoltandomi. Quel mattino che ti seppi morto mi parve finita la mia giovinezza. E no, finisce invece oggi che termino d'evocarti, Felice, per chi? Da oggi non m'appartieni più, e tutto quello che di te non ha saputo fissare svanisce per sempre, e questo ch'è qui chiuso non sarà più mai che una cosa sognata e donata via, donata via, o nostra giovinezza, alla vita!
Lontananze verdi azzurre corse d'ombre d'argento, vi furono occhi che non vi vedranno più.
Oro levante dal mare, cornici di ghiaccio verso sera incandescenti, solchi di voli: in quello sguardo mai più.
Si sarebbero stancate le sue pupille? Adolescenti eterne son le apparenze.
O la beltà della terra mai si corrompe per ciò soltanto, che non tutti gli umani specchi si appannano, che taluno si frange quand'è più terso?
Còlte nel sonno, còlte in battaglia, ignare o ribelli o pronte, di giovinezze tronche son soffusi gli orizzonti, di giovinezze che non maturarono, non si sfecero, senza figli senza opere, e i tramonti per ciò solo forse nei cieli han tutti sempre magie d'aurore.
Un filo di canto, un filo di canto che mi dica di essenze senza nome, di essenze solamente, senza spiegazione!
_LE CAROVANE._
Le stagioni si seguono, ritornano identiche, c'è qualcosa che cresce, qualcosa con leggi che paion diverse, oscure — e quanto vivrà se intorno ebbe, mentre si formava, tanta mutabilità di cieli?
Fibre di donna sanno la lentezza solitaria del tempo che inturgida un grembo, ma agli innumerevoli attimi ritmati dal duplice cuore c'è un termine fisso. Chi invece potrà dirmi se quest'opera mia sarà compiuta fra un anno o fra altri dieci, essa che dovrà poi intangibile restare, opera mia, polvere stellare?
E la traversa il vento, odor di pane caldo, odor di muricciuoli muscosi, odor di trucioli sotto la pialla. L'investe, essa sospesa come veramente disgregati atomi, il vento di volontà strane.
Incominciata credendo ugualmente lontane quelle che invece rombano rombano, che folgorando lacerano l'aria. Creazione incominciata come si prega, attimo brividente della concezione, come per il figlio, e tutto il resto è più soltanto travaglio, travagliata sorte.
Morte e vita folgorano.
Tocco del sole al rintocco di mezzogiorno sui muri sulle altane sugli orti delle case tante che a mezzo il giorno m'ebbero. Vento di sera su le palpebre, sulle ciglia degli occhi che han pianto dianzi, vento dolce.
Travaglio, tormento, e fresche solitarie perle. Case ferme, nuvole fluenti.
Una pagina di bravura: scritta come fu vissuta: con dura volontà, e così poco per me! Ch'io ho in cuore tutt'altro, che par trabocchi e non posso ancora assolvere.
Compatta, stagliata bravura.
Bimba, mi separavo nettamente dal gioco per il còmpito, come un corpo stillante dall'onda s'avvolge nella rena. Poi fra gli operai di mio padre, centinaia, nell'ansito enorme dei forni — è rimasto nel mio sguardo un poco della vampa e dell'incandescenza della materia fusa? — mi sentivo innestata pulsante in quell'attività, a gara quasi con il cervello di chi la dirigeva e con i muscoli degli altri. Ho allineato cifre, diritta ho sorvegliato le opere manuali, ho portato per ischerzo dei pesi sulle braccia che qualche anno dopo reggevano il mio piccino. Figlia di padroni. Tanta forza da spendere, tanta per giungere, esangue, ad intendere la libertà lieve d'una linea di montagne azzurre, là giù....
Compattezza, assai tempo più tardi, di povere necessità, quasi inavvertite aggiunte esterne al dolore fedele: la misura del soldo, il cibo preparato con le mie mani, la vana tentazione d'un frutto o d'un poco di profumo: il lavoro per quel soldo, fatica greve di spogliar giornali di sfogliar riviste, occhi su bozze d'estranei, pennino che traduce volumi e volumi, stolidità, mesi, anni....
Le cime delle mie dita son come petali tuttavia.
Apologia di Socrate, scoperta una sera, compenso d'infinite biografie cenciose!
Vidi passare carovane. Continuano il loro andare, certo.
Donne in sale d'ospedale mi porsero i loro piccoli, migliaia di donne, poveri lineamenti duri, aride labbra. In ore mattutine ch'erano talune terse e fragranti miseramente migliaia di piccole membra nude mi si mostrarono, e le loro condanne.
Vidi luridi sacchi d'indigenza, nei fondi e nei sobborghi, ch'erano stati figli di popolo, avevano indifferentemente lavorato e rubato, ora fuorusciti di galera impassibili s'ammucchiavano.
Intorno alla città lo spazio s'apriva interminabile per la fuga. Grandi ombre al suolo. Suolo dell'Agro Romano, erano gli intenti cirri nel cielo d'oro. Tutte le forme apparivano per stamparsi così brune a terra, nomadi bassorilievi. E il bruno e l'oro, la rasa pianura e il cavo velario del tempo cantavano.
Fu un'estate, od un inverno, non so. Vidi quella maestà deserta avvallarsi come certi sguardi: e insospettate, nei campi d'ombra dove l'umano pareva remoto, bruire vite. Cose di creta, ancora o di già? M'interrogavano: «Donde vieni? Come sei bianca!».
(Dolore, dolore d'oggi e di sempre, non ti vinco, sei presente. Le imagini che richiamo nulla tolgono nè aggiungono al sapore di terra che ho in bocca. Ma, nata signora, e guerriera, scrivo, con la stessa mano che leggera ha portato ieri un tralcio di rose al giovine ferito che m'ignora. L'ha baciata egli con senso strano, e bello era il tralcio fra quel sommesso stupore e il mio sorriso di lontano).
«Donde vieni?»
Indicai Roma, come un giardino di cristallo che stesse appena sorgendo sullo sfondo di quell'immensità.
Una singhiozzante letizia, un attimo, può creare una rude legge di anni.
Mio divenne tutto il terreno di chi una volta aveva colonizzato il mondo: più mio che se a cavallo a galoppo lo percorressi sconfinato dall'adolescenza: dominio aureolato; e accanto a me videro giungere quanti con Andrea trascinai; dai villaggi di paglia e di mota e dalle imprevedute caverne, dubbiosi s'affacciarono all'arrivo della nuova gente, dei maestri, dei libri: il suolo più e più s'avvallava, verso mare, verso monte, o tutto polvere o tutto acquitrino, luccicava febbrile, mi risollevava in viso grandi occhi di rugiada, certe albe che un'improvvisa melodia chiomata di pini s'accordava al volo alto d'un'allodola.
Risero e piansero i più vecchi imparando a compitare — questo è il ricordo più sicuro di quella mia lunga opera: esso vale ch'io non lamenti la forza e la passione che le diede.
Terree dita tremanti che apprendevano una ormai vana per loro scienza, come una musica soltanto ormai.
E quivi era la giustizia: nella realtà e nella tenuità di quella gioia, loro e mia.
Parvi arruolata per sempre fra coloro ch'han l'esistenza riempiuta così, fondano scuole ed ospizi, si scambiano patetiche visite, fidano in un ordinato avvenire sociale.
Un fantasma sopraggiunge, ha il passo scalzo, ha un caro gesto.
Francesco, santo della mia valle.
Se ancora questa mente lo riceve, vadano ancora sempre trascurate le bige ironie.
Come se posta io alla sua sinistra avesse egli, quando chi sa, cancellato le braccia in modo di croce, messo la mano diritta sul mio capo, e dettomi con dolce riso, come al suo Bernardo: «andando e stando».
Andando e stando, amore.
Gioia di dare, gioia di ricevere, senza saper nulla del domani, senza nulla attendere.
Dov'era sostanza grigia di roccia, uguale e tutta bruciante, ecco freschi rivoli, colorati giochi.
Con Francesco si son rese sensibili le primavere d'Italia. Le mura si son dipinte. Per le lande s'è cantato. Oh Siena, oh Ravenna!
Mistica libertà, sapienza spaziale della mia terra, realtà insolvibile ed universa.
Andando e stando.
Fu in quel tempo che il mio povero libro ramingò per il mondo.
E c'è una zona torbida — ho detto che lo difendevo? — scisso da me il mio valore, e la cifra oscura dibattuta, aspramente: io senza quasi più respiro, che pur m'ero spogliata per immergermi nuova nelle acque e nei venti. Zona torbida, che chiamarono quasi gloriosa, zona amara, sapore ingrato.
Le donne, quelle che scrivevano, perchè non comprendevano?
Non ho dimenticato. Ma siano perdonate. Piansi su loro.
Dove giungeva senza data, ivi soltanto viveva.
Posterità. Pagine lette con certezza di spirito, messaggio di lontano, nome non importa se mai prima udito, parola che s'inserisce per sempre. Io son forse già sepolta da secoli. E quando mi s'incontra per le strade della vita da quelli che m'han letto così, mi si trova reale e remota quanto l'effige d'un affresco o d'un sarcofago, oppur la figurata in un poema, Calipso o Antigone o Isotta. Vecchi e fanciulle mi guardano con identico abbandono. Madri mi chiedono del mio bambino come s'egli avesse in eterno sette anni. Han vegliato con il mio libro su le ginocchia, hanno creduto. Tante t'han cullato, figlio!
Passavano uomini fieri, uomini scaltri, uomini semplici.
Mi consideravano in silenzio nella mia inaudita fedeltà all'amico povero e deforme.
Uno solo, una volta — aveva una voce che vibrava intensa e bellissima, nessun'altra sentii mai così sospesa nell'aria della sera, palpitante potenza — osò dirmi: «Non vi fa paura la felicità che date? È un dono terribile, e quegli che l'ha ottenuto non lo sa».
Dov'è, com'è la sua voce ancora, che non l'ho mai più udita? Che cos'è questa lucidità del mio ricordo, questa brezza ch'io se voglio sommuovo a tanta distanza di tempo, parole che dinanzi a me sola, allora, s'alzarono nella sera, e chi le pronunciò, se dovrà qui incontrarle, non saprà forse più che furon sue?
Carovane, tante.
Lunghe righe equivalenti.
Vanno, e non è vero che la terra rotea, tutto è rettilineo, non c'è vortice, tutto è separato sebben s'equivalga, carovane, tante, scalpiccìo sordo, magnetismo pesante, e soltanto a notte, quando s'accendono le fiaccole nel momentaneo ondeggiamento, simile a quando imperiale lo scirocco confonde isole e mari, io minuta sperduta ritrovo vertiginosamente il senso delle sfere, libera lanciata in preghiera, che l'indomani una danza s'allacci fra il serrato mio tormento e l'anima gioiosa del sole, oh silenzio, silenzio che aspetti!
Com'era intento lo sguardo, palpebre abbassate, di Psiche il giorno che l'interrogai.
Avevo navigato per molte ore con l'ansia unica di rivederla. Meravigliando in me stessa che mi soccorresse il ricordo di un marmo in quel ritorno ch'io facevo da paesi distrutti, gli occhi pesi di tanto spavento altrui, esausta in ogni membra e nel cuore.
La nave riportandomi traeva per sempre con me a riva frantumi di visione: una strada di ferro e di selce smossa, interminabile, percorsa un plenilunio, coi piedi feriti, tra lo sciabordio della spuma attorno a scogli d'erto incantesimo e l'ululato dei cani all'appressar d'ogni villaggio squarciato, alternandosi odore di zagare e fetore di cadaveri: una sete atroce un'altra notte, noi stesi sul pavimento d'un carro bestiame in una stazione, e voci in agonia dalle baracche e dalle ambulanze ad implorare una qualunque stilla da bere; il viso dei disotterrati vivi, il viso d'un piccino estratto dopo una settimana, che pareva alitandovi sopra dovesse doventar mucchietto di polvere; gli scoppi di risa gagliarde immemori, macchie di sole stridenti sulle rovine; e ancor dolceamaro fluttuar d'azzurro, nomi dolciamari, Scilla, Palmi, ombrie folte d'agrumeti, selve antiche d'ulivi, il candore alto dell'Aspromonte, un fermo aspetto d'eternità....
Palpebre abbassate, lucente seno, Psiche ascoltò.
Le ero dinanzi, e l'ansia permaneva. Le ero dinanzi come cosa ivi spinta da una lontananza maggiore di quella che supponessi. Già la nave andavo obliando e le terre sconvolte — e l'ansia cresceva. Una passione, una desolazione più segrete. Sentivo tornare sui mari la calma, le rovine sui lidi già coprirsi di verdura, e nuovi flagelli prepararsi, guerre divampare fra l'umana gente provvisoria....
Psiche, Psiche!
Quel suo torso, spezzato e perfetto quale l'avevo agognato, splendeva. Sommersa ogni memoria di mito. Ma forma di consapevolezza ineffabile, ecco la statua ricreava per me l'atmosfera di concentrato spasimo ond'era sorta.
Così mi rispondeva.
Una invisibile polla di viva acqua ci trasmutava l'una nell'altra. Ella ritornò per qualche attimo materia scalpellata, alitata: io mi sentii composta in linee sovrane, virtù e genio espressi musicalmente, fuor della storia e d'ogni speranza....
(Debbo morire. Finchè avessi saputo portar in me sola il ricordo di quell'istante sarei stata immortale. La divinità ci tocca, non esita ad entrare in noi, perchè conosce che non possiamo non staccarci da ciò che di più grande ci fu donato. Peso insostenibile di ciò che fu più lieve e ci rapì ogni gravame, peso da gettare poi che debbo morire, anima, rivelata bellezza!).
_LA FAVOLA._
Ho io timore? Non l'ebbi allora.
Invoco, che mi serbino il loro bene, le donne dolci e pure che ho sulla terra: il volto roseo accorato della mia sorella, nata ultima di mia madre e di mio padre, che ha bimbe ora uguali a quella ch'ell'era, a quella che ancora in certi sonni buoni riveggo e vezzeggio, cara tenerezza: il volto d'un'amica giovinetta, il quale fa quando m'appare che armonia ritorni, anche nell'ore più aspre, tanto è immagine ed essenza di musa, tanto io credo ch'ella intenda e sollevi la vita: ed altri, altri volti ancora, attenti e fedeli: donne, misteri che non tento di sciorre le più sante come le più maliarde....
Cominciò puerilmente come cominciava la primavera: voci d'alati sul poggio mi destavano all'alba, vibravano nuove; mai le mutazioni nel cielo di marzo m'avevan tanto commossa; ingenua e indocile una forza nell'aria pareva ad ogni ora pregarmi e nascondersi.
La favola era bionda. Un color caldo si moveva su tutte le cose. Qualcuno giungendo ogni giorno mi riempiva di fiori il grembo, diceva: «vieni», mi conduceva correndo all'argine vivo e silenzioso del fiume. Cantava. Due punti d'oro negli occhi, una piega violenta e luminosa nei capelli.
Innamoramento, voce dal lento volo! Lungo raggiare di sguardi, e senza che una sola sua ciocca mi toccasse la fronte, s'io chiudevo gli occhi mi permaneva sulle ciglia una festa splendente.
Baci sulle mie mani, lunghi. E le sue dita immerse nelle mie trecce, profonde come vento nelle radici.
Più vicino! Più vicino!
Trasfigurato è il mondo. Regnano le silfidi. Mi preme così la bocca con la bocca, in questo brivido vasto d'innocenza, oh luci d'oro, una che è donna come me, e fanciulla.
Una.
Iddio non mi mise in petto timore.
Iddio ha sempre voluto nel suo terribile cuore chiamarmi leale.
Iddio, che unico sopporta i miei pianti, i miei gridi laceranti, la miseria e la devastazione che sul mio viso talora balenano come su una landa battuta dalla sua notturna ira, unico anche sa s'io sono stata, s'io sono degna d'aver accettato per l'eternità il suo patto.
La mia voce non vale — chè non posso accordarla su cembali risonanti su cembali squillanti nè su arpa o cetra — ad attestare che per ogni mio ardimento ebbi tanta gloria di felicità quant'ebbi di pena. Vale invece questo stesso viso, quand'è asciutto di lagrime, il mio aspetto, ch'io conobbi il sole e ne fui penetrata e seppi le grandi contentezze, vale questo liscio di rosa sotto l'ala d'argento dei densi capelli. Un piacere forte, d'alta prateria, prova chi mi vede. Gli anni lontani e ieri ancora, tacitamente, m'hanno smaltata. Per questo che su me riluce, potere mattutino, come su una qualunque genzianella pulviscolata di ghiaccio, io mi amo, per questo, potere mattutino, illimitato, fra tutte le fantasie del creato la più magica. Amo la mia natura feminea, gagliarda in riconoscenza. Ma fortunata la sorte virile! Portando sotto il cielo la sua maschera sprezzante l'uomo m'incontra, m'abbatte, gode di me riversa, di me, nobiltà dolce di forme, bontà dolce di petali. Ore di tripudio, fra messi mature e api liete di miele. Chi dei due più s'avvicina all'infinito? La donna nella stretta, resupina, non ha quasi più sguardo; e s'anche l'abbia aperto in attesa profonda (la morte, la morte può venire, ci trovi intenti e belli e non fuggiremo) meglio fortunato sempre l'uomo, che la contempla fatta a simiglianza di soave nube per lui inserta in terra. Gioia dagli occhi gli ride. Fra messi mature o tra querele e pietre e acque, brillando l'aurora, una spalla di ninfa bianca secreta è parola imperitura.
«Tu non puoi sapere» diceva la creatura dagli occhi d'oro.
Ella supponeva a sè stessa un maschio cuore; e foggiata s'era veramente a strana ambiguità, sul nativo indizio forse del timbro di voce, forse della tagliente sagoma. S'era foggiata ed agiva. Con volontà d'uomo o d'angelo ribelle, con forza quasi di dannato — ma io, nessuno potrà mai giudicare se più demente o più veggente, ero toccata invece da ciò che in lei permaneva d'identico alla mia sostanza. Tentavo persuaderla dal mio canto: «Tu non sai». «Non sai quanto il tuo amore sia diverso, per quanto tu faccia, dall'amore che gli uomini possono darmi. Com'è leggera la tua carezza! Non mi penetri ma mi accosti — come niuno mai. Ti cedo con franco tremore, hai un piccolo nome che suona come il mio d'una volta, e un tenero rossore su la guancia se ti raccogli ai miei piedi. Balzi, cosa viva, e le labbra non ti s'aggelano come a colui che mi desidera. Sei tessuta di calore, e sei anche simile a una colonna d'acqua trasparente attirante. Non sai quanto nostra sia questa allegrezza e quanto nostra questa malinconia, così assoluta, che reggiamo perchè abbiamo ali....».
Ci movevamo in una immensa campana di vetro abbagliante, la vicendevole iniziazione ci dava chiari occhi eroici.
Imparai, amore, che il tuo mistero non è nella legge che perpetua le speci.
Più alto, indifferente, estatico.
Io bacio una creatura perchè ho gioia di saperla bella sotto il cielo, perchè mi ferma un momento nel mio andare nel mio pensare, e per un momento tutto ciò ch'io sono glielo dono baciandola.
E quella era il simbolo della fanciullezza e della corsa e della rapitrice eco.
Come una in fasce può far ch'io l'adori per le sue aperte manine, meravigliate meraviglie, o una presso che centenaria, sola e lontana, che non sa e non chiede.
Ebbi orrore della viltà mentale d'ogni vivente intorno. E la sentii insieme fatale, piansi, avevo gli anni di chi pianse nell'orto di Getsemani, la passione gravò, l'oro della fiaba si sfrangiò in porpora.
Sangue, angoscia gorgogliante, sangue, chi mi salverà?
E le vene pesanti, brucianti, invocan sollievo.
Nessuna cosa più santa di una nudità che arde e rabbrividisce e si tende come il manto delle stagioni.
Fammi morire!
Fammi morire, chiunque tu sia, è l'ora che la mia carne non può oltre sopportare, l'ora che si preparava ma che non attendevo — fermentano fra macerie i cadaveri, una statua risplende per faro — fammi morire, chiunque tu sia, l'indicibile è questa necessità che tu mi ricopra, oh calore, oh tremore, vicino, più vicino! Hai ragione anche se t'inganni, ha ragione chiunque, sia greve o lieve la sua mano, cogliendomi in quest'ora mi sottometta e mi consoli, nudità contro nudità, brivido sterile e vasto, ch'è l'ora, i sensi finalmente son disciolti, godono essi e spasimano non più asserviti alla natura, natura essi stessi ineffabilmente, e oblio e follia hanno ali sospese d'aquila.
Più su d'ogni rupe, ali sospese a saluto.
Oblio e follia si nomano dov'è la terra e il suo travaglio: dov'io stessa m'affanno, figlia di donna, e che questi nati lucidamente s'ammettano, invano, e mi stempro in vane lacrime, e le valli e i laghi non si riempiono tuttavia, mi stendo e m'avvinghio crudelmente sino a desiderare di mai più vedere a sera gli astri sereni, sino a strider di ribrezzo se una messe per me, di gigli mi piova intorno alle carni, gelida messe ch'era alta nel sole per la gioia di tutti e di nessuno. Oblio e follia in terra. Dov'è crepitìo di secca legna fra alari, dove son foreste e ruvidi frutti di pino, dove sono tombe. Tombe bianche fra grandi cespi di gerani scarlatti, lungo le vie deserte di isole verdi-dorate, o accanto a cedri o accanto ad ulivi. Cimiteri, odorosi di rosmarino, ronzanti di pecchie, profili d'un poco di mondo bruno contro un poco di cielo terso. Dove son giornate di vento lucide, e sulla duna imprecante turbina la sabbia fra cardi azzurri. E templi, bionda pietra porosa tagliata e edificata da mani greche, incanto del travertino incrostato d'alghe, nell'atmosfera paludosa che splende come sguardo in delirio templi aurati, vertici di venustà.
Terra, come sei bella! Le sere che mi appari impenetrabile, con la tua scia infinitamente delicata e nello stesso istante infinitamente violenta, parola senza sillabe, le sere che il tuo colore ottenebrandosi in valli e laghi irride, oh squisitamente, ad ogni umana eloquenza, mi dànno, esse certo, di poter salutarti così, anima librata in bacio.