Part 3
La donna singhiozza.
Non ha un solo istante d'esitazione, di dubbio, d'ombra.
È nel cavo d'una mano.
Sonno ch'io vegliai, giovinezza che contemplai assopirsi lene sul mio petto dopo una notte di spasimo supremo, creatura, fra le mie braccia dormiente creatura dell'anima mia, giovinezza del mondo respirante soave nel sonno dopo esser stata sfolgorata da una luce d'eternità, sonno ch'io vegliai adorando.
Chi fece il sogno di due amanti che riposassero così, l'uno vegliando su l'altro, dopo aver detto addio al loro amore piangendo?
In qual notte, al fiato di quale immensa passione, di là dal firmamento?
Invisibile, Insaziabile, Volontà, Verità, Forza, qualunque fosse il suo nome, come l'adorai dopo averla ubbidita! Così quale l'avevo sentita, io medesima ero stata piena di ferocia e piena di pietà, esecutrice e consolatrice, ebbra e lucida, specchio e fantasma, e le ore come onde a marea avean cantato alterne.... Le ore avean mescolato gemiti disperati e sguardi raggianti, orrore e vittoria, i suoi gridi e i miei: avevan visto mescolarsi anco una volta le nostre membra anelanti, i nostri corpi che s'eran piaciuti. Giovinezza, mio primo amato, braccia dolci da cui devo strappare la mia carne che appena incominciava ad imparar la gioia. Morire, morire! Non si può, bisogna svellersi da questo desiderio di consunzione, oh voluttà, bisogna vivere, la vita è più cruda della morte, oh labbra che non bacerò mai più, occhi che non mi vedranno mai più riversa e ridente! E il tuo cuore, il tuo cuore di fanciullo che m'ascolta e diventa uomo! Sei, oggi che ti lascio, quello che ho tanto atteso! Oggi che non puoi più nulla per me, ch'io ti lancio per sempre via da me come una mia canzone compiuta.... La vita ci vuol creatori, tu lo senti. Sale, ci sospinge. Non si sa più se spasimiamo o se godiamo. Vuole che ci si ribelli e insieme che ci si curvi. Così come ci si dona e poi ci si riprende, perchè non diventi menzogna ciò ch'è stato verità, non si trascini livido ciò che nacque ardito.... Oh nodo delle nostre vite, la sua ultima vampa è la più alta! Ci siamo trovati sulla terra per farci provare l'un l'altro questa sofferenza feconda come nessuna delizia. Per sfidare la vertigine su questa cima remota. Tutto è lontano, anche ciò che è deciso: tutto è piccolo in confronto a questo nostro ultimo abbraccio, alla forza che da me è passata in te, alla luce che ti splende sul volto, al sonno che ti coglie sul mio cuore, o creatura....
Sonno ch'io vegliai. Il mare cantava. Immobile io adoravo e piangevo. Una mia lagrima gli cadde sulla fronte; egli riaperse gli occhi e disse: «È calda come sangue. M'hai segnato per sempre. Ti benedico».
_IL NOME._
L'umiltà m'avvolse.
Profonda come le ombre violette nella valle coronata da nubi d'argento.
Io son nata a mezzo agosto in Piemonte. Ma forse in cielo in quel mio primo mattino stavano sospese grandi fantasime bianche, e nella lontana campagna d'Assisi, dove mia madre era passata da sposa, nella chiara conca di paese dove vorrei morire, forse tutta la soavità della terra si vestiva di viola.
Umiltà, senso di donna, veramente senso materno. Cima dell'essere che si è espresso in tutta la sua potenza e s'è trasceso. Vittoria estatica. Se l'orgoglio fu necessario, ahi! triste, ora è scomparso. Le inquiete ali dell'anima si ripiegano.
«Son vostra» scrissi ad Andrea. «Ma fate di non ingannarvi, amatemi nella verità, qualunque sia».
L'ora estiva sfavillava. Come oggi, a nessuna sorella avrei voluto augurare sorte uguale alla mia, che tuttavia con nessuna avrei voluto cambiare.
Poi una sera, l'una accanto all'altro per la prima volta dopo la confessione, egli mi disse: «Ho sentito stanotte che mia madre, se ci fosse ancora, sarebbe contenta». Mi disse: «Sei bella. Intendi? Sei tutta bella». Mi chiese: «Scriverai a lui di questa giornata?». Al mio reciso, un poco rauco: «No, questo non lo riguarda più», le sue piccole pupille brune sorrisero un attimo crudeli.
Ricorda egli? Nel cavo della sua mano teneva il mio cuore. «Ti custodirò» diceva. «Sento che è per sempre» susurrò un'altra sera. Palpitante e raccolto il mio cuore lo pregava: «Non dire, non dire. Io non so nulla del domani, non voglio sperar nulla. Son tua di là d'ogni attesa. Non promettermi alcuna cosa. Resta libero. Ti amo grande».
Esser per lui un momento di riposo.... Può il genio averne? La terra rotea. Fra miriadi di punti luminosi il mio sguardo d'amante non può trattenerlo che per un attimo. Esser per i suoi vaganti occhi una minuta scintilla, una stellina senza nome, silenziosa.... Quando sono stata accesa? Quali larghe zone iridescenti mi scopre egli intorno?
Estate, stagione colma, e il mio volto di rosa in preghiera, preghiera di grazie.
Panieri di pesche, fragranze e colori, brusio di piccole faccende al mattino per le vie borghesi, stridìo di rondini la sera oltre i rami della piazza. Nella sua stanza fra le sue braccia, quando giungevo egli mi chiamava Letizia, mi chiamava Chiara, mi chiamava Vittoria. Da singulti sentii scosso il suo povero torso, il pallido, magro, quasi di crocifisso, petto, dopo che vi ebbe premuto il mio di Eva, un meriggio che mi parve allo spirito ricominciar davvero la storia umana, nella calda ombria del letticciuolo, ricominciar con la nostra redenta coppia. Un figlio, un figlio! Alla vita che è buona, alla vita che è grande. Il patito volto dell'uomo, quei suoi lineamenti senza grazia, terrei, si trasfiguravano, la donna con il suo amore li penetrava d'euritmia, tutte le trasparenze del mare, tutte le radiosità dell'etere adunate squillavano nell'abbraccio. Un figlio. Con sensi trascendenti, con labbra e con mani per baci e carezze musicali ad attimi animati, a creature sorte dal respiro del cuore, a visioni ebbre di fede....
Chiara, Letizia, Vittoria. Ed un giorno, sul rovescio d'un dei foglietti dov'io nella notturna pace della pineta gli susurravo delle mie estasi, egli scrisse: «Sibilla». Nome di mistero, che doveva restarmi, nome del mio destino fiero ed altero, nome che non ho mai amato ma che ho portato come un dono periglioso, Sibilla, fiorito inconsapevole di sua durata quando un solo ancora m'ascoltava.
«Tu sei più un'ammiratrice che un'amante della vita» doveva dirmi molt'anni di poi un giovine definitore, ed io stupita assentire.
Ma in quell'estate d'oro uno solo ancora m'ascoltava, uno solo ancora credeva di conoscermi.
In tutto il mondo egli soltanto per qualche tempo potè accostare il suo orecchio a sentirmi crescere.
Rondini stridevano in cielo, vette di eucalipti rosseggiavano, fontane nel vento dilatate c'investivano. Terrazze di caffè, sotterranee trattorie, polvere degli sterrati oltre mura, ciuffi di castagni sulle cime albane in vista dei minuscoli laghi, glauchi occhi, e dell'incandescente filo di mare all'orizzonte.... Ero vestita di mussola bianca ed egli mi ripeteva: «sorridi». Tutti i temi di quello che fu il nostro canto s'accennarono. Mi mise in mano volumi e ancora volumi. Analogie singolari mi richiamavano l'infanzia, l'educazione paterna. Per esse forse con brivido tanto lucido descrivevo la bimba ch'ero stata? Ad una selvaggia venivo paragonata, una selvaggia che adoperasse con sicuro istinto i più delicati strumenti della civiltà. Già al principio della nostra amicizia egli m'aveva riconosciuto uno stile, di slancio e di dominio insieme. Ora chiedeva: «Che influenza avrà su te la mia vicinanza? Non vorrei nè turbarti nè mutarti». E con uno di quei moti contradittorî che non sapevo ancora tanto infrenabili in qualsisia cervello virile, immediatamente soggiungeva: «Ma il tuo libro avrà il mio suggello». Maschio amalgama, maschia tempra, scorza cavernosa, e il mio fluido spirito a permearla in quell'estate dorata come nella mia puerizia, o similmente alle nuvole che veleggiano sui dorsi dei monti assumerne le forme via via ad istanti, proiezione in cielo delle dure cime. «Tu non guardi gli aspetti del mondo, hai gli occhi rivolti sempre al di dentro....» Rose, in verità io vi aveva viste sin allora soltanto come parvenze che non fosse necessario fissare, nominare, distinguere, rose, eravate inserte nella luce della vita come le gradinate di pietra, come le correnti vetture di metallo di legno di vetro, come i balenanti denti di bocche giovanili, rose, biondi pallori d'aurora, ondulamenti d'acque, seni di statue, remoti folti di astri.... Vi eran state notti in cui mio padre m'additava talune costellazioni, ed io amavo smarrirle in quel lassù forse tumultuoso del quale sapevo non mi sarebbe mai giunta l'eco. C'è bisogno di guardare ciò che splende? La mia attenzione andava unicamente, sì, alle cose invisibili: andava agli inafferrabili accordi della mente, ai loro riflessi sulle fisionomie umane, brividi di polsi, pause dense intense.... Non il creato mi stupiva, ma l'uomo, il portatore nel creato d'una nascosta fiamma. Con prona passione spiavo nella sua coscienza la volontà dell'universo, il secreto ordine dinamico. Spiavo, sorprendevo. Oh solitudine! L'uomo mi s'erge dinanzi come se veramente io facessi parte dell'inconsapevole: come fossi fiore, nido, stella: e di tutto il suo interno travaglio, dell'assalto ch'egli mena temerario alle ragioni e alle forme, d'ogni concetto e d'ogni architettura neppur in minima guisa io son complice: donna, sotto la specie dell'eterno, immota, contemplante lontana.
«Sorridi»!
Con il sapore del mio bacio ingenuo e del mio sorriso io gli trasmettevo fede. Trepida attendevo un dono più grande del mio.
«Mia creatura» mi diceva, e pur talora si dissolveva come un bimbo fra le braccia della madre al buio, oh quanto umano, col terrore e il rancore del bimbo scampato all'incubo.... Povero, povero caro! A mia volta lo chiamavo per nome, in spasimoso impeto aderendo a quella sua realtà bisognosa. Fiori passavano dal mio sangue al suo, tutte le cose festevoli che la sua infanzia non aveva avuto, la baldanza candida della sanità e della ricchezza, quasi il bel color sulle guance. Si persuadeva, vedeva giardini dov'eran state paludi, e la figura di sua madre fra le aiuole smaltate m'assomigliava, le labbra aperte al canto.
Gioia, eri come un dipinto che sbocciato dalle mie dita io venerassi.
Lo intese Felice il giorno che ci rivedemmo, e fu l'ultima volta che ci rivedemmo, il giorno ch'egli mi trovò accanto al letto di Andrea ed il pomeriggio era mite; Andrea posava convalescente fra i bianchi cuscini dopo settimane di malattia. La malattia s'era abbattuta pesante nella stanza del mio secondo battesimo, m'aveva dato in balìa totale la carne e i nervi del mio amico, forse non per altro era stata mandata, perch'io mi sentissi necessaria dove mi credevo alto giuoco. L'infermo guariva alle mie cure. Indicibile metamorfosi dell'amore in tenerezza, passaggio incalcolato dalla libertà alla schiavitù, volere in ombra, ticchettìo dell'orologio, ticchettìo uguale dell'orologio. E Felice, che dopo l'accettazione frenetica del sacrificio m'aveva scritto e riscritto delirando di rimpianto, come un bendato che fosse stato condotto attraverso regioni in sole, protestando che non voleva rassegnarsi, giurando di riprendermi, Felice venuto acre e tremante per coglier agli angoli della mia bocca un fremito irrefragabile, stette fra noi due un'ora, un'ora che neppur alla sua anima certo egli mai potè raccontare, fra la zona azzurra della mia grave soavità e la zona rosso-bruna dell'uomo sicuro, sostò, viandante com'egli amava chiamarsi; forse non parlammo che d'ali migranti, poi ch'era settembre....
Vespero di settembre, in cui non vissi il mio dolore! Quegli che s'allontanava disperato e persuaso non fu seguito neppure dal mio pensiero silenzioso. M'afferrò il gorgo d'un'altra sofferenza, lo stupore per l'improvviso tormento fosco di colui che fra i guanciali pareva voler inabissarsi, nascondeva la fronte, mi mostrava soltanto le spalle e le mani contratte. Morbo fin allora sconosciuto, che respirai, atroce gelosia del passato, fame di spettri! E rantolava: «Egli è bello, devi averlo amato più di me....». Ah uomo, uomo! Venivo da un limbo dove i moti irriflessi dell'istinto m'avevan per tanta parte della mia giovinezza colmata di disgusto; ora credendomi balzata nella sfera dei viventi, nel dominio d'un dei pochi che sanno o cercan di sapere perchè son nati, volevo giustificare anche ciò che più ingenerosamente mi colpiva. Lasciatemi dire, aiutatemi a dire. C'è una creatura fresca come l'istante che sboccia sul prato o sul greto, che non ha nulla dietro a sè, non appoggi, non esempi, e sporge la fronte rotonda. Che le dovrebbe importare l'istante di prima e quello di poi? È fatta per darsi, e per cantar la gioia che dal suo donarsi viene a splendere sul volto del mondo. In che la possono toccare storia e religione, poichè è l'innocenza? Ali violette di ciclami, ali rosate di conchiglie l'appagano. Ma quegli che il seno nudo di lei trova più dolce di qualunque riviera carezzata dal tramonto in un paese felice, non si contenta tuttavia. Forse ha torto, ma la potenza che lo trascina a tormentarsi, la terribile manìa dagli infiniti aspetti gli soverchia l'anima, e la fresca creatura dalla fronte rotonda comprende questo, ella è intelligenza ed amore, soffre ma comprende, giglio della valle vestito di luce, allodola salva da ogni uragano, fatta per cantare è costretta a meditare, a coltivare in sè facoltà senza grazia, oh polverosa memoria, oh asmatica logica!, è costretta ad analizzare e a notare, a trovar senso nei nomi astratti, senso nella categoria dei valori, nell'asceta come nel guerriero.... Asceta e guerriero, per voi! Voi affermate che siete spirito e ch'io sono natura, e forse non v'ingannate. Se io, immolandomi, con la tenacità d'uno sforzo che non saprete mai quanto tremendo, vi provo che posso riconoscer tutto di voi, con le stesse parole che vi foggiaste, catene di piombo per me, se vi do la testimonianza lucida di come la mia vita di donna fu attenta ai vostri modi e ai vostri fini, non riaccosterete voi nella vostra lealtà i due termini che con frusto orgoglio dichiaraste inconciliabili? Poi venga, forse un'alba forse una sera, come l'improvviso fior bianco di Espero contro cieli di viola e di fiamma, qualcuno con squillante riso, una giovine meraviglia, una divinità duplice, e ci annienti nel suo abbraccio, oh sapore di vita conclusa!
Ali di ciclami, ali di conchiglie. Foreste dall'ombra bionda, dune lunari. In un giorno di tempesta, senza traccia in cielo di colore, scorsi d'improvviso il più vago iride in un breve lembo di schiuma lasciato da un'onda sulla rena. Specchio istantaneo del celato sole, evanescente imagine dell'invisibile.
Brage infuocate all'estremo orizzonte, in tramonti d'ogni stagione, per le mie mani, amore!
E il fondo della stanza s'irradia, la stanza coi muri bianchi lassù presso la pineta, coi muri bianchi qui dove a quel tempo penso. Fra i due schermi in attesa tutto ciò che s'è proiettato mi sfida. Immensità, ti si vive, ma non ti si rende.
Un ponte.
«Per te» dicevo all'effigie di mio figlio. Ma non era per lui soltanto e già mormoravo: «Se egli non m'intenderà, questo che faccio non sarà tuttavia vano».
Vedo quel tempo, di là dal ponte. Tutto ciò che non scrivevo: l'alito autunnale, l'affiorar dei colchici, il deserto a losanghe staccionate, le agnella che nascevano fra le greggi nomadi. Certe ore sospese, quasi riverse nello spazio, la terra invadendo il cielo. Il ritmo che sovrasta, me inconsapevole, tutte le mie energie: che, certo, prometteva di palesarmisi, fosse pur fra dieci anni, prometteva di non smarrirsi se anche non gli avessi porto orecchio: ch'era, di già, nel mio passo e nel mio sguardo, in quelle ultime camminate per la strada dominante Roma. La città dove il mio destino pareva inciso in pochi rudi tratti: devozione all'opera, devozione all'amico: poi, forse, intorno al capo stanco le braccia del figlio. Rudezza, oscurità, coraggio. Bruni scendevano taluni pomeriggi ad avvolgere la casa solitaria, la pioggia mutava in nubi i campi, il freddo m'interrompeva la fatica.... Brividi, fors'anche di febbre. Se qualcuno m'avesse detto «Che cosa hai?» non avrei udito. «Perchè ti batte così forte il cuore? Che vedi? Sembra che tu non abbia mai conosciuto nè dolore nè gioia o che tu abbia tutto dimenticato, sembra che la tua vita non sia che una spoglia, qualcosa che non t'appartenga, e il tuo respiro ha la violenza dell'acqua e del vento....»
_IL PECCATO._
Sette anni. Un albero di folto fogliame.
Le foglie, giorni, ore, attimi, han bevuta la luce, tutta, si son lasciate, tutte, penetrar dall'aria. Nulla che non sia stato in pienezza sentito e consumato.
Che cos'è la nostalgia? Richiamo desolato di emozioni interrotte, stroncate, di cose intravedute e non possedute, di luoghi e di età a cui non potemmo darci interi. Io non ho nostalgia della mia perfetta infanzia, l'ho della mia adolescenza trafugatami. I mesi in cui allevai il mio bimbo, se in mente li rivivo, appassionati e radiosi, stolto sacrilegio sarebbe rimpiangerli. Così non soffro, ora che è chiuso e lontano, pensando al tempo in cui Andrea ebbe per me la sua vita paga e colma. Quando lo sentivo felice, e n'ero ebbra. Quand'ero giunta, oh istinto della donna, istinto abnegante, per lui liberare dai mostri del dubbio, da ogni paura del passato, ad avvelenarne le vene mie create sane. Che per lo spettacolo del mio tormento egli si sentisse più certo della propria gioia, poi che tale era la legge dell'anima sua! Un rantolo sfuggitogli una volta, quanti doveva generarne nel mio petto: E gli dicevo: «Se qualcuna delle donne che hai desiderato, se l'ultima, ecco, apprendesse da me ad amarti e ti si offrisse, oh mia vita, non farei un moto per trattenerti....». Gli dicevo: «Come posso illudermi di bastarti, e che tu abbia dimenticato tutte le altre, quelle che non ti si son date e pur affermavano di volerti bene, quella ch'era vergine e aveva le guance di pesca, l'altra ch'era fastosa dominatrice, e questa, questa ch'è qua vicino, che ha l'arma ch'io non avrò mai, l'ironia su labbra sottili?». Le compiangevo di non averlo saputo adorare. Vissero nelle mie allucinazioni, esse che m'ignoravano, vissero esaltate e beate or l'una or l'altra, ringraziandomi e schernendomi. Io che non avevo mai assolta in cuor mio mia madre d'aver perduto per gelosia la potestà su sè stessa, infinite volte mi sentii a mezzo il sonno svegliar in tortura, chiamata da un'acqua profonda per sottrarmi alle fiamme, com'ella certo il mattino in cui si gettò dalla finestra sul selciato.... «Bisognava resistere, mamma!» ferocemente io le avevo gridato quand'ella fu salva nel corpo ma per sempre colpita dentro la fronte. Ah tutto che senza pietà, inesorabile come la luce, pretese in me lo spirito dalla forza umana, tutto venne a me stessa via via dal destino proposto, tutto dovetti con me stessa col mio sangue dimostrar possibile!
Non scagliar pietre, giovinezza senza peccato!
Libero, non più tremante, egli conosceva per la prima volta in vita il calmo senso del possesso. Una donna era sua, gli apparteneva, si consumava per essergli ancor più in balìa. Una volta mi spiegò: «Ti amo, vedi, come da noi si ama il proprio pezzo di terra».
Vi son migliaia di foglietti che io non voglio rileggere, d'allora, inchiostri impalliditi, matite svanienti, vi sono, in pacchi alla rinfusa nel mio fardello d'errabonda, migliaia di note ch'io prendevo null'altro che per necessità di riconoscermi, di là da tutto quanto avevo raggiunto, di là dallo stesso libro che scrivevo che pubblicavo che difendevo, note di stupore il più sovente, note di spasimo, analisi, indagini, divinazioni e puerilità, getti, smarrimenti, tutti i miei sensi che cedevano al verbo, che del verbo si sostentavano, la malinconia che gli uomini han raffigurata in Narciso, un pudore selvaggio, una selvaggia nudità, recondita ogni legge ogni armonia, migliaia di pagine senza data, fronde accartocciate per guanciale alla mia stanchezza se mai una volta la stanchezza mi vinca.
Per il riposo che mai conobbi durante una notte intera, durante un'ora diurna intera.
Ventilavano senza pietà per me tutte le mie energie a ristorar la fronte dell'uomo che volevo benedicesse così sempre la vita. Fresco balsamo io gli ero in virtù delle orge di pianto cui m'abbandonavo quand'egli non mi vedeva, in virtù del tormento inacquetabile che dava alle mie pupille uno scintillìo di più serena notte. Lo interrogavo nel sonno pregando che l'incanto su lui durasse, ch'egli non si svegliasse. Come era così rapidamente passato dalla sua cupa negazione umana a tanta ferma fede! Non per la bellezza dell'anima mia ch'egli non la sentiva come sentiva invece ogni sera ed ogni mattina il mio corpo; chè gli era questo, davvero sì, simile al pezzo di terra che ci sostenta. Era bastata al miracolo la mia forma lucente, il calor del mio petto, non m'illudessi! E la verità gli sarebbe riapparsa menzogna s'io ammalassi, s'io morissi, questo mondo in ansito perpetuo non l'avrebbe più esaltato? Come saperlo, se mi faceva sobbalzar di terrore la vista solamente d'un corrugar delle sua ciglia nel sogno! Ero la schiava della mia forza: della mia creatrice immaginazione ormai: del ritmo impresso al mio cuore. Il mio potere era questo: far trovare buona la vita. La mia forza era di conservare tal potere anche se dal mio canto perdessi ogni miraggio. Amore senza perchè. Senza soggetto, quasi. Occhi miei che non avevan feste e non si dolevano. M'avrebbe amata senza la mia bellezza? Volto ch'egli m'insegnava ad incorniciare, snello mio corpo austeramente sdegnoso fin allora di qualsiasi specchio! Tanti credettero, vedendoci accanto, ad un mio sacrifizio fisico! No. Altro gli gettavo ai piedi, ed egli non lo seppe veramente mai, egli che pure m'aveva detto: «devi aver confidenza in me». Confidare. Non vuol dire certezza d'essere indovinati? E l'avevo subito perduta. Quei miei fogli d'appunti io li nascondevo, sola cosa mia che non gli permettevo di conoscere, unica mia gelosa proprietà. «Non hai bisogno della mia anima — gli dicevo guardandolo dormire — e perchè dovresti accorgerti che soffre? Hai la tua da alimentare, da conservare, da difendere. Ci credi uno e siamo due. Sei tu centro del mondo, tu con la tua visione ormai immobile nella casa ben salda della tua mente. Ti mancava soltanto questo, povero bimbo grande, l'equilibrio organico e con me l'hai ottenuto. Riposi così tutte le notti con la mano sul mio cuore: e ti basta il suo bel respiro. Tale è il tuo amore, senza struggente sete di dedizione, senza voluttà di sconfinamento. Non sai la vertigine di me che son pronta a sparire se tu lo voglia, se debbo farlo, se lo esiga la tua missione, il tuo maggior bene. Questo annegare lucido del mio essere. Ti porto ogni sera una ricchezza più grande, e la brucio in silenzio fra le tue braccia, che tu veda null'altro che un bagliore caldo su la mia pelle. M'accresco, m'accresco, della folla bruta che rasento, dei bimbi che mi trattengo dal carezzare, del boccone miserabile che trangugio freddo, d'ogni luce che svaria, d'ogni domanda che mi rivolgo sempre più spietata. Non un mio minuto che non sia tensione, sforzo. Confondermi volevo con il tutto e son da tutto così staccata! Anche dal mio libro, povero umile attestato di resistenza umana; cosa rigida, senza benedizione, senza sorridente divinità.... Dio. Mi si manifesterà nella tua poesia? Tu, se hai il genio, fa' di me quel che vuoi. Io non posso che ardere, intera, quale sono, quale divengo di sera in sera....».
Dio.
No, non lo nominavo.
Ma — una catena di cuspidi è la vita.
In monti s'elevano i costruttivi giorni che il dolore sfidarono, il dolore laggiù nel piano, il dolore, mare, oceano, acqua stagnante o tempestosa.
Cime bianche, vertici di lunghi anni, ridenti vertici nel sole!
Non nominavo in quel tempo Iddio.