Il passaggio: Romanzo

Part 2

Chapter 24,031 wordsPublic domain

Amore, speranza di miracolo! Potenza in te dormiente, perpetua attesa del suo risveglio!

Amore, a te m'ispiravo, e non alla piccola creatura: all'idea di te, misteriosamente sorta dal fondo della mia sostanza: amore, guardavo a te che non conoscevo, e che pur crescevi nell'anima mia come altra volta mio figlio nel mio grembo: tu mi volevi per servirti, attiva e pur estatica per servirti e adorarti....

Amore, e t'imparai.

Imparai a tendere le mani alla brace infocata all'estremo orizzonte.

Imparai a desiderare, a rinunziare, a prodigarmi, senza chieder compenso mai, senza mai ricever dono che valesse il mio.

Amore, ma tu mi trovavi bella, io lo sapevo.

Tu mi facevi persuasa che ti meritavo.

Ero mai stata donna, fino allora? No, neppure partorendo, neppure nutrendo con il mio latte mio figlio ero pervenuta a sentir in me la ragione della mia esistenza e quella del mondo. Il mio bambino l'avevo adorato, ma come una parte di me, più arcana, che m'attaccava, sì, viepiù alla terra, ma ancora interrogando, senza il mio consenso, senza l'accordo della mia volontà con la volontà della vita: mio figlio non era frutto d'amore, non era neanche, povero piccolo palpitante cuore del mio cuore, non era figlio di tutta me, era nato da me prima che fossi io stessa tutta nata, prima ch'io fossi veramente fiorita.

Come una grande rosa al sole la donna s'apriva ora, e il profumo n'andava lontano.

Mettevo nella lettera la mia giornata, ogni sera nella bianca busta l'essenza mia.

La riceveva l'uomo lontano, la respirava.

S'io guardo e carezzo un volto amato, la vita si sospende in noi e intorno a noi. S'io prendo fra le mie braccia colui che amo, e con lui mi fondo, la vita che clama nel nostro sangue non è già più dell'una nè dell'altro. Ma s'io parlo, sola a solo, s'io scrivo su un foglio che soltanto due occhi oltre ai miei leggeranno, veramente io mi trasmetto, qualcosa di me per sempre passa in te, ch'io non riavrò più mai, che tu porterai con te nella morte....

Amato, sei lontano, tutte le tue ore io non posso che figurarmele, per la mia sete. Guarda, è il mattino, ed io sono nell'orto, con la treccia su le spalle, e sembro la sorella di mio figlio, ma negli occhi la notte non m'ha lasciato che orrore. Pur rido al bambino, rientro con lui in casa le braccia colme di fiori e di verde, e nell'ombra silenziosa ci stringiamo, poi io lo faccio leggere sillaba per sillaba, gli guido le dita a scrivere. Le ore passano, il piccolo è stanco, va a giocare, io resto sola. La posta non mi porta nulla di tuo, neppur oggi. Da tanti giorni! Perchè ti amo? Rammento appena il timbro della tua voce, come l'intesi dietro a me una sera che mi scorgesti nell'atrio d'un teatro in città e mi salutasti lieto.... Perchè ti amo? Non so il tuo bacio, non ho mai visto in fondo al tuo sguardo. Nè m'hai detta mai nessuna parola che mi sia penetrata nello spirito rivelatrice, fecondatrice. Ma, vedi, sei libero, sei giovine, hai tremato al mio accento: e io ho sentito, appena ho cominciato a parlarti, ecco, che potevo farti la vita più forte e più grande, e forse farti felice: ho sentito che c'era in me la potenza di far felice un uomo. Prima non sapevo questo. Non sapevo che il mio istinto era di dar felicità, e di amarmi in un essere felice anche per mia virtù. Quanto gelo, nonostante i miei venti anni e il mio bimbo e la passione e l'orgoglio per lo sforzo mio e per tutto lo sforzo umano! Non sapevo che cosa mi mancava: un'anima, dove la mia anima si riflettesse. Amore, intimo specchio, amore che mi trovi bella! E quando mi scorgi sei beato. Non sottrarti, non fuggire! La vita comincia adesso, per te come per me. Ti amo, vedi, per la tua esitazione da vincere, per la tua stanchezza da guarire, per le tue accorate e vane nostalgie a cui oppongo il fervore dei miei presentimenti: ti amo per quel tuo smarrito stupore s'io ti parlo e ti esalto la vita. Amo quel che tu puoi divenire se credi in me. Hai fede? Sono una piccola donna, remota e ignota, ma la mia volontà di conoscere e di creare è più vasta e più intensa della tua. Se tu mi dai la mano, anche così da lontano, la mia volontà passa in te. Questo brano, se anche null'altro avvenga. Che tu creda a questo mio cuore come a cosa che arde più del sole, e che tu sappia, di giorno e di notte, ad ogni istante, che i miei occhi, pur nel sonno, hanno la visione del tuo sorriso; il tuo sorriso, che forse non fiorirà mai presso il mio volto; un sorriso fiero, o mio amore....

Amore, speranza di miracolo! Potenza in te dormiente, perpetua attesa del tuo risveglio!

Gli ulivi al sole son d'argento e fremono e fervono: grandi azzurre acque si stendono di là dalle rame brunite; e un brivido le sfiora. Il volto del mondo non è mutato da quando io avevo quindici anni e non muterà fra mille: raggiante e silenzioso mi guarda più ch'io non lo guardi; mi guarda, piccola ma sola, viva per poco ma nuova sempre.

Evocavo per l'amore la bella adolescente ch'ero stata. E improvvisa la mia necessità fu di dire, per la prima volta, come quella mia adolescenza era stata uccisa. Sogni di vergine ch'io non ebbi il tempo di sognare, nubilità che non conobbi, mia violata vita! Doveva venire l'amore perchè io comprendessi finalmente. Ma senza onta e senza livore. Nè era per suscitar pietà nell'amato che gli confidavo la feroce tristizia della sorte subita tant'anni innanzi. Non volevo esser compianta, quella sorte non m'aveva distrutta, e non m'impediva ora di denudarmi idealmente, di compiere le vere mie nozze con lo sposo degno di saper tutti i miei secreti....

Lettera nuziale, scritta in una notte di maggio, in una stanza d'albergo solitaria, e dopo che fu scritta una vertigine m'abbattè la fronte sulla tavola, sentii uno strano sapore in bocca, e realmente un rivolo rosso m'uscì dalle labbra, tinse il margine dei fogli.... Sangue misteriosamente affiorato col getto dell'anima, lettera consacrata....

Quando mi rialzai andai alla finestra. Da una linea dolce di colli inselvati di cipressi l'alba sorgeva, argentea: un fiume scorreva verde fra tenui veli. Arno! Arno! Il vento mi passava fresco tra le ciglia, dissipava ogni senso di malore. Ero a Firenze per la prima volta, sola, per un impreveduto caso. Sarei ripartita la dimane, ansiosa di riveder mio figlio. Pur dianzi la morte forse m'aveva rasentata, in quella stanza di locanda, china su un foglio dove, se la morte mi prendeva seco, occhi estranei avrebbero scoperto, irridendo e profanando, tutto ciò ch'io ero stata.... Perchè non tremavo?

Anima mia, tutte le angosce hai conosciute ma non quella di contendere paurosamente con la tua ombra, non quella di sentirti impreparata a divenir ombra.

Sei una cosa sola, che tu viva o che tu muoia. Ad ogni istante, se anche nessun'altra nell'universo ti assista, e nessuna testimonianza ne resti, sei di te stessa sicura e puoi trapassare in pace. Sicura pur se deliri o se erri o se affranta giaci al buio. E sai di non recar con te nel mistero una stilla sola di odio verso la vita.

Solitudine silenziosa nell'ora estrema, prova estrema che forse t'attende, morte che può giungere mentre la vita ti ha chiesto qualche terribile atto e tu lo compi e nessuno fuor che te stessa può intenderti....

Nessuno mi vede, che sappia assolvermi....

Anima, tu sai patire anche questo.

Eri sola e muta quando sorgesti dal nulla, e non hai terrore se nel nulla dovessi rientrare muta e sola. Hai vissuto, sei stata fiamma, lo sei in quest'attimo che può essere il tuo ultimo — e altro non chiedi.

Ma perchè piansi la sera di quello stesso giorno, mentre andavo sotto i grandi alberi lungo il fiume, e mi giungeva suono di musica, non so più se lieta o malinconica, e la folla passava e passava di là da siepi fiorite di rose?

Povero mio petto scosso da singulti silenziosi, ritmo che mi giungeva col vento, sera che scendeva sulla primavera, pietà immensa, pietà immensa e desolata, abbandono d'ogni volontaria fierezza, pianto nella sera sulla mia sperduta miseria, sulla realtà infima del mio solitario anelito, presentimento intraducibile, sere e sere e sere di primavere venture, deserte, struggenti, fasciate di brividi!

E ancor oggi, tanto tempo è che il nostro amore è morto, tanto tempo è che tu stesso, Felice, sei morto, sei bianca polvere nel tuo cimitero di montagna, io piango in cuore se penso che non venisti dopo quella mia confessione crudele a cercarmi.

Parve, sì, per un istante, che ti promettessi a me, turbinando nel tuo spirito ammirazione e fede. Ma poi, subito dopo, tacesti. E per mesi restai senza più una tua parola. Restai, atterrita dallo sgomento che in te intuivo, spasimante per la tua impotenza a tradurre in verità di vita l'imagine che di me t'avevo data, di me, di te e dell'amore.

Quel mattino di settembre in cui alfine arrivasti improvviso, e io ti avvolsi in uno sguardo di cui portasti in te il senso sino all'ultima tua ora, mi dicesti: «Non t'avevo veduta.... Ora.... son tuo....».

Da lontano mi avevi trovata grande, ma bisognava che tu mirassi il mio acceso volto ed i miei occhi radianti per sentirti avvinto: così è, così è.

«Perdonami» io mormorai, non quel giorno ma più tardi, la prima volta che ci baciammo, «Perdonami» ripetevo ogni poco, ma tu non sentivi, ebbro di gioia.

Io stessa non sapevo perchè quella parola mi salisse dal profondo. Forse più che a te chiedevo grazia a me.

Anche il tuo viso era chiaro e fiamme erano nei tuoi capelli e bello per la prima volta trovai l'ardore virile — fervente luce d'estate sembrava vaporare dal tuo giovine e snello corpo mentre godeva d'abbracciarmi, poi la voluttà distendendo sul tuo sorriso una gravità mortale fu come se mi donassi la tua vita — sul petto ti tenni, ti contemplai mio — oh, caro ti sentii, con dolcezza e con tenerezza infinite, ma lo scambio perfetto dell'offerta non era avvenuto, l'estasi perfetta non era scesa su me....

Ti finsi la felicità che non provavo, o semplicemente tacqui? O avevo sul viso il riflesso dell'ebbrezza tua? Forse non mi chiedesti nulla. Mi ringraziavi sommesso e superbo. Come se io ti avessi dato soltanto allora la prova del mio amore, soltanto coll'allacciare alle tue le mie membra.

Vita, a ciascun velo che la mia mano da te distacca tu resti ancor avvolta da un altro velo, e i miei occhi nelle grandi orbite sotto il grande arco della fronte si fanno più e più profondi, tentando ogni volta di vedere senza lacerarti che cosa tu sei, ogni volta inutilmente, vita, giorni tutti da patire, veli tutti da sollevare, mistero che vuoi essere riconosciuto da ogni goccia del mio sangue fin che le mie vene pulseranno!

Egli mi ringraziava. Io gli chiedevo perdono. Eravamo giovani, entrambi di natura candida, figli dell'alpe, figli del sogno. Esprimevamo irresistibilmente, ciascuno per sè, la propria nuda verità in quel mormorio quasi inavvertito fra bacio e bacio. Eravamo fanciulli candidi.

Non si parlò di rifare il destino.

C'era sole per i giardini dove camminammo, assorto ciascuno in sè pur tenendoci per mano, prima di lasciarci.

Dolce era la sua mano, dolce il volgersi del suo sguardo azzurro verso il mio. Era nella bionda luce creato fra le piante e le acque per accompagnarmi in quella mia ora con mite silenzio.

Forse non altro era l'amore.

Da sola, da sola prendere il timone della mia sorte!

Assumere, chiara, grave, tutta la coscienza della mia intima libertà, inalienabile libertà.

Da sola giudicarmi, da sola tendere l'orecchio al comando interno, da sola ubbidire.

Anche se l'amore fosse altro, fosse quale l'ho contemplato in me meraviglioso di virtù, c'è qualcosa ch'esso non attinge, non attingerà mai, nodo fondo del mio essere, fibre di sogno, fibre segrete, corde di volontà invisibili fra la mia prima e la mia ultima giornata....

Ascóltati nella tua sostanza, donna, ch'è tua soltanto: fa' di udire quel ch'essa per sè richiede, tu sola lo puoi, nessuno varrebbe ad aiutarti, ascolta, di là d'ogni sentimento e d'ogni idea, oltre il tuo supplizio e il tuo diritto, oltre anche la tua maternità, dove uguale statura hanno sacrificio e ribellione, umiltà ed orgoglio, ed uguali pesano gioia e dolore, la tua legge parla — ascóltala.

Parla tremenda.

Tu l'intendi.

Ricordati.

Ricordati, per tutto il tempo avvenire.

E se nella tua ultima giornata, dopo migliaia e migliaia di giornate inesorabili, tu giacessi esangue in un deserto, invoca la morte se vuoi, ma ancora ricordati d'aver ascoltata la tua legge nell'ora lontana, e non rinnegarla chiudendo gli occhi.

_LA FEDE._

Mentali imagini, lampi d'intimi simboli, parole che furono visioni, squarci d'orizzonti, richiami, richiami, densità di coscienza, violenza silenziosa onde l'anima è tratta nel tempo lontano, nei luoghi lontani, tensione della vita verso ciò che fu, verso la verità che è nelle morte ore vissute, spasimo, vertigine, strazio e voluttà delle fibre bramose struggendosi di creare!

Casa solinga presso la pineta, ginestre per gli ondulati declivi verso Roma, distesa di terreno a ponente coltivata tutta a fiori, campo iridescente di giacinti, viso roseo di una sorella intento accorato, biglietti del mio bambino, anche in sogno la scrittura incerta puerile, la fragile voce che geme: «Mamma, voglio venir da te....».

Se il vento qualche mattino mette un poco di fretta alle nuvole, la donna che passa sotto i pini crede udire il pianto del mare.

Fra i cespugli del Palatino, presso una piccola statua femminile che ha il capo mozzato, un pomeriggio io dico piano, tremante e sicura insieme: «Un'unica norma per vivere vedo ben fissa, la sincerità».

Sincerità.

E tuttavia....

Ma se io parlassi dell'amore che ho provato e che ancora mi resta per il giovine lontano, non crederebbero tutti ch'io son partita di laggiù per lui? E sarebbe ingiusto, verso entrambi. Alla vigilia ancora della mia risoluzione egli mi ripeteva per lettera: «Pensa a quante donne accettano di vivere nelle tue stesse condizioni, soffrono, si sacrificano per i figli: pensa a mia madre, umile e grande: sopporta anche tu, tu che hai inoltre la luce dell'ingegno e il conforto dell'arte: sii buona, paziente, prudente....».

Tutta la responsabilità dell'atto che ho compiuto è mia.

La primavera trascorre, la ricchezza delle ginestre se ne sta solinga per i declivi, come la splendente saggezza sotto il cielo. Nessuno sale a coglierne una grande corona per recarla alta fra le braccia al proprio rifugio d'ombra.

Com'era il mondo prima del verbo? E come sarà quando il verbo si dissolverà di nuovo e tutto verrà compreso, abbracciato senza più distinzione? Tutte le piante e le acque e le pietre saranno noi, saranno spirito; Platone e Dante saranno i nostri poemi le nostre architetture le nostre battaglie, oppur grembi di donne felici, a notte pago silenzio, estasi.

Perchè quando m'accompagno a qualche uomo ho questo bisogno di scioglierne in limpidità l'animo?

Nodo di tormento oscuro, sonnambolico tedio insensato è nelle parole che odo, stanche, e nulla esse m'insegnano. Ma nello sguardo di chi mi parla, se un poco s'arresta su me, si diffonde lo stupore....

Occhi virili, laghi turbati! Neri o turchini o d'oro, turbati s'io li fisso, pallidi laghi, con i miei sereni!

Manca a tutti costoro una piccola cosa, ch'è forse il segreto della mia forza: la semplicità. Così penso. Il valore della vita sfugge loro. Hanno una blanda o aspra sete d'oblio, non hanno volontà di esistere, di stringere l'esistenza al petto per comunicarle il proprio ardore. C'è caldo nei vostri cuori, come nel mio?

«Rina, — mi scrive Felice — ho paura.»

«Difenditi» io gli rispondo, e il sole per intendermi mentre attraverso le grandi piazze, e le fontane e le case e i passanti mi formano intorno alone — «abbi l'orgoglio d'amarmi meglio d'ogni altro....». Ridico a me stessa le parole che gli mando, come per cercarne il senso più vero.

Spazi d'oro.

E un giorno colgo un accento singolare nella voce d'un amico, d'uno dei pochi che han rispettato, senza giudicare, ciò ch'io ho fatto. M'è accanto per via, mi guarda mormorando: «Una donna. Una donna libera». Piccolo di statura, ha nella persona qualcosa di una pianta che stia svincolandosi da una roccia. Prosegue a parlare, c'è come una timorosa speranza in questa sua voce: «Chi sa, le nostre strade in quali modi si svolgeranno». Ripete: «Strano, strano». Come può trascolorar rapido un viso, come nessun fantastico paese sotto i cieli o sotto i mari! E che cos'è questa inattesa in me necessità di coraggio? Coraggio per l'imminenza della sorte, per ciò che non sai, Rina, ma ch'è decretato? E costui, che così poco ti conosce, afferma che sei libera.

Perchè Felice non è qui? Ora che finalmente mi ama! Perchè non mi possiede maggiormente? Legge egli, che trema, nella propria anima? Che cosa vi vede, di là d'ogni angoscia?

Lo chiamo, lo scrollo: «Dimmi una volta tu la parola sicura, la sentenza serena. Lo puoi, per questo te lo chiedo. La bilancia deve pareggiarsi, tu devi restituirmi in un sol tratto la sostanza di volontà e di fermezza ch'io ti ho dato a poco a poco....».

Febbre e follia di verità, o mio cuore puro, mio cuore d'aurora!

Poter cantare la creatura tutta viva, tutta chiara ch'io era!

Non son più quella, da tanti anni. Ma quella che ero splendeva come un'immortale. Poter cantarla, bellezza che forse in estremo mi rilampeggia dinanzi. Sono un'altra, superba di quella che vorrei cantare come se non avessi mai portato il suo nome. Gli anni m'han fatta diversamente luminosa, d'una diversa gloria. Voi che m'incontrate ora e vi meravigliate di trovarmi tuttavia così fervente e così innocente, amici che vorreste difendermi come una bimba dal cerchio d'assoluto entro cui brucio pur sempre, uomini e donne che quasi v'indignate per la mia perpetua credulità di barbara, v'indignate e poi con pensosa tenerezza m'abbracciate, non sapete, non sapete il tempo in cui questo mio destino di ardore e di candore si disegnò. Com'io sentissi e parlassi serena e delirante insieme, sensi e parole discesi da sfere ignote, tutta un presagio, e senza stupirmi e senza mirarmi, respirando come freschi venti di mare idee ferme, idee inesorabili, d'esse sole credendo materiata la vita. La mia fede d'allora! E nulla mi costava sforzo. Ero un'esistenza, non ancora una resistenza. Non so dire, non so dire. A certi momenti della storia, a certe apparizioni di vergini madri, quando la sapienza di millenni si trasmuta entro un umile presepio, l'andatura lo sguardo l'accento del mondo si fan gravi e soavi. Ero tutta nuova, tutta pronta. Imaginando mia vicina la morte: chiara come me: imaginazione che da allora non mi ha mai più lasciata: sempre di poi ho vissuto, sana in tutte le fibre, pensando non avere che poche altre stagioni dinanzi: senza terrore. Fiorire, ma in vista della morte. Bella come ogni cosa che fiorisce in vista della morte. Avida di riconoscere, in ogni minuto che mi resti, una legge d'ascesa, un ritmo, e del calore. Vedrò mai più mio figlio? Ma che in un'alta anima virile, prima ch'io muoia, l'imagine mia s'imprima, nell'anima di un uomo ch'egli più tardi possa ascoltare come un messaggero di verità. La vita è grande. Le possibilità di farla sempre più grande sono infinite. Siamo nati per vincere, per affermare, per l'eroismo, per il martirio, per l'intimo accordo con il mistero. Crudele, ma gloriosa offerta: chi la respinge abdica alla propria profonda realtà. «Dobbiamo divenire quello che siamo.» Questa parola è in me senza ch'io sappia ch'è già stata pronunziata. Di là dalle apparenze, dove giungono le nostre capacità di ricerca e di battaglia? A quale forma generosa ci confronteremo un giorno, che la bianca nebbia nasconde all'orizzonte? Tentarla, indovinarla, creare qualcosa che ne sia degno. Temerariamente. A questo serve la libertà. Si rende libero ad ogni prezzo soltanto chi ha questa febbre, questa follia. Per una libertà più vera, per muovere incontro al mondo trasfigurato....

O mio cuore d'aurora!

Affanno sconosciuto, fra voci d'acque e d'uccelli e di bimbi, un giorno a Tivoli, tra il fogliame di perla forato su la pianura e sul lontano lampeggìo di Roma, affanno muto, e stupore frattanto per tutti i sensi, e nel volto dell'uomo che m'è accanto, ombrato di fini rughe, un sorriso ansioso per ciò ch'egli vede negli occhi miei, sgomento e tenerezza indicibili, di cui egli crede e non può penetrare l'essenza, sorrisi e sguardi seguiti come musiche, poi repentino il silenzio, e due mani che si tendono, un lungo momento si stringono.

Lontano il giovine che ho tanto amato soffre. L'amo ancora, l'amo ancora. Il suo amore è quasi un mio figliolo, un fiore nato dal mio desiderio di vita e di verità. Ma perchè non ne ho mai parlato a quest'altro uomo col quale pur da mesi m'accompagno come una piccola sorella, come una trepida incitatrice alla felicità? Sospetta costui ciò che realmente io sono? Ho taciuto per timidezza, ho taciuto per pudore, per un istinto di segreto. Ah, Felice! Il nostro amore mette attorno a me una magnetica persuasione, a nessun vivente mai ne ho detto sillaba, basta si senta nella mia dolcezza come si sente nel miele il fiore e nel fiore il sole. Andrea se n'è lasciato avvolgere, ignaro, senza nulla formulare neppure a sè stesso.... Andrea, ch'è nostro maggiore. L'ho creduto sereno. La sua poesia è d'una sensibilità sotterranea, cupa per avvilienti ricordi, scetticamente bramosa di fantasie lucide. Gli guardo la persona e il viso che dicono il tormento di generazioni curve su zolle in paesi di nebbia. Le donne che l'hanno lusingato, belle rose bionde, non gli han dato nessuna realtà di gioia. Non saprò mai perchè una notte io l'abbia sognato, steso a terra piangente, supplicandomi d'amarlo. Pianto insostenibile! Mi sono svegliata chiamando Felice, Felice dagli occhi di genziana e dai capelli di fiamma, Felice che ha i miei anni e l'alta gentile figura che vorrei veder una volta profilata nel cielo su una delle nostre balze. Ho dunque anche nel sonno la volontà armata per disputare all'avversità le mie conquiste? Ti voglio salvo. Felice, amo te, voglio esser cosa tua, darti tutto ciò che posseggo, farti salire più in alto di tutti, tu, tu. Così poche ore abbiamo avute. E tutte le ha esaltate la mia lunga passione. Perchè dovremmo affondare? Ah, ch'io dica finalmente ogni cosa a quell'uomo, ch'io gli mandi la lettera disperata che mi scrivevi ieri come sotto la minaccia d'una sciagura, mentre io vivevo l'ora ambigua e magica fra gli ulivi a Tivoli.... Bisogna, bisogna che Andrea sappia ch'io appartengo ad un altro. Se son colpevole per aver troppo tardato a parlare, mi perdoni. Mi perdoni se gli ho fatto qualche male, se qualche larva cara alla sua fantasia sparisce stasera; siamo in tre a soffrire stasera per una stessa inesplicabile violenza....

Nella casa presso la pineta, nella grande stanza a ponente, sul letto dove ha soffocato tanti gridi per il suo dolore di madre, una donna si abbatte un pomeriggio con un singhiozzo di felicità, tremendo.

Ha risposto Andrea:

«Ho il petto gonfio d'un orgoglio immenso: non mi son mai sentito amare così da una persona, contro tutta sè stessa».

Orgoglio, strazio, rassegnazione, attesa.

«E anch'io vi amo. Ma non moverò un dito per conquistarvi. Voi verrete».

Poi, sommesso, ansante:

«No, no, sia come voi deciderete. Voi non potete sbagliare. È la prima volta che mi trovo dinanzi a una donna che è forse più grande di me, e non ne ho umiliazione, ma un senso di dolcezza infinita. Non vi chiedo nulla, forse non desidero nulla. Vi guardo agire. Ciò che farete sarà bello, anche se non risponderà alla vostra vera legge. E sopratutto lavorate, e non parlate di morte.... Stanotte, bocconi sul pavimento, l'ho anch'io invocata, io che l'ho vista tante volte insidiarmi. Ma ora vi prometto che sarò forte. Finchè brillerà alla mia memoria quell'attimo vissuto a Villa d'Este, sarò pago....».

Felicità, cosa divina: come una divinità cosa dura e severa!

Come lo splendore del sole, come il silenzio d'un filo d'erba, come una lontananza oceanica, divina e terribile cosa a sostenere!