Il partito radicale e il radicalismo italiano
Chapter 5
Una concezione idealistica insieme e realistica della società e dello Stato, quale noi vagheggiamo, non vede negli individui, innanzi tutto, dei _soggetti di diritto_; in ciascuno di essi è, desunta dalle esigenze della comune umanità, ma definita dalle condizioni storiche date, nelle quali egli è posto ad operare, una vocazione nativa, un fine, una funzione, una responsabilità ed un dovere. E il primo diritto di ciascuno è quello di fare il proprio dovere; primo, anche nella protezione che lo Stato deve accordargli. Un fine da perseguire, non come singolo, ma nella società degli uomini, una funzione sociale da compiere, fine e funzione che cercano di chiarirsi e di esplicarsi, questo sono gli individui, nell'immensa rete di generazioni e di rapporti sociali nella quale hanno esistenza.
E dove la posizione e quindi la funzione sociale è eguale od affine in molti individui, quivi essa costituisce un vincolo morale e spirituale che non può essere soppresso, una affinità di tendenze, una comunità di interessi che associa i singoli e li costituisce in gruppi o in classi; con questo dovere supremo e fondamentale di cercare insieme il migliore svolgimento e compimento della propria funzione. I miglioramenti economici sono legati a questo e dipendenti da questo fine; poichè anche i sindacati non hanno che il diritto di esser messi nelle condizioni più atte a compiere il proprio dovere.
Non è dunque una lotta di interessi, nella quale mancherebbe qualsiasi norma, all'infuori delle composizioni mediante la forza, per i contendenti, ma un moto spirituale di riaggregazione e di riordinamento che i sindacati compiranno. Essi incominciano, nel loro processo, a sottrarre forza ai partiti, organizzazioni di tendenze politiche economicamente e moralmente eterogenee. Le confederazioni generali del lavoro dichiarano, ad es., di essere libere da ogni dipendenza ufficiale di partito: talora giungono a dichiararsi apolitiche; non fanno che la politica della classe organizzata.
Gl'impiegati, in Italia, i maestri, i professori sono gruppi di forze che agiscono spesso, anche elettoralmente, per loro conto, spostando l'equilibrio dei partiti.
(Taluni professori hanno poi creato in questi ultimi tempi una specie di radicalismo loro, ereticale e dotto, più critico che fattivo, ma lievito fecondo di rinnovazioni, che ha nell'_Unità_ di G. Salvemini il suo organo).
E lo Stato è anche indebolito da queste organizzazioni, in molti modi. Spesso, ad es., si determinano dei conflitti complicati, minaccianti l'ordine pubblico, che esso non ha modo di scongiurare o di reprimere, perchè sono fra forze organizzate, che hanno fondi di guerra e disciplina ferrea e una tattica loro, lungamente meditata. Altri sindacati sono così forti e vasti che non riesce ad essi difficile creare, anche contro lo Stato, un movimento di opinione pubblica che lo trascini.
Altri, poi, investono da vicino l'opera stessa dello Stato, e sono i sindacati dei funzionari pubblici. Discutere se questi abbiano o no il diritto di sciopero è vano; poichè si tratta solo di un fatto che per i sindacati è un'arma delicata, ma necessaria (almeno come minaccia) di rivendicazione di classe, e che lo Stato, da sua parte, vieta e cerca naturalmente, quanto e come può, d'impedire.
Dove due forze tendono a misurarsi e a lottare, il diritto è il segreto che il conflitto chiude nel grembo.
L'Italia non può, senza gettare improvvidamente i germi di una rivoluzione sociale, porsi contro questo moto di organizzazione sindacale. Con il suffragio universale essa è giunta all'estremo delle riforme genericamente democratiche e formali; conviene ora affrontare la questione sostanziale, quella cioè del nuovo assetto delle forze sociali e dei rapporti fra esse e i poteri pubblici.
Ma anche accettare e secondare il moto dei sindacati lo Stato non può se insieme non li domini con una visione più alta di equilibrio e di armonia, e se non cerchi e non trovi nel corpo sociale delle forze con le quali sia capace di fronteggiarli ed imporre ad essi i loro limiti.
Due vie per giungere a questo ha lo Stato aperte dinanzi a sè: appoggiarsi sui ceti medi, farsi interprete degli interessi generali dei consumatori.
I ceti medi, per la loro stessa struttura sociale, per la molteplicità e complessità dei servigi che rendono, per la iniziativa individuale che richiedono, sono i meno capaci di organizzazione rigidamente sindacale; anche essi hanno bisogno di solidarietà e di organizzazione: ma di una organizzazione varia, molteplice, plastica e adattabile. Il piccolo proprietario rurale, l'artigiano, il piccolo commerciante, questi tre grandi strati sociali, non fanno blocco così facilmente come il salariato, l'impiegato, l'industriale, il grosso proprietario; ed essi sono sopra a ogni altro minacciati dalle esorbitanze e dal prepotere dei sindacati. Su di essi quindi lo Stato deve appoggiarsi per contenere questi nei giusti limiti, per circondarsi di una opinione pubblica la quale lo accompagni e lo assista nel suo difficile incarico¹.
¹ Un saggio suggestivo di questa concezione nuova del radicalismo sociale si ha nello scritto di MASSIMO FOVEL: _Intorno a una democrazia radico-sociale. Rivista d'Italia_, ottobre 1912.
Politica dei consumi e finanza democratica
In secondo luogo, mentre i sindacati sono di produttori, sta dinanzi e di fronte ad essi l'interesse dei consumatori e specialmente di quei consumatori--e sono la grandissima maggioranza---per i quali ogni aumento notevole di costo delle merci o dei servizi pubblici sarebbe oramai gravissimo, ogni diminuzione utilissima.
Verso di essi, troppo sovente presi di mira e tartassati dal fisco--il nostro sistema tributario grava particolarmente sui consumi, ai quali chiede quasi un miliardo e mezzo delle sue entrate--, sfruttati dai monopoli e dal protezionismo cui lo Stato fu così largo di appoggio, questo deve oramai andare con coraggio e con fiducia; e rinnovare gradatamente e prudentemente, ma sostanzialmente anche, il suo sistema tributario, spostandone l'onere verso gli alti redditi e la ricchezza.
Meravigliosa è stata, come taluno disse, la pazienza del contribuente italiano: ma si rischia di spingerla al limite estremo riversando sui consumi popolari il peso degli oneri nuovi che si annunziano per la finanza italiana, oneri che saranno non leggeri, comunque si voglia far fronte ad essi, o con prestiti o con imposte.
Finchè di pari passo con le spese cresceva il gettito delle imposte vigenti e qualche leggero ritocco di tariffe e tasse potè portare non lievi incrementi, non si osò affrontare una riforma tributaria su larga base, che avrebbe turbato e sconvolto l'economia nazionale; e si diceva che convenisse attendere un periodo di più sicura floridezza per tentare. Oggi, invece, sarà l'opposto criterio che prevarrà. E in un momento difficile per l'Europa e per noi, di spese crescenti, di preoccupazioni intense, le quali non saranno così facilmente sopite, di crisi di talune industrie e di scarsezza di denaro, converrà osare un riordinamento tributario che abbia insieme l'effetto di aumentare le risorse dell'erario e dei comuni e di sgravare i consumi popolari.
Possono le classi ricche italiane sopportare il nuovo onere? Io non mi addentro nell'esame delle proposte fatte o di nuove imposte o di riduzioni e dei loro probabili effetti, una volta che venissero adottate. Ma trovo ovvio ed accettabile il pensiero dei liberisti, i quali vogliono che alle esigenze opposte e concorrenti dell'erario e dei consumatori sia sacrificato senza ritardo il vantaggio di quelle piccole categorie di industriali ai quali il protezionismo permise di intascare lauti guadagni: gli zuccherieri, innanzi tutto, ed il _trust_ siderurgico.
L'abolizione del dazio sul grano si impone anche essa, se il diritto al pane deve essere considerato dalla democrazia come uno dei più sacri e fondamentali, l'imposta su di esso come la più odiosa che sia possibile immaginare. Riconoscere che essa dovrà tuttavia aver luogo per graduali e lente diminuzioni, perchè l'economia agraria e l'erario non ne siano troppo gravemente turbati, è rendere omaggio, nell'interesse stesso dei lavoratori, alla dura necessità delle cose. E si dovrebbe esser soddisfatti se, nel corso della nuova legislatura, si potesse tentare una riduzione di L. 3.50 il quintale. Al di sopra di ogni preoccupazione e timore d'indole strettamente finanziaria e fiscale deve essere la sicura fiducia e la certezza che facilitare la vita del popolo, e con esso tutte le molteplici attività creatrici della ricchezza, non può in alcun modo significare metter l'economia nazionale in grado di contribuire meno largamente che oggi non faccia, e con più sacrificio, all'erario pubblico. Qui, come in ogni campo, l'idea è la più profonda e ricca realtà.
Esercito e spese militari
Quando scoppiò la guerra di Libia fu fatto rimprovero al partito radicale di non aver preso nell'opinione pubblica una posizione dirigente e di aver quasi velato il suo pensiero in proposito.
Ma che cosa gli sarebbe convenuto fare o dire? Esso era davvero equidistante dai due estremi: dal piccolo gruppo della spavalderia nazionale che andava invocando da tempo la guerra vittoriosa, senza neanche sapere contro chi, e solo per un rinascente istinto di dominio e di egoismo (e da questa paternità la parentela, rivelatasi poi, con il partito clericale, antinazionale per definizione... pontificia), applicato all'esame dei problemi nazionali; e dal partito socialista ufficiale, che dell'impresa non volle vedere la necessità storica e l'importanza--sia pure lontana--per gli ulteriori sviluppi della cultura italiana ed umana.
Nè amavamo confonderci nei facili entusiasmi della anonima maggioranza; pensosi soprattutto delle difficoltà che il peso della guerra poteva creare agli ulteriori sviluppi della politica sociale nel nostro paese. Poichè, se sarebbe stato indegno dei continuatori del grande sforzo rivoluzionario non vedere la bellezza ideale e l'efficacia profonda del gesto di una generazione di italiani che sacrifica vite e denaro alla continuità ed alla grandezza futura della patria, era pur doveroso vigilare che il sacrificio fosse strettamente commisurato alle necessità dell'impresa e non ci conducesse alle audacie ed ai rischi di una politica spavalda e di crescenti spese militari.
Chiusa la guerra, noi siam qui per ricordare che la politica italiana deve essere, dal punto di vista militare, essenzialmente difensiva e nell'opera diplomatica pacifica e acceleratrice di pacifici accordi, anche per la limitazione degli armamenti. Gravarci, come pretendono far i socialisti ufficiali, della responsabilità dei sogni e delle pretese del «militarismo» è assurdo. Noi sentiamo che le spese militari schiacceranno l'Europa continentale, che essa va diventando una grande caserma, che è pazzo profondere tanto denaro negli armamenti. Ma quale capo di Stato si assumerebbe la responsabilità del disarmo, anche solo parziale, del suo paese? Faccia ogni gruppo e ogni partito quello che può per rimuovere ragioni di conflitto, per moltiplicare rapporti amichevoli, per prevenire le guerre, per contenere le spese: noi saremo volentieri fra i primi.
Intanto, noi radicali non possiamo consentire, anche per supreme necessità di esistenza come partito, che le spese militari compromettano lo sviluppo dei servizi civili e degli ancora invocati provvedimenti sociali.
_Noi vogliamo quindi che la massima parte degli introiti normali del bilancio sia assicurata a questa politica di pace operosa; e che a fronteggiare le spese della guerra passata, che gli avanzi non copersero, e quelle altre che eventualmente fossero dichiarate inevitabili per la difesa nazionale, pensino solo le classi ricche, mediante una imposta progressiva sul reddito_¹.
¹ Un tale punto di vista fu, quando già queste pagine erano scritte e pubblicate, sostenuto alla Camera per conto del gruppo radicale ed accettato formalmente dal Governo, quando fu discussa la legge che modificava il reclutamento militare. Anche dei socialisti ufficiali taluni, smettendo il pessimismo catastrofico, sembrano avvicinarsi a un programma di riforme tributarie o sociali associate.
Il programma politico-sociale
Più arduo lavoro è definire il radicalismo, quando si tratti di delineare le concrete e immediate rivendicazioni giuridiche, politiche, economiche nelle quali debba inverarsi, pei prossimi anni, il cammino e il divenire della democrazia. Vi si provava recentemente l'associazione radicale romana, in uno schema di programma, perdendosi nel laberinto di una interminabile serie di articoli e di capoversi.
La vita pubblica italiana non offre oggi una questione prevalente e assorbente in una sua soluzione della quale si concreti lo spirito democratico: lo sgravio dei piccoli consumatori con imposte che pesino più direttamente sulla ricchezza, la liberazione del consumo e dell'industria da taluni dazi doganali (zucchero o ferro) che pesano su di essi più fortemente, il minacciato fallimento dei comuni a corto di risorse, la trasformazione dell'agricoltura, la colonizzazione interna, problemi gravissimi tutti, non sono intesi così potentemente che sia necessario porre l'uno o l'altro o più di essi in primissima linea; e tutti insieme si disputano l'attenzione e le preferenze.
Un altro gravissimo problema, da lungo tempo agitato, quello del miglioramento delle condizioni di vita delle plebi del Mezzogiorno, attende non dalle leggi, ma da uomini nuovi e da iniziative vigorose, la sua soluzione. Scuole, strade, acqua, le supreme necessità alle quali lo Stato possa direttamente provvedere, furono già offerte con più larghezza, da leggi recenti, a queste regioni¹.
¹ Un meridionale osservava testè nella _Voce_ (19 giugno) la questione meridionale esser faccenda di riduzione dei tributi, innanzi tutto; trovava modo di dichiarare, passando, che la questione religiosa ed ecclesiastica non c'entra proprio per nulla. Le intendenze di finanza hanno sole il segreto della vita dello spirito nelle plebi meridionali! Queste ricadute in un ingenuo materialismo economico sono oramai paradossali.
Ma raccogliere intorno ad alcuni argomenti centrali il pensiero radicale, nel campo della vasta congerie di provvedimenti sociali auspicati, è pure possibile, rifacendosi ai due cardini indicati: educazione dell'individuo all'autonomia (umanismo reale e integrale, dicevano i teorici del socialismo scientifico); ricostituzione della autonomia degli enti pubblici e delle associazioni d'interessi professionali; tutela e incremento delle energie vive e fattive della nazione.
Nel primo campo le categorie che attendono ancora da una ulteriore democrazia la loro liberazione sono principalmente tre:
la donna, ancora per molti aspetti giuridicamente minore;
i vecchi e gli inabili al lavoro, lasciati dalla mancanza di protezione sociale alla mercè della beneficenza pubblica o privata;
i minorenni, che la dura sorte priva della normale protezione della famiglia.
Quindi pienezza della capacità giuridica della donna, avviamento alla sua capacità politica, assicurazione obbligatoria della vecchiaia e contro le malattie, assistenza dell'infanzia e dei minorenni abbandonati.
Non osammo parlar senz'altro di piena capacità politica della donna (elettorato femminile universale) poichè in questo, come negli altri campi, una democrazia di governo non può perdere di vista l'insieme delle reali condizioni del paese e dissociare il criterio dottrinale dell'astratta giustizia da quello pratico del risultato prevedibile, utile o meno ai paralleli ed ulteriori progressi degli istituti democratici.
Nel campo delle autonomie collettive:
riforma e disciplina del diritto di associazione, contemperando ai _fini sociali utili_ che le categorie di associazioni si propongono l'ampiezza del loro essere giuridico e la facoltà di possedere. E in questo campo rientrano anche la limitazione che è necessario imporre alle congregazioni, moltiplicantisi oggi, come associazioni di fatto, in onta alla legge, il contratto collettivo di lavoro, l'esistenza legale e la funzione dei sindacati;
autonomie degli enti locali, così che esse siano commisurate alla capacità di sviluppo dei singoli enti ed ordinate intorno a corpi regionali elettivi, muniti di sufficienti poteri e non schiacciati dal peso degli organi del potere esecutivo centrale;
riforma della burocrazia. La necessità e i criteri di questa riforma esponeva eloquentemente, nella relazione al bilancio preventivo per gli affari interni per il 1913-14, l'on. Aprile.
La politica di tutela e di incremento delle energie sociali riguarda:
1. la riforma tributaria (imposta progressiva e sgravio di consumi; ricostituzione dei bilanci comunali);
2. la politica doganale. (Riduzione, sino alla quasi abolizione, del dazio sullo zucchero e sul ferro, riduzione del dazio sul grano);
3. la tutela della piccola proprietà rurale;
4. i lavori pubblici, in ordine ai quali converrà solo continuare il possente impulso dato ad essi dall'on. Sacchi;
5. la politica della scuola.
Di quest'ultimo argomento il radicalismo italiano, partito idealistico e di cultura, propulsore ed espressione dei progressi dell'auto-coscienza in ogni gruppo di attività sociali, minoranza colta che trae il diritto di aspirare al Governo dall'intima corrispondenza con le aspirazioni confuse ed implicite della grande massa popolare, si occupa a preferenza di ogni altro. La formazione dello spirito nazionale deve essere sua primissima cura. Esso deve quindi volere una radicale riforma della scuola media e dell'insegnamento superiore; riforma che, conservando la grande tradizione del pensiero italiano e della cultura classica, ne presidî efficacemente la formazione, diminuendo il numero delle università, distribuendole meglio, disciplinandone le funzioni; riordinando didatticamente l'insegnamento tecnico, facendo rifiorire, con larghezza di mezzi, il ginnasio-liceo.
Quanto alla scuola popolare, essa va completata con i corsi professionali, portando l'intiero corso, e l'obbligo della istruzione, a sette anni subito, e, appena sarà possibile, ad otto anni.
Queste in breve, e per principali capi, le riforme che debbono far parte di un programma minimo e massimo insieme, perchè intiero e sintetico programma emergente dalle necessità mature e constatate della classe democratica, del radicalismo di oggi.
E intorno ad esso è largo il consenso; ma è consenso disperso e diffuso di singoli, non proposito collettivo intorno al quale si raccolga un vasto fascio di forze, una volontà risoluta e animosa di un partito possente. Sicchè questo, dell'organizzazione politica del radicalismo, è l'ultimo e forse più grave argomento che ci rimane da esaminare, avviandoci alla conclusione.
L'organizzazione radicale
Questo dell'organizzazione è invero il problema assillante e insoluto che la democrazia radicale persegue in Italia da quaranta anni. Fu tentata, nel 1873, una prima riunione dei mazziniani e democratici radicali; ma li divise, e annullò lo sforzo, il dissidio tra gli intransigenti e i possibilisti, dei quali gli uni volevano l'educazione morale delle masse per l'azione repubblicana, gli altri l'azione riformatrice della democrazia.
Nel 1879 fu costituita in Roma la _Lega della democrazia_ della quale si è fatto cenno sopra.
Fallito anche questo tentativo, si tentò di nuovo, auspici, con Saffi alla testa, i maggiori uomini del vecchio partito d'azione, e una riunione fu tenuta nel maggio 1885 in Bologna per la ricostituzione della _Lega della democrazia_; e vi fu deciso, il 14 maggio, di organizzare la democrazia radicale in partito, con schema di statuto proposto da Socci; e fu istituito un comitato permanente per l'organizzazione del lavoro elettorale. Parteciparono anche i repubblicani, salvo alcuni astensionisti, fra i quali il Fratti.
Nel congresso del Patto di Roma, nel maggio del 1890, al quale avevano aderito 452 associazioni, 30 giornali, 40 deputati, 2 senatori, 122 spiccate personalità della democrazia, fu di nuovo discusso l'argomento dell'organizzazione del partito, e di nuovo senza effetto pratico.
Dopo altri 14 anni sorse e tenne il suo primo congresso in Roma, nel 1904, il partito radicale organizzato; in un periodo nel quale lo sforzo idealistico era assai meno intenso, quando socialisti e repubblicani avevano largamente mietuto nelle file della democrazia e quasi per far argine all'assorbimento e alla dispersione. Altri congressi nazionali furono tenuti nel 1905, 1907, 1909. Ma la vita del nuovo organismo politico si protrasse lenta e svogliata sino ad oggi; nè per numero, nè per coesione, nè per efficacia di attività pratica il partito corrisponde all'ampiezza ed alla forza dell'idea radicale nel paese.
E il congresso del novembre scorso in Roma servì più a documentare incertezze e contraddizioni interiori, lentezza di organizzazione, preoccupazioni elettorali primeggianti ogni altra, che non a trovare il rimedio. Ma i motivi della debolezza organica di questa idea radicale non abbisognano, per iscuoprirli, di lunga ricerca; essi appaiono evidenti a chi consideri le condizioni e le vicende degli ultimi quaranta anni di vita pubblica italiana.
L'immaturità politica dei ceti medi fra i quali innanzi tutto il radicalismo dovrebbe reclutare i suoi seguaci, per la non ancora superata antitesi storica fra i gruppi sociali che detenevano il potere e la classe nuova; la differenza profonda di regioni per la quale i moti di cultura e di azione non riescono a vincere la speciale configurazione che dà ad essi l'ambiente; difficoltà, questa, maggiore per il radicalismo che non per i proletari, affratellati dalla comune povertà, ma grande anche per questi; le difficoltà opposte alla polarizzazione dei partiti dal trasformismo e dall'opportunismo parlamentari e locali, che stemperavano le migliori energie; la ripugnanza degli italiani ad ogni durevole e saldo vincolo di organizzazione sono fatti noti che spiegano molte debolezze.
Inoltre, era appena giunto il radicalismo italiano a discendere, con Bertani e Cavallotti, dalle altezze del rigido idealismo di Cattaneo e Mazzini e Bovio nella concreta realtà sociale, non rinunziando agli ideali ma cimentandoli e incarnandoli nelle prove dell'esperienza, quando sopravvenne e si diffuse un movimento nuovo, derivazione anche esso, come ho sopra mostrato, dal radicalismo ma che colpiva con i più vivaci contorni del suo programma e con la veemenza eroica della lotta ingaggiata; e molti si credettero e si dissero socialisti che erano, in realtà, degli ottimi radicali; e che tali, sovente, son riapparsi più tardi.
Più interessante è cercare se queste condizioni sieno oggi mutate; così che si possa sperare per il radicalismo un periodo di rinnovato vigore. Ed io credo che sì, ma non a segno tale che se ne possano vedere rapidamente gli effetti. Il blocco clerico-moderato che si va facendo dall'altra parte, il suffragio universale che, aprendo a più larghe evoluzioni la democrazia, ci costringerà a smettere certi particolarismi e dottrinarismi infecondi, la più diffusa coltura, la timidamente iniziatasi rinnovazione, qua e là, delle plebi meridionali, prepareranno certo larga messe al radicalismo.
E se la democrazia persisterà nell'errore delle scissioni presenti e il danno sarà grave, noi speriamo che esso non sia nè così grave nè così lungo da chiudere il cammino ai rinsavimenti riparatori.