Il partito radicale e il radicalismo italiano

Chapter 4

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Nella prassi, la concezione del clericalismo e dei mezzi di fronteggiarlo fu rinnovata da un moto, prima interno al cattolicismo, poi dai dominatori di questo cacciato fuori e condotto a cercare altrove il suo punto d'appoggio, dal _modernismo_. Blaterino a lor agio i saccenti ignari che nelle pieghe dell'anima corrotta e venale celano una spontanea simpatia per il prete politicante: io sostengo, non più solo nè inascoltato, che _il modernismo religioso, nel suo aspetto politico e nelle sue applicazioni alla politica delle fedi e delle Chiese, era ed è il più autentico radicalismo_.

Il modernismo, infatti, non è eresia, non dogma contro dogma, nè chiesa contro chiesa; esso è, nel campo religioso, quel medesimo processo di autocoscienza che abbiamo veduto compiersi nella borghesia, con i grandi moti del razionalismo e del romanticismo, e nel proletariato per opera del socialismo scientifico. Rinnovando dall'interno il fervore religioso e considerando le religioni nel processo delle concrete formazioni storiche, esso ha staccato dalla coscienza cattolica il vecchio dogma e la vecchia gerarchia, che vi aderivano come incrostazioni soffocanti, ed ha colto le religioni nella interna dialettica della _praxis_ che le suscita e le rovescia. Il modernismo non nega, ma spiega; non distrugge ma risolve i dogmi, perchè trova in essi una verità relativa e provvisoria e li riconosce simboli e miti già suscitatori di energie; non distrugge ma smonta l'organismo ecclesiastico, perchè lo ritiene strumento fatto dagli uomini, ma destinato, come tutte le istituzioni sociali, a subire la sovranità riformatrice ed innovatrice dello spirto. Non dice agli uomini: voi dovete non creder questo o creder quello, disertare le chiese o le sinagoghe o le logge; ma dice: qualunque cosa voi crediate, qualunque chiesa vi piaccia, voi dovete credere liberamente, fare delle vostre fedi l'espressione sincera della vostra vita morale e, se la fede è in voi la più intima parte di voi, difenderla gelosamente contro ogni intromissione o sopraffazione, ma insieme rispettare--non solo tollerare--le fedi degli altri, perchè esse sono la stessa coscienza loro. In religione il modernismo non ha che un nemico: l'ipocrisia; e l'ipocrisia, cioè, non una fede, ma l'assenza di una fede e la simulazione e l'imposizione di essa, l'abuso della religione ingenua e esteriore a scopo di dominio, questo esso combatte nel clericalismo.

Ora che cosa altro è la laicità, principio e programma del radicalismo, se non appunto ed esattamente questa dottrina modernista? Se per aver lo Stato laico si dovesse attendere di aver proscritto i cattolici, o fatto tutti i cittadini di una fede, o tutti egualmente senza fede, lo Stato laico sarebbe da attendere per l'anno tremila e si dovrebbe andare verso di esso rinnovando sopraffazioni e persecuzioni di esecrata memoria. Solo di liberi credenti--ed uso questa parola così che essa si applichi ad ogni coscienza, poichè nessuna coscienza umana c'è o può esserci la quale, se cerca sè stessa e la libertà, non ponga a sè i fini e le norme supreme della vita, velate di una nube eterna, ma scintillanti di folgori, mediante la fede--solo di liberi credenti può risultare lo Stato laico; collaborazione serena e cordiale di uomini che l'intimità loro vogliono immune da violenze e passioni di parte o privilegi e coazioni di poteri pubblici, contenti di derivarne la fiamma di un comune ideale civile.

Programma pratico di laicità

Il programma pratico, in materia di laicità, deriva facilmente dalla concezione di questa, che io ho esposto: lotta, con ogni mezzo consentito dalle leggi, contro ogni forma di organizzazione ecclesiastico-economica ed ecclesiastico-politica; obbligo alle istituzioni di convivenza e di educazione clericale di rispettare le leggi; uso consapevole dei mezzi e modi di intervento che, a sua difesa, lo Stato volle conservare, negli affari ecclesiastici; riordinamento della proprietà ecclesiastica¹, amministrata oggi dallo Stato ma vuotata in gran parte di quei fini sociali utili che soli lo Stato protegge; educazione di Stato, dalle elementari all'Università, intieramente e sinceramente laica, abolizione della legge delle guarentigie². Quanto al catechismo nelle scuole, noi non possiamo consentire all'on. Giolitti che il pensiero e il programma dello Stato moderno nella più delicata delle sue funzioni, che è la scuola primaria, sia composto, luogo per luogo, dal sindaco, dal maestro e dal ragazzetto; mirabile concilio di pedagoghi, contro la cui sentenza non c'è appello.

¹ Nel «Patto di Roma», Cavallotti proponeva un prestito «garantito sul residuo patrimonio ecclesiastico, del quale--_eccezione fatta dei benefici parrocchiali_--e cioè delle rimanenti 336 mense vescovili, dei 400 capitoli cattedrali e dei 286 seminari che letificano l'Italia, sarebbe a decretarsi la conversione, esercitandosi una buona volta il diritto conferito allo Stato persino dallo stesso art. 18 della legge Bonghi sulle guarentigie.

Nella conversione avrebbero pure a comprendersi i beni di quelle corporazioni religiose di Lombardia il cui incameramento venne impedito dall'articolo II_j_, del trattato di Zurigo del 1859...

La conversione... permetterebbe di provvedere in pari tempo, con un più equo riordinamento dell'ingente patrimonio, anche al miglioramento delle condizioni veramente infelici del basso e infimo clero, popolo e plebe anche esso; verso di questo sarebbe giustizia; verso le intemperanze dell'alto clero, verso i semenzai dell'oscurantismo, verso la propaganda insidiatrice della vita sacra della patria sarebbe utile difesa dello Stato e della civiltà.

Poichè se la democrazia non intende di offendere menomamente la libertà del culto cattolico, come di qualsiasi altro culto, tutti eguali innanzi a lei nel grande principio della libertà di coscienza; se nemmeno è nei suoi metodi di combattere i principî con rappresaglie personali, vi ha però un limite nella mente segnato che ella non consente a nessuno di varcare; e lo segnano i diritti degli altri cittadini ed i diritti della grande collettività nazionale.

Del resto alla conversione del patrimonio ecclesiastico dovrà provvedersi tosto o tardi in ogni modo, con una o con altra soluzione qualsiasi».

Al criterio di colpire in alto, favorendo il basso clero, taluni fecero opposizione allora, così come a un eguale programma sostenuto dall'illustre prof. F. Scaduto al recente congresso tenuto in Roma dal partito costituzionale democratico, taluni dei congressisti si opposero. E nella relazione della Commissione nominata per giudicare delle modificazioni ed aggiunte presentate al Patto di Roma, relazione stesa da Enrico Ferri, si legge:

«I signori... vorrebbero tolte le proposte relative alla distinzione fra basso e alto clero, pensando che al clericalismo di ogni grado nulla si debba concedere mai. La Commissione, pur consentendo nel principio generale, ritiene che nella attualità pratica ed economica del nostro paese non si possano disconoscere le diversissime condizioni dell'alto e del basso clero, e la miseria, sempre dolorosa da chiunque sofferta, che a quest'ultimo è inflitta dai preti più gaudenti perchè altolocati».

Ma non è questo il solo motivo della distinzione da fare; nel basso clero noi possiamo rispettare una religione e una chiesa popolare alla quale ancora molta parte del popolo aderisce, il cui pensiero non può essere mutato chiudendo le chiese; mentre il papato e l'alto clero fanno, imponendosi al basso clero e ai fedeli, una politica di intolleranze e di dominio clericale e mutano la chiesa in partito.

² Verrà giorno che il Paese, sinceramente rappresentato nei suoi Consigli legislativi, casserà la legge delle guarentigie, dichiarando:

«Che la Chiesa cattolica non è riconosciuta dallo Stato se non come libera Associazione di credenti; che, come tale, è posta, nei singoli sodalizi che la compongono, sotto gli auspici del Diritto Comune, di cui gode, come ogni altra Associazione religiosa e civile, tutte le libertà; sottostando nello stesso tempo, in caso di abuso, alle sue sanzioni». (SAFFI, _Scritti_, XI, pag. 260).

Nell'opuscolo _L'Italia aspetta_, A. Bertani scriveva:

«E vogliate la liberazione sociale da ogni ingerenza del clero nella pubblica istruzione. Generalizzate, vogliate, imponete la scuola comune, laica, ed avrete debellato ogni influenza della Chiesa nell'ordine civile. La legge comune basti per tutti, senza guarentigie che stabiliscano due monarchi, due qualità di sudditi, due poteri».

E nel 1875 egli aveva svolto alla Camera un suo ordine del giorno chiedente l'abolizione della legge delle guarentigie, con sereno spirito di libertà, ritenendo che la legge comune dovesse bastare anche per il papa.

Al riordinamento della proprietà ecclesiastica lo Stato, come è noto, aveva preso impegno di provvedere nella legge delle guarentigie. Esso pareva allora urgente, ed oggi nessuno vi pensa, talmente si è smarrito ogni desiderio di azione o criterio prammatico in tale materia. Senza affrontar qui il complesso problema, sul quale dovrei ripetere cose già scritte, mi basterà accennare ad un provvedimento per il quale molte buone ragioni militano, contro il quale nessuna difficoltà seria può essere addotta--salvo per quel che riguarda i modi di esecuzione--e che le speciali condizioni dell'erario renderebbero oggi opportunissimo: la alienazione e conversione in rendita della proprietà terriera che è parte cospicua del patrimonio degli enti conservati. Le parrocchie--per questa sola operazione--non perderebbero economicamente nulla, poichè avrebbero in titoli di rendita quel che oggi hanno in terre, e ne guadagnerebbe la spiritualità del loro ministero, la quale è dalla Curia di Roma così spesso e volentieri sacrificata ai suoi interessi di dominio terreno; lo Stato intascherebbe il mezzo miliardo (certo non meno; probabilmente assai più; e la colpa dell'incerta previsione non è nostra, ma della scandalosa assenza di qualsiasi dato statistico sicuro) che quei beni valgono, e potrebbe provvedere al gravoso onere tributario lasciatoci dalla guerra libica senza altro peso che quello dei diciassette milioni e mezzo annui di interesse; onere il quale potrebbe essere notevolmente ridotto dalla soppressione economica di talune categorie di beneficî maggiori e dalla perequazione delle parrocchie.

Inutilmente io ho fatto la proposta alla Camera; inutilmente ho pregato taluni dei maggiori uomini della democrazia di dare ad essa l'appoggio della loro autorità. I tempi (cioè le volontà degli uomini) non sono maturi, neanche per una così modesta operazione finanziaria, della quale la vecchia Destra, quando ancora non c'era l'uso di conteggiare nell'ombra i voti dei preti, non si sarebbe certamente spaventata.

Le due concentrazioni

Dalla politica ecclesiastica, adunque, intesa come politica delle chiese e delle fedi, modernista perchè diretta a svincolare lo Stato da ogni forma di confessionalismo e di complicità confessionale e le coscienze da ogni forma di soggezione supina e servile a vecchi credo e istituti, il nuovo _partito d'azione_ prenderà le mosse, ritemprato nel suffragio universale, per un nuovo ciclo di feconde battaglie. Come intorno al partito clericale, a destra, si raccolgono le forze di stasi e di reazione, perchè solo esso possiede una dottrina e una tradizione essenzialmente antidemocratiche, così intorno al partito radicale si raccoglieranno, vinte le pregiudiziali e le secessioni, le difese della democrazia militante e conquistatrice.

E come dall'una parte si va ricostituendo la sovranità effettiva del papa, con i poteri assoluti dell'assistente ecclesiastico nelle organizzazioni economiche--e lo dimostrava testè limpidamente Leonida Bissolati--col dominio del vescovo nelle _Unioni_ popolare e sociale ed elettorale, con le imposizioni formali ai deputati che dei cattolici sollecitano i voti, così dall'altra parte, a sinistra, è necessario ricostituire la sovranità popolare, indice e pratica della sovranità dello spirito umano, perennemente creatore, sulle istituzioni sociali. Ed è da desiderare che, nella nuova legislatura, le due sovranità incompatibili e nemiche, quella del papa e quella del popolo, si schiereranno, vinte le confusioni e le ambiguità opportunistiche, nettamente l'una incontro all'altra.

Questo senso della sovranità dello spirito, e del dio interiore che Fichte vide ascendere con esso, sulle istituzioni sociali, solo nel radicalismo, giova ripeterlo, è conservato integro e puro. Poichè il socialismo ufficiale lo esalta bensì applicandolo al proletariato, grande schiera di oppressi vendicatori, ma lo diminuisce, poi, limitandolo ad esso, che non è tutta la società degli oppressi, e all'economia, che non è tutta la storia. E lo esalta il partito repubblicano, chiedendone una più diretta espressione nelle costituzioni civili, ma lo diminuisce a sua volta non intendendo che il monarcato fu ed è e può essere ancora istituto democratico, sinchè alle ascensioni democratiche non si contrappone, ostacolo e barriera, ma anzi le seconda e le garantisce contro il pericolo che viene da coscienze immature e dall'invidia del costante nemico. Intendere e vedere il monarcato come strumento anche esso, al pari di ogni altra forma costituzionale,--_non populus propter regem, sed rex propter populum_--di vita, di armonia e di progresso sociale, questa è autentica democrazia, la quale giustifica oggi la lealtà monarchica dei radicali, come giustificherebbe domani, mutate le condizioni, l'insurrezione repubblicana; astrarre dalla realtà concreta e oggettivarlo e farne un istituto estraneo alla dialettica della prassi--fosse anche per combatterlo e rovesciarlo--è eccesso ed errore di frazioni mal vive, inacidite ed irritate dall'ostilità di eventi che esse non seppero dominare.

La trasformazione dello Stato

Ho cercato di delinearvi, sin qui, il partito radicale e il radicalismo come tradizione e concezione generale della vita e tendenza politica; e di dire in che cosa esso differisce dalle altre frazioni e gruppi e scuole politiche presenti.

Ma ad un partito di avvenire e di governo insieme--e in questo essere il radicalismo partito di avvenire e di governo a un tempo è la sintesi di quanto abbiamo detto--conviene chiedere qualche cosa di più; sapere quali precisi compiti di riforma assegna alla sua prossima attività di partito parlamentare, sia esso all'opposizione o al governo.

Poichè lo stesso compito dei partiti di opposizione, che già parve così facile, dovendo esso limitarsi alla critica di ciò che gli altri facevano, è difficile in un periodo, come questo, di transizione, nel quale un partito moderato esiste anche esso come tendenza diluita e diffusa, non come preciso proposito di governo. Sicchè ai partiti di avvenire incombe l'onere di creare in qualche modo, da che le occasioni non la offrono, la ragione del dissenso e del contrasto politico.

E questa vi sarebbe nell'anticlericalismo, come abbiamo detto. Ma l'anticlericalismo, la ripresa e la prosecuzione della lotta per la libertà religiosa e la laicità dello Stato, non può essere da solo programma di governo; deve essere anzi, secondo che ho detto, quasi il nucleo centrale e lo spirito animatore di tutto un fecondo moto di rinnovantesi e rinnovante democrazia.

C'è una parte, sempre ripetuta e sempre rinviata, del programma radicale, la quale può forse essere per noi la freccia indicatrice, in questa nuova ricerca: il decentramento, la tutela e l'incremento delle autonomie locali, le riforme dell'amministrazione statale centrale, della burocrazia; formidabile groviglio di difficoltà che il nostro partito sentì sempre, ma contro il quale non ha osato ancora, cimentarsi, se pur qualche volta non ha contribuito ad aggravarlo ed accrescerlo.

Poichè non solo esso vide venire alla tribuna legislativa innumerevoli proposte di incremento di burocratici, di complicazione degli organi della pubblica amministrazione senza quasi muover lamento; ma appoggiò e favorì le richieste degl'impiegati, subì, salendo e partecipando al governo, il sistema d'invasione perturbatrice del potere legislativo nel campo dell'amministrazione, di questa nel campo della vita locale.

Sono stati aumentati in questi ultimi anni gli stipendi di tutte o quasi le categorie dei funzionari dello Stato. Ed era giusto; e non si è ancora fatta ad essi una posizione conveniente: ma ogni aumento di stipendi si aggiungeva a un aumento di organici, e le due cose parvero quasi una sola.

Le attività e le funzioni dello Stato crescono, e cresce anche per questo verso la burocrazia. Talora si provvede con amministrazioni autonome, come nel caso delle ferrovie o delle assicurazioni vita; ma, in questo caso, tali amministrazioni si _burocratizzano_; sicchè, in sostanza, viene a esser la stessa cosa.

Delle due, dunque, l'una: o sbagliava la democrazia quando essa intravedeva nel moltiplicarsi ed estendersi degli organi dello Stato un pericolo per la vita pubblica e, ad ogni più solenne affermazione del suo pensiero, tornava ad iscrivere il decentramento fra i suoi postulati fondamentali; ovvero essa non è ancora riuscita a vedere chiaro, nè l'istinto, sicuro ma impreciso, a tradursi in proposito consapevole.

Io credo che questa seconda cosa è la vera.

L'amministrazione centrale, già così mastodontica, così lenta nel lavoro, esigente nelle rimunerazioni, complicata nei controlli, si accresce ogni giorno, centralizza sempre più, escogita, come rimedio ai mali dai quali è afflitta, nuovi controlli e nuove complicazioni, riuscendo così ad aggravare, nell'insieme, il male. Pesa sempre più sulle amministrazioni locali, alle quali resta ancora una larva di autonomia, trasformandole in altrettanti uffici burocratici. Vincola a sè più strettamente il potere esecutivo, via via che, attenuandosi le divisioni di partiti, il Ministero non è più governo di un partito, ma partito del governo contro gli uomini che gli dispiacciono; ed essa gli rende servigi politici ed elettorali¹.

¹ Vedi N. R. NICOLAI: _Burocrazia e funzionarismo_. Note e raffronti. Roma, Tipografia del Senato, 1913.

E la burocrazia si attribuisce una parte sempre più larga del potere legislativo, non solo preparando le leggi complicatissime, nelle quali le due Camere male riescono a veder chiaro, ma dando una crescente importanza effettiva ai regolamenti, che son leggi sovrapposte alle leggi.

Ma c'è qualche cosa di fatale in questo crescere dei poteri dello Stato e delle attribuzioni dei suoi organi esecutivi; e la democrazia non ha ancora trovato un punto di appoggio per far forza contro questa crescente invadenza, per contenere e limitare la burocrazia con altre forze, organizzazioni ed espressioni d'interessi, che sieno fuori dello Stato e delle sue presenti delimitazioni amministrative, e che possano domani, rompendo queste delimitazioni, entrare più efficacemente nel giuoco della vita pubblica e ristabilire l'equilibrio.

E da ciò la debolezza, in questi ultimi tempi, dei partiti della democrazia estrema: del socialismo ufficiale che, dall'avvertito dissenso fra i miti originarii e la realtà dei processi sociali tenta di liberarsi rigettando la colpa su questa realtà e rifacendosi rivoluzionario; e dei partiti positivi e realistici di riforma (radicali e socialisti riformisti) che, non vedendo ancora le linee di una larga ed organica ricostituzione sociale, si attardano nell'esame di piccole riforme, non atte a distinguerli dai partiti medi ed a farne leva e strumento di profonde trasformazioni.

I sindacati

E tuttavia questo punto di appoggio c'è. Non sono i partiti, i quali hanno essi stessi bisogno di essere risanati e fatti forti contro la burocrazia. E non sono le regioni, alle quali spesso si pensa quando si tratta di decentramento, più per reminiscenze letterarie che per chiaro intuito politico.

Se lo Stato burocratico è forte, perchè è esso solo una colossale organizzazione, mentre ogni altro vecchio vincolo di coesione sociale si va disgregando, fuori di esso e sovente in lotta con esso, noi non vediamo che un altro vincolo di coesione, la comunità d'interessi professionali, la classe, il sindacato.

I sindacati--preghiamo il lettore di non confonderli con il sindacalismo rivoluzionario, dottrina in uso di un solo sindacato--iniziano un processo di reintegrazione organica della società. Essi empiranno della loro storia il secolo XX.

Creeranno delle coesioni così salde da poter vittoriosamente resistere alla burocrazia che ne è gelosa, modificare lentamente la generica e metafisica rappresentanza politica in disciplinata e positiva rappresentanza d'interessi. Non annulleranno lo Stato, perchè avranno anche essi bisogno di rappresentanze collettive, della nazione, unità etnica, giuridica, economica, di uno strumento di equilibrio e di sintesi; ma ne limiteranno le funzioni, ponendolo dinanzi, non ad innumerevoli atomi dispersi, ma ad un numero non grande di potenti organizzazioni nazionali.

Il sindacalismo teorizzato per uso e consumo degli operai rivoluzionari non vede che una classe, di fronte all'affermata e postulata compagine del blocco borghese; e assegna ai sindacati un compito di resistenza e di lotta che ci rinvia a nebulose palingenesi remote e dal quale mal si trarrebbe un qualsiasi criterio di politica positiva e realistica e di riorganizzazione sociale.

Il moto sindacale nel quale noi vediamo il primo inizio del decentramento che la democrazia presentiva e invocava si estende a tutte le classi, e celebra quasi ogni giorno silenziosamente le sue conquiste. Ieri, ad es., si annunziava la costituzione del sindacato degl'industriali cotonieri. Non _trust_, che la moltiplicità di componenti non permette di temere, ma sindacato vero di produttori.

E tutte le categorie di funzionari dello Stato si vanno sindacando, dai magistrati ai custodi di musei. E taluni sindacati più numerosi fanno già capo a dei parlamentini, riconosciuti per legge; benchè questa si ostini poi a voler trattare solo con la classe delle tabelle, non con quella che si disciplina e si organizza nei liberi sindacati.

Certo anche i sindacati hanno oggi, specialmente presso di noi, una vita tumultuaria, vincono a stento l'individualismo diffidente ed astuto, che è cosa caratteristicamente italiana; seguono la pressione di un immediato interesse, non discernono una loro funzione durevole. Sono polemici e battaglieri, accampano sulle trincee, non intendono ancora che il primo dovere è quello di correggere, migliorare, disciplinare la funzione sociale sulla quale il sindacato riposa.

Ma quello che oggi non è, verrà col tempo; perchè, come dicevo, questo moto che oggi si inizia è destinato a ricostituire dalle sue basi la società.

E intanto esso accelera la trasformazione dei partiti e dello Stato moderno. Insieme con l'altro della libertà spirituale o, ci si passi la frase, della politica dello spirito e delle fedi, dell'educazione, dell'autonomia come fatto interiore e di coscienza, è il maggiore problema della democrazia, perchè riguarda l'organizzazione di essa, il ricostituirsi delle funzioni sociali in unità corporative, l'armonia e l'equilibrio fra di queste, la tutela dei supremi interessi dei consumatori contro le coalizioni e le possibili esorbitanze dei singoli gruppi di produttori.