Il partito radicale e il radicalismo italiano
Chapter 3
Un partito politico, diceva G. Bovio, è una idea che ha la sua antitesi. Dove l'antitesi langue, la tesi si attenua; dove gli animi son fatti incapaci di posizioni vigorose, i partiti si fiaccano e divengono imbelli; poichè una invincibile solidarietà li lega all'intiero processo dello spirito e della coscienza di un paese.
L'antitesi fondamentale
Ma giova tentare oramai questa «pericolosa» definizione del radicalismo. Il radicalismo è la politica del _dover essere_ contro la politica stazionaria; è la democrazia che si fa, che diviene, la liberazione di quelli che sono ancora servi, una coscienza data alle forze sociali che non hanno ancora la loro espressione politica, la conquista dell'autonomia. Autonomia è la parola che potremmo oramai sostituire a quella vecchia e abusata di libertà; tanto vecchia e tanto abusata, che il partito moderato-clericale, in questo tentativo di ricostituzione che affatica anche esso, l'ha presa quasi a sua parola d'ordine, auspice e interprete recente l'on. Salandra.
La libertà era un programma radicale, quando appariva manifesto il nemico contro il quale, nell'ordine politico o economico o sociale, bisognava condurre la lotta per la liberazione degli oppressi. La Chiesa, organismo politico privilegiato, la mano morta, i piccoli sovrani per diritto divino, il potere politico patrimonio di una classe e chiuso alle categorie più umili e numerose, il potere esecutivo esorbitante dal suo ufficio nelle prevenzioni e repressioni poliziesche, questo il tiranno; e contro di esso si predicava e si promoveva la libertà. Vigili, per ogni conquista nuova, contro ogni insidia rinascente, i radicali. Esecutori, sotto la pressione delle forze nuove e di necessità politiche impellenti, i liberali di destra e di sinistra; fuori dell'agone, torbidi e minacciosi, nel nome del Sillabo, i clericali, aspettanti la vendetta divina e la restituzione del potere temporale al papato.
Oggi quei nemici, esterni, visibili, quei limiti imposti dal di fuori, quei poteri reclamanti una origine altra che la sovranità popolare non esistono più. C'è, sola, come vedremo, la Chiesa; ma con tattica mutata.
Eppure chi oserebbe dire che la libertà è conquistata per tutti, se essa è possesso di sè e se tanti sono posti dalla superstizione, dall'ignoranza, dalla miseria, in balia di chi ne ha in mano le coscienze, l'opera, il voto? Chi non vede che, dove ogni potere dispotico e dominio sui servi è abolito legalmente, esso ripullula spontaneo nella esorbitanza della forza dello Stato, nel giuoco delle camarille e clientele, nella stessa intolleranza dogmatica dei partiti, là dove sono turbe di uomini incapaci di autonomia, spiritualmente estranee ed inferiori ad ogni opera, di governo autonomo, e quindi bisognose di padroni, per muoversi ed agire? La libertà è spiritualità che opera sulle forme e sugli istituti sociali; e questi son sempre in arretrato per le coscienze più generose, in anticipazione per le coscienze pigre e sonnolente e servili. E dove la libertà è raggiunta e signoreggia da tempo, chi oserebbe dire che alla sola nozione di diritto che essa suggerisce ed integra, non se ne debba oramai aggiungere un'altra, quella di dovere, di responsabilità, di funzione utile, di coesioni sociali più vaste e più salde?
Vi ho detto che radicalismo è la democrazia come _farsi_, non come _fatto_. La democrazia, come fatto, è il partito liberale, equilibrio instabile, opportunità, trasformismo: che qui ricalcitra, là concede, che oscilla fra il passato e il da fare, fra il vecchio e il nuovo. La negazione immanente della democrazia, nel mondo moderno, è la chiesa e il clericalismo. L'affermazione, egualmente immanente, pungente, assillante, è il radicalismo¹.
¹ Nella sua «teoria dei partiti», G. Bovio caratterizzava i momenti storici e ideali dello sviluppo democratico nei termini seguenti:
1° C'è una filosofia della evoluzione ed una filosofia della rivoluzione: la vera filosofia le comprende entrambe, perchè, a determinato tempo, l'evoluzione esplode e la rivoluzione si evolve;
2° la rivoluzione intera procede per tre periodi: prima è rivoluzione religiosa, poi è politica, poi è sociale, perchè il pensiero prima si ribella contro il dogma, poi contro lo Stato, poi contro la casta;
3° nessuna ribellione è vera, se non comincia contro il dogma, fondamento di ogni vecchio ordine sociale;
4° essendo stata europea la rivoluzione religiosa, tale fu la rivoluzione politica e tale dev'essere la rivoluzione sociale;
5° i partiti radicali devono essere studiati tra la rivoluzione politica che è fatta e la sociale che si annuncia; i partiti conservatori debbono essere studiati fra la Chiesa che tramonta, e lo Stato che le si sostituisce.
Ricordate le origini della democrazia e il suo sviluppo. Essa rumoreggia nel medio evo con l'eresia, utopia libertaria e comunistica, affranca le coscienze della teologia medioevale con l'umanismo e col Dio immanente di Bruno, si svincola dal papato con la riforma, si costituisce un sapere autonomo con la scienza positiva, elabora lentamente, da Bruno a Hegel e ai continuatori di lui, la concezione nuova della vita sociale: la dottrina dell'umanità, e delle sue esigenze insopprimibili in ciascun uomo, della relatività delle leggi o delle istituzioni sociali, della sovranità dello spirito umano sulla sua storia, della attività creatrice dell'autocoscienza. L'uomo moderno non accetta, non subisce, ma fa e pone; le leggi e gli istituti sociali sono condizioni date non norme; la norma egli la porta con sè nel suo spirito, e alla scorta di essa fa, o meglio rifà perennemente, nelle condizioni date, la sua storia.
Questa è la sovranità democratica, sovranità non di molti o di tutti, non del numero, ma dello spirito, della ragione, della volontà consapevole; in una parola, dell'autocoscienza. La sete, che è in tutti, di riforme, l'incessante estendersi delle facoltà e delle attività politiche, individuali ed organizzate, sono appunto dovute a questo senso acquisito che la società e la storia sono perennemente da fare e da rifare. Il farsi della democrazia è in queste due forze: l'ascensione di ogni individuo umano alla pienezza della personalità umana, la collaborazione, la coesione, l'unità sociale affidata all'efficacia spontanea di interessi consaputi, di tendenze spirituali, di norme accettate con libera adesione interiore.
Questa concezione fondamentale vi permette di interpretare e di graduare nella loro successione dialettica e storica tutte le dottrine e tutti gli sforzi democratici. La proclamazione del diritto dei singoli, delle libertà, dà il primo periodo storico e costituisce il primo momento della democrazia; ma questo, non corretto da un pensiero ulteriore, finisce nell'individualismo sfrenato e nelle rinascenti tendenze egoarchiche ed autoritarie. La proclamazione del dovere, delle responsabilità e degli uffici sociali, integra il concetto di libertà, con quello di funzione e apre il passo a una concezione nuova e più intima delle autonomie collettive, della organizzazione dei fini, dello Stato medesimo.
Da questa posizione di criterî direttivi emergono chiare alcune conseguenze che è opportuno ribadire. Il liberalismo, la destra e la sinistra che, perduto il loro primo significato, divengono aggruppamenti mutevoli per la conquista del potere, la democrazia come _fatto_, vi danno una situazione ambigua, un oscurarsi delle differenze sostanziali, una contraddizione permanente e affannosa, un tentativo assiduo ed opportunistico di equilibrio; vi danno il trasformismo e il giolittismo, gli ultimi quaranta anni di politica italiana. Con la democrazia sono accettati i principî che la fecero, ma viceversa essi son negati quando se ne nega l'ulteriore sviluppo. E poichè il corpo sociale non si arresta, e una logica delle cose, più forte delle volontà degli uomini, pone problemi nuovi e ne matura le soluzioni, si accettano le soluzioni mature, ma come necessità, per istinto di difesa più che di progresso, e quindi con il concorso promiscuo di democratici, accettanti il progresso, di conservatori, mossi dall'istinto della difesa. Dai principî accettati, per es. da quello dello Stato laico, si è indotti a prender posizione contro i clericali; ma, viceversa, dalla ripugnanza ad applicare quei principî alle necessità e ai doveri emergenti si è indotti ad appoggiarsi ai clericali, a lasciarne ricostituire l'organizzazione politico-ecclesiastica e ad assecondarne le pretese. Per governare, si ricorre volta a volta agli uni e agli altri, coltivando amicizie nei campi opposti, stemperando i partiti nell'opportunismo, impedendo alle tendenze politiche opposte di polarizzarsi e di scendere in campo ad armi aperte.
Di qui le tentazioni e l'opportunità per il partito radicale, di profittare, a volte, di questa tendenza dei partiti medi verso riforme ritenute necessarie per governare; ma insieme il dovere di non esaurire nelle opportunità la sua azione, di non ucciderla nell'opportunismo; di opporre ai facili doveri degli adempimenti l'austero dovere della preparazione per i compiti di domani. Il senso vigile di questo rompe gli accordi degeneranti in rinuncia e rinnova i contrasti.
Democrazia e demagogia
Questo che siamo venuti dicendo ci dispensa dall'esame delle molte critiche e censure e biasimi che sono stati mossi alla democrazia da gruppi estremi di destra e di sinistra. Tali biasimi, se muovono da destra, p. es., dei nazionalisti, vanno piuttosto a colpire le esagerazioni demagogiche; se da sinistra, le attenuazioni e gli infingimenti e le soste.
Ma della demagogia, che è la maschera, e la calunnia della democrazia, ci conviene ancora dire qualche parola.
Tre, fra le molte varietà di essa, distingueremo. La prima è, diremmo quasi, la malattia professionale dei grandi sindacati operai e di chi lavora a costituirli. Non ostanti le parentele, il sindacalismo è, nella sostanza sua, dottrina diversa dal socialismo, cozzante anzi con esso in quanto mira a ricostituire le classi ed a ricomporre sulle basi di queste l'unità sociale e politica, sminuzzata e frantumata dall'individualismo della rivoluzione francese. Corporazioni, unioni professionali, sindacati sono forme di associazioni e di attività collettiva che riguardano, non certo i soli operai salariati, ma le più varie professioni ed uffici sociali, ed, in luogo di unificare lo sforzo proletario, come voleva Carlo Marx, tendono ad articolarlo e differenziarlo, dando alle varie categorie di lavoratori il senso vivo di interessi diversi e talora antitetici.
Per impossessarsi del movimento e dirigerlo, i socialisti hanno dovuto sovrapporre artificiosamente al programma dei singoli sindacati un generico e ambiguo rivoluzionarismo che li tenesse ancora associati, nella lotta contro il capitale e lo Stato. Espressione di questo rivoluzionarismo è il mito dello sciopero generale, attraverso al quale, arrestando di un tratto il funzionamento dell'attuale economia capitalistica, si passerebbe alla presa di possesso, da parte dei sindacati, degli strumenti di lavoro e del governo della società.
Un esempio tipico di questo demagogico confusionismo si ha nella C. G. T. francese e nei mezzi violenti predicati ed insegnati da molti socialisti per _saboter_ la produzione capitalistica e i servizi pubblici. In Italia esso fermenta e sussulta a tratti nelle grandi città.
Un'altra forma di demagogismo, la quale si allea volentieri con questa prima, è il rivoluzionarismo fatto di reminiscenze e di sentimento, eredità delle rivoluzioni politiche, da quella del 1789 in poi, per il quale si pretende applicare alla rivoluzione sociale i metodi, appunto, delle rivoluzioni politiche. Pareva che il 1898 avesse liberato il nostro paese dal vagheggiamento e dal timore di simili minacce; ma esse son come una malattia di crescenza di una democrazia sociale immatura e irrequieta. Le riforme politiche attuate dalla borghesia hanno reso possibile a qualunque gruppo sociale di aspirare a quel maggior potere che si esplica nella conquista dello Stato; non c'è idea nè partito nè gruppo di forze il cui successo non possa subito tradursi in potere politico, per la via degli organi rappresentativi. In fatto, la violenza--le sommosse e la rivolta--apparisce di quando in quando nella società nostra o come esasperazione di conflitti di interessi o di scioperi sorti e svoltisi nei limiti della legalità, da parte di chi si sente mancare il successo, o come tumulto di masse non ancora impossessatesi dei diritti civili.
C'è, infine, una terza forma di demagogismo, la più comune ed anche la più superficiale: quella che serve agli arrivisti per commuovere e guadagnare le masse, per eccitare una folla, per trar partito da una coscienza politica di classi ancora immature, per sfruttare la mobilità e l'impazienza e le collere della fanciullesca anima popolare. È, alla Camera, il discorso politico e il gesto che ha in vista soltanto l'impressione da far sulle masse; è, nei comizi, l'oratoria vuota, veemente, rotonda, confusionaria; è l'arte di lusingare le passioni popolari, di eccitare le fantasie, di alimentare le illusioni e di volger la collera delle delusioni contro avversari fantastici.
Da queste varie forme di demagogia il radicalismo deve serbarsi immune; ed in ciò starà la sua forza.
Esso che la cura degli interessi e dell'educazione dei lavoratori compone nell'armonia di una più vasta visione degli interessi sociali, che nei sindacati riconosce ed apprezza i nuclei vivi e vitali di una nuova organizzazione della società democratica, che non eleva l'ordine costituito e il diritto vigente a pregiudiziale contro qualsiasi nuova conquista sociale e giuridica, deve saper dominare i moti popolari e dirigerli a fini positivi, verso una più alta giustizia.
E deve rifuggire dalla così frequente e così dolorosa illusione, largamente distribuita al popolo dai demagoghi, che per rinnovare si richiede solo lo sforzo violento delle masse e del popolo contro chi è in alto; mentre solo sono durevoli e feconde le conquiste alle quali corrisponda una cresciuta maturità e virilità delle classi che debbono compierle.
Radicalismo e socialismo
Quella posizione media d'un liberalismo oscillante ed ambiguo, della quale ho parlato, potè lungamente prevalere in Italia e impaludare nell'opportunismo la vita parlamentare per le difficoltà nelle quali, per diversi motivi, vennero contemporaneamente a trovarsi le due opposte frazioni: la clericale e la radicale. La prima, per il _non expedit_, era in parte fuori della vita pubblica e non poteva quindi spiegare in questa a suo agio le tendenze native; essa occupava la sua parte nel potere politico quasi per delegazione.
Il radicalismo si trovò invece sopraffatto e disorientato dal sorgere e rapido crescere del partito socialista. E dirò qui cosa che sorprenderà molti ma che pure sarà riconosciuta come vera da chi ha inteso quel che poco anzi dicevamo della democrazia e che, accettata, molti fatti spiega ed ha nella spiegazione di essi la riprova della sua verità. Il movimento socialista non è al di là del radicalismo, ma è essenziale esplicazione di questo; esso non ha realtà vera ed efficacia pratica se non in quanto coincide con la _democrazia_, intesa nel suo più ricco e profondo significato dinamico; all'infuori di questa e contro questa, stagna nel suo sistema chiuso, dogmatizza, si esaspera in un rivoluzionarismo inconcludente, può perfino finire con l'essere presidio della reazione ed aprirle la via, come fu con lo sciopero generale del 1904.
Come, infatti, il socialismo giuridico fu ulteriore applicazione dell'eguaglianza proclamata nell'89, il socialismo scientifico, mirabile moto di rivendicazioni proletarie ed umane, fu l'applicazione del principio democratico dell'autonomia e della sovranità dello spirito umano sulla storia alla attività politica incipiente delle classi lavoratrici; nelle quali esso accese l'autocoscienza, la consapevolezza di ciò che erano come forza produttrice, del servaggio nel quale l'ignoranza e la miseria le avevano trattenute, e insieme la volontà dello sforzo liberatore. Questa è l'anima viva del marxismo; le condizioni economiche dei lavoratori, lo sviluppo dei mezzi tecnici e dei rapporti di produzione, il costituirsi della borghesia capitalistica, colti e osservati nell'immediatezza del loro essere vero, nell'intimo processo della complicata realtà sociale, nel continuo concretarsi e sorpassarsi dello spirito, di negazione in negazione, di posizione in posizione, di sintesi in sintesi, nei rovesciamenti della praxis; ed insieme l'inserzione, in questa grande massa proletaria, di una coscienza e di una volontà nuove.
E punto di partenza di questo grande moto fu la coscienza creata nelle masse della loro situazione di servaggio economico; sentir questa profondamente e dolorosamente non più come individui presi nell'ingranaggio di un insuperabile fatalismo sociale, ma come classe, capace di insorgere, di ribellarsi, era già un opporre alle cose la propria volontà, un liberarsi interiormente; vedere tutta la storia come un complesso di rapporti economici, era un rendersi nella consapevolezza e nel proposito padroni della produzione, un collocarsi al centro della storia, una volta che di contro a quei rapporti economici se ne affermavano vigorosamente degli altri, radicalmente rinnovatori.
E dentro a questa verità psicologica e prammatica c'era un'intima verità filosofica, che il marxismo traeva dall'eghelianismo: che la realtà è innanzi tutto spirito, la storia dialettica dell'idea, e che quindi ciascuna singola coscienza umana, vedendo se stessa come coscienza e come spirito, usciva dalla necessità per collocarsi sul terreno della libertà, dalla dialettica _subìta_ per passare alla dialettica operante, dalla servitù per essere assunta al dominio. E chi non vede, pur nelle inevitabili esagerazioni, questa grandezza ideale del socialismo, non ha inteso nulla della storia degli ultimi due secoli.
L'impeto polemico portò la dottrina, sorta tra le battaglie, a chiudersi nelle esagerazioni del punto di vista proletario; ma la saggezza dialettica di due mirabili ingegni, Marx ed Engels, approntava le correzioni e suggeriva vedute più larghe. La revisione del marxismo ha ricondotto il socialismo alla democrazia; o meglio, ha corretto con i principî democratici le esagerazioni polemiche e le espressioni mitiche del socialismo sorgente. E oggi i socialisti riformisti sono dei radicali perchè il moto proletario si è composto nel più vasto processo della democrazia che si fa e diviene, del quale è idealmente una derivazione e praticamente un aspetto; mentre il socialismo intransigente ci si presenta oggi come una ribellione contro la realtà riformistica, per la teoria rivoluzionaria.
Di qui, nel socialismo mussoliniano, l'andatura dogmatica e chiesastica, l'intolleranza, il dispregio per il contenuto reale delle riforme democratiche, la rivoluzione come letteratura, la preparazione a freddo dello sciopero generale e di giornate di sangue, e sino, indice certo dei risultati che si minacciano, le confessate preferenze per la reazione; di qui ad esso le mal celate simpatie di quanti sanno che mettere il socialismo contro il radicalismo significa spezzare lo sforzo democratico, impedire al partito radicale la sua essenziale funzione, che è quella di raccogliere in un fascio, contro la reazione, le forze di avvenire, per organizzare e preparare una democrazia di governo; di qui, negli imminenti comizii, lo spettacolo, ad es., di una candidatura di Zibordi contro Bonomi, di Montemartini contro Cabrini e le polemiche ardenti di socialisti contro socialisti.
E questo intimo dissidio della democrazia, questo antiradicalismo che è così grato spettacolo agli occhi dei clericali, avviene proprio mentre dall'altra parte due fatti si compiono: la discesa in campo aperto del partito clericale, rotti gli argini del _non-expedit_, e la mobilitazione, mediante il suffragio quasi universale, del _lumpen proletariat_, delle riserve analfabete ed ignare della reazione. Quale demone maligno e beffardo susurra all'orecchio dei dirigenti il partito _ufficiale_ i suoi perversi consigli?
E la colpa maggiore è forse di quei riformisti _sinistri_ che l'inerzia morale e il timore di perdere i suffragi delle masse organizzate han fatto prigionieri dei rivoluzionari e divisi, in un'ora solenne e decisiva, dal socialismo bissolatiano, onesto e coraggioso tentativo di realistica democrazia.
Democrazia e anticlericalismo
Certo un esempio dell'illanguidirsi dell'idea e del temperamento radicale si ha nell'abbandono in cui fu lasciata la questione della laicità. Se, da una parte, il radicalismo italiano era stato disarmato dalla assenza dei clericali dalla lotta politica, dall'altra, associandosi nell'Estrema sinistra socialisti e repubblicani, esso dovè un poco subire l'unilateralità del programma pregiudiziale di queste frazioni. Ma più importante motivo è l'aver esso partecipato a quel profondo disagio e malore spirituale che aveva preso, negli ultimi decennii, tutta la borghesia italiana; e intendo borghesia non nel significato economico ma in quello di classe dei colti e dei dirigenti, inclusi quindi gli intellettuali del socialismo medesimo.
Poichè, se io mi son bene spiegato, voi intenderete che radicali si è non per la semplice accettazione dei principî democratici e della loro dialettica viva nella storia, ma sì per la calda ed energica volontà operatrice; per le fedi e gli entusiasmi e le intuizioni precorritrici e le audacie di un vigoroso partito di azione. E partito di azione si chiamò, nelle origini e nel periodo eroico, il radicalismo; quando uomini di fede ardente, nella cui vita pura e operosa si rivelava la dedizione a un ideale, uomini come Mazzini, Bovio, Saffi, Mario, Abba, Imbriani, erano ritti in armi contro il presente, e disdegnavano compromessi e opportunismi, battagliando per l'avvenire.
E dove sono caratteri integri e fedi ardenti, quivi la questione religiosa è sentita; poichè religione è il culto sincero ed eroico degli ideali della vita¹. E quando le fedi si stemperano e la volontà si infiacchisce e i combattenti di ieri si lasciano lusingare dai riposi del facile comando e del potere, allora i problemi religiosi sembrano quisquilie di preti e di follaiuoli, perchè langue la lotta per la conquista delle coscienze, per la suscitazione delle fedi nuove. Con il sacerdozio si trova in lotta vera ed assidua solo chi vuol destare e liberare coscienze e suscitar fedi e entusiasmi.
¹ Per questo G. Mazzini--giova ricordarlo--scriveva, nel programma della _Roma del Popolo_ (1872): «Noi possiamo, senza timore di prestare armi al nemico, dichiarare le religioni espressione successiva delle serie di Epoche educatrici del genere umano; e riconoscere eterna nell'anima la facoltà religiosa, eterno il vincolo fra cielo e terra». E, più energicamente (v. Saffi, _Scritti_, XI, p. 442): «Le religioni muoiono, ma la religione vive eterna nel cuore dell'uomo».
Così, mancando l'interessamento, mancò la critica e la revisione di dottrine e la consapevolezza di situazioni e deduzioni nuove che ne è l'effetto; e l'anticlericalismo divenne luogo comune e diatriba e dimostrazione di folla; fu fatto a sproposito, e senza che alcuno sapesse o dicesse chiaro quel che si voleva. Pochi giuristi studiosi ed insigni raccoglievano, inascoltati, l'eredità gloriosa dei loro antecessori.