Il partito radicale e il radicalismo italiano

Chapter 2

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Qui giova notare come chi conosca, le più certe tradizioni della politica giolittiana dovè prendere quell'accordo per ciò che esso valeva nel fatto e nell'atto, senza sperarne un valore programmatico e di avvenire. Valeva per quello che i radicali erano e potevano quando fu stretto, non perchè ulteriori conquiste fossero dall'accordo assicurate ad essi; significava consenso in punti di programma definiti--quelli che poi l'opera legislativa venne attuando non indirizzo recisamente democratico-radicale dato al Governo per la preparazione di una nuova situazione politica, al radicalismo ancora più favorevole.

E quando il lato, diremmo, positivo dell'accordo era quasi esaurito, dinanzi ad una Camera moribonda e senza opposizione, conveniva all'on. Giolitti, per tranquillizzare i suoi, e ripigliare intera--se pur ce n'era bisogno--la sua libertà dinanzi e di sopra ai partiti, metterne in rilievo il lato negativo.

E del resto, anche da parte dei radicali, l'andata al potere insieme con l'on. Giolitti fu riconoscimento di una situazione di fatto più forte di ogni riluttante proposito, e che la loro permanenza nel ministero, lungi dal modificare, ha consolidato.

Molti deputati sono--l'on. De Bellis lo dichiara a ogni momento--giolittiani, non ministeriali. Votano anche proposte radicali, purchè sieno persuasi che esse vengono dall'onorevole Giolitti; questi deve esser garante della bontà del programma e, rimanendo al potere, della saggezza delle applicazioni. Hanno tollerato i radicali al potere, non tollererebbero certo un Giolitti trascinato dai radicali, poichè questi non sarebbe più il loro Giolitti.

Poichè questa è la situazione, bene fecero e fanno i radicali a prestare il consenso e l'opera loro là dove essa è chiesta per l'attuazione di riforme che essi vollero e come riconoscimento della forza che l'idea radicale ha nel paese e parlamentarmente; ma è loro dovere, è per il partito suprema esigenza, non lasciarsi imprigionare dalla mutevole situazione parlamentare, e cercare di modificarla nelle feconde agitazioni della coscienza e dell'opinione pubblica. In più ampi cicli di attività democratiche il partito deve rinnovarsi, per il governo o per la battaglia.

Nè ciò farà dispiacere allo stesso on. Giolitti. Egli è oramai, per antonomasia, il governo, e il governo--come il regno dei cieli--subisce violenza e i violenti lo conquistano.

Mirabile tecnico del governare, egli ha anche, e lo ha confessato, benchè sia pronto a sacrificarla agli eventi, una leggera inclinazione a sinistra. Conscio, assai più di quelli che gli attribuiscono un'astuzia e un'efficacia illimitate, dei limiti veri dell'opera sua, e del prevalere degli eventi, le cui complesse condizioni a nessuno è possibile abbracciare con l'occhio e con l'opera previdente, egli governa a cicli.

Chiamato al potere, egli si crea intorno l'equilibrio politico e parlamentare che gli par meglio rispondente alle esigenze del momento, cautamente valutate, e governa con esse. Quando sente che il vecchio equilibrio è perduto e la legge del nuovo non apparisce, se ne va: e dà un piccolo colpo al barometro, perchè la lancetta indicatrice si muova. Finite le oscillazioni un nuovo ministero Giolitti è pronto.

Mai l'on. Giolitti si adatterebbe a fare del barometro politico di un gruppo il suo barometro, della lancetta dell'on. Fera la sua lancetta. Accoglie i partiti nel suo equilibrio, torcendoli un poco e deviandoli dal loro piano; non ama le correnti impetuose, che trascinano, nè le polarizzazioni che diminuiscono il settore sul quale gli sia possibile scorrere liberamente.

Quindi altra indicazione: _nella presente politica giolittiana di equilibrio e di sintesi instabile il partito radicale entra nella maggioranza diminuito, costretto a fare parziale sacrificio di sè, per accomodarsi alle esigenze parlamentari e politiche; ma un disagio assiduo ed a volte acuto lo avverte che esso deve, se non vuol perdersi e dileguare, prepararsi a pesar sulla bilancia con un più fresco corredo di idealità e più alacre temperamento di lotta e più largo consenso popolare_.

Dissensi e consensi fra radicali

Ma più autorevole, in materia, sarà l'opinione dei radicali medesimi. Gli avversari nostri ci chieggono, con ironia, se c'è un'opinione radicale; comune, cioè, a tutti coloro i quali si sentono e si muovono nell'ambito della politica radicale. L'on. Giolitti insinuava che no; molti gridano, egualmente, che no. E pure, se io potessi porvi sotto gli occhi le dimostrazioni più autorevoli, individuali o collettive, degli uomini del partito, dal congresso del novembre scorso, per non risalire più indietro, ad oggi, non vi sarebbe difficile discernere alcune direttive costanti.

Due, almeno, sono evidentissime: la laicità, come difesa contro il clericalismo e come concezione dello Stato e della sua attività nel campo della cultura, e il pensiero che il radicalismo sia in potenza e debba praticamente essere come il nucleo centrale di una nuova coesione ed organizzazione politica delle forze democratiche¹.

¹ Nel celebre opuscolo _L'Italia aspetta_, (1878), A. Bertani, chiestosi se esistesse una Estrema sinistra, e risposto che sì, aggiungeva: «Ma questa Estrema sinistra non avrebbe ragione d'essere se le mancasse l'appoggio della democrazia e se questa non avesse propositi fermi per far accettare le sue idee ed _arrivare con essa_, sia pure incerto il dì, al governo d'Italia. E queste idee e questi propositi debbono manifestarsi oggidì nella questione ecclesiastica, ecc.». E G. Bovio così indicava la funzione dell'Estrema: «L'Estrema sinistra compie il suo ufficio educando la coscienza nazionale, affinchè intenda la parte sempre crescente che le è dovuta nella funzione della sovranità. Tende al potere perchè non è ascetica, ma vi tende in una rivoluzione più larga, cioè non puramente parlamentare, ma nazionale». Ed ancora egli le attribuiva «le funzioni, così feconde di ottimi risultati, di esploratrice di avanguardia del grande partito di sinistra».

L'affermazione di laicità militante voi trovate nell'ordine del giorno del congresso ricordato sulla tattica del partito, nel discorso dell'onorevole Fera, nelle interviste di radicali autorevoli, nel recente ordine del giorno della direzione del partito, nel programma di recenti derivazioni del radicalismo, come sono le nuove associazioni democratiche di Milano e di Cremona.

Documentare sarebbe lungo e poco utile. Uomini insigni della politica e dell'università hanno partecipato a questi dibattiti. E nell'incrociarsi di attacchi, di difese, di critiche, di proposte, nella varietà delle opinioni intorno a ciò che il partito radicale dovrebbe _fare_, il concetto dell'esistenza e della necessità di esso si profilava nettamente come di un partito di _riforma_; ma di quelle riforme che, esigendo una maggiore audacia di visione e di confidenza nell'avvenire e spostando troppi interessi consolidati, sono dai partiti unilaterali di estrema ritenute possibili solo mediante uno sforzo rivoluzionario, dai conservatori avversate tenacemente, dai radicali sostenute e volute come normale progresso; come esigenze dei gruppi nuovi, delle energie giovani e in formazione, degli interessi sino ad ora sacrificati ad altri politicamente più forti; e quindi esigenze di tutta la società, considerata non staticamente ma nel complessivo sviluppo suo, come giustizia e diritto che si realizzano.

La storia del partito radicale

È teoria e fatto e proposito del partito radicale, in questi ultimi anni di vita italiana e per i prossimi, la politica dei cosidetti blocchi. I socialisti e i repubblicani, dopo averla largamente favorita negli anni nei quali c'era da impiegare la somma mirabile di energie popolari liberate e fatte erompere da quella riconquista della libertà che si ebbe nella memorabile lotta del 1900, se ne sono stancati e ne sono divenuti oggi i critici più aspri; effetto, questo, in parte della pertinace ideologia rivoluzionaria e di una febbre di riforme che fanno parer lento ogni moto sociale normale, ed in parte del successo medesimo della politica dei blocchi, che deluse quelle frazioni le quali non tanto desideravano i progressi della democrazia, realisticamente intesa, quanto quello delle loro pregiudiziali e del loro sistema.

E si è voluto vedere nei blocchi come l'ultima fase del trasformismo politico, e il partito radicale, assunto prima dall'on. Luzzatti poi dall'on. Giolitti al potere, affogare in quel trasformismo. Sicchè oggi, all'infuori delle due pregiudiziali, la repubblicana e quella della lotta di classe, non ci sarebbe più che confusionismo e arrivismo; quello causa insieme ed effetto di questo. Anche i socialisti riformisti, appunto perchè non accettano nè l'una nè l'altra pregiudiziale, son dichiarati dai loro compagni di ieri transfughi e traditori e arrivisti; e soffia allegramente sul fuoco la destra.

L'ampiezza stessa e l'esagerazione della condanna, debbono avvertirvi che un grosso equivoco si nasconde in essa. Io non saprei spiegarvelo meglio che rifacendo, brevissimamente, la storia del partito radicale italiano.

La democrazia radicale italiana ebbe da principio tradizioni, intenti, animo repubblicano. Ma rivelatasi nel 1848-49 l'insufficienza di moti popolari a costituire l'unità italiana, e avendo la monarchia di Savoia fatta sua questa causa, il pensiero della repubblica fu messo da parte per costituire intanto l'unità. Raggiunta questa, incominciò il distacco del radicalismo dall'idea repubblicana, fra il 1870 e il 1876, quando, nelle prime lotte fra i mazziniani puri ed altri che facevano capo a Giuseppe Garibaldi, all'idea di un'azione direttamente rivoluzionaria, volta a rovesciare la monarchia, o all'astensionismo di altri che vedevano l'inanità di questo sforzo e suggerivano di attendere tempi migliori, accelerando intanto l'educazione delle masse, si sostituì il criterio di esplicare, pur nell'orbita delle istituzioni e dell'attività parlamentare, un'opera positiva diretta al raggiungimento delle conquiste democratiche compatibili con il monarcato; prima fra queste il suffragio universale, per il quale furono più tardi tenuti i cento comizi del 1880, ed il comizio de' comizi in Roma, nel febbraio 1881.

Per la prima volta il radicalismo ebbe forma e veste concreta di organizzazione nazionale nella «Lega della democrazia» costituita in Roma, sotto l'egida del prestigio di G. Garibaldi, il 21 aprile 1879, e da Garibaldi stesso annunziata all'Italia con un manifesto in data 26 aprile¹.

¹ Giova riprodurre questa pagina, memoranda nella storia del radicalismo:

«Agli italiani,

Il fascio della democrazia è formato.

Mi glorio che questo fatto importante, lungamente desiderato e studiato, e prima invano tentato, siasi compiuto sotto gli occhi miei, il 21 aprile.

Cospicui patrioti di ogni classe, nobili ingegni--decoro del nostro, paese--i quali si illustrarono nel preparare e nel comporre ad unità di nazione l'Italia, dal 1821 in poi, militano nel campo della Democrazia e vi milita la gioventù generosa.

E come alla Democrazia riescirà fatto di spandere la sua influenza con l'agitazione che essa verrà promuovendo per la rivendicazione o l'esercizio effettivo della sovranità nazionale, per il men aspro vivere dei diseredati dalla fortuna, per la giustizia sociale, per la libertà inviolabile, una moltitudine di cittadini egregi, che assistono sfiduciati e increduli al governo delle minorità, le quali si succedettero e si esaurirono durante venti anni, s'aggiungerà certamente e rapidamente alle sue schiere.

Oggimai la Democrazia, è un valore di prim'ordine fra i valori costituenti la nazione, è una potenza con cui quelle minorità, di buon grado o di mala voglia, hanno da fare i conti. Le sue varie scuole sonsi collegate e affermate in un ordine di idee e di fini comuni e convennero nell'adozione dell'istesso metodo di apostolato e degli stessi mezzi di agitazione palesi e sinceri dentro l'orbita giuridica--da cui la loro forza--e fondarono la Lega della Democrazia.....

Ogni scuola della Democrazia serba la individualità propria nello svolgimento e nella propaganda delle rispettive dottrine, e ad ognuna appartiene l'arbitrio delle inerenti iniziative, ma ognuna altresì ne risponde. Pur sono sicuro che tutte, animate da un elevato sentimento di carità di patria e guidate da quella sapienza civile che anche le altre genti riconoscono negli italiani, vorranno coordinare la loro opera particolare e specifica, e contemperarla a quella generale del Comitato della Lega».

Il manifesto fu, dicesi, scritto da A. Bertani: del quale giustamente scrive L. Fera (l. c.) «Egli seppe e volle raccogliere l'impeto rivoluzionario popolare delle tradizioni mazziniane e garibaldine per disciplinarlo nel regime normale di libertà e per regolarne il moto traverso un sistema di istituti che progressivamente traducono i nuovi rapporti sociali ed economici».

Un comitato fu costituito nel quale figuravano i migliori nomi della democrazia militante: e della Commissione esecutiva, residente in Roma, nominata da esso, fecero parte: Bertani, Bovio, Campanella, Canzio, Cavallotti, Fratti, Lemmi, Mario, Saffi ed altri, oltre lo stesso Garibaldi.

Repubblicani, come il lettore vede, molti di essi; ma giudicavano dover oramai la repubblica, non essere imposta da faziosi artifici di rivoluzionari, sibbene esser gradualmente preparata, perchè potesse più tardi fiorire spontanea dallo sviluppo stesso delle istituzioni democratiche e della nuova coscienza di popolo che le andava facendo e vi si andava facendo dentro¹. Quindi collaborazione con uomini politici di altri partiti, di Destra anche, per il raggiungimento, via via, di queste riforme, e per assicurarne, contro pericoli varî, le condizioni essenziali. La tutela delle libertà, la difesa delle forze economiche del paese, alle quali bisognavano raccoglimento e parsimonia nelle spese pubbliche, contro i pericoli dell'espansionismo megalomane, gli inizi di una legislazione protettrice del lavoro, quando ancora il socialismo non era entrato nel giuoco dei dibattiti parlamentari, alcune poche riforme democratiche nell'amministrazione, furono il compito del partito radicale in quegli anni.

¹ Scriveva G. Bovio nel 1878: «Cominciamo dal troncare un'ultima illusione: l'E. S. non è repubblicana... (Essa) va fino al suffragio universale. Questa è l'estrema delle riforme delle quali si estima fecondo il principato quando si disposi con la libertà. Estrema delle riforme monarchiche vuoi dire E. S.».

E Bertani, in quello stesso anno (op. cit.):

«Finchè la monarchia mostra di comprendere di essere stata per l'Italia quello che realmente fu, mezzo, cioè, alla sua ricostituzione, epperò dura nell'attitudine passiva che le conviene, non opponendosi al progressivo affermarsi della coscienza nazionale, nè si adombra della espressione che deve man mano acquistare quella sovranità, io non vedo ancora che gli interessi della patria esigano di staccarsene».

E ancora, G. Bovio:

«L'Estrema compie il suo ufficio: educando la coscienza nazionale, affinchè intenda la parte sempre crescente che le è dovuta nella funzione della sovranità. Tende al potere, perchè non è ascetica; ma vi tende in una evoluzione più larga, cioè non puramente parlamentare ma nazionale».

Ma la «Lega della Democrazia» ebbe breve vita. Il radicalismo era insidiato da due lati; dal fascino che conservava l'idea repubblicana verso la quale le delusioni amare che si ebbero dal passaggio del potere alla Sinistra storica risospingevano molti; e, dalla parte opposta, dalla conversione di molti--tipiche quelle di Giosuè Carducci e di A. Fortis--alla monarchia, reputata necessaria al consolidamento delle libertà e all'opera di riforma.

Nel celebre _patto di Roma_, del Congresso del maggio 1890, fu elaborato da Cavallotti e approvato dai convenuti un vasto programma di riforme immediate da propugnare: delle quali poi talune furono abbandonate, altre ebbero sanzione legislativa, altre, infine, e le più essenziali, rimangono come programma di domani.

Certo c'è qualche cosa di triste per i partiti di avanguardia, cioè idealisti, in questa degradazione storica degli ideali che si realizzano; e le ore meno liete nella vita di un partito e di un popolo sono quelle nelle quali consumano, senza rinnovarli, gli impulsi e le energie ideali del momento anteriore.

Ma questa è dura legge della vita. Chi vorrebbe amare l'idea solo perchè essa rimanesse nella chiusa bellezza della sua pura verginità?

Grande è il desiderio umano e raramente uno scopo, che pur merita di esser raggiunto, solleverebbe gli entusiasmi e spingerebbe ai sacrifici che la lotta richiede se esso fosse sin dal principio veduto nella concreta limitazione che gli eventi gli assegneranno. Ma della modestia dei risultati l'animo forte prende le sue vendette raccogliendosi e disciplinandosi per il compimento del dovere nuovo che emerge dal dovere compiuto.

Se, dopo la magnifica lotta dell'ostruzionismo, nella quale la Sinistra parve riacquistare coscienza di sè, il partito radicale cerca invano, ripetutamente, di riorganizzarsi e di avere una parte decisiva nella politica del paese, non per questo vien meno la sua importanza. L'_Estrema sinistra_, attraverso alla quale il gruppo crescente dei socialisti e il repubblicano intervengono, con una politica positiva e fattiva, nel giuoco delle forze parlamentari, fronteggiano i moderati ed impongono ai governi una politica democratica, è essenzialmente opera radicale. E ai radicali l'on. Giolitti sente il bisogno di rivolgersi quando vuol fare accettare dalla Camera riforme democratiche. E le vicende del ministero Giolitti provano come sia inefficace e quasi nulla l'opposizione dei due gruppi estremi, quando essi si scindono dal radicalismo o fanno da sè.

Il partito radicale oggi

Dell'appoggio dato a questo ministero il partito non deve in alcun modo pentirsi, poichè non mancò il risultato in vista del quale l'accordo fu stretto; e a due grandi riforme, il suffragio universale e il monopolio delle assicurazioni sulla vita¹, per tacere del resto, il partito potè legare l'opera e il nome.

¹ Di molte e severe critiche fu oggetto questo monopolio. Nè venivano tutte e solo da parte de' liberali moderati, i quali concepiscono lo Stato come un supremo moderatore di libertà o di attività private e veggono nelle imprese industriali in cui si mette falsato il suo carattere e degeneranti le sue funzioni.

E ciò è vero secondo l'antica e classica concezione dello Stato e della sua sovranità.

Ma noi vediamo in questa iniziata nazionalizzazione del servizio delle assicurazioni, come in altre iniziative industriali dello Stato moderno, non un processo di assorbimento da parte del potere pubblico e di limitazione delle attività libere e di burocratizzazione; sì bene, al contrario, un interiore processo di sviluppo della previdenza medesima e degli altri servizi sociali; i quali si organizzano e costituiscono in grandi sindacati, appropriandosi una parte delle attribuzioni dello Stato ed incorporandole in sè. Con che esse lo diminuiscono e lo modificano, nella sostanza, anche se pel momento sembrano subirne l'invadenza ed annientarne la pletorica pesantezza. E un segno evidente di ciò si ha nel nome; poichè non si parla di regie ferrovie e di regie assicurazioni, ma di ferrovie e di assicurazioni nazionali. Sono veri sindacati che, attraversando l'atmosfera Stato, si fanno il corpo e le forme giuridiche nuove.

Ma l'accordo vincola la nostra azione parlamentare, non limita la nostra propaganda. Io riconosco i meriti dell'on. Giolitti, i servigi che egli ha reso al paese, la moderazione con la quale usò del potere, il vantaggio della tregua interna che un periodo di gravi difficoltà internazionali rese necessaria, la fiducia del paese nella abilità dell'uomo, possibile. Posteriore a lui di una generazione, io ritengo che nella generazione alla quale egli appartiene lo si debba giudicare, tenendogli conto delle necessità di governo, e a questa generazione opporre una diversa e più alta concezione che noi abbiamo dei doveri dell'uomo di Stato e della democrazia, specialmente in quel che riguarda la libertà del mandato elettorale, così nelle origini come nell'esercizio.

Lottando per sè, per i suoi ideali, per una più chiara definizione dei partiti, per una ripresa di attività rinnovatrice, il partito radicale lotta per creare altre condizioni ed altri metodi alla attività dei partiti e dei governi. E se i più e i maggiori dei radicali, uomini, come Giulio Alessio, che non possono essere sospettati di opportunismo, hanno giudicato che non conveniva, alla vigilia delle elezioni, staccarsi dal governo, nè dar sì gran gioia a quelli che si sarebbero affrettati a prendere la parte di potere lasciata dai nostri, è dovere riconoscere la gravita delle ragioni che militano per questa condotta. Non fare quello che l'avversario vostro vedrebbe fatto con immenso piacere è ancora buona prudenza, quando un più diretto e sicuro criterio non soccorra.

Del resto, lottiamo oggi per la conquista del corpo elettorale; indichi esso le vie di domani.

Il radicalismo italiano fu adunque quello che doveva essere; la tradizione gloriosa del più puro idealismo del partito d'azione, che si fa via via politica positiva e realistica, secondo i tempi; l'organo più sensibile delle necessità di una politica di difesa e di sviluppi democratici; l'integrazione parlamentare dei partiti più estremi e il vincolo di unione fra essi e le maggioranze.

Io non l'esalto con questo oltre misura. Ombre e incertezze e transazioni e debolezze vi furono; ma la colpa fu innanzi tutto di tempi singolarmente avversi a ogni salda e nitida coerenza e continuità e personalità di partiti politici. Mancò alla vita italiana la passione politica, vigorosa e veemente, mancò quella che è condizione prima di ogni politica sana, la sincerità. La sincerità è chiarezza e costanza del vincolo che lega gli uomini alle cose, in politica. Poichè in questa l'individuo per sè non è molto; la pienezza del significato e del valore dell'opera sua è data dai gruppi di interessi, dalle tendenze e volontà di dominio alle quali serve. Ora per molto tempo, in Italia, per l'opportunismo che ha invaso tutta la nostra vita pubblica e per la difficoltà di distinguere e definire interessi, correnti e tendenze, uomini e cose hanno, si direbbe, seguito due vie diverse e ne è risultata una confusione indescrivibile. Avvocati intimamente borghesi per coltura per colleganze sociali per visione realistica della vita hanno preso, per aprirsi la via, l'etichetta socialista o repubblicana. I maggiori impulsi a riforme democratiche sono talora venuti da prudenti conservatori. Viceversa, le necessità economiche del proletariato giovano spesso ai fini di una politica reazionaria. Un deputato di estrema sinistra, per opportunità elettorali, diviene strumento di dominio politico nelle mani di un gruppo clericale o di un vescovo. Un nazionalista tresca, per diventar deputato, col partito che, per volontà del papa, è ostile, per definizione, alla patria. Il socialismo, frutto mirabile di una critica poderosa di tutti i dogmi del passato, diventa, nell'intransigenza, dogmatico e si chiude nelle sue teorie e, per preparar la rivoluzione, facilita la via alla reazione. Chi, in tali circostanze, ha il diritto di alzar la voce a condannare?