Il partito radicale e il radicalismo italiano
Chapter 1
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BIBLIOTECA POPOLARE DI PROPAGANDA DEMOCRATICA
N. 1
ROMOLO MURRI DEPUTATO AL PARLAMENTO
_Il partito radicale e il radicalismo italiano_
Primo migliaio
ROMA COMITATO DI AZIONE LAICA EDITORE Piazza Trasimeno, 2 Prezzo: Lire 1
COMITATO DI AZIONE LAICA
Si è costituito in Roma fra alcuni volonterosi i quali sperano di veder molti associarsi ad essi, per uno scopo di riscossa morale, di educazione democratica, di liberazione delle coscienze che sono ancora serve dell'ignoranza e del pregiudizio, di propaganda idealistica, un _Comitato di azione laica_.
Esso intende di raggiungere i suoi scopi con tutte le forme di propaganda diretta che gli saranno possibili: il libro, la rivista, la conferenza, il convegno. Più, intende raggiungerli, indirettamente, influendo su tutte le altre iniziative ed istituzioni le quali hanno anche esse uno scopo di propaganda e di educazione popolare: la scuola, il periodico, la biblioteca popolare, l'organizzazione di cultura o professionale o di partito; fornendole di pubblicazioni opportune, stimolandone l'iniziativa, coordinandone gli sforzi, per ciò che riguarda la lotta per la libertà religiosa e l'educazione morale.
Al comitato di azione laica si può appartenere in tre modi:
o come socio _promotore_, versando una volta tanto lire cento;
o come socio _effettivo_, versando lire dieci annue;
o come socio _aderente_, versando una lira annua.
I periodici aderiranno inviando solo una copia della pubblicazione alla sede centrale ed impegnandosi a pubblicare le comunicazioni ufficiali del Comitato.
Le associazioni possono aderire, versando un contributo annuo in ragione di L. 0,50 per socio ed impegnandosi a collaborare collettivamente, nei limiti del loro statuto e delle loro possibilità, ai fini sociali.
La sede provvisoria del Comitato è in Roma, piazza Trasimeno, 2, alla quale chi voglia può rivolgersi, mediante cartolina con risposta pagata, per chiedere copia dello statuto ed altre informazioni.
Sezioni del Comitato possono essere istituite dovunque sieno almeno dieci soci regolarmente inscritti presso il Comitato centrale, e con l'approvazione di questo.
BIBLIOTECA POPOLARE DI PROPAGANDA DEMOCRATICA
N. 1
ROMOLO MURRI DEPUTATO AL PARLAMENTO
_Il partito radicale e il radicalismo italiano_
Primo migliaio
ROMA COMITATO DI AZIONE LAICA EDITORE Piazza Trasimeno, 2
INDICE
Che cosa vuol essere la nostra B. P. di propaganda democratica Pag. 3 Rinnoviamoci 5 Alcune indicazioni sicure su quello che è il radicalismo 12 Clericali contro radicali 12 L'on. Giolitti e la sua politica 15 Dissensi e consensi fra radicali 21 La storia del partito radicale 24 Il partito radicale oggi 32 L'antitesi fondamentale 37 Democrazia e demagogia 44 Radicalismo e socialismo 48 Democrazia e anticlericalismo 53 Programma pratico di laicità 58 Le due concentrazioni 63 La trasformazione dello Stato 66 I Sindacati 71 Politica di consumi e finanza democratica 79 Esercito e spese militari 82 Il programma politico sociale 85 L'organizzazione radicale 91 Concludendo 96
Che cosa vuol essere la nostra B. P. di propaganda democratica
Diciamo nel corso di questo volumetto che cosa è per noi la democrazia. Essa è la stessa coscienza umana in moto per la conquista di sè, delle sue fedi, delle istituzioni sociali.
Alla democrazia che è scuola e milizia appartengono quindi solo coloro i quali sentono in sè l'affanno ed il pungolo di più sicure libertà, di una più alta giustizia, di una più larga ed efficace bontà umana. Essa è idealismo ed altruismo in azione; è il senso delle responsabilità morali, dei doveri, della missione che quelli i quali vogliono esser dei viventi, e non solo dei passivamente vissuti, sentono essere inscindibilmente uniti alla vita. Lavorare per la democrazia è lavorare per l'avvenire.
Oggi, in Italia, alla vigilia delle elezioni generali, si discutono e si agitano innumerevoli voli problemi: e tutti riguardano non l'uomo--il popolano, il dotto, il governante--o il partito come dovrebbe essere, ma quello che qui o là bisognerebbe fare; e si dimentica che gli uomini operano secondo ciò che sono o hanno nell'animo; che, divenuti migliori, essi farebbero certamente cose migliori; accesi di fervore per il bene pubblico e sociale, troverebbero facilmente dove e come questo bene va fatto.
Contribuire a diffondere il concetto della democrazia come educazione di sè, come acquisto del senso del _proprio_ dovere sociale, come accensione di fedi, sarà lo scopo di questi volumetti.
Essi intendono quindi tornare indietro, di là dal periodo della lunga decadenza, agli uomini i quali nella generazione che fece l'Italia instillarono il senso del dovere eroico; passare innanzi, sorvolando su tutte le miserie presenti, associandosi allo sforzo pensoso e disciplinato dei giovani che vogliono conquistare sè stessi per dedicarsi alla vita pubblica con animo generoso e disinteressato di combattenti per una idea.
Un nome, innanzi a ogni altro, vogliamo inscrivere su queste pagine come auspicio: MAZZINI.
Rinnoviamoci
Alla vigilia del primo esperimento del suffragio universale, è necessità di vita pei partiti italiani accingersi alla conquista delle nuove masse elettorali; e, poichè esse hanno scarsa o nulla la cultura e la preparazione politica, trovar nelle file degli antichi elettori e fra i giovani e i fervidi un fascio di volontà animose nelle quali rinnovare e ravvivare la persuasione del proprio programma, per poi lanciarle alla paziente conquista della massa anonima e delle folle.
Ma la crisi dei partiti italiani non fu forse mai più grave e profonda. Di tutti meno che del clericale; il quale se, per i conflitti interni che lo agitano e per la lenta inesorabile dissoluzione del cattolicismo romano, dovrebbe essere in peggiori condizioni degli altri, riposa sulla attività di molti per i quali--rimossa, ogni intima inquietudine religiosa--clericalismo e sacerdozio sono solo un affare ed una professione, e sulla docile acquiescenza di masse nella cui coscienza non è ancora accesa, con la luce di una nascente consapevolezza di sè e della propria storia, la fiamma della libertà.
Di questa crisi dei partiti si è tanto parlato dal 1876 ad oggi, che essa è divenuta un luogo comune; e s'intende bene che una crisi la quale dura da quarant'anni non è più crisi ma un ciclo; e come tale, nelle condizioni oggettive che la provocarono, va esaminata.
Ma un tale esame sarebbe la storia di questo periodo di vita italiana; storia la quale, per quel che riguarda l'Estrema sinistra, può essere idealmente divisa in due periodi: quello della difesa, del consolidamento, dell'estensione delle libertà civili, che va sino alle elezioni politiche del 1900 e ai cento deputati di Estrema dinanzi ai quali cadde il ministero Pelloux; e l'altro che incomincia molto innanzi, con l'oscura intuizione e il precorrimento di una nuova rivoluzione sociale che ebbero già i maggiori uomini della Estrema, da Garibaldi a Bovio, segue e si svolge con il nascere e il crescere del partito socialista e assicura a questo, con l'opera politica e parlamentare, le condizioni essenziali di vita e di sviluppo dinanzi alla reazione delle classi minacciate, sinchè lo risolve in una politica positiva di riforme sociali da chiedere e raggiungere mediante l'accordo del proletariato con le più avanzate frazioni di estrema, e ricaccia i riluttanti verso il rivoluzionarismo.
In questo schema, sostanzialmente così semplice, si svolsero i contrasti e le lotte, solo a brevi tratti vivaci ed appassionate, dei partiti politici italiani. Il lento ma sicuro progresso delle idee democratiche affaticava nelle profondità, onde l'opera superficiale dei partiti emergeva a tratti, avvivava la coscienza nazionale, e celebrava silenziosamente le sue conquiste, spostando insensibilmente i partiti e conducendoli a contatti e a fusioni ed a cozzi (Cavallotti-Di Rudinì, Sonnino-Pantano, Luzzatti-Sacchi) che la loro logica avrebbe poco innanzi ripudiati e trovati assurdi.
Poichè, nel parlar di partiti, noi cadiamo sovente in due illusioni; l'una, suggeritaci dalla storia costituzionale inglese, che essi sieno o debbano essere unità permanenti e parallele entro le quali si svolga, in contrasti ed alternative normali, la vita politica di un paese; cosa che è realmente avvenuta in Inghilterra, ma solo in essa.
L'altra illusione, anche più pericolosa, è quella di applicare alla storia e allo studio dei partiti, realtà perennemente mutevole e fluente, schemi, idee astratte, tradizioni, programmi irrigiditi in formule, i quali sieno venuti perdendo il loro significato sino a non averne più alcuno o quasi.
Per giudicare utilmente e saggiamente di un partito, bisogna, dunque riferirsi a tutto il complicato processo della vita sociale e politica di un paese, al cozzo degl'interessi sociali, alla dialettica immanente delle grandi idee rinnovatrici, e vedere se di questa vivente realtà sociale esso si nutre, se per essa mantiene intatte le sue ragioni di essere, parola e strumento efficace di lotta.
Con questo criterio io esaminerò, come il lettore vedrà, rapidamente le tradizioni, lo stato attuale, il programma del partito radicale e del radicalismo italiano.
Del radicalismo, dico, e non solo del partito radicale; poichè quello è un fatto assai più vasto e profondo che non sia questo. Nel partito degli ultimi tempi mal si cercherebbe--chi non lo riconosce?--intiera l'anima del radicalismo italiano; esso fu cosa troppo strettamente politica e parlamentare: non si arricchì delle nuove correnti ideali, non partecipò ai moti spirituali che affaticarono profondamente e rinnovarono in parte la coscienza italiana, non seppe veder subito quello che, nel socialismo, era cosa e compito suo, non osò erigersi giudice del parlamento e dello Stato nel nome di un diritto nuovo che si andava lentamente facendo.
Ma se è facile criticare ed attaccare il partito radicale per quello che esso non fu e non fece, la critica è sterile e diventa malvagia quando non riconosce che esso ha conservato una tradizione ed un organismo, che è un istituto politico nel quale il radicalismo diffuso e disperso, cercante ancora le sue espressioni e la coesione politica, può e deve precipitarsi, per rinvigorire il partito e rinnovarlo e muovere per mezzo di esso alla conquista della vita pubblica.
Abbondano in Italia gl'ingegni e gli animi fervidi e si discute, assai più vivacemente--ed è buon segno--da qualche tempo, di problemi pubblici e delle direttive che è necessario imprimere alla nostra vita nazionale, e gruppi di volonterosi si formano intorno a vecchi combattenti o ad uomini nuovi e cercano animosamente di chiarire a sè e al paese e definire le fedi intorno alle quali, come a bandiere, raccogliersi¹.
¹ Ricordiamone alcuni dei più recenti: riformisti di destra, nazionalisti, liberisti--i quali hanno recentemente costituito un comitato di azione--salveminiani, raccolti intorno all'_Unità_--comitato per il mezzogiorno anche esso costituito nel giugno scorso in Roma.--E i vecchi partiti di Estrema si vanno dividendo e suddividendo in frazioni, per l'affannosa ricerca di un programma. E questo idealismo rinascente ha una grande cura, pressochè in tutti, di affermarsi realistico e studiare problemi pratici; segno di promettente maturità... quando non è indizio di superstite positivismo.
Ma nessun uomo è così alto da aver l'autorità di un maestro e segno dell'idea nazionale, quale lo invocava, negli anni della decadenza, Agostino Bertani¹. E i gruppi e le scuole e le iniziative sorgono e si moltiplicano e si spezzano e si disperdono perchè, purtroppo, i giovani italiani non hanno ancora acquistato o educato in sè il senso della disciplina, della lealtà (la _loyalty_ che è, in Inghilterra, la base dei partiti e la forza della vita pubblica), del sacrificio che ciascuno il quale lavora veramente per un'idea deve pur fare ad essa di una parte di sè, delle sue ambizioni, di ciò che la coscienza gli dice non esser la sostanza e la ragione della lotta, ma modo occasionale e personale di vedere.
¹ Scrive L. Fera nella prefazione ai discorsi parlamentari di Agostino Bertani, pubblicati testè in grosso volume per deliberazione della Camera dei deputati:
«Vigile e severo non mancò di resistere alle deviazioni degli uomini e dei partiti nel periodo incerto del trasformismo e in un momento rapido di depressione degli spiriti e di smarrimento degli ideali proruppe in un grido dell'anima offesa:--Al governo manca il sacerdote dell'idea nazionale, che interpreti i plebisciti e compia tutto quello che possa giovare alla nuova Italia.--
«Il sacerdote dell'idea nazionale è l'invocazione fulgida e solenne che erompe dall'anima eroica della generazione che ha partecipato alla formazione del colossale edificio della patria e dovrebbe essere il monito suggestivo delle generazioni che all'opera mirabile intendono portare il contributo di nuove energie e di nuove speranze».
Le salde coesioni di uomini si formano là dove taluno dirige nel quale traspare da tutta la vita la devozione generosa ad un grande ideale e molti seguono, condotti e disciplinati dalla potenza dell'eroe. Dove questo manca, dove al difetto dei grandi agitatori e conduttori non supplisce in parte la disciplina dell'unità dello sforzo, non sono che labili coesioni d'interessi, tentennamenti e discordie, transazioni e piccole viltà e opportunismi male velati di saggezza politica.
Quelli che anche al partito radicale rimproverano questo oscillare ed oscurarsi dell'idea in coscienze fiacche ed opache e, dinanzi all'avvento di cinque milioni di elettori nuovi alla vita pubblica, invocano una nuova e più vigorosa attività che dirozzi questa massa e la educhi e trovi nelle sue confuse aspirazioni il segreto di un programma di nuova attività sociale e politica, debbono più che ogni altro curar di risalire alla visione della democrazia come di affanno e slancio e programma di un partito di avanguardia, ricollegarsi con commosso fervore e ricordo agli uomini eroici che così la intesero e praticarono, frugar la viva anima popolare per sprigionarne, con la luce di un programma, l'entusiasmo vittorioso, darsi, con tenace operosità, ad un lavoro di organizzazione.
Alcune indicazioni sicure su quello che è il radicalismo
I clericali contro i radicali
Molto, come è noto, si discute ora del partito radicale; e molti maligni sorridono e motteggiano da tutti i canti d'Italia. Ma nello stesso criticarlo e motteggiarlo che si fa, vengon poi messe involontariamente in rilievo dagli avversarii le caratteristiche e le funzioni di esso.
Notate, innanzi tutto. Il grido: dagli al radicale, fu gettato da una sala del patriarcato di Venezia, in quel famigerato discorso del conte Dalla Torre che rinnovava procacemente l'ipoteca del Vaticano su Roma e su tutta la nostra vita pubblica. Giova ricordare le precise parole del conte padovano:
«È a questo nemico più pericoloso d'ogni altro che noi non possiamo e non dobbiamo dar tregua. Dobbiamo ricordare che l'azione del radicalismo è subdola quanto il suo programma di adattamenti e d'infingimenti, atti a farlo apparire quasi il partito del giusto mezzo; e se osa ufficialmente proclamarsi anticlericale, sa privatamente trovare anche per ciò il giusto mezzo, promettendo neutralità... per giungere al potere, ove non tarderà al tradimento. Ricordiamo che il radicalismo è l'agente politico della massoneria¹, più e meglio che il socialismo non ne sia l'agente sociale; ricordiamo che chi precipitò l'êra del laicismo, chi determinò la laicità della scuola, chi proporrà qualsiasi attentato ai nostri diritti ed ai nostri principi fu e sarà, questo organismo, indefinibile nel suo intento e nel suo programma, ma tenace ed inconvertibile quanto lo può essere l'ambizione dei suoi, prima ed unica sua ragione di essere»².
¹ La Massoneria fu per lungo tempo ed è lo spauracchio del quale i clericali si servono per commuovere i loro; ed oggi trovano opportuno riagitarlo. In questi ultimi tempi si ebbe alla Camera e al Senato una levata di scudi, da parte di clericali e moderati, contro la Massoneria; ed altri (nazionalisti, giovani socialisti, Unità) si uniscono nell'assalto. E, dall'altro lato, un notevole risveglio della Massoneria va avvenendo; non avviene all'aperto, ma lo si scuopre a numerosi indizi.
Certo a noi dispiace che la questione della libertà religiosa sia posta in Italia come questione fra clericalismo e massoneria; e tutti sanno il lungo sforzo che andammo e andiamo facendo per porla su di un terreno più largo, scevro d'ombre e di pregiudizi.
Ma parecchie cose sono da notare: e, prima, la solita ipocrisia clericale, che s'adombra e si allarma del tentativo di conquista dei poteri pubblici e dell'esercito da parte della Massoneria, quando i clericali stanno facendo altrettanto. Il segreto, che si rimprovera a quella, non muta sostanza alla cosa; e ad esso fa riscontro l'abuso della protezione che i cattolici godono come Chiesa per avvantaggiarsi come partito. La Massoneria, inoltre, non ha mai figurato nelle graduazioni dei partiti e delle dottrine politiche come cosa a sè; essa va dal partito democratico costituzionale--se pure non si spinge, saltando i clericali, sino all'Estrema destra--ai socialisti. Quello che in taluni luoghi la Massoneria ha fatto e va ora facendo: blocco delle forze popolari, risveglio dei partiti di sinistra, propaganda anticlericale, è, evidentemente, negli interessi della democrazia.
La questione della Massoneria è quindi piuttosto una questione di metodi e di mezzi. Se, per opera di essa, la lotta contro il clericalismo dovesse un giorno assumere forme giacobine ed andare oltre le intenzioni di quelli i quali hanno cura di distinguere il clericalismo e l'azione politica della gerarchia cattolica (ai quali non va data tregua) dalla fede popolare, che dalla scuola, e non dalla politica, attende le sue rinnovazioni, la colpa non sarà nostra.
² Parecchi radicali del Mezzogiorno mi esprimevano l'opinione che non convenisse al partito prendere un più energico atteggiamento in materia di anticlericalismo per non complicare situazioni elettorali delicate e pericolose. Ecco, ora, che cosa rispondono i cattolici.
Il _Giornale d'Italia_, il 12 giugno, dava, sull'atteggiamento dei cattolici nelle elezioni, un'intervista con un cattolico, evidentemente bene informato, nella quale si legge:
«--Dunque guerra anche ai radicali?
«--Come e anche più che agli altri bloccardi. Anzi, sono i più pericolosi, poichè sono facili a vestirsi con la pelle dell'agnello nei Collegi salvo a tramutarsi in lupi alla Camera. Le dirò che specialmente nel Mezzogiorno si è dovuta richiamare l'attenzione dei cattolici sul pericolo appunto di lasciar riuscire dei candidati che reggono magari il baldacchino nelle processioni al paese e viceversa si schierano col blocco anticlericale a Roma. Si è raccomandato a tutti di non lasciarsi sedurre da simpatie personali e d'inspirarsi esclusivamente ad un criterio politico. Ormai non è più il tempo di trastullarsi; bisogna difendersi».
Poi, dopo il noto discorso Giolitti del 15 marzo alla Camera, sono i giornali del _trust_ cattolico, recenti dalla confessione e dalla assoluzione papale e ancora in debito della penitenza, che diguazzano allegramente e si dilettano nella critica al radicalismo, in una lunga serie di interviste debitamente commentate. Prima e non spregevole indicazione, dunque: _il radicalismo è il partito che i clericali papali sentono il dovere di combattere furiosamente, prima che ogni altro avversario antico o recente_.
L'on. Giolitti e la sua politica
Ma l'attacco, iniziato con l'invettiva sonora, diviene motteggio e scherno dopo il noto discorso dell'on. Giolitti sul bilancio dell'interno e la risposta data in esso all'on. Fera. È inutile negarlo: i sorrisi ironici dell'on. Giolitti, che già nella bocca dei deputati della maggioranza negreggiante divennero risa, si son diffusi pel paese nel suono di una risata allegra e malvagia, nella quale taluni han corso il rischio di spostar le mascelle¹.
¹ Diceva Bovio nel discorso in morte di B. Cairoli: «Sulle rovine dei vecchi partiti suonò arguta l'ironia del vecchio (Depretis) e si rise spensieratamente fino a Dogali». E rispondendo il 30 marzo nella _Tribuna_ a Francesco Crispi, il quale aveva detto pochi giorni innanzi alla Camera: «Non c'è più nulla di partiti parlamentari alla Camera; i partiti politici sono morti ai piedi del Campidoglio», scriveva: «Chi consegna all'archeologia i vecchi partiti ufficialmente ha il dovere di accennare non le sue idee ma dove sorgono i partiti nuovi. Se egli non li vede o li ha in dispetto, sostituisce sè alla storia».
L'on. Fera aveva detto, in sostanza, al presidente del Consiglio: noi radicali siamo una tradizione, una dottrina e una tendenza; tendenza di affrancamento dell'anima italiana dal dominio del prete, di riforme radicali nella finanza e nell'amministrazione, di conquiste sociali. Intende, l'on. Giolitti, continuando a valersi della partecipazione e dell'appoggio nostro al suo governo, continuare a secondare questa tendenza, far suo, per quanto le esigenze di una politica positiva permettono, questo programma? Intende avvalorarlo con le forze che un governo può legittimamente ed onestamente, dare alla diffusione nel paese delle idee ed al prevalere degli uomini di parte radicale?
E l'on. Giolitti rispose schermendosi; osservo che all'attuazione del programma di questo ministero, il quale era piaciuto ai radicali, uomini di tutti i settori della Camera avevano concorso; disse di sentirsi radicale anche lui, se radicalismo era intento positivo e realistico di riforme, ma di non vedere quale programma, di tutti i radicali e solo di essi, proponesse l'on. Fera al governo; mentre invece pareva a lui che anche nel partito radicale fossero molte opinioni diverse, se non addirittura _tot sententiae quot capita_; esser quindi meglio non insistere; non tentar neanche di definire; perchè _omnis definitio periculosa_.
Non so se proprio il collega Luigi Fera inducesse con il suo discorso il presidente del Consiglio ad occuparsi del gruppo radicale. Certo l'occasione fu buona; ma le parole dell'on. Giolitti rivelavano un pensiero che doveva esser spuntato da tempo e maturatosi poi del malumore di molti giolittiani e assumere, nel momento opportuno, importanza di una chiara designazione di tattica elettorale del capo del Governo.
Della legittimità e dell'opportunità della partecipazione dei radicali al ministero Giolitti dirò brevemente appresso.