Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti

Part 8

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Le sempre nuove e sempre varie vicende che hanno sconvolta l'Europa, non avean fatto che fortificare questa disposizione del popolo. Essi non eran che errori della democrazia o della monarchia assoluta; ed eran quindi i piú atti ad indicare il bisogno d'un partito intermedio. Era facile d'altronde osservare, che contro gl'incerti fenomeni di talune repubbliche efimere reggea tuttora e prosperava la costituzione d'Inghilterra.

Mentre tali riflessioni serpeggiavano oscure nelle menti dei piú, gli amici del potere arbitrario o non erano capaci di scorgerle, o trovavano nel dissimularle il proprio vantaggio. Sorgeva quindi, fra l'opinione ed il governo, quel sordo e grave contrasto che annunzia sempre vicini i grandi cangiamenti. Invano il vigore di Gioacchino Murat e la sua premura di mostrarsi popolare avevan cercato di estinguere l'effervescenza degli animi. Invano il tentativo di rendersi liberi aveva richiamato negli infelici Abbruzzi la rabbia del despotismo militare. Il capo del governo era stato costretto ad accorgersi che la civilizzazione dei popoli non può mai essere illusa dagli artifizi delle Corti e molto meno superata dalla violenza. Dopo di aver vacillato per lungo tempo fra i voti del regno ed i propri, fra l'ambizione e il dovere, ei cadde in fine dal trono. Fu allora che lasciossi sfuggire una costituzione apparente, come l'avaro inseguito si lascia sfuggire un deposito che ha lungamente negato.

Il re legittimo si preparava intanto a rientrare nell'eredità dei suoi avi. Era per lui il coraggio di quegli eserciti immensi che avevan rotta la fortuna del conquistatore dell'Europa, ed avean cangiata la politica dell'universo. Ma la bontà naturale del di lui cuore, era stata perfezionata dalla sofferenza dei mali: egli aveva meditato per due lustri interi nel piú incomodo, ma piú istruttivo gabinetto dei principi, io vo' dire nel gabinetto della sventura. Ei conosceva la smania degli antichi suoi sudditi per isciogliere i vincoli del proprio servaggio. È dunque fama che riprendendo la comunicazione con essi, accarezzò la piú cara delle loro speranze, quella di essere liberi. Furon chiare le voci che, per quanto i fogli assicurano, egli emanò nel proclama del 1º maggio 1815, essendo ancora in Palermo. Egli promise la sovranità al popolo, e _la piú energica e piú desiderevole costituzione allo Stato_.

Professò anzi che avrebbe solo ritenuta per sé medesimo la piú bella e piú modesta facoltà dei monarchi, quella di serbare intatte e fare eseguire le leggi.

Una dichiarazione sí nobile e sí generosa, non mancò di produrre le conseguenze piú utili. Fu dessa e non il valore alemanno, che nei piani di Macerata dissipò ad un tratto le schiere dei nostri campioni.

Cosí la mano di Ferdinando IV impugnò di nuovo lo scettro: e la di lui anima non dimenticò le intenzioni con cui lo aveva racquistato. Si sa, infatti, che solamente fra i tristi la fortuna è la morte delle promesse.

Sventuratamente, dei rapporti fallaci, e non di rado maligni, della situazione dei suoi popoli, gli persuasero la necessità di ritardare l'effetto dei suoi proponimenti. Se le cose in seguito occorse han potuto occasionargli alcun dispiacere, è stato solamente quello di non aver prevenuti i desiderî coi beneficî.

Continuati intanto ed accesi, erano questi desiderî. Ciò non ostante rimasero in certa guisa inattivi, fino a che il governo blandilli con una condotta liberale. Non si tosto cominciarono a venire irritati dalla persecuzione, che proruppero all'improvviso in uno scoppio violento.

Egli è vero, che i primi segni ne apparvero su le vette dei colli di Monteforte. Ma venner prodotti da un movimento comune alle provincie finitime, e propriamente a quelle di Capitanata, Avellino e Salerno. Fu il popolo che dié la spinta a' 140 individui del reggimento Borbone; ed è perciò che la bandiera da essi inalberata non tardò a circondarsi di centomila proseliti.

Chi ritrova la origine di questo avvenimento nella diserzione militare, deduce in vero il principio della sua conseguenza. Ei crede nata la marea in quel punto del lido in cui l'onda s'è rotta.

Il grido del riscatto arrivò tosto alla Reggia, e risvegliò la memoria delle antiche promesse. Non tardò ad apparire l'effetto nel decreto de' 7 luglio 1820.

In esso il re si compiacque di fondare nei suoi Stati la costituzione di Spagna con quelle sole modificazioni che la rappresentanza nazionale avesse potuto proporre.

Era questa la maggior parte del regno allora quando venne scossa da questa nuova: né ascoltolla dai valorosi di Monteforte, ma dal proprio sovrano. In tal caso la libertà, che in alcuni siti era stata chiamata, giunse in altri inattesa: ma in tutti fu accolta con quel vivo entusiasmo che accompagna la soddisfazione delle lunghe speranze.

La riconoscenza del popolo superò la sua gioia.

Non acclamò egli giammai la costituzione di Spagna, senza mescervi il nome di colui che gliel'avea accordata; e Ferdinando I non mai potè tanto sulla sua nazione, che quando mise una legge al proprio potere.

Sentí egli la sua gloria ed accumulò tutti i mezzi di consolidarla. Sette giorni appena eran corsi, da che egli aveva adottata la costituzione di Spagna, ed innanzi alla Giunta provvisoria recentemente creata, ei ratificò la sua scelta col giuramento.

Tutti i principi suoi figli seguirono l'esempio: e la sua famiglia ed il suo popolo non ebbero quindi che un patto.

Comparve il giorno piú celebre nei nostri annali politici, il primo di ottobre. Nel volto d'infiniti spettatori si vedea brillare la sorpresa, la riverenza ed il gaudio. Un tenero e taciturno contegno era visibile nei vostri sguardi ed in tutti i vostri movimenti.

La conferma della costituzione di Spagna uscí appena dalle labbra del re; ebbe egli appena invocato il tremendo nome di Dio, ed un immenso concerto di voci che tutte insieme esprimeva gli affetti piú cari, scosse le mura del tempio. Egli vide che la piú soave sensazione di un monarca è il grido festoso e spontaneo della riconoscenza di un popolo.

Fa d'uopo osservare che sorbí egli la soddisfazione fino all'ultima stilla. Un fiore non fu sparso, non fu emesso un accento che non risvegliasse nel di lui cuore un piacere distinto. Egli adornò con l'augurio della vostra salute la giocondità della mensa; protestò che i suoi sonni eran divenuti piú dolci; non si nascose il vantaggio di aver vestito il suo trono d'una luce novella.

Fin da' 7 luglio dell'anno corrente aveva egli approvati con anticipazione quegli atti che il suo vicario generale avesse creduti opportuni per mandare ad effetto lo statuto di Spagna. Fu spiegato ai 22 luglio il piú importante fra essi: fu stabilita in fatti la pratica dell'elezione dei deputati, e fu determinata la formola de' vostri poteri. Il governo medesimo credette allora limitarli a mantenere salde le basi di quello statuto politico; né veruna modificazione vi lasciò in dritto di fare, quando non fosse richiesto dalla necessità di adattarlo alle circostanze del regno.

Unisoni a questa formola furono i vostri poteri: unisoni a questi poteri furono i vostri giuramenti, ed unisoni a questi giuramenti furono quelli del re ed il decreto del 7 luglio. L'obbligo di rispettare i principî dello statuto di Spagna, e l'impossibilità di sottometterlo a delle riforme importanti è dunque radicato nel nuovo patto sociale, nella stessa indole de' vostri mandati, nella religione del re e nella vostra.

So che l'invidia del bene ha posto in opera ogni macchina della calunnia.

So che la gloria di un monarca, il quale affrancava il suo popolo, si è deturpata con la taccia della violenza. I posteri crederanno appena che l'ardimento della menzogna sia stato condotto si oltre da voler togliere alla notorietà la sua evidenza. Ma se la natura istessa dei fatti non rispondesse all'accusa, gioverebbe a smentirla un documento della maggiore importanza.

Modificando la costituzione di Spagna, il Parlamento aveva prescritto che per ogni provincia si eleggesse un consigliere di Stato. S. M. si persuase che questa norma restringesse le sue prerogative. Non si stette allora in silenzio, e non si contentò di protestare. Usando anzi francamente dei regi suoi diritti, richiamò alla memoria dell'assemblea il patto sociale, il giuramento comune, l'inviolabile dovere di conservare le fondamenta della costituzione adottata. Mostrò in tal guisa di non essere egli men libero, allora quando aderiva alla rappresentanza del popolo, che allora quando resisteva alla di lei opinione. Se l'unità di questo caso è sufficiente ad escludere la soggezione del sovrano, non lo è meno a render noto l'accordo fra i due principali poteri che dirigon lo Stato.

Era questa la marcia sempre posata e prudente del nostro regime, allorché delle nuvole incominciarono a stringersi verso il nostro orizzonte politico. Gelosi della nostra indipendenza, non avevamo offesa l'altrui. Né ragioni di fratellanza, né opportunità di sito, né utilità di dominio ci avevano indotti a ricevere sotto il nostro patrocinio le città sollevate di Benevento e Pontecorvo.

Gli ambasciatori dei sovrani di Europa avevano goduto nelle nostre contrade di tutta la stima e di tutti i vantaggi che il loro grado esigeva. La nostra libertà era del pari innocente, che urbana e tranquilla.

Eppure i rappresentanti della nostra nazione trovavano chiuse le porte di varie Corti di Europa. Eppure delle penne vendute alla menzogna ed al biasimo, non tralasciavano di ventilar la fama della nostra anarchia.

La curiosità di sapere il motivo di questi modi spiacevoli, pareggiava la certezza di non averli meritati. Fra i nostri agenti diplomatici vi fu chi prese ad appagarla.

Ecco ciò che in data de' 14 novembre egli scriveva sull'uopo: «L'avversione dei gabinetti di Europa, a cagione del modo con cui la Costituzione si è ottenuta, sembra formare il nodo piú forte della questione europea per la sua essenza.

«La Camera unica dei deputati, le restrizioni della prerogativa reale, l'incoerenza di partecipare ad un'assemblea, le negoziazioni diplomatiche, la deputazione permanente, la nomina agli impieghi, dei quali dispone il Parlamento, l'inceppamento del potere esecutivo, l'odiosità del veto lasciato al solo governo, e questo veto anche inefficace, perché solamente sospensivo, ed altre disposizioni della costituzione spagnuola, si trovano dalle varie potenze come tanti germi di discordia e di anarchia, e come incompatibili con la tranquillità dell'Europa».

L'autore del rapporto indicava i mezzi opportuni a riparare questi mali: « — mi sembra, egli diceva, di potere asserire che tutti questi mezzi si riducono ad uno solo; la rifusione della costituzione spagnuola, o piú tosto la formazione di una costituzione napolitana. Mi pare che il punto decisivo sia questo. E riguardo a questo punto il dilemma è breve: o venire incontro con dignità ai desideri dell'Europa, o aspettarsi la guerra e le conseguenze che ne verranno; o modificare da noi stessi la costituzione o aspettare che altri venga a modificarla».

Il nostro agente diplomatico aggiungeva un consiglio. Era quello di domandare l'intervento d'una gran potenza dell'Europa, onde, in compenso delle riforme che avremmo apportate alla nostra legge politica, ci procurasse la pace.

Noi non fummo persuasi dell'esistenza dei mali, e detestammo i rimedi. L'unità della Camera aveva per noi un supplemento nel Consiglio di Stato; non ci sembrava ristretta la prerogativa reale, ma il potere dei ministri; non leggevamo prescritta la necessità d'indicare all'assemblea legislativa le negoziazioni diplomatiche, ma di renderle conto dei risultamenti di esse: trovavamo incapace di essere molesta al governo una deputazione destinata alla sola vigilanza: ignoravamo che il Parlamento nazionale avesse sugli impieghi altro diritto, fuorché quello di presentar le terne per lo stesso Consiglio: se la forza esecutiva è inceppata nel male, la vedevamo sciolta nel bene; o il veto non ci si mostrava sotto l'aspetto di odioso, o credevamo che la odiosità dovesse ferire il Consiglio assai piú che il monarca; ma ci era dato infine il convincerci della inefficacia di un atto che poteva differire per anni la sanzione delle leggi, e che necessitava con questo mezzo al consenso i due poteri sovrani.

Era ben lungi dalla nostra mente il pensiero che gli alti alleati d'Europa volessero gradire il progetto dell'autore del rapporto. La indipendenza del nostro regno è tanto sacra per essi, quanto il dritto delle genti e l'opinione illibata della loro giustizia. Quella storia, che avara per le generose azioni, ha profuso il suo lusso per gli illustri misfatti, non ci presenterà l'aspetto di un principe che abbia snudata la spada per costringere una nazione ad avvilire le sue leggi. L'abolizione dei sacrifici umani coronò una volta il trionfo d'un re di Siracusa: e fu scritto che egli allora stipulava per l'umana natura. La servitú insanguinata d'un popolo, disonorerebbe il piú grande di tutti i trionfi: e si scriverebbe che si è combattuto e si è vinto per lo vitupero del buon senso o per l'infortunio dell'uomo. Chi osò mai di supporre disposizioni sí tristi nei magnanimi regolatori dell'Europa attuale?

Che se aveste obliata la loro virtú e la di loro grandezza, non avreste potuto non sovvenirvi dei vostri poteri. Voi avreste sempre letta nel tenore di essi l'impossibilità di aderire ad un cangiamento essenziale del vostro statuto. Voi avreste riputato contrario alla dignità di quel popolo che rappresentate ed alla vostra costanza l'andare incontro all'intervento d'una potenza straniera, per offerirle di permutare la libertà con la pace.

Riceveste adunque con gratitudine quel messaggio reale, che dimandò il vostro parere sulla mediazione. Ma quando il ministro che vi presentò il soglio, congiunse ad esso i progetti dell'autore del rapporto, tutti i vostri sentimenti vi sboccarono dal cuore, e mi suggerirono l'indirizzo dei cinque novembre.

Esprimeste in esso l'attaccamento ai vostri doveri, la vostra piena fiducia ne' giuramenti reali, la decisione irremovibile dei vostri committenti: la vostra.

I troni di Austria, di Russia e di Prussia erano stati fin qui circondati da un cupo silenzio. La prima voce che da essi ci venne, fu la prima testimonianza della loro giustizia. Non c'internò quello sdegno che non abbiam meritato, ma il desiderio di accordare un posto nel di loro consesso al nostro monarca. Fu questo un introdurre nel gabinetto di Laybach la santità dei di lui giuramenti, la legittimità del nostro cangiamento politico, l'indipendenza e l'autorità del nostro patto sociale.

S. M. ci diresse il messaggio dei 7 ottobre, e noi vi scorgemmo due punti. Manifestò l'uno il disegno di consentire all'invito dei suoi alti alleati: manifestò l'altro le basi d'una costituzione novella, e ci premurò a sospendere alcuna delle nostre incombenze.

La vostra commissione, o signori, non può ravvisare nell'una che le intenzioni reali; non può ravvisare nell'altra che un dispiacevole equivoco del direttore del foglio. È sicuramente degno del cuore di Ferdinando I l'abbellire l'adunanza dei signori del mondo, ed il prendere parte nella sublimità dei loro consigli. Ma come mai avrebbe egli pensato di essere in caso di aderire ad una costituzione novella? Avrebbe egli cancellato il decreto dei 7 luglio, i suoi giuramenti solenni, le sue ripetute proteste, la nobiltà del proprio carattere? Piú non tornerebbero alla di lui rimembranza quelle lagrime di tenerezza, le quali vennero sparse nel primo di ottobre, quelle acclamazioni solenni che accompagnarono la conferma dello statuto di Spagna, quegli accenti interrotti, que' fiori che tanto interessarono il di lui cuore commosso?

La virtú e la condotta del capo della vostra nazione piú non sarebbero sinonimi? E colui che godeva chiamarsi il fondatore e protettore del vostro statuto, presterebbe la mano a divellerlo? E voi destinati, obbligati a mantenerne intatte le basi, potreste voi consentirvi? Un cangiamento preparato da 20 anni diventerebbe adunque per vostra colpa o per vostra negligenza retrogrado?

Rispetto, o signori, alla lealtà, alla fermezza del vostro Monarca.

Tutto ciò che è contrario alla di lui dignità, è per lui impossibile. Se egli è pronto a partire per il congresso di Laybach, non può essersi proposto che il generoso disegno di dileguare le calunnie dei vostri nemici, di rendere sicura la felicità con l'indipendenza del regno e di provare all'Universo che non il palpito del timore, ma lo slancio della gloria gli dirigeva la mano, allorché egli aderiva liberamente alla costituzione di Spagna. Immaginare in lui altri fini è non riputarlo inviolabile: è trasandar lo statuto. Non evvi infatti profanazione maggiore della persona sacra d'un Re, che il supporlo non ricordevole della propria parola.

Quale è dunque lo stato della controversia che voi avete a risolvere? Negherete all'unione dei sovrani il desiderio di chi ha stabilito fra voi il regime attuale, e vi priverete del piú grande difensore della vostra indipendenza?

Perderete la opportunità di spedire un argomento vivente del vostro buon diritto? Ed alla chiamata della giustizia risponderete ferocemente col grido di guerra?

No, cittadini, non è tale il parere che la vostra commissione m'impone di esporvi.

Ella ha creduto di unire nel decreto di cui vi rassegno il progetto, la vostra dignità, la vostra intrepidezza, la vostra fiducia nella virtú del monarca e de' suoi alti alleati, la franchezza e l'onore del popolo da cui tenete i poteri.

Il vostro criterio ne giudichi: il Dio della verità e della buona fede assicuri il vostro giudizio.

PASQUALE BORRELLI, relatore.

* * *

_La commissione cui questo parere appartiene, era composta dei signori Galdi, Poerio, Berni, generale Begani, colonnello Bausan, di Donato, presidente Ricciardi, colonnello Visconti e Borrelli relatore._

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L'ULTIMA SEDUTA DEL PARLAMENTO NAPOLETANO DEL 1820[89].

_15 marzo 1821._

_Presidenza del signor_ ARCOVITO.

Gli atti della tornata precedente sono approvati.

Il _signor Poerio_ è invitato dal presidente a dare gli ultimi ragguagli venuti alla conoscenza della commissione di guerra sullo stato dei nostri eserciti. L'onorevole deputato è alla tribuna.

— Le ultime nuove del secondo corpo d'esercito recano che le gole di Popoli sono tuttavia libere; che i marescialli di campo Russo e Montemajor, ed il colonnello Manthoné concentrano le loro forze in Solmona: che un reggimento e due battaglioni di linea marciano da Venafro a Castel di Sangro; che il corpo del generale Verdinois era il di 12 del corrente in Ascoli; che l'intera legione Teramana comandata dall'intendente colonnello Lucente sotto gli ordini di quel generale e numerosa di seimila uomini era pronta a seguirlo. Il movimento retrogrado di quel corpo fatto non piú per il lungo cammino degli Abruzzi marittimi, ma per la strada consolare che conduce nel cuore degli Abruzzi, ed il movimento progressivo dei corpi che s'avanzavano da Castel di Sangro e da Solmona, uniti ai rinforzi che sicuramente spedirà il governo, faranno ben presto riprendere a quel nostro esercito le sue antiche posizioni. Confidiamo perciò — ha aggiunto l'oratore — nella previdenza di S. A. R. nell'accordo, nell'esperienza e nel patriottismo dei generali, nel valore e nella buona volontà delle truppe. Non dubitiamo dello slancio di tutte le milizie per la fantasia alterata di pochi battaglioni, né disperiamo della salvezza della patria per un disastro d'un sol momento e d'un sol luogo. Bandiamo le diffidenze. Vinciamo con la nostra calma l'altrui costernazione; e sopratutto non perdiamo di vista, che noi difendiamo la piú santa e la piú bella delle cause; quella della politica indipendenza del trono e della nazione. Rispetto profondo al Re, calda resistenza agli stranieri, moderazione nella prosperità, fortezza nell'infortunio; ecco i nostri doveri.

Adempiamoli, e costringeremo i nostri stessi nemici a stimarci. Può essere incerta la sorte delle armi; ma non deve essere incerta mai quella dell'onore!

(_L'onorevole deputato discende dalla tribuna in mezzo ai vivissimi applausi_).

Il _signor Borrelli_. Voi avete emesso un decreto concernente la formazione delle guerriglie; ma voleste che ognuna di esse fosse formata di picciol numero di uomini. Ciò non potrebbe conseguire il grande oggetto di tribulare fortemente il nemico. Io vi propongo di aggiungere a quella saggia ed utile disposizione l'altra che vi presento nel progetto di decreto, il quale è diretto ad autorizzare la creazione di corpi franchi piú numerosi, e capaci perciò di recare al nemico grave danno, e di ritardarne in tutti i punti il cammino.

Comandati quei corpi da cittadini ardenti di concorrere alla salvezza della patria, serviranno essi di singolare aiuto ai corpi regolari dell'esercito, co' quali opereranno in tutti i punti di accordo. Ecco il progetto di decreto:

* * *

Considerando che niun mezzo dee trascurarsi per la difesa del regno e per la salute della patria.

IL PARLAMENTO NAZIONALE

decreta:

1. Il ministro della guerra è autorizzato ad ordinare, dovunque il creda opportuno, dei corpi franchi; preporre ai medesimi delle persone, le quali abbiano la sua fiducia e quella della nazione, e disporne in generale i movimenti.

2. La sussistenza di tali corpi franchi si regolerà come quella delle guerriglie; giusta il metodo prescritto dal decreto degli 11 dello stesso mese. (_Approvazioni_).

Il _segretario Tumminelli_. Legge officio del ministro della finanza, di risposta ad altro del Parlamento concernente i gravi inconvenienti che avvengono nella posta della Sicilia, ove nulla o poco è rispettato il segreto delle lettere. Il ministro domanda che gli sieno date specifiche indicazioni, perché possa procedere secondo la legge, contro gli impiegati infedeli.

Il _signor Trigona_. I deputati non possono rivelare i casi specifici; eglino indicarono al ministro la norma da seguirsi, quando lo tennero avvertito degli inconvenienti avvenuti. Nel nostro segretariato sono depositate prove contro parecchi impiegati delle poste.

Il _signor Morici_. Gli atti del Parlamento non giunsero mai in regola nelle provincie; essi o arrivarono in ritardo, o mancarono affatto. Noi abbiamo molte doglianze di questa natura.

Il _signor Vivacqua_. L'on. ministro avrebbe fatto meglio, se invece di chiedere notizie specifiche dal Parlamento, avesse inviato circolari ed ordini severi per far cessare tali colpevoli abusi e far serbare la fede e l'esattezza che si richiede nel servizio delle poste. La dimanda fatta dal ministro può solo fomentare gli abusi, e far crescere la speranza dell'impunità nei rei. Il Parlamento non può trasformarsi in autorità giudiziaria, cui spetta raccogliere le prove delle infrazioni delle leggi e punirle. Bisogna ripetere al ministro i medesimi uffizi in termini generali ed invitarlo a rendere esatto, regolare e fedele il servizio delle poste. (_Approvato_).

* * *

Il reggimento del terzo leggiero si duole di essere stato lasciato in Palermo; chiede di essere chiamato a far parte dell'esercito destinato alla difesa della patria.

Il _presidente_. Si rimetta la dimanda al ministro della guerra.