Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti

Part 7

Chapter 73,580 wordsPublic domain

Nel 1815, tornati i Borboni, si dimise e tornò a vita privata. Fu nominato, quindi, giudice della corte criminale di Salerno e nell'anno seguente (1816) andò alla corte criminale di Trani. Solo nel 1818 passò alla corte civile della medesima città.

Fu deputato nel 1820, e nella sessione che seguí tornossene, per sempre, a vita privata.

Morí di bronchite ai 7 settembre 1857.

TRIGONA SALV. GIUSEPPE, _marchese di Camicaro e Dominamare._ — Nacque in Noto (Sicilia) nell'anno 1792. Fra gli agi della famiglia non obbliò che la istruzione e lo studio aggiungono pregio alla nobiltà dei natali e si diede alacremente a coltivare le belle lettere, la filosofia e le leggi. La economia politica alla quale l'età nostra aggiunge importanza, divenne la sua precipua occupazione. Temperò quest'arduo studio coltivando la poesia, per la quale sentiva inclinazione particolare.

Visitò Parigi, Londra, vide tutta Italia, e dopo otto anni reduce in patria, si diede con molto impegno all'azienda dei domestici affari ed all'esercizio delle cariche municipali.

Dichiarato nel 1820 deputato del Parlamento non fu studioso che del bene del suo paese. Venne nominato ricevitore generale della provincia, ed ebbe tre volte la presidenza del consiglio generale della medesima, fu deputato delle opere pubbliche provinciali e della commissione di salute.

Queste serie occupazioni se lo distrassero al seguire con ardore i suoi studi, non lo tolsero interamente alle accademie scientifiche e letterarie. Fu ascritto all'Arcadia di Roma, ai Trasformati di Noto, e fra i pastori Aratusei. Fu socio ordinario della società economica del suo paese, corrispondente di quella di Girgenti. Fu ascritto anche al VII congresso degli scienziati.

Nel 1843 era stato nominato gentiluomo di camera, con esercizio, del re delle Due Sicilie Ferdinando II.

VASTO TOMMASO. — Ebbe la cuna nel comune di Cardinale in sul finire del 1757. Fu educato nel seminario di Nola, ove professò poi, per ben trent'anni, diritto civile e canonico. Nel 1820 era canonico decano di quel capitolo e vicario generale della diocesi.

VISCONTI FERDINANDO. — Nacque a Palermo ai 9 di gennaio 1772 da Domenico Visconti capitano del reggimento di fanteria _Real Napoli_. Nel 1778 fu nominato _cadetto_.

Dieci anni dopo entrò nella Reale accademia militare in cui compí l'educazione e gli studî, premio dei quali fu il grado di sottotenente nel reggimento _Re_ del corpo reale di genio ed artiglieria, conseguito ai 27 febbraio 1791.

Come sospetto di professare dottrine liberali, nel 1794 fu posto in giudizio, congedato dal servizio militare e condannato alla reclusione d'un decennio nel castello di Pantelleria. Ivi passò sette anni ed alla pace di Firenze fu posto in libertà; ma non potendo trovare impiego in Napoli, andò a cercarlo a Milano. Al 1º settembre 1802 venne nominato tenente nel corpo degli ingegneri topografici della repubblica italiana. I suoi talenti superiori nelle scienze esatte non tardarono a farsi conoscere, sí che nel 1805 fu destinato per aggiunto al capo di quel corpo topografico per la parte riguardante le osservazioni astronomiche e le operazioni trigonometriche. In quell'anno istesso seguí a Bologna e nel Veneziano lo stato maggiore dell'esercito, comandato dal viceré d'Italia. E quando nel seguente anno tutti i Napoletani impiegati in Francia ed in Italia vennero congedati, egli meritò l'onorevole eccezione conceduta a pochissimi, di rimanere agli stipendi del regno italico.

Ricevette allora la missione di recarsi in Vienna per ottenere la consegna delle carte e dei documenti topografici relativi allo stato Veneto, i quali, pel trattato di Presburgo, l'Austria dové cedere all'Impero francese. Tornato a Milano con quelle spoglie, non rimase a lungo inoperoso. Dal maggio 1808 fino al gennaio 1809 egli percorse tutte le coste dell'Istria, delle isole del Quarnero, della Dalmazia e dell'Albania, determinando con osservazioni astronomiche la loro posizione geografica, affine di costruire la carta idrografica dell'Adriatico. Fu nominato cosí capitano _in secondo_ nel corpo degli ingegneri geografici.

Nel 1810 gli venne affidata altra commissione allorché sotto gli ordini del generale Danthouard attese a stabilire nel Tirolo la nuova linea di confine tra il regno italico, la Baviera e le provincie illiriche; ciò che gli valse la promozione a capitano in primo nel corpo accennato e quindi nell'anno successivo quella a sotto direttore del deposito generale della guerra.

Nel 1813 fu capo squadrone nel corpo degli ingegneri geografi e nello stesso anno compí una ricognizione generale militare sulle frontiere delle provincie illiriche da Villach fino allo sbocco dell'Unna nella Sava.

Nel maggio del 1814 tornò in Napoli, dopo ripetute e vivacissime insistenze di re Murat[83]. Fu nominato capo-battaglione dello stato maggiore dell'esercito e direttore del gabinetto topografico per la morte di Rizzi-Zannoni[84]. Nel 1815 fu promosso colonnello di stato maggiore.

Creato deputato supplente, rimpiazzò il Bausan. Fu anche socio ordinario dell'Accademia delle scienze, della Società reale di Napoli e della Pontaniana.

VIVACQUA FRANCESCO. — Nacque in Tarsia e si addisse all'avvocheria. Asceso di poi alla magistratura, fu giudice di gran Corte criminale, segretario della Corte di cassazione, e quindi procuratore generale in Catanzaro.

Nel 1820 fu deputato. Socio dell'accademia Cosentina, vi lesse parecchie disquisizioni e discorsi di apertura che si fecero apprezzare per erudizione e per acume giudizioso.

Destituito, spogliato di ogni pubblico ufficio, dopo i moti del 1820, visse privatamente in patria, dove morí nel 1851.

PARTE TERZA

LA FINE DEL PARLAMENTO.

PARTE III

I due documenti che seguono sono riprodotti da due foglietti volanti. Riguardano la partenza del Re per Lubiana. Ferdinando B. imbarcato a Napoli, sostò, a causa del pessimo tempo di mare, a Pozzuoli, dove — ornato l'abito della coccarda dei carbonari — ricevette la commissione del Parlamento con queste parole:

_— Era inutile incomodarvi, con questo tempo, di venire fin qui!_

E la rassicurò intorno alle buone intenzioni sue e del suocero.

I deputati, sospettosi d'un tranello, discesero dalla regia nave abbastanza male ed il malumore s'estese subito in tutta la capitale.

Fu allora che re Ferdinando scrisse la lettera e fu pubblicato il rapporto che riproduco:

FERDINANDO I ECC. ECC.

AI MIEI FEDELI DEPUTATI DEL PARLAMENTO.

Ho con infinito dolore dell'animo mio appreso che non tutti han riguardato sotto un aspetto la mia risoluzione a voi comunicata in data di ieri, 7 del corrente.

Ad oggetto di dileguare ogni equivoco, dichiaro che non ho mai pensato di violare la Costituzione giurata; ma siccome nel mio real decreto dei 7 luglio, riserbai alla rappresentanza nazionale il potere di proporre delle modificazioni che essa avrebbe giudicato necessarie, alla Costituzione di Spagna, cosí ho creduto e credo che la mia intervenzione al congresso di Laybach potesse essere utile agli interessi della patria, onde far gradire anche alle potenze estere progetti tali di modificazioni che, senza nulla detrarre ai diritti della nazione, respingessero ogni cagione di guerra; bene inteso che in ogni caso, non potesse essere accettata alcuna modificazione che non fosse consentita dalla Nazione e da me.

Dichiaro inoltre, che, nel dirigermi al Parlamento, intesi ed intendo di conformarmi all'art. 172, § 2, della Costituzione.

E, finalmente, dichiaro che non ho inteso d'insinuare la sospensione (durante la mia assenza) degli atti di governo legislativo, ma di quelli solamente che riguardano le modificazioni della Costituzione.

Napoli, 8 dicembre 1820.

FERDINANDO

_Il segretario di Stato, ministro degli affari esteri_ DUCA DI CAMPOCHIARO.

—————

RAPPORTO TELEGRAFICO[85]

SUA ALTEZZA REALE IL DUCA DI CALABRIA AL TENENTE GENERALE COLLETTA

Il Re, sovrano di Napoli, è stato chiamato al Congresso che sarà riunito a Laybach nell'impero austriaco; e parte col _consenso del Parlamento ai termini della Costituzione_.

Napoli, 12 dicembre 1820.

Per copia conforme: _Tenente generale:_ COLLETTA.

—————

Ecco ora un elenco esatto del personale che intervenne al Congresso. Naturalmente non vi possono essere comprese quelle persone diplomatiche, le quali, senza avere alcuna relazione col congresso, furono chiamate a Lubiana solo dagli affari correnti delle loro Corti e dei rispettivi gabinetti; e neppure quelle che vi furono condotte da oggetti di tutt'altra indole e senza speciali commissioni.

_Austria_, il principe di Metternich. Co-incaricato il barone Vincent, generale di cavalleria, ministro alla Corte di Francia.

_Russia_, il segretario di Stato, conte di Nessehode; il conte Capo d'Istria, il signor Pozzo di Borgo, luogotenente generale, ministro russo alla Corte di Francia.

_Prussia_, il principe di Hardenberg, cancelliere di Stato; il conte Bernstorff, ministro degli esteri. Co-incaricato il signor di Kresemark, luogotenente generale, ministro presso la Corte di Vienna.

_Francia_, il conte di Blacas, ambasciatore francese presso la Santa Sede ed il re delle Due Sicilie, il marchese di Caraman, ambasciatore alla Corte di Vienna; il conte La Ferronaye, ministro a Pietroburgo.

_Gran Brettagna_, Lord Stewart, ambasciatore inglese a Vienna; on. R. Gordon, ministro incaricato presso la stessa Corte.

_Roma_, il cardinale Spina, legato pontificio a Bologna.

_Sardegna_, il marchese di Saint Morsan, ministro degli affari esteri, il conte d'Aglié.

_Toscana_, il principe Neri Corsini.

_Modena_, il marchese di Molza.

* * *

Il signor di Gentz ebbe l'incarico di stendere il protocollo e gli altri documenti.

Articolo tolto dal giornale del 1820-21 _La Minerva napoletana_, vol. II, p. 139 (fondata da Giuseppe Ferrigni con Carlo Trova e Raffaele Liberatore).

Napoli, febbraio 1821.

IL MINISTERO

_..... solve senescentem mature senus equum, ne peccet ad extremum ridendus et illa ducat._

HORAT.

La patria è in pericolo! A questo annunzio debbono cessare le virtú timide: _La Minerva napoletana_ è stata forse troppo moderata fin'oggi, e forse non aveva abbastanza di lodi verso i ministri: oggi i di lei doveri sono cangiati!

Lungi da noi l'idea che il ministero tradisca la nazione, o che l'essersi eletti nel 10 dicembre gli uomini rispettabili onde è composto, sia da riguardarsi come un secondo e piú funesto _colpo di Stato!_ Cotal pensiero appartiene ai nemici.

Ma i ministri non possono per la loro età presiedere al movimento degli spiriti: questa sola ragione basta perché debbano rassegnare le cariche.

In un momento in cui forse una nuova religione politica, come la nostra, in un momento in cui nuovi Diocleziani senza talenti, si preparano ferocemente dall'Istro ad apprestarle i primi martirî e quindi un sicuro trionfo, egli è fuori di proposito che i vecchi, con deboli mani, si facciano a dirigere la gran lotta. Godano essi la ricompensa della loro probità, siano circondati dalla pubblica stima e riconoscenza, pei loro consigli si abbia il dovuto riguardo; ma cessino finalmente, se amano il loro paese, cessino di credersi atti a sostenere un peso — ahi! — cosí grave!

Se il signor Acclavio, già designato ministro dell'interno, avesse voluto scusarsi a cagione della sua età, qual migliore cittadino di lui?

Ma no: egli non adduceva tale pretesto, ed altro motivo gli attribuisce la fama. Noi siamo lieti che questo uomo del foro sia restato fra i suoi processi.

Legga egli Cuiacio; altri penseranno ad amministrare la cosa pubblica.

In verità, non si può pensare senza raccapriccio che un ministero cosí importante come quello dell'interno, sia stato quasi privo di capo per piú di due mesi. Il marchese d'Auletta non dovea sovrintenderlo che per pochi giorni. Non potendo servir di secondo ad Acclavio il ritroso, era facile il concepire che gli tornava impossibile di spiegare tutto lo zelo necessario a tempi tanto difficili. Ma la nostra causa è bella! Invano tardano i ministri di accorrere al loro posto, invano alcuni antichi intendenti si mostrano pigri a secondare il nobile impulso delle provincie: cresce in esse l'ardore quanto piú mancano gli stimoli dei loro amministratori!

Alla fine, gli affari interni sono stati affidati al cavaliere de Thomasis. Il Parlamento lo ha sciolto dall'accusa di aver preparato il 7 dicembre; ma la sua condotta per l'avvenire sarà la migliore delle assoluzioni.

Il ministero degli affari stranieri dà luogo a riflessioni di ben altra natura. L'antico uomo di corte[86] che oggi l'occupa sarebbe mai divenuto adoratore di libertà?

La storia del suo viaggio a Layback non somministra pruove assai forti di questa sua novella passione.

Arrestato lungamente in Gorizia, doveva egli sentire per lo meno al pari di noi l'indegnità dell'oltraggio, e se qualche cosa poteva consolarlo in quella infame prigione, era senza dubbio la speranza di alzare un giorno la voce per la sua patria. E il giorno giunse, ed egli è chiamato al congresso: ascoltatelo!...

_ — Se io potessi parlare... — _egli dice. Ma niuna forza fisica gli si faceva, onde tacesse; ov'egli avesse aperto la bocca niuno il minacciava sia dello _Knout_ sia del bastone. _Se io potessi parlare!..._ cosí quel ministro compiva la sua orazione e cosí sosteneva i nostri diritti. Che se egli non parlava, perché dunque non preferiva di scrivere? Sarebbe stata inutile, noi lo sappiamo, qualunque protesta; ma almeno la dignità della nazione non era offesa con quella importuna reticenza!

L'egregio difensore della sovranità del popolo!

Se a lui non si concedeva di favellare, chi non l'obbligava di dare orecchio a tante diplomatiche insolenze contro di noi? Perché durare la lettura delle istruzioni destinate ai tre plenipotenziari presso la nostra corte? Un uomo, il quale sapeva sacrificarsi, ed avrebbe interrotto il leggitore ed esclamato che non aveva intrapreso cosí malagevole cammino per vedere insultati ed il suo re e la sua patria!

E fate che io ritorni alla mia prigione — rispondeva Filosseno a Dionigi. — Fate che io vi ritorni; i vostri scritti sono insoffribili! — Ma no; il ministro pregava, onde gli fosse _accordata copia_ di quelle istruzioni gentili, come se diligenti corrieri non fossero già pronti a recarli in Napoli! Ecco ciò che chiedeva il nostro inviato, ecco ciò che a lui si negava.

Fedele istorico del suo silenzio, egli giungeva intanto fra noi. Grandi oggetti debbono richiamare le sue cure; grandi speranze si offrono alla nostra diplomazia.

Vedremo se il ministro saprà trattare gli uni e fecondare le altre: ma i principî non sembrano lieti.

Il principe di Partanna nostro rappresentante in Berlino persiste ostinato nel rifiuto di giurare la costituzione delle Due Sicilie: figlio della moglie del re, non per questo la sua sorte dev'essere diversa da quella dei due Ruffo di Parigi e di Vienna.

I primi figli dei re sono i popoli, diceva l'imperatore d'Austria, cosí quando comandava a sua figlia di sposare l'altrui marito, come quando le strappava dal seno l'unico figlio, relegando quel marito al di là dell'Oceano. Quindi giova sperare, e ciò riguarda la _responsabilità_ del ministro d'affari esteri, che non sarà tollerato il novello _insulto_ alla nazione; e che non si farà ingiustizia ai principi Ruffo e Castelcicala con l'impunità del principe di Partanna!

La nomina dei nostri agenti presso le Corti straniere merita del pari l'attenzione del ministero.

Coloro i quali partirono prima che il Parlamento s'aprisse, non sono i piú atti: essi non han veduto coi loro occhi ciò che dopo quel giorno avvenne tra noi, e forse non prestano fede a quel che loro si narra dello spirito della nazione.

Lo stato delle nostre relazioni politiche con le potenze neutrali è piú difficile di quel che sembra. Se ivi ci amano i popoli, ci detestano i gabinetti. L'oligarchia non è oggi che una specie di monachismo o, se si vuole, di massoneria sparsa in tutta l'Europa. Riti, misteri, linguaggio occulto ed universale, nulla le manca: bisogna quindi combattere dapertutto il mostro _proteiforme_, e, se sarà possibile, far comprendere alle Corti il loro vero interesse di stare uniti coi popoli.

Noi non sappiamo qual sia la condotta del nostro ministro, riguardo ai Portoghesi; ma ormai ella dovrebbe esser palese. Un inviato del Brasile ostenta in Napoli la sua burbanza contro gli avvenimenti del Portogallo; o ignorando o facendo mostra di obliare che i Portoghesi concedevano il trono alla casa di Braganza, costui avvisa di chiamarli ribelli, or che chieggono di non essere piú colonia del nuovo mondo! Noi non dobbiamo vedere queste cose, né predicare la nostra felice costituzione ad altri popoli; ma se spontanei questi l'adottano, certamente non possiamo trascurare di chiamarli nostri fratelli. Se Giovanni VI non ancora ha sanzionata la costituzione del Portogallo, bisogna credere che lo farà in appresso; ma a noi non è lecito di respingere i voti e forse i soccorsi di quella generosa nazione.

Il papa intanto che fa? Comincia egli a vedere quali ospiti sono i Tedeschi? Permetterà che Ancona e Civitavecchia siano occupate? Se noi saremo costretti di toccare i suoi dominii, non siamo stati certamente coloro i quali, primi, gli han chiesto ospitalità, e non vi combatteremo che per la nostra salvezza. Una volta i papi scioglievano i popoli dal giuramento di fedeltà verso i re della terra, oggi essi sciolgono i re dal giuramento di fedeltà verso la patria; segno evidente che i popoli sono divenuti i piú forti!

Quindi, giova ripeterlo, i monarchi debbono unirsi alle loro nazioni e saranno invincibili. Forse il pontefice comprende questa verità: ma la teocrazia cui egli presiede, gli vieta di recarla ad effetto, e forse non si aspetterà il termine della sua vita per punirlo di aver egli aperto l'adito a truppe straniere.

Allorché si é perduto il pudore politico fino al segno di essersi decretata l'impresa contro Napoli, qual piú agevole cosa di spogliare il papa, se le Sicilie saranno vinte?

Per farlo, basta che l'Austria comandi qualche movimento intestino negli Stati di lui, allorché egli griderà che i _carbonari_ lo hanno prodotto; e poiché, per diritto divino ed imprescrittibile, le sponde del Po appartengono a Cesare, egli sarà evidentissimo per l'_Osservatore austriaco_, che Cesare deve occupare gli stati del papa con un esercito amico o con un esercito conquistatore.

Ma il papa fa vista di non comprendere nulla; e sembra desiderare la guerra contro Napoli. Si narra che egli ha ordinato di ristaurarsi la via che conduce a Ceprano; e ciò senza dubbio rende piú agevole il movimento dell'artiglieria tedesca. Grazie sieno rese al pontefice: egli ha cura della nostra gloria, e c'invita a combattere! E quindi giungono sommamente opportuni i richiami del suo agente in Napoli, perché il concordato fosse eseguito! Intanto, il nostro ministro di affari esteri o non domanda conto alla corte di Roma delle di lei intenzioni, o nasconde ancora al Parlamento, come non si trattasse delle nostre frontiere, quali sono i di lui provvedimenti intorno ad un soggetto di sí alta importanza.

Noi consigliamo al ministro di non compromettersi con alcuno. Alla sua età si è avuto il tempo d'imparare ad esser _prudente!_

Qui volevamo noi parlare del ministro di guerra e marina, per rendere omaggio ai suoi talenti ed alle sue virtú, ma egli si è ritirato; e quindi il nostro elogio non sarà riputato meno sincero. Egli ha saputo bene meritare della Patria; e gli succede un uomo, in cui tutti ripongono la fiducia di vedere in brevi giorni recato ad effetto ciò che il suo predecessore non aveva potuto compiere per la sua vecchiezza.

Il nuovo ministro combatterà certamente la calunnia sparsa dai timidi, che possano mancare le sussistenze all'esercito in un regno come quello di Napoli! Egli dee conoscere la furfanteria e l'avarizia degli appaltatori e degli abbondanzieri; non si tratta se non di dar esempi rigorosi, e di mozzare il capo, come vuole la legge, ai convinti di tradimento. Il maresciallo di Turenna disse una volta ad uno di costoro, che lo avrebbe fatto impiccare per la gola...

— _Vostra Altezza_, quegli rispose, _dev'essere persuasa che non si può impiccare un uomo il quale in questo momento può spendere centomila scudi!_

E non fu il maresciallo ch'ebbe ragione.

La difesa della capitale è uno dei piú alti soggetti, dei quali deve occuparsi il ministro della guerra. Bisogna persuadere al nemico che la capitale non è nulla in questa guerra: che Napoli può essere bruciata come Washington e come Mosca, senza che ciò riguardi la causa della libertà. Che per salvar Napoli, si debba commettere una viltà? No, sarebbe questo un vilissimo tradimento! Quindi conviene prepararsi; e poiché il Reggente ha sanzionato il decreto di doversi trasportare il Parlamento a Salerno, perché non si comincia da ora?

Perché non si fortificano le alture, onde Napoli è coronata? Né solo é necessario di togliere le armi e gli oggetti di guerra della capitale, ma le cose preziose appartenenti alla nazione, statue, preziosi quadri, manoscritti... Chi non sa di quali tesori la corte di Vienna s'impadroní sotto il regno di Carlo VI? L'insigne biblioteca dei manoscritti del cardinale Scripando in San Giovanni a Carbonara non formano oggi forse l'orgoglio della biblioteca viennese? L'Austria non solo vorrebbe rapirci l'onore, ma tutte le nostre ricchezze; che buon paese era per esso questo regno di Napoli! E qual rabbia di vederlo libero!

Noi parleremo altra volta de' ministeri di giustizia e di finanze; ma giova toccar brevemente la condotta di tutto il ministero riguardo al consiglio di Stato.

Questo è l'unico consiglio del Re; e dee principalmente trattar gli affari di guerra e di pace. Intanto dall'ozio e dal lento passeggiare dei consiglieri di Stato, scorgiamo che essi non sono di altro aggravati se non di qualche provvista di abati e di altri piccoli ufficiuzzi. Né si parla se non del consiglio de' ministri?

Speriamo che questo ordine di cose voglia cessare, e la costituzione aver tutto il suo effetto fra poco: senza di ciò vi potrebbe esser luogo ad accusa legale.

C. T.[87]

Al messaggio del re, pubblicato poc'anzi, il Parlamento rispose col Rapporto che segue:

RAPPORTO DELLA COMMISSIONE DEL PARLAMENTO NAZIONALE PER L'INTERVENTO DI S. M. AL CONGRESSO DI LEYBACH[88].

_Signori,_

Il messaggio che S. M. vi diresse nello scorso giorno, era ben giusto che occupasse tutti i vostri pensieri. Desideroso di rispondervi con quella calma prudente che non può essere divisa dalla maturità del consiglio, voi nominaste a tale uopo una commissione novella. Non potrei esibirvi i motivi della di lei opinione, se non riproducessi nella vostra mente la storia di taluni fatti notabili.

I rapidi e luttuosi avvenimenti, i quali distinsero la fine del secolo scorso, aveano alterato sensibilmente la marcia della nostra vita politica. La pietà ed il terrore aveano scossi gli spiriti; il sentimento patrio era diventato piú energico, e le cognizioni piú estese; la coscienza della propria forza non era piú muta nel popolo: e gli svantaggi d'una libertà intemperante avevano imparato a desiderarne un'altra piú moderata e piú cauta.