Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti
Part 6
I Francesi venuti dal 1806 al 1815[77] lo tennero in grandissimo onore. Nel 1807 fu professore di _dritto criminale_ nell'Università di Napoli, dettandone le lezioni nel piú puro e classico idioma latino.
Scrisse poi _un commento_ al codice francese, e piú tardi i _pensieri su d'un codice criminale_, ed il _saggio sulla corruzione dei popoli_ letto nell'accademia Pontaniana ai 10 di ottobre 1810.
Morí nel 1829 in Napoli e lasciò undici figliuoli.
LUCA (DE) FERDINANDO. — Nacque ai 15 d'agosto 1785 in Serracapriola (Capitanata). Fu educato nei primi anni nel seminario di Troia, quindi in quello di Larino. Della età di 18 anni sostenne due pubbliche conclusioni di filosofia e teologia e nelle stagioni autunnali insegnava umanità e rettorica ai giovani della sua patria.
Venne in Napoli nel 1806, si applicò allo studio delle leggi e cominciò quasi da capo a rifare la sua educazione scientifica, dandosi contemporaneamente allo studio delle matematiche, della fisica, della chimica e delle tre branche della storia naturale. Nel 1809 avendo scritto una memoria sulle ragioni e proporzioni colla teorica degli esperimenti, ed un'altra sulle applicazioni dell'algebra alla geometria, fu chiamato ad insegnare geometria nella scuola militare provvisoria; e nel 1811, essendosi ordinata la scuola politecnica, fu scelto per uno dei professori e gli fu affidato l'incarico di scrivere la geometria elementare, la trigonometria analitica e l'analisi a due coordinate. Durante tutto l'anno 1811 e parte del 1812, uscirono alla luce le accennate opere in quaderni separati che si stampavano come si componevano per farli studiare agli alunni. Sul finire del 1812, le tre accennate opere furono compiutamente stampate.
Il de Luca dette alle stampe anche molte memorie di fisica e geografia e sopratutto della geografia egli pubblicò un corso compiuto, ma diviso in periodi.
Appartenne a diverse accademie e dette alle stampe le seguenti opere:
— _Geometria sintetica_, pubblicata in Napoli nel 1810.
_Geometria piana trattata con l'analisi geometrica degli antichi_, 1811.
_Trigonometria analitica con un saggio di poligonometria_, 1811.
_Geometria analitica trattata con l'analisi a due coordinate, e colla cartesiana_, 1811.
_Analisi a due coordinate, con molti problemi generali_, un grosso volume di 35 fogli di stampa, 1812.
_Agrimensura popolare ove il problema della divisione del poligono in data ragione è sciolto nella massima generalità ed in un modo geometrico_, Napoli, 1842.
_Memoria per rivendicare alla scuola italica tutta l'antica geometria_, Napoli, 1845.
_Geometria e trigonometria elementare sferica, dedotta da una sola formola analiticamente._
_Pensieri sull'educazione, applicati all'istruzione dei seminarii_, anno 1826.
_Piano di un'educazione compiuta religiosa, letteraria, scientifica e navale_, Napoli, 1835.
_Sul miglior sistema di una pubblica istruzione_, Napoli, 1836.
_Nuovi elementi di geografia, disposti secondo l'ordine dell'insegnamento_, Napoli, 1838.
_Istituzioni elementari di geografia naturale, topografia politica, astronomica, fisica e morale, con un ramo per la geografia astronomica_, Napoli, 1845.
_Elementi di geografia antica_, Napoli, 1834. _ Memoria per l'ordinamento degli studi geografici, letta nell'accademia Pontaniana._
_Memoria della giusta nozione che bisogna dare alla geografia storica, letta nell'accademia delle scienze e commentata nel giornale dell'Istituto storico di Francia_, t. 5, p. 187.
_Memoria fisico-matematica sulla meteora americana comparsa a Filadelfia in novembre 1833_, memoria prima e seconda letta alla regia Accademia delle scienze.
_Memoria sul magneto-elettricismo_, letta nella regia Accademia delle scienze.
_Memoria sui varii punti della storia delle matematiche_, inserita nel _Progresso_.
_Tavola per la conversione reciproca dei pesi e delle misure antiche in quelle sanzionate dalla legge 6 aprile 1840._
Prese parte al VII congresso degli scienziati, tenuto in Napoli nel 1845 e morí nel 1869.
LUCA (DE) ANTONIO MARIA. — Nacque nel comune di Colle e fu educato per opera dello zio, vescovo Lippi, nella congrega dei pp. Giuranisti. Iniziato nello stato sacerdotale, ottenne laurea in teologia, e poscia, mercé concorso, fu all'età di anni 30 nominato canonico penitenziere nella chiesa cattedrale di Policastro.
Arrestato come liberale nella proscrizione del 1799, ottenne la libertà col trattato di Firenze.
Nell'anno 1811 — morti quattro suoi fratelli — rinunziò alla carica ecclesiastica per dare opera alla domestica economia. Corrispondente della Società agraria dei Principati Citra ed Ultra, conosciuto per non aver giammai abbandonata la causa della libertà fu scelto a deputato nell'età di circa cinquant'anni.
MACCHIAROLI ROSARIO di Bellosguardo, nel distretto di Campagna, di circa anni quaranta.
I suoi primi studi furono per la carriera legale. Gli affari della sua famiglia lo richiamarono ancor giovane dalla capitale. Nel principio della dominazione francese fu eletto a capitano della legione provinciale; poscia trasferito nell'esercito di linea.
Dopo il 1815 venne creato consigliere dell'intendenza di Salerno. Sospetto di principî liberali, egli era vicino a soggiacere alle persecuzioni della polizia, quando il 6 luglio 1820, a cui dicesi di aver dato mano, gli acquistò quell'opinione per la quale fu eletto a rappresentante della sua provincia.
MAZZIOTTI GHERARDO. — Nato in Celso a quaranta miglia da Salerno, portossi in Napoli a percorrere la carriera forense. Nella rivoluzione del 1799 fu creato giudice di pace, indi imprigionato come liberale e bandito dal regno. Tornato in patria, nella organizzazione giudiziaria del 1809 venne eletto a giudice civile, e poco dopo elevato a giudice criminale in Campobasso, donde fu trasferito colla stessa carica in Avellino. Promosso a presidente del tribunale civile della provincia di Lecce, domandò di tenere la magistratura nella città capitale della sua provincia. Volendo il governo inviarlo a Reggio rinunziò alla toga ed esercitò in Salerno l'avvocheria. Egli toccava quarantacinque anni quando fu eletto deputato.
MERCOGLIANO ANTONIO. — Vide la luce in Nola nel 1784, e dopo gli studi preliminari compiuti in provincia si recò a Napoli a studiare medicina. Andria e Cattolica furono i suoi maestri. Nel 1799, coinvolto nei tumulti, fu esiliato per quindici anni e risedette in Toscana.
Nel 1818 — scoverto di far parte d'una società segreta — fu rilegato in Pantelleria a disposizione del re.
Nell'agosto del seguente anno potette tornare in patria.
NICOLAI DOMENICO, _marchese di Canneto_[78]. — Di lui esiste il seguente documento: «Supplica del figlio Carlo affinché il padre carico di anni e quasi cieco torni in patria in seno all'ammiserita famiglia.»
La supplica non fu accettata perchè il richiedente fu «... _immoderato_ nelle discussioni parlamentari!»
Dalla corrispondenza dell'ex-magistrato Pisa emergono alcune lettere che il Nicolai e de Conciliis indirizzavano a Lucenti ed al Pisa mentre erano in Ispagna. Nel 1829 il Nicolai era a Barcellona in seguito di misura generale presa dal governo spagnuolo contro gli esiliati. Nel 30 dicembre 1830 trovavasi a Marsiglia. Il ministero degli esteri era convinto che il Nicolai fosse l'autore d'alcune stampe per la _indipendenza italiana_.
PESSOLANI SAVERIO ARCANGELO. — Atena fu il luogo dei suoi natali. Istruito nelle leggi, reputato per maturità di consiglio e per disinteresse a niuno secondo nel suo distretto, difese per molti anni i diritti dei privati ed in particolare quelli dei poveri. Toccava il quarantesimo anno di età.
PEPE col. GABRIELE. — Sannita e degno emulo di Florestano e di Guglielmo, calabresi. Combatté a Civita-Castellana e ad Otricoli contro i Francesi. Difese la Repubblica partenopea a Nola, a Torre Annunziata ed a Portici[79], ove fu ferito.
Combattette poi anche a Marengo nella legione italiana e fece la campagna del 1815. A Tolentino riportò quattro ferite d'arma bianca.
A Firenze sfidò a duello il Lamartine che osò chiamare l'Italia: — _La terre des morts!_
POERIO GIUSEPPE. — Ebbe i natali in Belcastro (Catanzaro) ai 6 gennaio 1775 da Carlo e Gaetana Poerio. Fu, adolescente, nel collegio dei nobili di Catanzaro ed a sedici anni esordí perorando nei tribunali e salvando un fanciullo di dodici anni, imputato di omicidio volontario.
Raggiunse nel 1799 lo Championnet e diventò suo aiutante di campo. Proclamata la repubblica fu nominato commissario in Catanzaro e tornò a Napoli per via di mare quando seppe della marcia del cardinal Ruffo.
Fu condannato a morte dalla Giunta di Stato, ma la pena gli fu poi commutata in ergastolo a vita col Torelli e con l'Abbamonte. Dopo 22 mesi di duro carcere, dopo la battaglia di Marengo, per gli accordi di Firenze, gli fu concesso di tornare in patria.
Tolse a moglie Carolina Sossisergio del Poggiando[80], e nel 1806 fu nominato da Giuseppe Bonaparte intendente e preside di Molise e Capitanata. Nel 1808 re Gioacchino lo prescelse a primo avvocato generale della Gran Corte di cassazione con Sirignano, Raffaelli, Cianciulli ed altri grandi. Contemporaneamente ottenne di essere relatore al Consiglio di Stato, indi regio commissario nelle Calabrie; e poi presidente della Commissione per la riforma del Codice penale, ed a 35 anni procuratore generale di Cassazione. Consigliere del re sostenne contro il Briot: — _non potere senza acquistare nazionalità ottenere cariche e preminenze gli stranieri nel regno._
Fu anche in Bologna come commissario straordinario dei dipartimenti italici ed in prosieguo uno dei sette direttori del Consiglio di governo sedente in Roma col carico della giustizia.
Tornati i Borboni, il Poerio emigrò per Parigi e di là per Ginevra, dove ebbe notizia d'essere stato condannato all'esilio perpetuo.
Gli fu offerto, per rientrare in Italia, la cittadinanza della repubblica di San Marino, ma egli non accettò e si stabilí a Firenze fino al 1820.
Ai 19 marzo 1821 dettò la protesta con la quale dichiarava che — _i corpi e non gli animi avevano ceduto alla forza del nemico; disciogliersi il Parlamento per la presenza del nemico, per volontà del principe, per mancata cooperazione del potere esecutivo; protestare contro la violazione del diritto delle genti, rimettersi alla giustizia di Dio la causa del trono e della indipendenza nazionale._
Fu arrestato, imprigionato per circa tre mesi e inviato a Trieste ed indi a Gratz con la moglie ed i figli[81], e finalmente ottenne di poter risiedere a Firenze.
Ai 14 novembre 1830, scacciato di Toscana, riparò in Francia col figlio Alessandro, mentre la moglie rimpatriava. Visitò l'Inghilterra e dopo 13 anni di esilio Ferdinando II gli permetteva il ritorno ai 28 ottobre 1833, ripigliando fervorosamente l'avvocheria.
Morí ai 15 d'agosto 1843, dopo un anno di languore e di sofferenza.
PERUGINI PIETRO PAOLO. — Di anni 48, nativo di S. Lorenzo Minore, nel distretto di Piedimonte. Si applicò alla medicina. Esiliato in Francia, nel 1799 tornò nella patria in grazia della pace di Firenze. Appartenne alla legione della sua provincia ove pervenne, di grado in grado, a maggiore. Egli era agiato proprietario ed esercitò le funzioni di consigliere distrettuale e provinciale. Socio corrispondente dell'accademia di Terra di Lavoro, della Cosentina e del reale Istituto d'Incoraggiamento di Napoli. Pubblicò nel 1819 una _memoria sulle acque minerali di Telese_.
PICCOLELLIS OTTAVIO. — Nacque in San Nicola la Strada ai 4 di giugno 1786 e si ascrisse volontario alle guardie di onore nel 1806. Nello stesso anno fu tolto a tenente nel secondo reggimento dei cacciatori a cavallo; indi a capitano delle cennate guardie d'onore, nel quale grado fu inviato nel 1812 alla campagna di Russia. Nella sera del 6 dicembre, rimasto Napoleone in mezzo ad una boscaglia, intirizziti i suoi aiutanti di campo dal freddo, morti i vetturali, il de Piccolellis, che era al seguito, lo salvò menandolo a Vilna. Nel 1813 prese parte alla campagna di Germania. Distinto nelle tre famose giornate di Lipsia del 14, 16 e 18 ottobre, ricevé sul campo di battaglia la Legion d'onore dalle mani di Bonaparte e l'Ordine delle Due Sicilie da Gioacchino Murat.
Elevato da questi al grado di maggiore nel 4º reggimento cavalleggieri intervenne in Italia ai fatti d'arme di Reggio e del Taro.
Nel 1815 fu nominato tenente colonnello nel reggimento di cavalleria _Principe_.
PELLICCIA ALESSIO. — Ebbe in Napoli i natali nel 1744. Educato nelle filosofiche discipline dall'abate Genovesi e nelle ecclesiastiche dal vescovo Giuseppe Rossi, diessi a coltivare, in preferenza degli altri, gli studi della diplomatica, ed ogni maniera di archeologiche dottrine. Innalzato al sacerdozio, dopo aver data prova dei suoi talenti e di sue cognizioni con due pubblici esperimenti l'uno in etica e l'altro in dritto canonico, fu chiamato a reggere nel 1781 la cattedra di antichità ecclesiastica nella reale Università di Napoli. Avido di conoscere le patrie memorie, visitò i grandi archivi del regno, ove raccolse grande messe di notizie preziose. Nel 1812 fu eletto professore di diplomatica e nello stesso anno a provicario generale della chiesa e diocesi di Napoli; poscia presidente del giurí di esame nella commissione dell'istruzione pubblica, carica che occupò sino alla fine del decennio.
Istituita una commissione per sovraintendere agli archivi, Pelliccia fu tra i membri di essa.
Si debbono a lui le seguenti opere:
— _Dissertazione della disciplina della chiesa intorno alla preghiera pubblica pel sovrano_, Napoli, 1760 (tradotta in tedesco nel 1760 per ordine dell'imperatrice Maria Teresa e stampato a Vienna; e recata in latino dall'autore medesimo, Napoli, 1789).
_Corso di antichità ecclesiastiche_, tomi 4, in-8º, Napoli, presso Morelli.
Quest'opera comprende sei libri, e vi sono descritti tutti i rami della polizia ecclesiastica dei riti greco e latino, principalmente per quello che riguarda la parte piú oscura, cioè i tempi di mezzo. Nel terzo e nel quarto tomo si leggono varie dissertazioni, in una delle quali è data una specie di istituzione lapidaria del medio evo; un'altra riguarda i tempietti portatili degli antichi; la piú insigne è quella sulle vecchie catacombe di Napoli, lavoro di molti anni, durante i quali l'autore passò lunghi giorni nelle tenebre di quelle caverne.
_Cronache e diarj del regno di Napoli_, cinque tomi in-4º, Napoli, stamperia del Perger (tale raccolta serve di continuazione a quella degli storici napoletani del Gravier, e contiene molti codici, la maggior parte di autori contemporanei all'epoche di che scrissero).
_Dissertazione sul ramo degli Appennini che termina dirimpetto all'isola di Capri_, Napoli.
_Dissertazioni sopra l'antica città di Equi_, Napoli.
_Dissertazioni sul vero significato della_ SHEOL _nel testo ebraico._
_Del culto della chiesa verso la Vergine,_ Napoli, 1820.
_Istituzioni della scienza diplomatica_, Napoli, 1821.
Promise il marchese Maffei una istituzione della scienza diplomatica, ma non la formò prima del Pelliccia.
_La topografia di Napoli e sobborghi._
_Origine e vicende della proprietà dalla discesa dei Longobardi_ (queste due ultime opere sono inedite).
ROMEO SANTI[82]. — Nacque in Messina il di 25 febbraio 1775. Suo padre Domenico professò medicina, ed ebbe nome di felice e sagace interprete della natura. Giovane ancora, Santi ascoltò le lezioni paterne con l'alacrità che muove gli spiriti cui sprona vivo genio e nascente amore di sapere. Compiutamente istrutto nelle scienze che concernono direttamente l'arte di curare le malattie, o servono a quella di aiuto e sostegno, venne in Napoli, città in quei dí fiorentissima nelle mediche discipline e udí Cotugno e lo sventurato Cirillo, ed ebbe particolare dimestichezza con Antonio Sementini, splendidissimo lume dell'Università nostra.
Reduce in patria, fu troppo presto salutato erede dell'ingegno e del nome paterno.
Jenner aveva dato al genere umano l'antidoto contro la peste vaiuolosa. A vincere l'ostinata renitenza di gran numero di madri contro quella pratica salutare, Santi tradusse le _ricerche storiche e mediche di Huxon sulla vaccina_ nelle quali aggiunse doti teoriche, che comparò con belle e giudiziose osservazioni, le quali accrebbero i pregi della versione in tal maniera divenuta originale. La peste di Malta richiamò Romeo da quella specie di inerzia, in cui cade lo scienziato quando si consacra di soverchio all'esercizio della pratica. Le sue _Ricerche_ sopra grave questione, se la peste bubbonica possa comunicarsi ai bruti come agli uomini, parvero spargere nuova luce sopra difficile soggetto, intorno al quale la medicina era ancora fanciulla. Malgrado la guerra che era allora di ostacolo ad ogni maniera di commercio, le _Ricerche_ in quella occasione pubblicate vennero altamente commendate in tutte le opere di medicina.
Ottennero fortuna anche maggiore i suoi pensieri intorno alla febbre micidiale che nel 1817 visitò tutta l'Italia e che non infierí meno nel grande ospedale di Messina.
Obbligato dallo stato di salute ad allontanarsi per qualche tempo dalla patria, visitò le principali università della penisola, e si conciliò l'amicizia di tutti i professori italiani che visitò.
Nelle sue peregrinazioni scrisse utili ma semplici istruzioni per le genti di campagna della Sicilia, ad oggetto di prevenire i guasti che a quei giorni di là dal faro facea una feroce _epizoozia_.
Poco dopo aggiunse una dotta nota sulle fumigazioni solforose, le quali aveva nella sua dimora in Napoli sperimentato sommamente proficue sotto la cura del chiarissimo cavaliere Assalini.
Parecchie altre sue scritture date a stampa, o concernono l'utilità pubblica o tendono a campare i creduli dalle facili imposture dei falsi medici. Appartengono a questa classe la sua _Relazione sull'ipocondria di un tal Lamaestra_, ed un suo secondo ragionamento sullo stesso soggetto edito dal Nobili.
Fu professore di medicina nel ginnasio di Messina, medico di quel grande ospedale civico e consultore fisico della deputazione di salute.
Fu uno degli ultimi eletti e prese parte alla memorabile tornata dell'8 dicembre 1820.
RICCIARDI AMODIO. — Nacque nel 1756 a Palata nel Molise. Furono suoi genitori Paolo e donna Diana Carunchio. Venne in Napoli adolescente per darsi agli studi legali ed abbracciare la carriera nobilissima del foro.
Nel 1790 interruppe i suoi trionfi d'avvocato per esulare in Piemonte donde tornò nel 1808 e fu nominato da Murat procuratore generale presso la corte d'appello di Napoli. Nel maggio del 1812 fu creato consigliere di cassazione e nel 1817 destinato a presiedere — la reazione era incominciata — la gran corte di Aquila.
Il Parlamento lo ebbe fra i suoi piú ardenti e costanti membri, e poco dopo il suo ritorno nella capitale morí nel 1835 ai 3 d'agosto, di mattina.
RUGGIERI (DE') PETRANTONIO. — Mirabella, nel Principato ulteriore, fu la sua patria, e vi nacque ai 20 luglio 1766. Formato alla cultura delle lettere in paese, venne poi a compiere gli studi a Napoli, ove intraprese la carriera dell'avvocheria cogliendone non pochi allori. Nel 1814 fu nominato giudice del tribunale civile della Capitale ed indi a poco promosso pubblico ministero nel medesimo collegio. Amò piuttosto la difesa libera dei civili diritti che il penoso uffizio di magistrato al quale rinunziò spontaneamente. Conosciuto per la liberalità delle idee e per la inviolata probità della sua condotta, nei primi dí della riforma politica fu chiamato a far parte della commissione di pubblica sicurezza e conseguí l'approvazione generale nei piú difficili momenti.
La nazione lo designava alla rappresentanza e fu presto unanimemente eletto a deputato della provincia di Napoli. Era anche decorato dell'ordine gerosolimitano.
RONDINELLI BENEDETTO. — Nacque in Campagna nel dí 20 giugno del 1772. Dedicatosi agli studi ecclesiastici fu nel 1805 creato canonico della cattedrale della sua patria.
Poscia nel seminario di quel comune insegnò per molti anni gli studi filosofici e le matematiche discipline. In appresso, tenne anche la carica di pievano nella mentovata chiesa, e nel 1818 fu dal governo eletto a giudice conciliatore.
SONNI DOMENICO ANTONIO. — Nacque in Falerno ai 12 giugno 1758, e nel 1776 entrò nel seminario di Tropea, (Calabria ulteriore). Fu ordinato sacerdote nel 1784 ed un anno dopo portossi in Napoli. Vi riuscí valoroso nelle scienze positive, tanto che con real dispaccio del 29 luglio 1792 fu chiamato a dettare matematica sublime nell'Università. Nel 1796 ebbe laurea di teologo e fu educatore del duca di Spezzano e de' principi d'Ischitella e Pignatelli.
Fu nominato professore di matematiche nella reale accademia militare con decreto 1º novembre 1802, regio revisore delle stampe ed esaminatore degli aspiranti al magistero delle matematiche nel 1805: fu professore trattatista ed esaminatore della r. accademia delle guardie marine (24 novembre 1806), esaminatore dei libri della biblioteca di San Severino ai 19 marzo 1807, membro della commissione per la statistica generale del regno (1808). Socio residente del R. Istituto d'incoraggiamento e della Pontaniana (11 luglio 1809). Nel 1815 tornò ad essere revisore della stampa, ispettore generale e segretario interino dell'istruzione pubblica, esaminatore del concorso alla cattedra dei concilii e successivamente delegato alla ispezione degli stabilimenti d'istruzione delle Calabrie, di Principato Citra e di Basilicata.
Colto da apoplessia mentre camminava, in Napoli, per la strada di Toledo, morí addí 4 febbraio 1840.
SPONSA DIODATO. — Fu tra gli esiliati a Tunisi e tornò in patria dopo il 1831.
SEMMOLA MARIANO. — Del comune di Brusciano nel distretto di Nola. Dopo aver appreso nella patria i rudimenti delle lettere, fu dal vescovo Lopes inviato in Napoli agli studi delle scienze: all'età di anni 21 fu richiamato per insegnarle al seminario nolano. Intrapresa la carriera ecclesiastica dopo aver passato circa quattro lustri in quell'uffizio di professore al seminario, si riportò in Napoli ove die' un pubblico esperimento per ottenere la cattedra di fisica nella Regia Università degli studi, e benché non fosse riescito nell'intento ne ottenne riputazione, onde messosi privatamente ad insegnare le scienze filosofiche ebbe frequenza di giovani allievi.
Non molto dopo, conseguí nella stessa Università la sostituzione alla cattedra di logica e metafisica. Nel decennio francese fu ivi incaricato dell'insegnamento della _Ideologia_, e riconfermato poscia, dopo la espulsione dei Francesi, nell'insegnamento dell'antica logica e metafisica. Si hanno di lui pubblicate per le stampe in varie edizioni le istituzioni di logica e metafisica ad uso del suo studio privato.
TAFURI MICHELE. — Figliuolo del barone Tommaso di Melignano e di Teresa Perrone, nacque il dí 27 di maggio 1769 a Nardò (Lecce) nel cui seminario fu educato e poi inviato a Napoli, per studiarvi diritto canonico e poi prendervi gli ordini; invece egli s'accinse agli studi legali per la carriera del foro. Sposò nel 1799 Rosa di Masi. Durante il decennio, ministro nel 1807 il commendatore Pignatelli lo volle al ministero di grazia e giustizia e cosí anche Zurlo e Ricciardi.