Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti
Part 5
_Il calendario dei principi, del quale venne in luce un solo semestre._ — Anno 1829.
_La memoria letta all'Accademia delle scienze sullo stato fisico e morale degli uomini allevati senza l'uso della parola._ — Anno 1832.
_Altra memoria letta alla Pontaniana su la guerra considerata nelle sue relazioni morali._ — Anno 1839.
_Gli elogi del chiar. cavaliere Giampaolo e del presidente Amadio Ricciardi._
_Le note alla vita delle donne illustri della signora d'Abrantes._
_Poche note alla medicina forense di Giovanpietro Frank._
_Articoli di giornali._
_Nella biblioteca analitica di sciente e belle arti_ è una novella lepidissima dal titolo: _Breve storia morale-enciclopedico-sacro-profana, che va dalla creazione del mondo al 4 ottobre 1809, dedicata all'impareggiabile merito di chi vorrà lamentarsene_.
Trentatré volumi di allegazioni forensi. Di queste memorie trovansi gli originali in Firenze, Bologna, Milano, Malta e Palermo.
Nel 1801 fu nominato membro dell'accademia italiana, nel 1832 socio ordinario dell'accademia delle scienze di Napoli, nel 1839 socio dell'istituto storico di Francia e della Pontaniana di cui fu presidente dall'anno 1840.
Morí nel 1849: ne scrisse l'elogio Ferdinando De Luca, negli atti dell'Accademia.
BUONSANTO VITO[61]. — Nacque in San Vito di terra d'Otranto ai 22 giugno 1762 da Oronzio Buonsanto, ricco mercante e da Lucia Prina.
Vestí nella sua patria l'abito dei frati predicatori e, conseguiti gli ordini ecclesiastici superiori, pervenne ad essere Padre Maestro di teologia. Negli ultimi anni del secolo per scampare a persecuzioni popolari se ne venne a Napoli dove prese stanza nel convento di San Domenico Maggiore (1808), e, soppressi gli ordini religiosi, il Buonsanto si ritrovò in mezzo alla vita del mondo. Morí ai 29 maggio 1850.
Di lui abbiamo:
— _L'Istruzione morale, o metodo facile per istruire i fanciulli nella lettura e negli elementi della storia cristiana, arricchito di 40 figure ecc._
_Il catechismo di grammatica italiana._
_Gli elementi di grammatica italiana generale._
_La guida grammaticale della lingua italiana._
_La lessigrafia latina. L'etimologia e la sintassi della lingua latina._
_L'antologia latina._
La seconda categoria delle sue opere riguardo lo studio elementare dalla matematica, della geografia e della storia:
— _Gli elementi d'aritmetica._
_Introduzione alla geografia antica e moderna delle Due Sicilie._
_Introduzione alla storia antica e moderna del regno di Napoli._
_Gli elementi della storia cristiana._
La morte lo colse quando attendeva alla composizione di un dizionario di frasi e di modi scelti di lingua ad uso delle scuole.
CARACCIOLO GHERARDO. — De' duchi di Martina: ebbe Vietri per patria. La sua prima carriera fu la militare. Serví prima nella cavalleria dell'esercito di linea, indi passò col grado di colonnello nelle milizie provinciali. Colto nella scienza agraria, si ritirò dalla vita pubblica per attendere nella rustica sua solitudine _alle arti di Cerere e Minerva_. La agricoltura e la pastorizia ebbero in lui un illuminato ed appassionato cultore. La conoscenza che si aveva del suo caldo patriottismo il fe' ricercare nella solitudine dei suoi ozii campestri per essere inviato a rappresentare la provincia ov'ebbe la culla. Era cinquantenne nel 1820.
CONCILII (DE) LORENZO[62]. — Nacque ai 6 di luglio 1776 in Avellino da Donato e Maddalena Genovese. Ebbe i primi rudimenti di lettere da Ignazio Falconieri. Fu volontario nel reggimento Principe cavalleria (_i diavoli bianchi_) ai 24 d'agosto 1794 e fece la campagna di Lombardia.
Ecco senz'altro il suo stato di servizio:
— Cadetto, nello stesso reggimento 1796; primo tenente nel reggimento di cavalleria _Principe Leopoldo_ ai 27 dicembre 1798; primo tenente reintegrato nella cavalleria urbana ai 6 aprile 1801 (campagna di Roma), capitano nel secondo leggiero 30 giugno 1806, nei veliti a piedi 12 dicembre 1808; nei veliti a cavallo 19 maggio 1809. Capo-squadrone nel terzo cavalleggieri 22 febbraio 1812; tenente colonnello in Re cavalleria agli 8 d'ottobre 1816; colonnello nel secondo dragoni 14 d'ottobre 1820. Fu sospeso al 1º agosto dell'anno seguente.
Fu colonnello della guardia nazionale al 6 maggio 1848; maggior generale al 1860, promosso tenente generale e collocato a riposo al 1º novembre 1861.
Vittorio Emmanuele II lo insigní della commenda dei Ss. Maurizio e Lazzaro.
Morí in Avellino al 1º d'ottobre del 1866, novantenne.
CERALDI PASQUALE[63] — Successore del Claresi nella rettorica del collegio cosentino nel novembre 1813 era rampollo di famiglia nobile di Fuscaldo. Abbracciata la carriera ecclesiastica, nel seminario di Napoli approfondí ed estese i suoi studi. Poscia attese sotto il Cavallari alla scienza legale e gli venne conferita la laurea dottorale. Montagna Francone vescovo di Cosenza, richiamandolo dalla capitale, nominollo professore di filosofia nel seminario. Per insinuazione del Lombardi e del cav. Michele Bombini segretario perpetuo dell'Accademia cosentina e per le autorevoli preghiere dell'intendente Flach, fu fatto rettore dell'Ateneo di Cosenza.
Nel 1820 fu eletto fra i deputati.
CATALANO VINCENZO[64]. — Nacque il 26 gennaio del 1769 a Fiumara in provincia di Reggio-Calabria da Antonio e Maria Cutellé. S'ebbe a maestri in Napoli Longano e Conforti. Esiliato pei fatti del '99, ebbe cattedra di diritto a Marsiglia e di lingua italiana in quel liceo. Tornato nel regno tu promosso giudice d'appello in Lanciano ed alla restaurazione del 1815 presidente di G. C. Criminale. Ma l'ingegno versato piú nel diritto civile gli fece chiedere ed ottenere di far parte della G. C. Civile degli Abruzzi.
Fu poi procuratore generale a Catania e nel 1820 consigliere di Corte suprema a Catanzaro. Nel ventuno rinunziò a tutto e volle dedicarsi esclusivamente all'avvocheria.
Come giureconsulto dettò eruditissime memorie _Sulle quistioni transitorie per la legittima dovuta ai figli sulle donazioni pie delle nuove LL.: quando la successione si fosse aperta sotto l'impero delle novelle_.
È notevole di lui la raccolta delle decisioni della G. C. Civile degli Abruzzi.
Morí ai 23 di agosto 1843.
COLETTI DECIO. — Nato in Cisterna il 21 settembre 1753 fu educato nel seminario di Caiazzo, ove apprese le lingue dotte e le lettere; e quindi nel collegio di Capua, in cui venne ammaestrato nella filosofia e nelle matematiche. Compito il corso della giurisprudenza presso il professore Fighera, attese all'avvocheria. Nel 1799 però fu commissario del potere esecutivo a Capua, indi rappresentante del popolo nella Commissione legislativa.
Esiliato in Francia, passò dopo alcuni mesi in Torino, e quivi divenne segretario-archivista nel tribunale della salute. Il suo merito non tardò ad essere conosciuto e quantunque straniero fu nominato primo professore di matematiche in quelle pubbliche scuole; e di _umane lettere_ nelle altre di Carignano.
L'accademia di storia e belle arti di Torino l'ascrisse tra i suoi membri ordinari. Di là potè nel 1806 restituirsi nella terra nativa: ma il governo di allora togliendolo alla sua solitudine lo promosse tre anni dopo a procuratore generale sostituto presso la Corte di appello di Altamura, della quale poi tenne la presidenza dal 1810 al 1817, quando coi semplici onori di presidente passò giudice nella gran corte civile di Trani.
Di là lo trassero i voti della provincia. Avvocato e matematico, poeta e magistrato seppe insieme conciliare le facoltà che sembrano tra loro piú insociabili.
DELFICO MELCHIORRE[65]. — Nacque il 1º d'agosto 1744 in Leognano, castello baronale, da Bernardo e Margherita Civico, scampati all'invasione tedesca.
Fu nominato alfiere appena nato da Carlo III.
Fanciullo, fu inviato coi fratelli a Napoli, dove fu alunno del Genovesi e scrisse in favore del diritto sovrano riguardo ai limiti dello Stato vicino, incaricatone da don Ferdinando de Leon allora avvocato della Corona.
Trovossi in Napoli nel 1779 presente all'eruzione del Vesuvio e vi tornava nel 1782.
L'anno seguente scrisse una _memoria sui risi_ e fu nominato assessore militare del tribunale di milizia della provincia di Teramo (20 giugno 1783).
Nel 1785 era nuovamente nella capitale. Scrisse nel 1787 una memoria sui _regî stucchi o sia sulla servitú dei pascoli invernali nelle provincie marittime degli Abruzzi_.
L'anno seguente diede pubblicità ad un'altra memoria sul _tavoliere di Puglia_, ed un'altra sui pesi e le misure del regno.
Nell'anno 1790 pubblicò delle _riflessioni sulla vendita dei feudi devoluti_ con una lettera dedicatoria, e pubblicata poi a parte, al duca di Cantalupo sullo stesso argomento.
Nel 1791 diede alla luce le _Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana_, libro stampato a Firenze e per la terza volta a Napoli nel 1815. Nel 1757 Ferdinando IV lo decorò delle insegne di cavaliere dell'ordine Costantiniano. Fu ascritto alla cittadinanza di San Marino e ne scrisse le _Memorie storiche_.
Dettò in Firenze i pensieri sull'_Incertezza e sull'inutilità della storia_ che parve ardimento grande.
Nel 1816 fece parte del Consiglio di Stato del regno di Napoli e si ha la stampa d'una sua memoria del 1809 sul sistema giudiziario che si riformava. Due anni prima era stato ascritto tra i primi soci dell'accademia Ercolanese rinata a vita novella e vi lesse parecchi lavori che per brevità omettiamo.
Restaurati i Borboni nel 1815, rimase presidente della Commissione generale degli archivii e diè in luce le _Nuove ricerche sul bello_, ed ebbe assegnata l'annua pensione di 507 ducati con un'indennità di duc. 900 pel soldo che aveva di consigliere di Stato.
Nel venti fu deputato, presidente della giunta provvisoria di governo. Tradita la costituzione, colse il pretesto della sua età e degli acciacchi per ritirarsi in patria.
Altre lettere e memorie pubblicò durante la sua ultima e lunga dimora in Teramo fra le quali è degno di nota il _Saggio filosofico sulla storia del genere umano_.
Colpito d'apoplessia ai 26 di maggio del 1830, dopo venticinque giorni di malattia morí ai 21 del giugno seguente.
DESIDERIO GIUSEPPE[66]. — Non abbiamo precise notizie sulla nascita del Desiderio; sappiamo solo, che, adolescente, fu chiuso nel seminario di S. Agata in Sant'Agata dei Goti e, presi gli ordini superiori se ne venne in Napoli. Quivi, all'università, ebbe diploma di diritto civile e canonico, e, promosso al vescovado monsignor Pezzuoli lo volle seco come maestro nel patrio seminario. Fu subito promosso canonico e, nel 1814 primicerio cantore e poco dopo arcidiacono. Rinunziò al vescovado a Napoli ed a Roma; nel 1820 fu deputato fra i preti. Morí il 1º settembre del 1836, in patria.
DONATO TOMMASO.[67] — Nel 1793 fu ufficiale maggiore nelle poste di Basilicata e di Melfi, e quando il governo rivoluzionario sei anni dopo lo chiamava direttore generale di quelle di Napoli, si dimise. Uscí di Napoli e visse in Toscana e quindi a Marsiglia.
Quivi fondò una casa di commercio, la quale durò solo quattro anni per le comunicazioni interrotte con la Sicilia dagli inglesi che l'avevano occupata.
Recossi allora a Parigi ove fu ammirato dagli artisti dai quali ottenne ogni suffragio per le estese conoscenze che mostrò in fatto di pittura. Tornato in patria, gli si affidò il segretariato della camera di commercio novellamente istituita. Dopo qualchetempo, durante il regno di Murat, il duca di Gallo, ministro degli affari esteri, lo chiamò a sé dandogli il carico dei consolati e del commercio.
Nel 1816 fu creato direttore del porto franco di Messina e nel 1843 gli onori ed il soldo di amministratore delle dogane.
Morí in patria, ai 12 d'ottobre 1844.
FANTACONE GIOVAN CARLO. — Nel 1775 nacque in Roccaguglielma; fu educato in Napoli nel collegio di Caravaggio [_Barnabiti_] e si dedicò al fôro.
Ritornato nella sua patria fu piú volte eletto a consigliere provinciale ed a deputato delle opere pubbliche. Era uno dei piú ricchi proprietari di Terra di Lavoro.
FILIPPIS (DE) CARLO. — Nato in Serino nel 15 maggio 1773, fu educato nelle umane lettere da Ignazio Falconieri, morto sulle forche del 1799[68].
Intraprese la carriera amministrativa e fu consigliere dell'intendenza di Basilicata; fece parte della deputazione di principato Ultra.
FIRRAO GIUSEPPE, _cardinale vescovo di Petra_. — Nacque ai 20 di luglio 1736 da Pietro Firrao principe di Luzzi e da Livia Gallo dei duchi di Mondragone, in Fagnano, feudo di casa sua. Ebbe la prima educazione nel collegio Clementino di Roma, sotto la scorta dello zio paterno anche cardinale e segretario di Stato presso la suprema curia romana.
A vent'anni, il N. fu prescelto a recare la _rosa d'oro_ al doge di Venezia ed un anno dopo fu nominato da Benedetto XIV vice-legato in Romagna.
Nel 1791 fu da Pio VI consacrato arcivescovo di Petra, fu inviato nunzio apostolico a Venezia, carica che onorevolmente copri per 13 anni; indi fu segretario a Roma della Congregazione dei vescovi e regolari.
Pio VII lo creò cardinale; ed a Napoli, durante il periodo francese del decennio, fu grande elemosiniere di Corte e ben voluto da Carolina Annunziata, sorella di Napoleone e dal re Gioacchino Murat[69].
Morí in Napoli ai 24 di gennaio del 1830 e ne recitò l'elogio il canonico Ciampitti dell'Università.
FLAMMA PAOLO. — Nacque ai 17 gennaio del 1753 in Messina da Gaetano Flamma, dottore in medicina del reggimento svizzero Wirtz e da Marianna Giurlando.
Volle darsi al sacerdozio e se ne venne colla madre, passata a seconde nozze con tale Bartolommeo Masnada, a Napoli, dove vestí l'abito monastico agli 11 settembre 1773. Nel 1795 dimise l'abito e restò prete secolare. Fra le sue carte, dopo la morte, non si trovarono che pochi suoi manoscritti scolastici, alcuni brevissimi rudimenti di metrica italiana, di mitologia, di logica e diritto naturale.
Fu, in Parlamento, accanitamente avverso al mutamento di nomi delle provincie del regno. Morí nel novembre dell'anno 1836.
GALANTI LUIGI[70]. — Fu l'ultimo dei dodici figli di Giambattista ed Agata Musacchi e nacque il 1º di gennaio del 1765 in Santacroce del Sannio. Ebbe la prima educazione nel convento di Montevergine, dove a 12 anni quei cenobiti ne erano ammirati. Nel 1777 ne vestí l'abito, nel 1781 fece la sua professione di fede monastica e partí per Roma a proseguire i suoi studi.
Fu geografo e storico scrupoloso e rimasero di lui opere insigni.
Nel 1801 fu elevato da papa Pio VII alla dignità di abate benedettino. Nel 1806 fu nominato professore di geografia nella regia università degli studi, revisore di libri esteri e membro della commissione creata per il restauro della pubblica istruzione.
Nel 1811 fu professore di storia e di belle lettere sublimi nel reale istituto politecnico militare e membro del _consiglio di perfezionamento_.
Fu rappresentante del Sannio al Parlamento del 1820, e consacrò l'onorario di 180 ducati ai veterani ed alle vedove dei soldati morti in battaglia.
Morí in patria nel 1836.
GALDI MATTEO. — Fu cavaliere della Corona di ferro, membro della giunta di pubblica istruzione, direttore della biblioteca della regia Università, socio dell'accademia Pontaniana e dell'accademia di Harlem.
Nacque in Coperchia, in quel di Salerno, ai 5 di ottobre del 1766 da Pasquale ed Eugenia Fiore, agiati proprietari.
Ebbe a Salerno la sua prima educazione e poi a Napoli. Nell'occasione della morte di Carlo III scrisse un poema in versi sciolti che gli procurò l'applauso universale ed il favore della Corte.
Abbracciò la carriera del foro, ma dovette abbandonarla nel 1794 e passare in Francia, dove iniziò la carriera delle armi, ottenendo perfino il grado di capitano.
Fu spedito dalla repubblica in Olanda in missione di ministro plenipotenziario, ed essendosi ivi trattenuto dal 1799 al 1809, pubblicò un _quadro politico_ di quella nazione.
Tornò nel 1809 in Napoli e fu nominato intendente della provincia di Molise e poi di Calabria citeriore; finché nel 1812 fu elevato al posto di direttore della pubblica istruzione e nel 1815 direttore della biblioteca dell'Università col soldo di annui ducati duemila.
Fu deputato e morí di mal di fegato ai 31 ottobre del 1821.
Fu presidente dell'accademia delle scienze di Napoli, del reale istituto d'incoraggiamento, dell'accademia Ercolanese e della Pontaniana.
Le sue opere pubblicate sono:
— _Poema in versi sciolti per la morte di re Carlo III_, Salerno, 1780, in 8º.
_Analisi ragionata del codice Ferdinandeo per gli abitanti di San Leucio_, Napoli, 1789, in 8º.
_Osservazioni sulla costituzione elvetica_, Milano, 1798, in 8º.
_Vicende del teatro italiano_, Milano, 1798, in 8º.
_Saggio del commercio d'Olanda_, Milano, 1809, in 8º.
_Quadro politico dell'Olanda_, Milano, 2 vol., in 8º, 1809.
_Pensieri sull'istruzione pubblica relativamente al regno delle Due Sicilie_, Napoli 1813, in 8º.
_Due memorie sull'economia dei boschi._
_Memoria sul sistema commerciale d'Europa._
_Memoria su d'una nuova divisione geografica del regno di Napoli._
GINESTOUS CESARE. — Figlio d'un negoziante francese stabilito in Napoli, nacque ai 22 gennaio 1765, e, compita la sua educazione, continuò la carriera del padre. La sua probità, i suoi modi dolci e concilianti, le sue commerciali cognizioni lo fecero chiamare ben presto ai pubblici impieghi.
Nel 1798 fu posto fra i governatori del banco dello _Spirito Santo_; ed anche allora che il nome francese tanto periglio recava, egli fu rispettato sempre dal popolo.
Creata in Napoli una camera di commercio in novembre 1808, egli fu dei primi che la composero. Nell'anno seguente entrò a far parte dei giudici del tribunale di commercio della capitale, quindi nel consiglio di commercio che nel febbraio 1811 fu nominato presso il ministero dell'interno. In quello stesso anno fu deputato al consiglio provinciale di Napoli, e sostenne con successo le ragioni della provincia che si voleva gravare della spesa della nuova strada di Posillipo, oggetto di delizia che altri, certo, non poteva interessare tranne la capitale.
Chiamato nuovamente nel 1813 al tribunale di commercio, egli rinunciò a questa carica, e visse tranquillo e privato sino al 6 settembre 1815, epoca in cui fu destinato per la seconda volta, ma dal re, al consiglio della provincia. Due anni, dopo il tribunale di commercio lo rivide fra i suoi giudici, in qualità di supplente, e nel 1819 egli ne rinunciò la presidenza.
Convocate le assemblee parrocchiali, particolari faccende gli vietarono d'intervenirvi: ciò non ostante fu scelto per uno degli elettori di provincia, Questi avevano già nominato al Parlamento otto deputati, allorché unanime voce si alzò, chiedendo un negoziante. Fu allora che la maggior parte dei voti si riunirono in favore di Ginestous. È rimarchevole nella sua vita pubblica l'aver egli appartenuto al collegio elettorale dei commercianti, i quali nel 1810 doveano far parte della costituzione di Baiona.
GIOVANE GIUSEPPE MARIA[71]. — S'occupò di scienze e di lettere. Fu arciprete, socio dell'accademia italiana delle scienze, e dell'istituto borbonico di Napoli.
Nacque a Molfetta ai 23 gennaio 1753 da Giovanni e da Antonia Graziosi, nobili cittadini. Ebbe la prima educazione nella città nativa in un collegio dei gesuiti, e quando i seguaci di Loiola furono soppressi, egli, appena novizio, voleva uscire con essi dal regno. Invece fu trattenuto a Napoli in casa di Ciro Saverio Minervini, e riprese poco dopo il corso interrotto di matematiche e filosofia e fu elevato agli ordini minori. Apprese le scienze legali e vi si addottorò.
Varie sue opere nel 1789 erano state date alle stampe, tra le quali furono apprezzate la _memoria_ sulla natura degli ulivi, la _lettera_ diretta a Saverio Mattei colla quale argutamente dimostrò che Cristo allorché paragonò gli apostoli al _Sale della terra_ intese di voler parlare del... _sal-nitro_; l'avviso sui vermi che rodono la polpa degli ulivi, la memoria sulla nitrosità generale delle Puglie che fu persino riprodotta in francese dallo Zimmermam.
Scrisse opuscoli sulla rosa prolifica e sulla pioggia rossa e varie memorie izziologiche e zoologiche che gli valsero fama ed onori.
Fu uomo di vastissimo talento e di svariata erudizione sempre profonda.
Nel 1804 era vicario generale della sua diocesi e sopraintendente del seminario e nel 1806 vicario apostolico di Lecce donde tornò in patria dieci anni dopo.
Fece dono al seminario della sua ricca biblioteca, del museo di storia naturale e geologia, della raccolta di numismatica e dei vasi italo-greci.
Fu deputato al Parlamento del 1820 e morí ai 2 di gennaio del 1837.
JACUZIO FRANCESCO PAOLO. — Nel 1831 gli fu permesso di tornare nel regno. Era conosciuto un suo scritto: _A Carlo Alberto di Savoia... un Italiano_.
Fu però sospeso l'ordine del rilascio del passaporto[72].
IMBRIANI MATTEO[73]. — Nacque nel 1783 su un piccolo colle della Valle Caudina. S'occupò di lettere e filosofia. Rimangono di lui ancora inediti alcuni lavori intorno alla grammatica filosofica condotti con grande amore e con diligenza incredibile. Nell'antica biblioteca analitica e nell'effemeride che egli pubblicò durante gli anni 1820 e 21 si hanno bei saggi della sua mente.
Fu deputato al Parlamento del 1820 e non si scostò mai da quella savia temperanza opposta agli impeti dei demagoghi ed alle insidie di coloro che vorrebbero spenta ogni giusta speranza.
Visse a Roma e a Firenze in esilio in compagnia di Gabriele Pepe. Ebbe due figli: Emilio che sposò la figliuola del Poerio, e Rosario; morí nel 1847.
LE PIANE VINCENZO. — Fu scrittore e traduttore in dialetto calabro del catechismo dei Carbonari. Fu canonico della chiesa cosentina, vicerettore del collegio di quella provincia e deputato nel 1820.
Altre notizie non abbiamo di lui, senonché dagli _Annali di Citeriore Calabria_[74] sappiamo che nel 1811, riaperta l'Accademia Cosentina col nome di Reale istituto, «... si commise la vicepresidenza a Vincenzo Piane, vago piú di filosofare, che di ecclesiastiche elucubrazioni, concionatore persuasivo, meno elegante che semplice».
LIBERATORE RAFFAELE[75]. — Era ex ufficiale di carico della reale segreteria degli Esteri col grado di _uffiziale di ripartimento_, destituito nel 1821, domandò di conseguire dalla reale clemenza il terzo del soldo che godeva: il re annuí alla domanda.
LAURIA FRANCESCO[76]. — Nacque ai 6 di giugno 1769 da Giuseppe Lauria, avvocato, e Antonia Ribas, figliuola de fiscale dell'udienza di Montefuscoli di Principato Ulteriore. In tenera età perdette il padre e fu rinchiuso al seminario di Nusco; non lasciò per allora l'abito clericale sí da essere nel 1792 rivestito della dignità di canonico nella chiesa di San Giovanni del Vaglio, nel suo paese, quando ancora non aveva ricevuti gli ordini sacri. Poi si recò a Napoli, dove si diede agli studi legali, abbandonando ad altri il canonicato.
La sua vita forense cominciò brillantemente nel 1794. La sua memoria era ferrea e gli effetti della sua eloquenza erano addirittura meravigliosi. Gli aneddoti sulla sua vita sono numerosissimi e non mette conto riportarli tutti. Fu insino al 1779 con Pagano, Raffaelli, e Serio, che non lo vincevano in valore ed in tattica forense e la reazione lo trovò al suo posto fermo ed immutabile nei piú rigidi principî di giustizia e di diritto.