Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti

Part 3

Chapter 33,615 wordsPublic domain

Il Re era assistito dal suo maggiordomo maggiore, dal capitano delle guardie, dal cavallerizzo maggiore e dal somigliere del corpo che stavano dietro la sedia del Sovrano. I ministri ed il generale comandante dell'esercito costituzionale e tutta l'assemblea era in piedi al suo arrivo. Seduto sul trono aveva alla destra il principe ereditario, ed il principe di Salerno e i Segretari di Stato lo circondavano. Alla sua destra era un _tabouret_, sul quale erano deposte la corona e lo scettro d'oro. Il presidente del parlamento era a mano destra del trono, ma dopo gli scalini e sul pavimento della sala; i segretarii dirimpetto al presidente di contro ad un piccolo tavolo sul quale era il libro degli Evangeli.

Il Re fece un cenno, il presidente si accostò col libro santo nelle mani ed il Sovrano stesa su di esso la destra pronunciò il giuramento mentre il segretario Berni leggeva la formola scritta, da noi ripetuta già poco innanzi. Le ultime parole erano appena pronunziate che furono ricoperte dalle grida di gioia del popolo[43]. Dopo, il cavaliere Galdi sorse quale presidente del nuovo Parlamento a parlare:

Sacra reale maestà.

L'eterne leggi con le quali la Provvidenza regola e compone l'ordine dell'Universo, la loro costanza e la loro apparente discordia stessa, considerate dall'uomo religioso non men che filosofo, e quindi ridotte a chiari teoremi ed a formole generali, costituiscono il codice delle verità di uso comune a tutti i popoli inciviliti.

Se al contemplator geologo faran meraviglia il cangiato aspetto delle isole e delle terre, i laghi, ed i mari disseccati, i nuovi continenti sorti dal seno delle onde, l'abbassamento delle montagne, le piante e gli animali totalmente spariti dalla superficie del globo, e quelli che vi si rinvengono di nuova creazione; non minor maraviglia recar debbono al filosofo politico le vicessitudini delle nazioni, delle monarchie, delle repubbliche ed i cangiati costumi, le cangiate leggi, ed i cangiati governi e la loro grandezza e decadenza le cause che le producono.

Quell'energica forza della natura che fa cambiare di continuo l'aspetto del mondo fisico, tende ancora di continuo a far lo stesso del mondo morale. Ma l'Autor del tutto sostiene da solo con l'onnipossente mano, e conserva la gran mole dell'Universo; ed affida all'uomo, ai monarchi, ai governi il conservar l'ordine morale e civile dei popoli; quindi solo all'uomo di squisiti sensi, di ragion penetrante, un raggio infuse dell'eterna luce, lo rese inclinato alla sociabilità, a riunirsi in famiglia, in città e quindi a comporsi uno Stato bene organizzato, onde gradatamente poi nacquero le grandi società ed i grandi Imperi.

Finché l'uomo seguí i dettami della ragione e della giustizia, di poche semplicissime leggi ebbero bisogno le società civili: non vi furono ostinate guerre e frequenti: i vecchi Patriarchi ressero il tutto e non trovarono nei loro figli e concittadini che obbedienza e rispetto. Ma sopraggiunsero le ricchezze e l'ambizione di dominio, crebbero i bisogni delle società, crebbero i delitti, e divennero necessarii complicati codici di legislazione. In mezzo a queste vicissitudini nacque la funesta discordia civile, mostro che ha mille diverse lingue, mille aspetti e sotto mendicati pretesti va divorando le popolazioni della terra. Si credé di poter rimediare a tanti mali con nuove leggi, ma spesso inefficaci, perché mal sostenute dai costumi; si ricorse alla viva forza, e si aberrò fra gli eccessi della tirannide e della demagogia.

Talvolta per accrescere la felicità dei popoli si affrettò la loro rovina, facendo pompa d'uno spirito esagerato d'innovazione e di perfettibilità; e dall'altra parte, credendosi tanti mali della società prodotti dal filosofismo, si gridò contro le scienze e gli scienziati e si corse verso la barbarie.

Per questi vizii caddero in rovina i piú fiorenti imperi, quando credeansi giunti all'apice della loro grandezza e perché dominati dalla superbia e dall'avarizia, mentre senza tali sforzi della politica astratta, e solo per qualche resto di virtú antica, si rivelarono vegeti e robusti quelli che credeansi prossimi al loro decadimento. Restava ed ancor resta a sciogliersi il gran problema di moderare l'orgoglio delle nazioni nella loro grandezza e prosperità e di rincorarne lo spirito abbattuto dall'oppressione e dalle ingiustizie; ma il dito solo della Provvidenza, coll'onorata scuola delle sventure poteva indicare ai monarchi ed alle nazioni, la stella polare che doveva salvarli dall'oceano dei mali.

Questa stella consisteva in una Costituzione saggia, moderata, figlia di maturo sapere e di matura esperienza. Questa dovea consistere in un patto sociale che sottraesse i popoli dalle violenze dei governi arbitrari, e i governi moderati dalle esagerate pretensioni dei popoli; in un patto voluto dall'utile universale, sanzionato dalla religione piú augusta, e che giungesse finalmente a comporre le due cose pria credute insociabili, la libertà ed il principato. Verso il declinare del passato secolo, le cose d'Europa giunsero a tale di esser divenuto necessario il ricomporre i patti sociali. Ma dov'erano i Re, padri amorosi dei popoli? E dove erano i popoli figli obbedienti dei Re? I rimedi ai quali si ricorse furon veleni per l'ordine sociale; fummo minacciati di nuova barbarie e delle tenebre di notte eterna. Ed ancora non poche nazioni vanno fluttuando nell'incertezza di loro sorte: non trovano il vero punto di equilibrio ove fissarsi e nol troveranno per lungo tempo, se la divina mano del Creatore non le ricompone in miglior ordine, come intorno al sole, per le leggi di gravità, stabilí le orbite dei pianeti nel dí che trasse il mondo dal caos.

In mezzo alle sventure universali di Europa, le ultime Spagne erano state vie maggiormente afflitte da tutti i mali, onde Iddio suol fare esperienza della costanza d'un popolo. Quasi soggiogate da un bellicoso, e fino a quel momento creduto invincibile esercito straniero; il commercio distrutto, le colonie ribellate, espugnati i baluardi della penisola, incenerita la marina, sbaragliato l'esercito, prigioniero il Re; quando alla voce della religione e dell'onor nazionale si rammentano gli Ispani esser discendenti dei Consalvi e dei Mendozza corrono alle armi, debellano il nemico, liberano dai suoi timori l'Europa, riconquistano le loro franchigie e riconquistano il loro Re; si formano una Costituzione che ha servito a noi di modello, e che non sarà inutil monumento di ragion politica alle nazioni dell'universo.

Signore, questa costituzione è figlia di lunga esperienza, e di quel che meglio dettarono i pubblicisti d'Europa dalla metà del passato secolo finora. Ella sembra aver colto il vero punto di riposo e di contatto fra i diritti dei popoli e le prerogative dei monarchi. Ella ha saputo distribuire ai figli l'avuta eredità, lasciando al padre una ragionevole latitudine nelle sue disposizioni, è lontana da tutti gli estremi viziosi che lasciano sempre nell'incertezza le sorti delle nazioni. Questa costituzione procede e s'innalza con una maestosa piramide, ne formano l'ampia e solida base la dichiarazione dei dritti e doveri dei cittadini; prosegue, nelle ben calcolale elezioni, assicurando una scelta di rappresentanti nazionali, cui presiede sempre la religione, assiste al piú ch'è possibile il voto universale, si allontanano i germi di corruzione, si apre la strada al merito, che si fa passare al vaglio di molteplici e severi esperimenti. Questa Costituzione estesa definisce e circoscrive i limiti del potere legislativo, quind'insensibilmente lo avvicina all'esecutivo per mezzo del Consiglio di Stato e dell'Alta corte di giustizia e pianta alla sommità dell'edifizio il Monarca in tutta la sua grandezza circondato dai suoi ministri e da tutto lo splendore e la forza del potere esecutivo: tutto è ordine e simmetria, tutto solidamente costrutto; non resta luogo di aggiungere né di togliere una pietra angolare del grande edifizio senza deturparlo o farlo cadere in rovina.

Qual'è durerà immoto ed indistruttibile come la gran piramide di Egitto che da quaranta secoli sfida il tempo e le stagioni, e rimarrà a sostenerne gli oltraggi per quaranta secoli ancora.

S. R. M. Signore, noi abbiamo giurata colle lagrime agli occhi e con religioso rispetto, questa Costituzione. Il popolo ha veduta la nostra commozione e le nostre lagrime. Vostra Maestà ancora ha giurato lo stesso, e 'l discendente e l'erede della religione di S. Luigi e delle virtú civili di Carlo III non giura invano.

Ecco stabilito tra il Re ed il suo popolo un nuovo patto sociale che assicura ad entrambi la loro quiete e la felicità avvenire. Iddio d'Israele non sdegnò spesso di pattuire col popolo eletto e perché lo sdegnerebbero i Re?

Con questo fatto è assicurata la grandezza vostra, la vostra gloria e le legittimità della vostra dinastia. Ella non riposa piú sulla volontà d'un solo, non su precarie alleanze straniere, ma su la volontà decisa di sette milioni di cittadini pronti a versare l'ultima stilla del loro sangue in difesa della religione degli Avi, della Patria e del Re.

Quell'adorabile famiglia che vi fiorisce d'intorno, come all'ombra del maestoso cedro del Libano crescono le sacre palme, quei rampolli del vostro a noi sí caro primogenito figlio, cresceranno anch'essi nelle avite e domestiche virtú: dalla M. V. apprenderanno ad imitare le virtú degli avi, gli arcani dei governi, la sana politica e la dura milizia. Uno ne crescerà certamente tra essi, che di unita alle arti di pace saprà coltivare quella della guerra.

Egli accoppierà al brillante coraggio ed all'alma intrepida di Francesco I e di Enrico IV, il saper militare del gran Condé; e se, tolga il cielo l'augurio, sarà chiamato a combattere, lo vedremo circondato dai bellicosi Marsi, di Dauni, da Sanniti, da tutti i popoli della Magna Grecia e della Trinacria alle frontiere del regno come l'Angelo del Signore con l'adamantina spada stava alla difesa del Paradiso terrestre.

Ora finalmente, accettata e giurata la nostra Costituzione, non sarà piú chimerica e sprecata invano nell'isola la forza che ebbero nelle armi i nostri avi, ed il risorgimento della marina; non piú inceppati i progressi dello spirito umano e dell'istruzione pubblica; non disordinato e dilapidato l'erario; non compromessa la dignità del Monarca e della nazione nelle politiche transazioni. Le pagine del Codice di Astrea rimarranno immuni da qualunque macchia e custodite da incorruttibili sacerdoti; e il potente braccio e la volontà della maestà vostra e le assidue e regolari cura del Parlamento nazionale assicureranno sí bel retaggio fino alla nostra piú remota paternità. Risorgeranno i Geleuci e gli Architi, gli Archimedi ed i Tulli onore delle nostre regioni e del genere umano: risorgeranno i bei monumenti dell'arte antica su questa terra felice, riuniremo in una sola epoca tutti gli onori, onde fummo presenti dal fiorire degli Italo-Greci ai tempi d'Augusto, e dal regno di Alfonso di Aragona a quelli di Carlo III.

Deh! tu onnipotente Iddio, arridi dal Cielo a sí felice augurio: conserva nel Re il padre e benefattore del popolo: conserva nel popolo la famiglia ed il baluardo del Re: conserva nel Parlamento nazionale il vigile custode delle nostre Istituzioni e delle nostre leggi, e fa che viva e regni per lunghi anni l'augusto nostro Ferdinando, sí che divenga il Nestore dei Monarchi Costituzionali[44].

Il re rispose brevemente cosí:

Gradisco sommamente i bei sentimenti e leali che il Parlamento per l'organo del suo presidente mi esprime e spero con la sua cooperazione vedere sempre piú felice e tranquilla questa Nazione che per tanti anni ho governato e governo.

Indi Ferdinando primo, preso il discorso d'apertura, lo porse al figlio Francesco, duca di Calabria che lesse:

Signori Deputati,

Incomincio dal render grazie a Dio che ha conservato la mia vecchiezza, circondandomi di lumi pe' miei amatissimi sudditi. In voi considero la nazione come una famiglia, della quale potrò conoscere i bisogni e soddisfare i voti. Non altro è stato mai il mio desiderio nel lungo regno che il Signore mi ha concesso se non di ricercare il bene e di seguirlo. Voi mi presterete d'ora innanzi la vostra mano nell'adempimento di questo sacro dovere: ed io raccogliendo dalla vostra propria voce i voti della nazione, sarò liberato dall'incertezza di doverli interpetrare. Per conseguire l'oggetto delle nostre comuni cure, io debbo richiamare la vostra attenzione alle importanti operazioni che vi sono commesse ed alle difficoltà che noi dobbiamo superare. Il conoscer queste sarà un eccitamento maggiore alla vostra saviezza ed alla vostra prudenza: ci farà acquistare anche la gloria, se avremo saputo trionfare degli ostacoli che ci presentano le circostanze dei tempi, e le conseguenze stesse delle stesse nostre passate vicende.

Voi siete in primo luogo incaricati dell'importante opera delle modificazioni da farsi alla Costituzione Spagnuola, onde adattarla al nostro bisogno. Molte delle nostre istituzioni sono compatibili con qualsivoglia ordine politico. Tali sono la divisione del nostro territorio, il sistema di pubblica amministrazione, ed il nostro ordine giudiziario. Io sono sicuro che il Parlamento valuterà sopratutto il bene di evitare il piú che è possibile i cangiamenti dell'ordine interno, e tutto quello in generale che la nostra stessa esperienza ci raccomanda.

Noi consolideremo la Costituzione, se la fonderemo sulle basi delle nostre antiche instituzioni e delle idee che ci sono familiari. Non intendo già che questa considerazione vi ritenga dal proporre quegli inevitabili cambiamenti che sono necessari a rendere solido, durevole ed utile alle generalità il nuovo ordine politico che oggi fondiamo. Il mio animo riposa tranquillo nella saviezza del Parlamento, che saprà scegliere il giusto mezzo tra la necessità e l'utilità.

Vi raccomando principalmente di assicurare l'ordine pubblico, senza del quale ogni sistema politico e civile resterebbe privo d'effetto. Voi saprete dar vigore al governo, la forza del quale si confonde con quella delle leggi, quando il suo andamento è da questa diretto. Custodite gelosamente le guarentigie individuali dei cittadini: non sottoponete le volontà particolari alla generale; e rivestite l'autorità che la rappresenta di tutti i mezzi necessari a farla rispettare. Questo è il primo carattere d'ogni governo civile e d'ogni nazione che voglia far rispettare la propria indipendenza.

L'inviolabile attaccamento che la nostra nazione ha dimostrato alla nostra cattolica religione, mi rende sicuro che il Parlamento ne custodirà la serietà, e conserverà con ciò il piú bel pregio della Costituzione. Noi non _siamo mai stati persecutori_ delle idee altrui ed abbiamo sempre lasciato a Dio il giudizio della credenza degli altri. Il nostro suolo non è stato mai macchiato di persecuzioni religiose, anche nel tempo del fanatismo e dei pregiudizii. Ma i popoli che professano un'altra credenza, non hanno il diritto di contaminare neppure coll'esempio, la verità e severità della nostra dottrina. I doveri dell'ospitalità non possono essere maggiori di quelli che noi abbiamo verso noi stessi.

Stabilite felicemente, come spero, le basi del nostro ordine politico, ed invocata l'assistenza e la protezione del Signore Iddio a tutti i travagli dai quali dipendono i riordinamenti del Regno, noi potremo facilmente provvedere a tutti i nostri interni bisogni.

Io debbo prima d'ogni altra cosa manifestarvi la soddisfazione che provo nel vedere intorno a me i deputati dell'una e dell'altra Sicilia. Queste due parti della mia famiglia egualmente a me care, e da ciascuna delle quali ho ricevute prove d'attaccamento, non sono state giammai per me divise.

I disordini parziali non decidono della volontà né dello spirito d'una nazione. Io sono stato sempre persuaso che la Sicilia al di là del Faro non avrebbe mai smentito il nobile carattere che l'ha sempre distinta; e mi compiaccio che ella siasi affrettata a confermare col fatto la mia opinione. Da' lumi uniti di due popoli, ai quali la natura è stata prodiga dispensatrice d'ingegno e di generosi sentimenti, io non posso non ripromettermi misure, leggi e regolamenti tali, che assicurino con indissolubili legami di unità e di reciprocazione le rispettive loro facoltà.

Affinché voi possiate avere una esatta notizia della situazione del regno, io ho ordinato a tutti i miei segretari e ministri di Stato di presentare al piú presto che potranno, un rapporto dello stato di ciascun ramo. Lo stesso desiderio per quanto riguarda le sue operazioni, ho manifestato alla Giunta provvisoria di governo, che ha col suo consiglio assistito il mio amatissimo figliuolo e vicario, che ha sí bene corrisposto alla fiducia mia e della nazione.

Lo stato delle nostre relazioni coll'estero è dilicato, ma presenta difficoltà, a superar le quali, può forse essere bastevole la moderazione unita ad un contegno nobile e fermo.

La necessità di questo contegno vi persuaderà altresí de' sacrifizii che la nazione dee fare nel ramo delle finanze. Lo stato di queste non è solamente la conseguenza della nostra attuale posizione; ma anche delle circostanze nelle quali ci troviamo dopo l'anno 1815.

Voi vedrete dal rapporto del segretario di Stato ministro di questo ramo gli sforzi da me fatti, onde soddisfare a tutti gli straordinari bisogni e proporre alla nazione una stabile prosperità.

Le medesime circostanze hanno influito e influiscono attualmente nel dipartimento della guerra. La vostra saviezza vi guiderà naturalmente a distinguere lo stato momentaneo dal permanente, onde l'armata serve al suo scopo e non divenga onerosa alla nazione.

Le nostre milizie ci presentano una forza interna che non aggrava il tesoro e che è della piú grande utilità a mantenere l'ordine e la tranquillità delle persone.

Le stesse considerazioni vi si presenteranno per la nostra marina che noi dobbiamo principalmente rivolgere alla protezione del commercio marittimo ed alla difesa delle nostre coste.

L'interesse del nostro commercio politicamente calcolato, vi sarà presentato dal nostro segretario di Stato ministro degli affari interni. Formerà questo uno dei piú gravi ed importanti argomenti delle vostre deliberazioni.

Voi troverete preparate tutte le altre instituzioni delle quali dipende l'interna prosperità del regno. Io ho conservato dopo il 1815 tutte quelle che l'esperienza ed il voto nazionale indicavano come necessarie ed utili.

Raccomando alle vostre cure gli stabilimenti d'educazione, di beneficenza e di umanità, le prigioni, sopratutto, lo stato delle quali è ancora lontano da quello a cui avrei desiderato di portarle.

Il dipartimento della giustizia presso a poco è fondato sulle stesse basi che io avrei stabilite.

Io mi sono giovato dell'esempio e dell'esperienza ed ho adottato le leggi che mi sono sembrate le migliori; perché di niun'altra passione sono stato capace fuorché del bene dei miei popoli. Il mio ministro di grazia e giustizia vi proporrà i progetti necessari per perfezionare questo ramo importante. Se altri miglioramenti giudicherete necessari alla libertà delle persone ed alla sicurezza delle proprietà voi dovete esser persuasi che proponendoli, andrete sempre incontro al mio desiderio.

Quanto agli affari ecclesiastici l'ultimo concordato ha fatto sparire tutte le antiche controversie con la Corte romana. Per esso è stata restituita la calma alle coscienze. Sono stati ridotti i vescovadi, e si è preparata la dotazione ed il miglioramento del clero. Per ottenere quei vantaggi è stato d'uopo di convenire di molte transazioni. Io vi ho consentito, perché le ho riguardate come prerogative, alle quali non ho voluto sacrificare l'interesse principale de' miei popoli. Io sono persuaso che in tutte le future transazioni il Parlamento si farà sempre guidare dal rispetto dovuto alla Santa Sede e dalla necessità di stringere sempre piú le relazioni di amicizia che debbono essere fra due Stati vicini ed insieme legati per un comune interesse.

Dopo questa breve esposizione dello stato nostro, mi rimane solamente a dirvi che non permettendomi ancora le mie forze di riprendere tutte le cure del governo io continuerò per ora ad affidarle al mio amato figliuolo ed erede Duca di Calabria nella qualità di mio Vicario generale. Io sono stato compiaciuto del modo onde egli ha corrisposto alla mia ed alla vostra fiducia.

L'esperienza servirà a renderlo piú maturo nel governo ed a voi piú caro. Io avrò verso la Nazione il merito di avere, non solamente formato il suo cuore, ma di avergli altresí additati i mezzi di rendervi felici.

Signori deputati, niun momento nella storia della monarchia è stato piú importante di questo. L'Europa tutta ha gli occhi sopra di noi. L'Onnipotente che regge il destino di tutti i popoli ci ha messi nella posizione di acquistare con la moderazione e con la saviezza la stima di tutte le nazioni.

È nelle nostre mani di consolidare le nostre istituzioni ed il renderle stabili, durevoli e tali che producano la nostra prosperità.

Quanto a me, non farò che secondare il voto dei miei popoli, e sarò unito ad essi con quella medesima fiducia che hanno a me dimostrata. Io desidero di portare con me nella tomba la vostra riconoscenza, e meritare il solo elogio di aver sempre voluto la vostra felicità.

Dopo le parole del Re, il Duca di Calabria baciò ripetutamente la mano al padre ed aggiunse — dicono i contemporanei — abbastanza commosso:

Nell'atto che ringrazio a Voi, mio amato Padre e Sovrano, della bontà con la quale vi siete degnato di esprimervi benignamente a mio riguardo, vi assicuro che tutti i miei sforzi, sinché avrò vita, saranno diretti al vostro servizio al vantaggio della Nazione.

Il presidente Galdi riprese la parola per ringraziare il Re, ed infine il tenente generale Pepe fece la solenne rinunzia del comando in capo dell'esercito nazionale cui re Ferdinando rispose accettando[45].

Terminata la cerimonia, il Re col suo corteggio pomposo uscí di Chiesa per tornare al palazzo. Ma il cielo che nel mattino era sereno si fe' scuro e quando il Re giunse s'addensarono le nubi e piovve. I superstiziosi temettero, e ricordarono il fatto quando la Costituzione fu abolita nell'anno seguente[46].

La sera vi fu uno spettacolo _gratis_ in tutti i teatri della capitale, gran pranzo di gala a corte, ed al massimo _San Carlo_ si recò il principe ereditario con la moglie ed il principe di Salerno. Quella sera il duca di Calabria indossava la divisa di colonnello di fanteria della milizia nazionale ed il principe di Salerno quella degli usseri della guardia di sicurezza interna.

Nella seduta del 2 ottobre[47] furono formate le commissioni — oggi uffici — all'oggetto di facilitare l'andamento ed il disbrigo degli affari interni. Furono, dunque cosí costituiti:

I. COMMISSIONE. — _Legislazione:_ Lauria Francesco. Scrugli Francesco, Saponara Felice, Arcovito Guglielmo, Catalani Vincenzo, Tafuri Michele, Pelliccia Alessio, Ceraldi Pasquale, De Cesare Innocenzio.

II. _Guerra, marina ed affari esteri:_ Begani Alessandro, Giovanni Bausan, Rossi Francesco, Morici Domenico, Macchiaroli Rosario, Poerio Giuseppe, De Concilii Ernesto, Firrao Giuseppe cardinale, de Donato Tommaso.