Il Numero 13: Racconto Prefazione: Come si scrive un romanzo?

Part 2

Chapter 23,968 wordsPublic domain

Ricevevo gli sputi con dispetto mentre il dottore rideva, assicurando che faceva così per non mettermi il mal’occhio. Ed era un dottore ed era vecchio! Dio se l’abbia in gloria, perchè ora gli ho perdonato. Ma che dico mai! Gente seria ce n’è pochina davvero. Io che non sono poi vecchia (vi pare? ho vent’anni compiti appena) ho conosciuto un avvocato, che se uscendo di casa incespicava, tornava a letto e si dava per ammalato in tribunale.

E a Parigi e a Londra (parlo per udita), non è forse vero che i padroni di casa hanno abolito il numero _tredici_, e si sono immaginati di correggere la brutta impressione del numero fatale mettendo sul portone il numero _12 bis_? Furbi, non è vero? ma anche così non riescono sempre ad appigionare i loro quartieri, perchè v’è molta gente seria, la quale per nulla al mondo vorrebbe andare a stare in una casa segnata col numero _dodici bis_.

Ah! Dio buono, che miserie!

Ebbene, no; non è una miseria.

II.

Voi non conoscete Augusto, scusate, volevo scrivere il signor Augusto, anzi il dottor Augusto, perchè egli ha preso la laurea in chimica da un mese. Ha ventitrè anni non compiti, una salute di ferro, una meravigliosa disposizione a godere di tutto.

È fatto con la stoffa della gente felice.

Se egli ha una cosa in poter suo è sicuro d’avere il meglio che sia stato creato al mondo; allo spettacolo più noioso egli tanto tanto trova modo di divertirsi, non brontola mai contro la sorte cieca, la quale fa il possibile per dargli ogni fortuna. La vita è per lui una faccenda allegra che dovrebbe durare almeno un secolo. Questa natura invidiabile ha anch’essa il suo tarlo; è assalita dall’improvviso sgomento ogni tanto, di doversene andare all’altro mondo, mentre egli si trova molto bene in questo. Gli hanno forse detto che ha un vizio occulto al cuore, o al fegato o al polmone? Nient’affatto. Egli è sano come un pesce sano... Ma ha paura degli avvisi del mondo tenebroso, è persuaso d’essere circondato da spiriti oziosi, i quali non abbiano altro a fare fuor che avvisarlo di qualche cosa di straordinario. Per esempio: quando una seggiola scricchiola forte senza che anima viva la tocchi, sapete voi che cosa vuol dire? No, io nemmeno; ma per il giovine chimico significa: «Augusto mio, sta attento, che ora ti sta per accadere qualche cosa.» E se nulla accade, come è il caso più frequente, la seggiola allora voleva dire: «noi siamo spiriti vagabondi; abbiamo tutte le ventiquattr’ore per annoiarci e ora ci divertiamo a far scricchiolare una sedia.»

Il baco d’Augusto è questo solo; ma ne avanza perchè su tutte le sue contentezze passi ogni tanto un velo nero.

Naturalmente anch’egli, ha in gran considerazione i ragni; più sono grossi più li rispetta, e con i ragni accoglie volontieri la visita dei mosconi, i quali, dice lui, vengono ad empirgli un momentino la stanza di notizie allegre, mugolano in gran fretta e se ne vanno subito, perchè i mosconi hanno molto da fare e non possono perdere un minuto del loro tempo prezioso.

Invece anche il chimico Augusto odia il sale di cucina, l’inchiostro e il resto, e ha in orrore speciale l’olio versato sulla tovaglia invece che nell’insalata.

Che idea venne al dottor Augusto il giorno del mio onomastico di regalarmi una medaglietta d’oro col numero tredici in traforo?

Forse un’idea semplicissima. La moda, che ha introdotto nell’oreficeria i porcellini, i quali da poco in qua portano anch’essi la fortuna, come i corni di corallo evitano la iettatura, si è messa in testa di riabilitare anche il numero tredici. Augusto sa quanto io mi beffi di tutte le superstizioni e mi fece quella celia.

Gli avevo dichiarato che non avrei mai messo al collo il suo amuleto, ma quel numero tredici era tanto carino, ed era d’oro, e lo accompagnava una catenella che io non avevo posseduto mai. Augusto pregò tanto che gli perdonassi, e quel gingillo mi stava così bene al collo che io finii per portarlo sempre, col portarlo tanto, da... smarrirlo.

E fu lo smarrimento un’afflizione per tutti. Anche per me.

Dicevo forte per consolarmi: «La vedete ora la virtù degli amuleti? Se questo disgraziato numero tredici che doveva darmi la fortuna e che non m’ha dato il bel nulla, avesse avuto un briciolo di puntiglio, mi sarebbe almeno rimasto. E, pazienza se fosse andato solo, ma la catenella a cui era attaccato, quella almeno doveva lasciarmela al collo, che mi stava tanto bene.»

Il dottor Augusto sorrideva melanconicamente, non rispondeva nulla, ma gli si poteva leggere negli occhi lo sgomento per la catastrofe impreveduta. Il numero fatale mi aveva abbandonato: brutto segno. Chissà quali e quante sventure stavano per piombarmi addosso!

Egli ne era sconsolato davvero, ed io quasi.

Naturalmente si pensò ad ogni rimedio possibile per ricuperare la medaglia preziosa. La sera stessa della catastrofe, la portinaia aveva fatto tutto il bastione di Porta Nuova con un moccolo in mano, cercando inutilmente tra gli ippocastani neri il numero disgraziato: il dottor Augusto e il babbo mio d’accordo erano corsi all’Economato municipale a denunziare lo smarrimento fatale, e l’inconsolabile chimica del donatore gli suggerì perfino d’inserire nel _Secolo_ un annunzio che gli costò almeno una lira. Insomma si fecero tutte le cose più inutili che si sogliono fare in casi simili. Il numero tredici non tornava a casa.

Dopo tre settimane il babbo ed io ripassammo all’Economato ancora una volta, e ancora inutilmente, a vedere il sorriso curioso dell’economo, il quale con molta economia di parole apriva un cassetto, vi buttava dentro un’occhiata per compiacenza e annunziava: «Niente numero tredici.»

Allora decisi fermamente di non me ne occupare mai più. E il numero tredici tornò a casa.

Era proprio lo stesso, nella caduta non si era fatto male e nessuno l’aveva pestato; non aveva nemmeno perduto la bella lucentezza: anzi... ma no, era come prima.

E chi l’aveva trovato? Il piccolo fornaio del forno vicino; egli era stato un pezzo in dubbio se potesse tenersi il gingillo prezioso; sapeva bene, perchè il catechista gliel’aveva insegnato, che non bisogna desiderare la roba d’altri, ma il piccolo fornaio aveva già risposto alla propria coscienza ch’egli non aveva desiderato nulla, che la roba gli era venuta da sè fra i piedi prima e poi in saccoccia; ma dopo avervi pensato un pezzo per venire a patti con la coscienza turbata, la paura dell’inferno era sta più forte di lui ed egli aveva restituito ogni cosa.

— Bravo piccino! E come ti chiami?

— Mi chiamo _Pedrin_... i miei compagni mi dicono anche il _Ciall_.

Il piccolo fornaio era così pentito da non volere nemmeno accettare la mancia; e quando dopo molte cerimonie si decise a pigliare uno scudo, si voltò a vedere se già il demonio non gli fosse accanto. E via di corsa per non restituire altro.

Dite un poco, in un caso simile al mio, non è naturale che vengano pensieri straordinari? A me, per esempio, vennero questi.

Io non credo alla fatalità, nè al mal occhio, nè alla virtù degli amuleti di nessuna specie; il sale rovesciato sulla mensa mi lascia indifferente; l’olio sulla tovaglia non mi spiace quanto il vino, chè pure è un segnale d’allegria.

D’altra parte ho sempre creduto che un oggetto smarrito, quando è d’oro fino, trova sempre un amatore, il quale vi si affeziona subito e non se lo lascia più uscire di mano. All’Economato municipale di tutta la roba che si smarrisce in Milano, sapete voi, come so io, gli oggetti che vanno a ricercare il proprio padrone? Guanti spaiati in numero straordinario.

Se il numero tredici era capitato in mano di una persona onesta, non era proprio un miracolo? E il miracolo non vi pare più singolare se la mia medaglia era stata restituita da una personcina di quell’età quando il furto è quasi un’impresa lecita?

E, se per giunta la personcina è povera, che significa?

Di sicuro significa che della brava gente ve n’è ancora in questo mondaccio birbone che mi piace tanto, ma forse incomincia anche a significare che il numero tredici vale di più di tutto l’abaco e che la sua forza misteriosa, deve dar da pensare alle persone di giudizio.

Da quel sennino che mi vanto di essere, perchè tutti me lo dicono, stavo per avviarmi in quei pensieri meravigliosi, quando accadde una cosa tanto strepitosa da non credere vedendola e toccandola con mano.

III.

Dunque accadde questo, semplicemente questo, che il babbo, tornato a casa per colazione, fece il misterioso. Fin dall’uscio notai sulla sua faccia serena qualche cosa d’insolito; nel deporre il cappello ed il bastone, il babbo caro, come fa quando è di buon’umore, si fregò le mani, ma poi si ricompose per cacciarle in tasca, e subito le mise fuori un’altra volta, e incominciò un gesto solenne che finì in nulla. Io risi per condiscendenza.

— Che hai, babbo? Dimmelo subito subito; sai bene, io sono tanto curiosa.

Non è vero nient’affatto ch’io sia curiosa; il babbo lo sa. Ma che! Egli non aveva nulla! Nulla? Veramente nulla. Veramente? Ah! no, veramente aveva un appetito da non si dire.

Io me n’andai in cucina a dare la lieta novella alla fantesca, perchè essa portasse in tavola ed anche perchè il babbo caro, se avesse mai qualche cosina da nascondere sotto il mio tovagliolo, lo potesse fare con comodo e godersi tutto il sapore dell’improvvisata. Non c’è altri, alla nostra mensa, fuor che il babbo ed io, dacchè la mamma se n’è andata in paradiso; e pure non vi è mai musoneria. Il babbo, al ritorno dall’uffizio, ha sempre una gran voglia di ridere per tenermi allegra. Io, per tenere allegro lui, faccio altrettanto. Avevo preparato anch’io una sorpresa e l’aveva messa appunto sotto il suo tovagliuolo. Voi indovinate subito che non poteva essere altro che il numero 13; ma non indovinereste mai, se io non ve lo dicessi, che cosa trovai sotto il mio tovagliuolo.

La stessa medaglia traforata, appesa ad una identica catenella, nient’altro che il numero 13. Fu una risata tanto rumorosa da far accorrere la fantesca senza la minestra.

Ma che è stato? Il babbo aveva voluto ridarmi la felicità smarrita col numero disgraziato? Ma che! il babbo è incapacissimo d’una cosa simile; non ama i gingilli leggeri; a lui piace l’oro massiccio, e quando gli fate vedere uno spillone o un braccialetto, egli subito ve lo pesa sotto gli occhi vostri, facendolo passare da una mano all’altra; il traforo e il filograna lo disgustano sommamente.

No; il babbo non aveva comprato il numero fatale, ma il numero fatale era tornato a casa da sè.

E come? Per la via dell’Economato municipale!

«Ma allora?» esclamai.

Il babbo per aspettare la mia meraviglia, non aveva ancora toccato il suo tovagliuolo. Io stetti un poco in silenzio mordendomi le labbra per non ridere prima del tempo... e fu un’altra risata che fece accorrere di nuovo la fantesca (ma questa volta con la minestra) quando anche al babbo si presentò il numero 13 traforato ed appeso alla catenella d’oro.

Deposta alla meglio la zuppiera, senza versare il contenuto sulla tovaglia, che sarebbe stato una pena per il babbo e per me, da farci morire il riso in bocca, la Brigida rise anche lei con noi e rise forte.

— Oh bella! oh bella! finì col dire, oh bella da ridere! Io ho penato tanto a cercare la medaglia sulla strada, che il moccolo mi si voleva attaccare alle dita; e ora, invece d’una medaglia, se ne trovano due sotto il tovagliuolo! E chi le ha messe lì? Io non ho apparecchiato....

— Ci dai il cacio? interrogò tranquillamente mio padre, facendo un istante la faccia seria. E Brigida via di corsa; ritornata col cacio si provò inutilmente a confermare che era una cosa da ridere, e dovette tornarsene in cucina e lasciarci a quattr’occhi. Ce li piantammo bene in faccia un momentino.

— Sei stata tu?

— Sei stato tu?

Ma che, nessuno dei due! Il babbo aveva proprio fatto un’altra visita all’Economato; vi era andato senza nemmeno l’ombra di speranza e l’economo gli aveva subito annunziato la nostra fortuna.

E chi aveva trovato la medaglia? E perchè non l’aveva restituita subito, da farci penare tanto senza costrutto? Ecco. La medaglia era stata ritrovata da un signore.... Da un signore? Signore, anzi cavaliere. E se la teneva? Se la teneva perchè l’aveva trovata la sera medesima e la mattina, col primo treno, era partito per Bologna! Solo al ritorno aveva potuto compiere il suo dovere.

— Non ti pare, babbo, che questo cavaliere avrebbe potuto, anche da Bologna, anche prima di mettersi in treno, restituire la roba trovata?

Pareva anche al babbo; ma, in sostanza, bisognava essere riconoscenti e ringraziarlo, perchè egli rinunziava al decimo che gli spettava per legge. Davvero? Davvero. Aveva dichiarato da principio che il decimo avrebbe dovuto essere regalato ai bambini lattanti, poi, quando l’economo gli ebbe fatto sapere che quel gingillo apparteneva a una bella ragazza (pare che l’economo del municipio mi trovi bella), il cavaliere aveva cambiato idea.

— Poveri bambini lattanti! dissi io. E il cavaliere ha detto almeno come si chiama e dove sta di casa?

Aveva detto tutto. Il cavaliere Annibale Codicini stava in via Larga n. 15.

— Andremo a ringraziarlo.

— È proprio necessario che vada anch’io?

Era necessario.

— Ma la medaglia tua come ti è arrivata? Non l’hai proprio comprata coi tuoi risparmi?

— Ma che! ti farò vedere il borsellino e vedrai che risparmi non ce ne ho quasi più. Vuoi vedere subito?

No, il babbo non voleva vedere; era inutile, diceva lui.

Se gli pareva così, almeno mi renderebbe lo scudo che avevo dato per mancia al _Pedrin_ del forno?

Il babbo non disse sì, non disse no, pensò un poco, tra una cucchiaiata di minestra e l’altra mise un tempo lungo, poi depose il cucchiaio per annunziarmi che questa seconda medaglia non doveva essere altro che un regalo anonimo.

— Sapevamcelo! Ma di chi?

Di chi?... di chi?...

A un tratto, ci guardammo negli occhi, una medesima idea si affacciò a un punto.

— È roba del dottore Augusto, dissi sottovoce.

Il babbo fece di sì col capo e ripigliò il cucchiaio.

In un minuto di silenzio, s’erano affacciate altre idee al mio cervello; e certo erano le medesime che venivano incontro al babbo, perchè rialzando il capo a guardarmi, egli me ne annunziò una che veniva in quel punto a me pure.

— Vuoi scommettere? incominciò.

Io proseguii:

— Vuoi scommettere che mio cugino verrà oggi stesso per vedere se il _Ciall_ ha fatto bene la sua piccola commedia, e se io sono proprio contenta?

— E perchè ha fatto questo? mi domandava il babbo; e perchè ha fatto questo? domandava a sè stesso. E si lasciò sfuggire ancora: egli ha tanta paura del matrimonio.

— Ne ho tanta anch’io, confessai.

— Sciocchina.... zitta che suonano, è lui di sicuro.

— Oh! Dio! e non abbiamo combinato nulla!

Il dottore Augusto era di casa; venne diritto fino alla stanza da pranzo precedendo Brigida; appena appena si fermò sull’uscio per domandare il permesso d’entrare, entrò e impedì, premendo leggermente sopra ai miei omeri, di rizzarmi per offrirgli una seggiola.

— Che buon vento? domandò il babbo. Arrivi tardi, ma ti possiamo dare una frittata e un dito di vino.

Il dottore Augusto non voleva nulla; il vento che lo aveva portato era questo solo: un gran bisogno d’avere informazioni sopra un giovanotto offertoglisi come apprendista nel suo laboratorio chimico. Il babbo doveva conoscerlo bene, perchè....

Non sentii neppure il perchè. Pensavo: «che cosa farà il babbo? Dirà tutto? Non dirà nulla? E se il babbo tace, come farò io? parlo o sto zitta?»

Per me taccio. A parlare vi è sempre tempo, non è vero? vedremo, cugino carissimo, se non dicendo noi proprio nulla, sarai buono d’andartene con la sola informazione di Crispino Colla. Perchè quel giovinotto apprendista era poi Crispino Colla, e mio padre si dilungava a lodarne tutte le buone qualità. Purchè, finito il panegirico di Crispino Colla, gli venga in mente di tacere del numero 13!

Il dottore Augusto mi sembrò contentone durante tutte le parole di mio padre e anche dopo. Girò solo gli occhi intorno alla stanza come se cercasse qualche cosa, trovò gli occhi miei che lo guardavano, si fermò un momentino a sorridermi, e si alzò da sedere per andarsene. Aveva una gran fretta di correre al suo laboratorio!

Cominciavo persino a dubitare che non fosse lui, quando mio padre entrò a dire:

— Sai che abbiamo ritrovato il numero 13?

— Possibile! esclamò mio cugino, esagerando la sua meraviglia; poi disse con più naturalezza: Possibile!

Stavo per dolermi che il babbo non sapesse fare, ma egli fece meglio assai di me.

— Sì, disse tranquillamente, l’ho trovato io; quell’economo del Municipio è una brava persona, sembrava contento di darmi la buona notizia... da lontano mi disse: numero 13! e prima ch’io arrivassi alla scrivania l’aveva già in mano. Faglielo vedere, bimba.

Ed io feci vedere.

Ora il mio signor cugino non trovava parole; guardava la medaglia dai due lati in gran silenzio.

«Eh! via! falla finita, dissi mentalmente, sbottonati che non ci perdi nulla, e io ti sarò grata della seconda medaglia come della prima, tal quale.»

Il cugino carissimo continuava a guardare ora la medaglia, ora la catenella, sempre in gran silenzio.

«Di che temi, continuai come prima, che io possa scaldarmi la lesta per te quando sappia che il donatore sei sempre tu?... bimbo buono, t’inganni.»

Finalmente il dottore Augusto ci annunziò che quello era il numero 13 ch’egli aveva regalato a me.

— Proprio quello? domandai celiando.

— Proprio quello; ha un segno speciale nella coda dell’unità che non è riuscita perfettamente dritta.

— Ma che dubbio ti poteva nascere? domandò il babbo, se ti dico che la catenella me l’ha restituita l’economo del Municipio, quello stesso al quale avevamo fatto la denuncia della....

Intendendo d’essere arrivato a dire uno sproposito si arrestò di tronco, infatti il dottore Augusto, con sorriso indulgente, disse:

— Il numero 13 è di moda; se ne vendono tanti, forse se ne smarriscono tanti, e si assomigliano tutti; per lo più hanno una catenella simile; non mi sarei stupito che l’economo avesse restituito a voi la roba perduta da un altro.

— Infatti, diss’io, ecco qui un altro numero 13 che oggi stesso ci fu restituito dal fornaio dirimpetto.

— Oh! Oh! davvero? Meraviglioso!

— Proprio meraviglioso!

— Vediamo ora quello del fornaio, disse senza scomporsi il nostro chimico. Il babbo e io stavamo zitti.

— Ecco, pronunziò il chimico con lo stessa disinvoltura indolente, ecco, qui il traforo è riuscito meglio; non pare anche a te (mi pareva, ma tacqui), la catenella è _quasi_ simile, ma non è la medesima... guardateci bene.... Il babbo e io guardammo bene senza fiatare perchè ora sembrava a tutte due che il cugino si pigliasse la rivincita, come se, avendo già visto tutte le nostre idee segrete, gli piacesse buttarle all’aria tranquillamente senza buttarcele in faccia come forse aveva diritto di fare.

Insinuai timidamente:

— Io capisco l’economo, ma non intendo il fornaio.

— Perchè dimentichi il manifesto attaccato a tutte le cantonate di Milano, e l’annunzio del _Secolo_ che ci costò una lira.

Era vero anche questo! Silenzio per un altro poco; ma quando il dottor Augusto annunziò che se n’andava proprio al laboratorio, il babbo disse:

— E ora che cosa facciamo? Non ci è lecito trattenere la roba d’un altro?

— Per la quale io ho dato uno scudo al _Ciall_; bisogna restituire la catena al fornaio e farmi ridare lo scudo.

— Oppure io andrò all’economato a dichiarare che, esaminato bene, quello non è il numero 13 smarrito da noi.

— Già... e lo scudo allora chi me lo rende? il Padre Eterno? Meglio fare la restituzione al _Ciall_.

— Meglio trattenere ogni cosa, consigliò il chimico; ma leggendomi negli occhi l’orrore del peccato mortale (perchè è un peccato mortale tenersi la roba d’altri, non pare anche a voi?) aggiunse: Con un’altra lira si può inserire nel _Secolo_ un avviso per chi avesse smarrito la medaglia e la catenella; se si presenta qualcuno gli si rende; se no, si ha il cuore in pace.

Stavamo ancora a pensare se questa idea fosse la migliore, quando il campanello della porta ci annunziò una visita.

— Io scappo! disse Augusto.

Ma non ebbe tempo, perchè irruppe con grande ansietà, come fa sempre, la mia buona Tizia!

Ma voi non conoscete ancora Tizia. Essa è proprio come un fringuello, ne ha le mosse graziose e la ciancetta allegra; non direste mai che a quella povera ragazza sia toccato il brutto caso di perdere lo sposo in istrada, tanto ha l’aria contenta di essere al mondo. Tutto il giorno, se non fosse che a una certa ora si fa il buio, e allora escono dal mondo invisibile gli spiriti buoni o maligni o burloni a farle paura, la mia Tizia sarebbe una donnina felice.

Essa pure non ha la mamma, e come me, ha il babbo soltanto, che le vuole un gran bene, ma non può accompagnarla a fare le visite perchè è tutto il giorno inchiodato all’uffizio, come il babbo, anzi peggio.

Perciò Tizia, che quando non è buio ha un coraggio da leone, esce sola a portare le chiaccherine affettuose e il sorriso buono alle amiche. E tutte le vogliono molto bene, ma nessuna gliene vuole quanto me. Che cosa non farei io per vederla contenta? che cosa non farebbe essa per me?

Così pensavo quando essa mi copriva di baci. A un certo punto pensai ancora: Oh, sta a vedere che l’altro numero 13 è roba sua! Essa che per il sale versato sulla tovaglia ha avuto la disgrazia che sapete, è capacissima di aver voluto correggere la minaccia della sorte ridandomi il mio amuleto, o almeno la pace se mai l’avesse perduta.

E io che potrei fare per lei?...

Darle marito. Ma la cosa è tanto difficile.

Ne parlerò al babbo.

Si ricominciò il giochetto del numero 13 per la mia Tizia; prima il babbo gliene fece vedere uno, e quando essa si fu rallegrata meco della fortuna, mentre io la guardavo ben bene in faccia per scoprire qualche cosa, il caro babbo mostrò l’altro amuleto.

— Due! esclamò Tizia con maraviglia schietta; questa è proprio aver la sorte; chi non smarrirebbe qualche cosa, sapendo di trovare il paio?

Era così ingenua nella contentezza che mi tornò la voglia di baciarla in bocca, mi tornò anche il pensiero di prima, ma spropositato così: Anche tu, buona e cara Tizia, anche tu che hai smarrito lo sposo nella strada del municipio, dovresti trovarne due....

Ma non lo dissi, assicurai invece che in ogni modo uno bisognava restituirlo.

Intendevo dire l’amuleto e lo sposo.

Il dottore Augusto che aveva tanta premura d’andarsene, non si moveva più; probabilmente era curioso anche lui di vedere il fondo di quel piccolo intrigo: probabilmente a lui, come a me, era venuta la stessa idea. Ma io avevo subito visto che non aveva fondamento; e perchè non l’aveva visto anche lui? Ah! Dio buono! Guardai di nascosto l’uno e l’altra; erano bellini entrambi, buoni tutti e due. Ah! Dio grande! Se mi riuscisse di farli sposare!

In questo momento appunto, il babbo spiegava a Tizia, per la terza volta, come era andata la faccenda dell’economato. «Io entro, dice lui, mi fermo sull’uscio perchè non avevo ombra di speranza, al primo cenno dell’economo potevo andarmene, invece...»

Sicuramente! Se il cielo m’aiuta, io li sposo! Sono fatti l’uno per l’altra: Tizia è alta due dita più di me; deve essere l’ideale di mio cugino Augusto, che ne ha due meno di me! Il cielo gli ha fatti uno per l’altra e io li appaio.

Il babbo diceva:

— Sì, bisognerà andare a ringraziarlo oggi stesso; è il meno che possiamo fare... Non è vero, bimba?

— Dal cavalier Codicini? ma non sarebbe meglio che andassi tu solo?

Tizia, in questo momento, chiuse gli occhi un momentino, gli riaprì, gli richiuse, e se il dottore non era pronto a riceverla nelle sue braccia, mi cadeva ai piedi stramazzoni.

— Che è stato? Che è stato?

Tizia si riebbe subito, si tolse dalle braccia di mio cugino, arrossendo un poco, e venne nelle mie.

— Un capogiro, disse, passerà... è passato.

Era essa soggetta ai capogiri?

Sì, un poco, cioè, no, mai.