Il Nemico, vol. II

Part 9

Chapter 93,707 wordsPublic domain

Non dormiva quasi più. Malgrado ogni sforzo si vedeva sempre in quella caverna, soffocata sotto la stretta di Topine, mentre Loris la guardava con quella faccia di marmo, che ella non potrebbe più dimenticare. Quei due uomini la possedevano ancora, la possederebbero sempre; li sentiva dentro di sè come un ferro, che le fosse rimasto nella ferita, o una demenza, che le si allargasse consciamente nel pensiero. Perchè Loris le aveva fatto così, a lei sola? Ella si ricordava il suo volto diventato più bello; le era persino sembrato in un momento d'indovinarvi un dolore.

Tatiana avrebbe voluto morire di quella prostituzione inguaribile.

Le si era manifestato una malattia uterina. Quindi dopo lungo titubare se ne aperse colla vecchia cameriera, che le suggerì dei bagnuoli con alcuni succhi d'erbe altrettanti innocui che misteriosi. Cominciava a soffrire di vertigini; poi colla nevrosi vennero le convulsioni. Allora lo zio fece venire da Veronese il migliore medico, ma Tatiana si chiuse nella propria camera in preda ad una crisi così spaventosa, che lo zio dovette rimandarlo senza nemmeno averglielo presentato. Quantunque dimagrasse le sue forme acquistavano una afflitta grazia femminile, che la rendeva più bella; gli occhi le brillavano di iridi, ingranditi da un cerchio nero, che le scavava le orbite mentre la bocca le si appassiva, e il collo, allungandosele, si piegava teneramente sopra la spalla sinistra.

Non suonava più. Invece si era data alla lettura del romanzi di Zola, facendoli comprare segretamente dalla vecchia cameriera. Era quella la passione? Quello l'ideale? Eppure Loris, amandola, non era stato così: perchè si era poi mutato? Se lo zio aveva potuto frustarlo per la richiesta della sua mano, quale colpa ne aveva ella? E rivedendosi da capo in quella caverna, si sentiva ancora l'alito fetido ed oleoso di Topine sulla bocca, si vedeva seminuda, colle gambe scoperte, gli stivali in aria, tutte le sottane sul ventre bruciato come da un ferro rovente, mentre Topine la schiacciava con un gomito sul collo, e Loris pallido come un morto si curvava su lei contemplandola.

Allora impeti d'odio la facevano urlare; avrebbe voluto tenere Loris sotto i piedi per ucciderlo o farlo uccidere col più feroce dei supplizi, ma non avrebbe osato rivedere Topine. Il suo aspetto solo l'avrebbe uccisa. Come vivrebbe ella in appresso? A qual uomo potrebbe raccontare quello che le era accaduto? Quale uomo lo crederebbe? Tutto era dunque finito: la sua vita non sarebbe più che l'indomani di quella catastrofe, un indomani atrocemente monotono, senza una speranza, nella solitudine di un rimpianto inconsolabile, colla sensazione inesauribile di quel momento infernale.

Poi lentamente migliorò.

L'anno seguente, nel Novembre, lo zio fu contentissimo di accompagnarla a Pietroburgo, malgrado tutti i vecchi giuramenti di non rivedere più la grande capitale. Egli sperava che il mondo guarirebbe Tatiana di quella ipocondria incomprensibile, sentendosi egli stesso molto invecchiato, mentre madama d'Aubrivilliers invece pareva sempre la stessa, sebbene non occupandosi più di Tatiana. Quindi si era fatta prendere da molte piccole manie, annusava tabacco e coltivava i cagnolini: poi guadagnando sempre più autorità nella casa cominciava ad assumere arie di padrona, esigendo la più meticolosa pulizia nell'appartamento. Oramai tutta la sua attività si consumava nel sorvegliare la spolveratura dei mobili e la compitezza dell'arredo, così che una macchia o un ragnatelo le avrebbero dato il senso di una rovina.

A Pietroburgo Tatiana dovette riannodare almeno le più alte relazioni della propria famiglia. Il suo nome, la sua gioventù, la sua bellezza e sopratutto l'immenso patrimonio le attirarono ogni sorta di corteggiamenti; il suo spirito un po' selvatico parve originalità, la sua malinconia una tendenza sentimentale. Ma considerandosi dopo quella degradazione come morta al mondo, ne indovinò facilmente sotto l'eleganza dei modi la volgarità dei calcoli e la bassezza delle intenzioni. Tutte quelle dame si disputavano l'attenzione della folla come in una fiera di vanità, i vecchi, non avendo rimasto che dei vizi, cercavano di collocare le figliuole o di fare avanzare i figli in una qualunque carriera; la sola passione segreta, ma universale, era il danaro. Nessuno amava o stimava un altro. Le sue compagne, ingelosite di già, l'aspreggiavano con ogni maniera di calunnie sotto una rugiada di carezze; coloro, che aspiravano alla sua mano, ed erano troppi, non vi scorgevano che un magnifico affare.

Laonde la sua anima s'innalzava istintivamente ad un mondo, ove gli uomini potessero inspirare il sacrificio e comprendere la sventura. Se lo zio fosse stato in grado d'accompagnarla, sarebbe partita per un lungo viaggio. Forse lontana, sotto altro cielo, incognita fra incogniti, avrebbe potuto dimenticare e trovare un uomo, cui dir tutto, così grande da purificarla col proprio amore. Una dolcezza umida ed ombrosa come nelle incantevoli sere dell'autunno russo le scendeva da questo sogno, quando rientrava stanca dalle veglie, e lasciandosi spogliare dalle cameriere non voleva pensare alla solitudine, che l'attendeva nella notte. Allora cominciò a fumare sigarette e a bere qualche fine rosolio per scaldarsi il sangue. Erano piccole ebbrezze, che le richiamavano intorno i fantasmi di tutte le gioventù come la sua, rimettendole nei sensi ancora vergini le bramosie della donna. Quindi ribellandosi alla propria condizione si diceva colla scienza dello scetticismo mondano che nulla era ancora perduto, perchè molte altre ragazze erano anche meno immacolate, e nonpertanto disposte al matrimonio: che quello era stato un caso, come ne aveva letti tanti nei racconti dei viaggiatori attraverso i continenti misteriosi. Perchè la brutalità mostruosa di Topine avrebbe mutata la sua natura di donna e di principessa? Il mondo non sapeva quella infame vendetta, e non l'avrebbe creduta a Loris, neppure se questi la raccontasse. Nullameno sotto ogni sorriso ironico di uomo ella pensava a Loris, tremando d'essere sospettata. Loris la dominava ancora dall'alto del proprio rifiuto; egli non aveva voluto violarla, e dopo due anni Tatiana doveva ancora indovinarne la ragione. Come mai un uomo volendo violare una fanciulla anche troppo bella, faceva compiere questo delitto da un altro, invece d'inebbriarsene lui stesso? Ma Loris, amandola, e Tatiana ne era sicura, aveva potuto nullameno gittarla a Topine, come si getta un tozzo di pane immondo al proprio cane. Che cosa era avvenuto di Loris dopo quel giorno? A Pietroburgo ella non aveva ancora trovato un giovane che lo valesse; erano tutti eleganti frivoli, o diplomatici già ridicolmente inamidati nella gloriola del proprio grado, che le vantavano la sua bellezza, non pensando che al suo patrimonio, mentre Loris aveva tenuto in pugno quella bellezza senza degnarsi di delibarla. Questa ingiuria misteriosa le diventava ogni giorno più cocente, perchè nessun uomo si era ancora innamorato così pazzamente di lei da riconfermarle la fede nella sua superiorità di donna.

— Mi farai morire nel dolore di lasciarti abbandonata, le diceva lo zio.

— Voi non morrete così presto, perchè io non lo voglio: non vi sarebbe garbatezza dal canto vostro, ella rispondeva con giocondità simulata.

— Perchè non vuoi maritarti? Nessuno di quei giovani ti piace; forse non hai torto, ma in fatto di mariti la nostra società non offre molto di meglio. Se tu sogni un vero uomo, sarà difficile trovarlo: la gioventù studiosa è rivoluzionaria, quella aristocratica incretinisce nei saloni, o si corrompe nel governo.

— Allora lasciatemi attendere; c'è sempre tempo a rovinarsi.

Nell'estate Tatiana andò alle acque di Ems, che dovevano giovare anche allo zio; il viaggio invece le nocque così che dovettero rimpatriare accompagnati dal principe Vladimiro Gregorevich Tewceff, un uomo sulla cinquantina, già amico dello zio, venuto egli stesso a quelle acque per rinfrancarsi di una lunga convalescenza. Era un signore di grande educazione, coltissimo, dallo spinto severo e mordente, che piacque a Tatiana malgrado tutti gli svantaggi fisici dell'età e della figura. Egli passò una settimana al castello di Kourlak, che parve a Tatiana e allo zio una delle migliori dopo molti anni.

Poi questi essendo ricaduto sotto un secondo attacco di bronchite, nell'autunno Tatiana lo ricondusse a Pietroburgo per costringerlo a curarsi malgrado tutta la sua caparbietà di vecchio. Tatiana gli si era attaccata colla disperazione del naufrago, che sente sfuggirsi in mezzo alla tempesta l'ultima tavola. Con chi vivrebbe dopo la morte dello zio? Madama d'Aubrivilliers le era diventata così insopportabile, che l'aveva lasciata al castello con autorità di sovraintendenza. Tatiana non abbandonava più la camera dello zio, il principe Tewceff veniva spesso a trovarli; a poco a poco la loro intimità si strinse.

Un giorno lo zio le disse:

— Peccato che Vladimiro Gregorevich non sia più giovane: era l'uomo per te. Non approvo le sue segrete idee rivoluzionarie, ma val meglio averne di queste che non averne affatto.

Tatiana sorrise.

Il principe Vladimiro Gregorevich veniva tutte le sere, e spesso restava a pranzo. Tatiana, conscia della sua passione, gli era grata del riserbo che s'imponeva, quasi egli stesso sembrasse riconoscere per primo l'impossibilità di quell'amore attraverso tanta differenza di bellezza e di età. Ma il principe Vladimiro Gregorevich era forse il solo uomo a Pietroburgo che pensando a Tatiana avesse dimenticate le sue ricchezze. Questa sincerità di passione dava a Tatiana una sensazione dolcissima di nuovo orgoglio.

Finalmente lo zio le rivelò il grande segreto: il principe Vladimiro gli aveva confessato tutto. Naturalmente non aveva nemmeno pensato a chiedere la sua mano, ma il suo amore era arrivato a tanto, che non si sentiva più la forza di seguitare quelle visite; non potendo essere amato voleva almeno evitare di essere ridicolo. Lo zio diceva tutto questo lentamente, come giudicando egli stesso il caso troppo assurdo. Tatiana rimase pensierosa. Quella sera, quando venne il principe, ella fu più grave con lui; egli parve diventare più timido. Lo zio si lagnava.

— E il principio della fine, rispose al principe Vladimiro: sono come gli dei della vecchia Russia, me ne vado.

Questa parola sconsolata gelò la camera.

Infatti non era possibile farsi molte illusioni. Il vecchio tossiva e dimagrava a vista d'occhio; l'infiammazione dai bronchi era scesa ai polmoni allargandosi alla pleura. Il respiro gli diventava tratto tratto difficile.

Dopo altri discorsi insignificanti egli disse improvvisamente con voce stentata:

— Vladimiro Gregorevich, quando sarò morto, tu sarai il protettore di mia nipote in questo mondo di banditi eleganti, che sono peggiori degli altri.

— Mio buon amico, questa sera tu hai più malinconia che spirito. Signorina, dite dunque a vostro zio che domandare certi favori a vecchi amici, e la voce gli tremava guardando Tatiana, è quasi un supporli incapaci di farli.

— Tatiana resterà sola; non si può star soli.

Ella senti inumidirsi gli occhi: tutta la sua sventura le si addensò al cuore.

— Si è sempre soli nella vita....

— Credete che le fanciulle della vostra età, maritandosi, rimangano egualmente sole? intervenne il principe Vladimiro Gregorevich.

— Forse più di prima.

— Anche diventando madri?

Il principe Vladimiro si era già pentito della risposta; si alzò per andarsene. Il vecchio ebbe un accesso di tosse, e sputò dolorosamente sopra una pezzuola. Tatiana corse al comò per prendere una bottiglia; quando l'accesso fu passato, il il principe Vladimiro gli stese con dolcezza la mano:

— Dovresti riposare di più; non è vero, signorina?

— Partirai domani? domandò l'infermo.

Il principe Vladimiro tardò a rispondere, la sua faccia giallastra era diventata pallidissima; pareva lui stesso più ammalato dell'altro, ma lo zio, intento a guardare Tatiana, non se ne accorse. Ella era turbata.

— Allora, esclamò lo zio, dico tutto: già è il mio dovere.

Tatiana e il principe si guardarono istintivamente; ella arrossì, l'altro attese senza un gesto, ma lo zio non sapeva più come esprimersi.

— Ecco, disse finalmente: non ha chiesto la tua mano.

La formula era così bizzarra che Tatiana non potè schermirsi dal sorridere.

— Non ha chiesto la tua mano, perchè neanche lui può farlo: ora pensaci tu, e si rigettò sui cuscini chiudendo gli occhi, felice di essere finalmente riuscito a porre quel problema. Ma un imbarazzo si era aggravato istantaneamente sugli altri due, inchiodandoli sul tappeto presso il letto di quel morente. Tatiana si sentiva come dentro un suono diffuso e confuso.

Poi intese la voce del principe Vladimiro. Questi aveva rialzato il capo; il suo volto, sempre così malaticcio, era divenuto potente d'espressione, i suoi occhi brillavano.

— Signorina.... vorreste essere la mia vedova? Pensateci bene. Se amate qualcun altro degno di voi, io sarò sempre egualmente ai vostri ordini; vi basterà volere una cosa, perchè io non viva più che per ottenervela. Forse io sono più potente che la mia posizione sociale non lasci supporre: tenetevi pur sicura che nessuno potrà nuocervi impunemente, finchè sarò vivo.

Queste ultime parole, che parevano sfuggirgli in una esaltazione generosa d'orgoglio, furono pronunciate con un suono così terribile di minaccia, che Tatiana stessa ne tremò.

— Ebbene, principe, Tatiana ti risponderà; bisogna lasciare tempo alle ragazze. Io non ho più diritto nemmeno di dare consigli, ma la mia opinione potrò esprimerla. Tatiana è in grado di giudicare da sè. Tu, amico mio, ti sei espresso benissimo; sciaguratamente bisognerebbe che tu fossi un po' meno vecchio... anch'io lo sono troppo. Ecco il perchè.

Il principe Vladimiro, per quanto uomo di salone, non trovava il modo di andarsene; avrebbe voluto attendere una risposta, che allora capiva impossibile. Finalmente s'inchinò a Tatiana, che si lasciò stringere la mano, ed uscì come potette.

Due mesi dopo Tatiana aveva sposato il principe Vladimiro Gregorevich Tewceff senza pompa e senza seguirlo nel suo palazzo. Tale matrimonio confuse tutti i calcoli della grande società mondana, incapace d'indovinare la profondità di certi sentimenti.

Tatiana, fredda e riservata, non aveva voluto mutare nulla alle proprie abitudini di ragazza; era uscita un momento per la cerimonia, ed era ritornata al capezzale dello zio, che non lasciava più il letto. Il principe Vladimiro, quella sera, non osò chiederle che un bacio, tornando al proprio palazzo; ella gli offerse la fronte. La devozione di Tatiana per il malato era l'ammirazione di tutti; quando morì, ella fu ripresa da grandi convulsioni, che la compromisero seriamente, e volle ritornare al castello di Kourlak.

Dopo tre mesi di matrimonio si trovava col principe come alla vigilia; egli adorandola non si era permesso nè un lamento nè una allusione, ma Tatiana tratto tratto leggeva ne' suoi occhi una passione così intensa, che le faceva paura.

Infatti il principe era più temuto che amato nella stessa propria società, per la quale non aveva mai nascosto il disprezzo; ma lo si credeva generalmente un dotto, che vivesse di studi, quantunque non avesse mai stampato un libro, e nascondesse la propria vasta erudizione.

All'epoca dell'emancipazione dei servi aveva sostenuto il partito più liberale, attirandosi molti sospetti di appartenere a quello rivoluzionario; poi impegnatosi in una lotta colla polizia per difendere un cugino nichilista aveva corso nuovi pericoli. Però la sua vita aristocratica, la sua apparente devozione ortodossa allo Czar, e sopratutto il suo grado e la sua parentela lo rendevano invulnerabile. Quindi di commissione in commissione era entrato nel senato come uno dei membri più giovani. Reggeva allora il ministero dell'interno il conte Tolstoi, spirito mediocre e violentemente reazionario, che divenne presto l'uomo più impopolare della Russia; fra questi e il principe s'accese una rivalità al ministero, nelle commissioni, a corte, da per tutto. Il principe Vladimiro pareva un originale, cui la dura onestà del carattere permettesse molti atteggiamenti ribelli. In tutti i rami dell'amministrazione, ove l'avevano messo, n'era uscito promuovendo grossi scandali ma con così fine abilità da non dar presa ad alcuno dei propri nemici.

Una volta per allontanarlo da Pietroburgo gli fu offerta l'ambasciata di Danimarca; ricusò

Poi malgrado lo splendore del nome e la molte ricchezze non aveva mai voluto prender moglie, vivendo quasi sino ai cinquant'anni con una sorella, vedova senza figli, alla quale aveva testimoniato la più nobile affezione, ma che non avrebbe nemmeno essa potuto dare molti particolari sulla sua vita segreta. Non ostante quella vita a parte, passava però per un uomo di grande autorità, capace di rendere eminenti servigi allo stato, se i caratteri della sua tempra avessero potuto davvero trovarvi posto.

Segretamente era un rivoluzionario.

Come molti signori della sua classe, egli aveva cominciato a simpatizzare colla rivoluzione per il liberalismo della propria educazione occidentale. Già l'ardore del temperamento e la vivacità dell'ingegno lo avevano messo da giovinetto fra i più caldi ammiratori di Hertzen; quindi l'esperienza sempre più vasta della corruzione imperiale, cui nessuna riforma poteva nemmeno arrestare, aveva tenuta in lui viva la passione dell'ideale. I primi drammi nichilisti, dei quali tutte le migliori anime russe si esaltarono, quelle deportazioni in massa, la persecuzione a tutti gli scrittori abbastanza coraggiosi per dire la verità, lo esasperarono profondamente. Alcuni suoi compagni di scuola furono condannati alla Siberia; un suo cugino, giovane focoso e da lui sinceramente amato per la dolcezza del suo carattere, fu cacciato nelle mine, e vi morì. Questi non era stato più colpevole di molti altri, ma la Terza Sezione volle ostinatamente farne una vittima. In tale lotta per salvarlo il principe Vladimiro scese a contatti coi veri rivoluzionari, rimanendo vivamente impressionato della loro grandezza morale. Essi invece lo circuirono, lusingando i suoi più nobili istinti. Presto corsero aiuti in danaro e di ogni altra maniera. Il principe comprò una casipola a Pietroburgo per tenervi nascosto il cugino, affittandola ad altri nichilisti; quando tutti furono arrestati, la Terza Sezione sospettò di lui, ma il principe era ancora troppo ben visto a corte per poter essere travolto in simile processo.

Poi il principe, costretto dal proprio disprezzo pel governo e dall'impossibilità di impiegare in modo migliore la propria attività ad entrare nel partito, divenne pei rivoluzionari uno dei più sicuri ukrivateli, nasconditori. Molti trovarono rifugio nelle sue terre lontane; la sua posizione a corte e la sua conoscenza nell'amministrazione lo posero in grado di fornire notizie e passaporti, sventando spesso i disegni della Terza Sezione. Laonde a questa caccia dovette presto farsi cacciatore per non diventare selvaggina.

Allora tutte le forti qualità del suo carattere apparvero improvvisamente. Il suo grado sociale lo rendeva già capitano fra quei rivoluzionari, usciti quasi tutti dalle file della plebe e, malgrado ogni negazione sistematica, ancora sensibili alle vanità della gerarchia. Poi il suo ingegno e il suo coraggio gli conquistarono un'alta autorità. Quando si allargò il moto terrorista, egli si schierò col gruppo più moderato senza contrastarvi, perchè la sua fatalità s'imponeva oramai a tutti.

La sua vita si riempì così di una immensa ambizione: essere il presidente di quella segreta repubblica di minatori, che volevano far saltare il trono più grande del mondo. Ma, diplomatico cresciuto nei circoli del governo, affettò il maggiore riserbo in faccia al Comitato, che allora dirigeva quella guerra.

La morte di Alessandro II, disorganizzando il nucleo terrorista, lo mise fra i membri del nuovo Comitato esecutivo, ove recò la terribile prudenza di quell'odio signorile, così diverso dal rancore dei rivoluzionari di piazza. Nessuno conosceva come lui la cancrena delle alte classi, e sentiva più profondamente la necessità di togliere loro il potere a qualunque costo; nessuno forse metteva in tale passione rivoluzionaria una più acuta sete di rivincita, dacchè respinto da tutte le carriere politiche e libero da ogni vincolo di affetti domestici, in sul declinare di una vita malaticcia, non gli restava più che una suprema ambizione di sovrastare a tutti coloro, dai quali era stato sconfitto.

Per opera sua il Comitato mutò subito di tattica, sospendendo gli attentati contro Alessandro III. Il principe, che conosceva bene le campagne e sapeva come tutti i contadini tenessero nella propria isba al di sopra delle sacre immagini il ritratto di Alessandro I, lo Czar martire, temeva una rivolta rurale, che avrebbe fatto indietreggiare la rivoluzione di forse un secolo. Tutta la sua attività si rivolse ad una riorganizzazione dei gruppi per una nuova forma di propaganda: bisognava penetrare in tutte le recenti assemblee della vita provinciale, ed insinuarsi nell'amministrazione per cessare di temerla.

In quel tempo s'innamorò di Tatiana coll'ardore di un uomo rimasto sino allora, per l'indole del carattere e la povertà della salute, quasi casto.

Le donne non avevano mai avuto significato nella sua vita, tranne una amata molti anni addietro, mentre era già fidanzata ad un altro, e che credeva di aver reso madre. Ma quest'amore troppo breve gli si era mutato in una tenerezza poetica per quella bambina, della quale riceveva notizie, pressochè ogni settimana, senza che gli fosse mai permesso di vederla, perchè quell'altro suo padre era stato uno di coloro da lui denunciati negli scandali delle amministrazioni.

Nella solitudine di quella vita il suo carattere era divenuto sempre più cupo, impregnandosi di quell'inesprimibile odio rivoluzionario, che faceva delirare anche le teste più forti. I medesimi eccessi del governo nella propria difesa contro i rivoluzionari lo costrinsero grado a grado a mutare ogni tradizionale idea di giustizia, perchè nessuna onestà sarebbe stata logica in questa lotta contro di esso, che padrone di tutte le forze violava egualmente tutte le leggi. Il suo lungo disprezzo per l'aristocrazia, ligia al governo per viltà ed ostile al progresso per avarizia di privilegi, gli faceva persino invocare una strage, nella quale sparisse per sempre lasciando libero il campo ad una nuova classe più moderna di idee e sana di cuore.

Ma, innamorandosi di Tatiana, tutti i suoi istinti di uomo si ridestarono come una reazione a quell'assorbimento settario, che lo aveva a poco a poco isolato dalla vita. Al pari dei caratteri troppo duri si spezzò.

Tatiana fu per lui il ritorno alla vita, non ancora veramente vissuta.

Ma quel riserbo di lei, dopo il matrimonio, gli fece presentire un dramma. Quindi diventò più guardingo, affettando quasi le maniere di un padre, ed aspettando da una inevitabile crisi la soluzione. Egli aveva di sè stesso, fisicamente, una opinione così desolata, che non avrebbe mai osato pretendere dalla moglie i diritti coniugali per timore di leggergliene sul volto il disgusto. Era questo il suo martirio quotidiano.

Tatiana con donnesca furberia ne aveva approfittato. Il principe, non avendole lasciato trapelare nulla della propria posizione politica, doveva assentarsi spesso dal castello, quantunque si sforzasse con ogni espediente di diminuire il numero di quelle assenze o di renderle più brevi.

E ogni volta Tatiana gli porgeva la fronte da baciare con languida cortesia come ad un padrino.

Una sera d'estate il principe, tornato improvvisamente, entrò nelle sue stanze e la sorprese, sola alla finestra, immersa in un raggio di luna. Tatiana, oramai rimessa, era diventata più bella. La notte era piena di soffi e di aromi.

— Ebbene, mia cara, le disse dopo averla baciata in fronte, sedendole vicino e prendendole risolutamente una mano nelle mani: sei contenta della tua vedovanza?