Part 7
Era il plenilunio, una di quelle notti russe, quando il sole discende appena sotto l'orizzonte, delle quali nessuna parola e nessun pennello potrebbe esprimere la divina trasparenza e la delicatezza delle sfumature. La luce pallida aveva al tempo stesso qualche cosa di etereo e di vivente; si sarebbe detto che i due crepuscoli si fossero fusi nella stessa trepidazione. Traversando quei luoghi Loris non potè difendersi dalla tristezza delle memorie; camminava a testa bassa, in silenzio, senza avvertire la bellezza della sera. Quando entrarono nella foresta senza aver incontrato Topine, lo stregone prese un sentiero a destra; dopo quindici minuti si fermarono dinanzi ad un albero, intorno al quale densi ed alti cespugli facevano macchia. Lo stregone v'entrò. L'albero, vacuo al piede, dava accesso ad una grotta abbastanza ampia, nella quale Topine dormiva sopra un grosso mucchio di fieno. Riconoscendo Loris, diè un grido.
Lo stregone aveva acceso una piccola lanterna da tasca.
— Lascia questa e vattene, gli disse Loris.
L'altro parti senza rispondere. Allora Loris uscì dalla grotta per esaminare se la luce di quella lanternina fosse visibile fra i cespugli; s'accorse di no.
— Sono venuto a dormire con te, dammi metà del tuo fieno.
Il suo disegno, non ancora ben chiaro, era d'impadronirsi di Tatiana. L'indomani mandò Topine dallo stregone per sapere notizie del castello. Questi, che vi aveva qualche aderenza nel servidorame, fu largo d'informazioni: il vecchio principe, declinando sempre più, non usciva che di rado in carrozza con madama di Aubrivilliers e Andrea l'intendente. Tatiana era stata lungamente ammalata, e proprio uno stregone, non egli, l'aveva guarita. Ora brillava di salute e di bellezza.
Dal principio della primavera si era data a percorrere le campagne con Vaska, cacciando e correndo sempre a cavallo. Era l'ammirazione di tutti. Qualche volta usciva sola sopra un alto baio, incredibilmente secco e leggero, un cavallo inglese, del quale lo stregone parlava con disprezzo.
Adesso erano in visita al castello le contessine Oglobine.
Lo stregone promise di andare al castello; tre giorni dopo recò altre notizie. L'indomani, nel pomeriggio, le signorine attraverserebbero la foresta per recarsi allo stagno di Asok; Tatiana monterebbe il suo cavallo inglese, le contessine la seguirebbero su due morelli russi. Ma Tatiana aveva detto segretamente con Vaska, che le perderebbe a mezzo la foresta, prendendo il sentiero degli androni per giungere prima allo stagno.
Loris da tre giorni nascosto in quella tana, ove Topine gli portava i viveri dal villaggio per mezzo di Sevastianucko, concepì tosto l'agguato. Era sicuro di Topine. Lo Strannik non aveva che due vizî, la vodka e le donne; pel resto si poteva fidarsene a tutta prova. La notte usciva spesso dalla tana per andare al villaggio di Twer, dove aveva più di un'amica, e ne ritornava quasi sempre ubbriaco. Loris l'interpellò bruscamente:
— Andrai subito a Kourlak da Elia Mitolka, il fabbro; comprerai dieci metri di filo di ferro del numero cinque. Se torni ubbriaco ti spacco la testa, gli disse mostrandogli una piccola rivoltella.
La faccia di Loris era fosca.
— Che c'è, _barine_?
— Domani tenteremo la prima vendetta; ne va della nostra vita.
Topine eseguì puntualmente la commissione.
In tutto il resto della giornata Loris studiò la foresta per indovinare da qual punto entrerebbe la comitiva, e come si dividerebbe pei sentieri. Quasi tutti conducevano allo stagno di Asok, famoso nei dintorni per la pesca delle anguille; ma il più breve ed insieme il più pericoloso era appunto quello degli androni, attraverso un'avvallamento del suolo dovuto ad antico lavorìo delle acque, abbastanza bello di selvaggia orridezza. Loris sapeva che fra quelle anfrattuosità v'era una caverna, nella quale più di una volta aveva riposato da fanciullo col babbo. La rinvenne. Un folto di pruni selvatici, fra cui i cani stessi avrebbero stentato a cacciarsi, la nascondeva ad ogni sguardo. Ordinò a Topine di portarvi la lucernina, provò se dal di fuori la sua luce si scorgesse, e vi fece disporre due grossi fasci di fieno. Uno avrebbe servito da letto, l'altro per otturare ermeticamente l'ingresso.
— Di chi ti vendicherai, _barine_?
— Di una principessa.
— Oh! esclamò Topine passandosi con atto goloso una mano sulla barba sempre impegolata di marcia: pane bianco! Come faremo?
— Te lo dirò domani.
Quella notte Loris avrebbe scommesso di avere la febbre. Gli pareva di vedere Tatiana in mille modi, ascoltava la sua voce fra un murmure lontano di applausi e di fischi per quest'opera di vendetta, nella quale una principessa bella e vergine avrebbe pagato per tutta l'aristocrazia. Poi, a certi momenti, temeva di venir meno nella stretta suprema, e si sferzava colle ingiurie per esasperare il proprio odio.
Prima ancora che l'alba sorgesse vagava già per la foresta. Tutto era incanto. Le macchie splendevano di fiori, l'erba mormorava; gli uccelli vagavano a stormi o cantavano solitari, gli insetti ronzavano a nuvole entro le pezze di sole distese fino a terra dai rami degli alberi. Una freschezza innocente saliva dagli antri più cupi della foresta, dove l'ombra ed il freddo, in altra stagione, soffiavano indefinibili terrori.
Ma Loris s'irritò di quella pace. Nella caverna trovò Topine attaccato al fiasco della vodka.
— Non voglio che t'ubbriachi quest'oggi, gli gridò strappandoglielo.
Poi uscirono assieme. Loris credeva di non ingannarsi sul punto, ove entrerebbe la comitiva: sarebbe nello spiazzo della grande betulla di Sant'Elia, perchè un'immagine del santo era confitta nel suo tronco biancastro. Topine sollevava difficoltà per ostentare la propria conoscenza della foresta; finalmente convennero di tutto.
— Ma se pigliano invece dallo sbocco della Cerva? obbiettò ancora Topine.
Loris gli rispose con una bestemmia, e andò a mettersi in agguato. Fumava. Topine, che non poteva ammettere questo per le proprie idee settarie, gli chiese un mozzicone di sigaro per farne una cicca.
Attesero lungamente. L'aria era snervante malgrado il vento odoroso, che susurrava fra gli alberi. Tratto tratto minimi rumori sembravano ingigantirsi e vanire; qualche animale invisibile passava stornendo fra i cespugli. Loris s'incantò a guardare un ramarro, che lo spiava. Poi udirono delle voci e dei passi frettolosi; erano due servi del castello, e due mugiks carichi di attrezzi da pesca, che si affrettavano verso lo stagno. Avevano preso per quel sentiero degli androni.
Passò ancora del tempo. Loris e Topine erano sdraiati a poca distanza, questi pareva sonnecchiare; sulla faccia di Loris passavano a quando a quando delle nuvole. Era vestito elegantemente di un panno cenerino, due stivali molli e giallognoli gli arrivavano alle ginocchia; una camicia di seta a fiorelli su fondo paglino, aperta sul collo e rattenuta da una cravatta svolazzante, gli scopriva la sommità del petto bianco come quello di una donna. La barba tagliata a punta dava un'aria marziale al suo viso, rimasto ancora delicato malgrado il sole e il freddo della steppa. Aveva gettato sull'erba il cappello bianco a larga tesa.
— Eccola! esclamò.
S'udiva da lungi il latrato di un cane. Loris e Topine s'alzarono a disporre l'agguato, nascondendosi reciprocamente dentro la macchia, per la quale passava il sentiero e tendendovi il filo. Ne avevano piegato i capi a cerchio, tenendoli stretti in pugno con un fazzoletto per non farsi tagliare le dita dallo strappo, quando il cavallo vi avrebbe urtato. Se non fosse stata Tatiana, bastava abbassare il filo sino a terra, che niuno se ne sarebbe accorto.
Loris si sentiva battere furiosamente il cuore, non poteva star fermo. Ogni tanto sporgeva la testa dai cespugli, non capiva quasi più, e si pentiva bestemmiando ferocemente per affrettare la catastrofe. Distinse il fremito di un uccello fra le fronde.
Poi un galoppo poderoso risuonò, le piante stormivano; una voce femminile gridò:
— Ohep!
Loris alzando imprudentemente il capo vide a poca distanza una figura di donna con un lungo velo bianco svolazzante dal cappello a cilindro, curva sul collo di un gran cavallo baio lanciato alla carriera.
— Topine! gridò.
Fu un attimo. Forse la donna aveva udito, ma non avrebbe potuto frenare il cavallo; poi un impeto come di valanga rovesciò tutto, e Loris e Topine si trovarono addosso al cavallo caduto, colla faccia graffiata dagli stecchi, travolti, quasi schiacciati, perchè il filo non si era rotto. Il cavallo pareva tramortito, la donna, sbalzata di sella a cinque passi, si rialzava. Ci fu un minuto d'incertezza.
Ella si rivolse.
— Topine! urlò Loris già in piedi. L'altro si levò pesantemente, ma scorta la donna si slanciò; parve un lupo, la rovesciò, le gettò le sottane sul capo, gliele fasciò strettamente, e con quel fardello, tutt'altro che leggero sulle braccia, si mise a correre rapidamente. Quel latrato si perdeva in lontananza.
Il cavallo, che si era rotta una gamba, gettò un nitrito doloroso tentando di rizzarsi.
Loris si voltò involontariamente a guardarlo dalla svolta del sentiero, precipitandosi dietro Topine.
Fu una corsa di pochi minuti, penetrarono nella macchia quasi contemporaneamente. Nella caverna la lanternina agitava una luce fioca. Topine gettò la donna sul mucchio di fieno, appoggiandosi per non cadere alla parete, e cercando cogli occhi il fiasco della vodka.
La donna balzò in piedi; le vesti le si abbassarono sugli stivali, si tastò istintivamente il cappellino a cilindro, di felpa nera, tutto ammaccato. Era rossa dalla soffocazione delle vesti. I suoi occhi gonfi sulle prime non discernerono nulla, poi vide Loris senza riconoscerlo; Topine restava dietro di lei. Tatiana travide la sua figura mostruosa, colla barba, così vestito di pelli, e rinculò guardando l'altro.
Allora le sfuggì un grido.
Loris spinse l'altro fascio di fieno all'imboccatura della caverna.
Quando si rivoltò, Tatiana non si era ancora riavuta. Adesso la poca luce della lucerna bastava a tutti e tre per esaminarsi minutamente. Nessuno parlava, si sentiva il rantolo di Topine diminuire a poco a poco.
Loris incrociò teatralmente le braccia. Gli era caduto il cappello, la sua bella testa aveva un'espressione satanica di trionfo, guardandola cogli occhi fissi.
Ella levò il capo.
— Un agguato! esclamò con voce tremula.
L'altro non rispose.
Tre persone erano troppe in quella caverna, nella quale si sarebbero toccate al più piccolo gesto. L'amazzone verde di Tatiana, diventata nera nella penombra, era rimasta colla coda sul fieno; ella se ne avvide e con un moto di pudore istintivo se la ravvicinò ai piedi. Il loro imbarazzo cresceva.
— Perchè mi avete rapita? gridò finalmente Tatiana con tutta l'alterigia del proprio carattere.
— Credo che vi sarà difficile indovinarlo.
— Infatti se avete sperato, che cederei così alla vostra violenza, vi siete ingannato grossolanamente.
— Meno di voi, principessa, che vi credete ancora tanto amata che vi si rubi per possedervi, ribattè Loris con gelida ironia.
Tatiana vacillò, non comprendeva più.
Egli parve contemplarla con ammirazione. Infatti così vestita, con quell'amazzone che le guantava mirabilmente il busto, un grande mazzo di capelli biondi rialzato sulla nuca sotto il cappellino, cui le ammaccature sembravano dare un'aria biricchina, pareva anche più bella. Il velo bianco le era caduto sul ventre come una falda di neve.
— Eppure, seguitò Loris lentamente, siete diventata più bella. Ti piace, Topine?
— Vieni qui, esclamò improvvisamente.
Topine gli si accostò.
— Ti piace? Guardala bene, è una principessa.
Topine aveva sbarrato gli occhi, e guatava estatico quell'incantevole figura di giovanetta tremante, col seno che le palpitava perdutamente. Ma guardandola un luccichìo gli si accendeva negli occhi bianchi, poi sbirciava il padrone come un cane.
— E bella, non è vero? Nella tua miseria non ne hai avuto mai un'altra come questa. Solo le donne dei signori sono così belle, ma sono anche più vili delle altre donne. Sono capaci di far frustare un povero che le ami, e di riderne.
Tatiana fremè; avrebbe voluto rispondere, ma un terrore inesplicabile la dominava. Le sue labbra tremavano, chiuse gli occhi. Loris attese che li riaprisse.
Tatiana si sentiva girare quella caverna intorno, un brivido freddo le scendeva lungo il dorso sino ai piedi. Un tremito della lucerna le parve l'ultimo incomprensibile schianto. Balzò indietro spaurita, urtando nel fieno, quasi vi cadde.
Loris ebbe ancora un sorriso.
— Ti piace? mormorò posando una mano sulla spalla di Topine e carezzandolo come un animale: da migliaia d'anni i pari tuoi soffrono tutte le fami.
Sulla faccia di Topine apparve un sogghigno bestiale.
— Mangia, disse Loris spingendolo violentemente su Tatiana.
Allora avvenne una scena orribile. Topine traballando cadde quasi su di lei, e l'abbracciò così che si rovesciarono entrambi sul fieno. Ella si dibatteva furiosamente, quasi soffocata dalla stretta erculea di quell'uomo, che non sapeva ancora tutto quanto voleva, e le pesava addosso con tutto il corpo. Topine le stava sopra alla bocca colla vasta ulcera del lupus, schiacciandole quasi il petto, mentre ella faceva sforzi prodigiosi per scostare la faccia, cercando cogli speroni di ferirgli le gambe.
— Ah! mordi, gridò ad una speronata, che gli ferì il polpaccio. Quindi sollevandola robustamente la conficcò con una mano nel fieno e le calcò un ginocchio sul ventre.
Tatiana rantolò.
Ma al contatto di quel corpo Topine si sentiva infiammare. Un calore spasmodico gli serpeggiava nelle vene e sulla pelle, facendogli come scottare i cenci che la coprivano. Era diventato scarlatto, cogli occhi bianchi pieni di sangue, la bocca aperta famelicamente; una riga di marcia gli colava adagio per la barba. Egli contemplava Tatiana, quasi svenuta sotto la sua mano, sentendo col ginocchio il palpito molle del suo ventre.
Un urlo sordo sfuggì al petto di Topine, che ritirò vivamente la mano dal collo di Tatiana per portarsela sotto la casacca. A quell'atto Loris si sentì come uno schiaffo sul volto. Ma fu un attimo. La mano di Topine era già scomparsa sotto le gonnelle di Tatiana, raspando ferocemente. Ella tentò ancora di sollevarsi, ma Topine più rapido le entrò tutto fra le ginocchia slargandole, e le traboccò sul collo.
La lotta ricominciò più atroce e più pazza. Ella si divincolava cercando di sfuggire sul fieno, egli le aveva messo un gomito sul collo e la soffocava tenendole sempre la mano sotto le sottane, oscillando alle scosse, che ella gli imprimeva, e perdendo spesso l'equilibrio.
Rantolavano. Il cappellino di Tatiana rotolò sul fieno e cadde dall'altro lato con suono sordo; ella si volse macchinalmente a guardarlo. Topine ne profittò per spingersi oltre, ritirando un istante la mano e ricacciandogliela subito dopo sotto il ventre.
Tatiana gettò un urlo insopportabile.
— Loris... Loris!...
Con una suprema convulsione di vergine fece arco della testa sul fieno e, puntando ambo i pugni al volto di Topine, lo respinse.
Loris vide Topine staccarsi dal suo grembo, ove le sottane lo nascondevano a mezzo. Tatiana rimase scoperta fino a mezzo le coscie; i suoi stivali alla scudiera parevano stravaganti in quel momento. Ma Topine le si riavventò addosso mormorando fra i denti, lottarono ancora; Loris intese un'altra volta il proprio nome, poi Topine furibondo scagliò un pugno sulla testa di Tatiana, che gettò un sordo gemito, e sollevandole tutte in pugno le sottane le si distese rabbiosamente sopra.
Ella tremava ancora. La sua testa semisvenuta si muoveva spasmodicamente sul fieno, mentre il petto le si sollevava spaventosamente.
— Ah! le sfuggi in un gridò straziante, cui ne segui un altro selvaggio di Topine, che si squassava su lei.
Loris incontrando lo sguardo agonizzante di Tatiana dovette abbassare il proprio.
Tatiana si senti morire.
Quando rinvenne, si trovò sotto Topine assopito sulla sua faccia; la marcia del lupus le aveva macchiato tutto il mento. Ebbe uno sguardo vago, poi vide Loris colle braccia incrociate, che la contemplava, pallido come un morto.
Allora con un balzo respinse Topine, e cadde dall'altro lato del fieno raggomitolata alle pareti. Si sentiva ferita, sanguinante. Tutto un mondo era crollato dentro di lei; Topine stava rovesciato per terra, laidamente sozzo di sangue e di bava.
Loris volse le spalle a Tatiana afferrando Topine per un braccio.
— Vattene.
L'altro si riassettava istintivamente con una mano, cercando Tatiana collo sguardo.
— Vattene, gli ripetè con voce piena di fremiti Loris, spingendolo verso rimboccatura, e spostandone con un piede il fascio, che l'otturava.
Topine esitava.
Ma Loris si cacciò vivamente la mano in tasca, ne trasse la rivoltella, e a denti stretti gli susurrò:
— Vattene o ti uccido.
Topine uscì.
Loris non si rivolse, voleva dar tempo a Tatiana di rimettersi. Quei minuti gli parvero un secolo. Non poteva più respirare in quella caverna, nè ritrovare il proprio equilibrio; finalmente intendendo un moto di Tatiana si voltò.
Ella aveva già raccolto il cappellino, era disfatta, incredibilmente più bella. Si vedeva che non poteva camminare; una vergogna inconsolabile trapelava dal suo stupore di ammalata.
Loris s'intese prendere alla gola da una pietà quasi egualmente desolata, ma facendo un ultimo sforzo raccolse il proprio cappello bianco a larga tesa, e si avanzò d'un passo.
Temeva quasi di non poter parlare: Tatiana lo guardava intontita, come interrogandolo sul perchè di quell'assassinio con tale tragica incoscienza che Loris indietreggiò.
Perchè aveva egli fatto così?
Allora Loris, che non voleva perdere dopo la vittoria, trovò nella perfidia della propria vanità una suprema ingiuria:
— Ora, principessa, vi sfido a denunziarmi.
Ed uscì.
IV.
Loris era all'università di Kazan, l'antica capitale mussulmana, quando il 13 marzo 1881 Alessandro II soccombette al grande attentato diretto da Sofia Perowskaia. L'impressione ne fu immensa per tutto l'impero; all'università gli studenti radicali ne delirarono. I nomi di Sofia Perowskaia, di Jeliabof, Kibalchich e Rissakof s'involavano dalle loro labbra fra gli inni più ardenti. La grossa borghesia rimase atterrita, il popolo minuto compianse lo Czar, i mugiks invece lo credettero assassinato dai signori per tema di una seconda ripartizione di terre, e sarebbero insorti massacrando tutta la classe intelligente ad una sola parola di Alessandro III. Nessun acido rivoluzionario aveva potuto intaccare la loro massa rurale; fra la plebe senza numero delle campagne e lo scarso patriziato individuale delle scuole, anzi che contatto ed influenza reciproca, v'erano sfiducia ed ostilità aperta.
La passione d'apostolato, conducendo nel popolo tanti rivoluzionari, non aveva servito che a svegliarvi sospetti; e se qualche missionario era parso più avventurato nel comporre alcune drouynes di contadini, gettandone i più temerari in qualche processo politico, questa lustra di propaganda era tosto vanita. I mugiks nel partecipare a quei moti avevano presi i nichilisti per emissari segreti dello Czar.
Loris era a Kazan dal principio dell'inverno. Non aveva nemmeno tentato d'inscriversi all'università per difetto dei titoli necessari, e per ripugnanza alla tirannica disciplina imposta dal terrore del governo agli studenti. Si era presentato come un figlio di pope, orfano, venuto per frequentare solamente la biblioteca. Un passaporto falso, in piena regola, comprato al solito da un agente della polizia per cinquanta rubli, lo metteva al sicuro delle prime sorprese col nome di Loris Vassilich Orobine.
Viveva con certa modesta eleganza affettando una grande austerità di costumi, e non concedendo la propria intimità che a pochi sicuri. Il suo disegno era di penetrare nello spirito del giovane radicalismo per valutarne le forze e studiarne le passioni. Mentre la negazione anarchica era nel suo spirito diventata manomania, per una facoltà abbastanza comune nell'ingegno russo una tendenza critica, sostenuta da forti qualità realiste, lo rendeva poco incline all'ammirazione di quel moto terrorista.
Fra tutti quegli studenti, che il principe di Bismark doveva definire benissimo un proletariato di baccellieri, non sentì che dolori personali provocati dall'indigenza e consolabili da un qualunque impiego. Moltissimi vivevano su borse istituite dal governo o dai privati; gli stessi ultimi czaricidi erano borsieri nutriti e educati a spese dello Czar. Gli studenti, per la maggior parte usciti dalle ultime file popolane, non avevano alcuna educazione nè morale nè intellettuale; ma spinti in alto dall'istinto delle loro famiglie, che sognavano così un avanzamento sociale, recavano negli studi colla passione di un guadagno immediato la mortificazione di una nuova superbia spirituale.
Poi la polizia, invitandoli a scuola, li sottoponeva alle più insopportabili precauzioni di sempre nuovi regolamenti, mentre l'amministrazione, anche più ostile, chiudeva loro dopo il corso dell'università quello degli impieghi.
Quindi gli studenti vivevano nella più squallida povertà, così derisi dal popolo che molti dovettero smettere l'uniforme per sottrarsi alle ingiurie nei quartieri più bassi della città. Alcuni erano alloggiati presso famiglie di artigiani o di piccoli mercanti, cui davano la magra pensione in cambio di più magri alimenti; altri s'ammassavano in case grandi come falansteri, uomini e donne in una promiscuità di miseria, nella quale i sogni politici ed amorosi nascevano colla stessa facilità. Pochi erano davvero nichilisti, allora che dopo il piccolo congresso di Lipetsk i terroristi avevano cominciato quel terribile duello a colpi di attentati e di patiboli. I più sguazzavano ancora nel radicalismo negativo, senza originalità di pensiero o di passione, che aveva ispirato gli eroi da romanzo a Tchernicewski a Tourgnenief e a Pisemski. Nemmeno lo scoppio della Comune di Parigi era bastato a dare un indirizzo più pratico alla logica del loro malessere coll'esempio della guerra civile. Gli ebrei, per l'indole dello spirito assolutista e una più dolorosa persecuzione nelle parti più delicate della vita, meglio atti a fornire un contingente rivoluzionario, erano presso che esclusi dalle università, e non potevano soggiornare nelle capitali senza diploma professionista o permesso speciale della polizia. Fra la studentesca e le alte classi nessun rapposto amichevole: gli studenti formavano una corporazione più spregiata che temuta, ora che il governo aggravava sovr'essi la mano. Poi la mendicità toglieva ogni poesia alle loro aspirazioni liberali, giacchè che appena fuori della scuola si sarebbero venduti al più miserabile degli impieghi. D'altronde la borghesia dei mercanti, quasi la sola, era troppo ignorante per indovinare il mondo ideale, che si apriva in quegli studi. Nullameno le scuole e per i bisogni fomentati, e il gusto acuito dell'investigazione, e la confidenza ispirata nel diritto, e le curiosità svegliate, e i confronti suggeriti creavano una minoranza eletta di studenti capaci d'interpretare i propri patimenti colle idee di una nuova civiltà e i dolori di tutto un popolo.