Part 6
Si fermarono davanti ad una casa in muratura, chiusa da un altissimo stecconato nero interrotto da un cancello a grosse sbarre di ferro foderate da lamiera per togliere ogni vista ai curiosi; pareva una fortezza. Alti pini le coprivano quasi interamente il tetto coi rami; si distingueva poco più lungi un altro caseggiato.
Topine rattenne Loris per una mano, poi improvvisamente, a più riprese, imitò il fischio della vaporiera.
Il cancello si aperse, e comparve un vecchio in caffetano rosso, tutto raso. Topine gli pronunciò all'orecchio una parola, quegli squadrò Loris, e li accompagnò fino alla porta. La casa aveva i muri a scarpa, colle finestre piccole e nere.
Topine disse a Loris:
— Resta qui.
— Alla porta? E invece lo spinse avanti così vivamente che l'altro non osò resistere.
Il servo accese una piccola lanterna, quindi li condusse per una scala di legno attraverso alcune stanze sino ad un gabinetto tutto giallo. I suoi mobili erano dorati, le pareti rivestite di damasco.
Loris si guardava attorno meravigliato, Topine tremava.
Poco dopo entrò una donna vestita di rosso, con una lunga veste a coda: era alta, bianchissima, con un'immensa capellatura nera. Topine le si gettò ai piedi, baciandole le pantofole rosse ricamate d'oro, e senza far motto, le pose innanzi sul tappeto il sacchetto.
Ma ella esaminava Loris, rimasto ritto col berretto spelacchiato sulla testa; in quella camera, così stracciato ed altero, pareva anche più bello.
— Chi è il tuo compagno? chiese a Topine, percuotendogli con una pantofola la fronte per farlo alzare; ma egli rimase nullameno bocconi.
— Il mio salvatore: senza di lui mi avrebbero ucciso e rubato il sacchetto.
Ella pareva perplessa; la sua fisonomia diventò terribilmente severa. Tornò a guardare Loris, poi riabbassando su Topine un'occhiata d'un disprezzo infinito si torse verso l'uscio, donde era entrata.
Allora Loris s'avanzò.
— Grazie! mormorò Topine con voce soffocata.
— Alzati, Topine, gli disse Loris: la commedia è più breve di quanto supponevo. Per sdebitarti della vita, che mi devi, bai creduto nella tua semplicità di farmi conoscere una Boghiniia! L'ho vista, è abbastanza bella per fare da madre di Dio.
E il suo accento aveva una ironia così signorile, che la donna si voltò.
— Perchè, fu pronto Loris a seguitare, componendosi nell'eleganza di un gentiluomo, non potrei io stesso quantunque così vestito essere un personaggio come voi? Se il mio presentatore, aggiunse con fine sorriso, non mi ha presentato, la colpa è ancora più mia che sua, giacchè non gli ho ancora detto il mio nome. Ma nemmeno vi chiederò il vostro. Chiunque io mi sia....
— Ma, signore, riprese la donna, che cominciava a subire l'ascendente di quella disinvoltura, la vostra presenza in questa casa....
— La casa non è dunque vostra? Che cosa potete temere da me? Quel sacchetto è pieno d'oro, non avrei potuto prenderlo a Topine? Forse consentiste a divenire pei vostri credenti una madre di Dio per l'oro? Topine mi disse che eravate bella con accento di così mistico terrore che desiderai di vedervi. Volevo giudicare le facoltà estetiche del nostro popolo. La Russia ha ancora abbastanza fede, se può adorare Dio nella manifestazione della vostra bellezza.
L'imbarazzo della donna cresceva visibilmente; l'alterigia fredda del suo classico viso di statua era scomparsa. Loris si accorse che la signorilità di quella conversazione gli dava un vantaggio enorme.
— Voi non saprete mai chi io mi sia. Se mi supponete un funzionario del governo, così travestito per sorprendere i riti della vostra setta, stimereste troppo il governo. Chi può ancora servirlo e per uno scopo così basso, per impedire a uomini, che nulla più consola, l'estasi di adorare una bellezza di donna, che pare loro un anticipo sul paradiso? Voi, che non credete in Dio, giacchè rappresentate la parte di sua madre, potete comprendere come non tutti gli erranti debbano somigliare a Topine, e la bellezza non sia il solo sintomo di un'altra predestinazione. La vostra è una setta di deboli, i quali obliano il proprio dolore nella contemplazione della bellezza; ma il loro dolore, passando nella vostra vita, vi ha reso così tragicamente bella. Il dolore, seguitò con accento cupo, è presso a trionfare nella Russia; presto avrà il suo eroe. Vi pensaste mai nella solitudine divina, che i vostri adoratori vi hanno fatto?
Loris aveva parlato con modi aristocratici, ma il suo sguardo sfavillava.
— Chi siete voi, signore? ella esclamò finalmente.
— Quando una donna è curiosa, il suo cuore è ancora muto, altrimenti ella avrebbe già indovinato. Andiamo, Topine.
E si voltò verso di lui tuttora ginocchioni, cogli occhi spalancati, senza intendere verbo. Topine ubbidì macchinalmente.
Ella era sempre così incerta. Topine le si rigettò ai piedi baciandoli.
— Andiamo, ripetè Loris con voce imperiosa. L'altro lo seguì.
Quando furono nella strada, Loris gli disse:
— Domani tornerai dalla Boghiniia, e se ti dice di cercarmi, mi troverai alla stalla dei tre Magi tutta la giornata.
La bellezza della Boghiniia aveva riacceso gli ardori del suo sangue giovane, mutandogli quel disegno di conquistarla nella necessità di un trionfo improvviso. Con quella donna sperimenterebbe per la prima volta la propria potenza. Ella doveva essere senza dubbio un forte carattere per imporsi così all'adorazione di numerosi fanatici. L'imponenza del suo volto, lo splendore ardente de' suoi grandi occhi, e sopratutto quella indefinibile alterigia, che nullameno si era scomposta sotto la fredda lusingatrice violenza del suo attacco, rivelavano una natura superiore. In quella setta misteriosa dei Klysty, derivata da un ritorno puerile al vangelo primitivo, e discesa grado grado nel più demente e lascivo misticismo, l'adorazione della donna non poteva essere che l'ultima sconfitta della virilità. Come la loro ragione si era prima smarrita sulla traccia di Dio per chiedergli la spiegazione della vita, il loro sentimento si perdeva nel senso dinnanzi alla donna. L'estasi della rivelazione, ottenuta coll'ebbrezza dell'amore sensuale, era per quei fanatici la soluzione del problema umano e divino; quindi la donna, nella quale si elabora la generazione, questo mistero dei misteri, doveva essere per loro il maggiore dei simboli.
Loris si domandava per quale strano processo quella donna aveva potuto elevarsi tanto alto. Evidentemente la Boghiniia era ricca, e poichè Topine lo aveva condotto da lei, giudicandolo bello, questa vivente divinità si permetteva i capricci di tutte le altre donne. Diventando l'amante della Boghiniia arriverebbe dunque alla ricchezza. Loris sapeva che i capi di tutte le sette religiose nella Russia sfruttavano con pari destrezza la credulità dei loro adepti.
I suoi compagni erano ritornati malconci alla stalla dopo aver giuocato in una stamberga, ove erano stati scoperti e bastonati così da dover scampare, abbandonando anche quel poco danaro, che possedevano prima.
Quindi destarono Loris per chiedergli qualche rublo.
Egli rispose con male parole di non averne, e si riaddormentò. L'indomani non uscì di casa aspettando Topine, che venne solo a sera.
Pareva più misterioso, ma Loris s'accorse che era anche più allegro.
— Ella stessa m'invita? Che cosa ti ha detto di me quando ti ha richiamato?
— La Borghiniia non confida i propri segreti ad un povero verme come me, ma può fare di un verme un angelo.
L'appuntamento era alle dieci della notte.
— E tu dove abiti?
— Nel suo canile. Verrai solo, io stesso ti aprirò il cancello.
— Ma chi è la Borghiniia? chiese Loris con impazienza.
Topine se ne andò senza rispondere.
Alle dieci Loris si fermava dinanzi al cancello di quella casa, e Topine lo introduceva nello steccato. Appena dentro gli parve d'intendere uno strano ronzio di voci. Invece di dirigersi alla porta girarono dietro la casa verso un enorme capannone bruno, del quale era impossibile indovinare l'uso. A Loris sembrò che le voci crescessero; poi entrarono per una porticina, al buio, in una specie di andito pieno di un forte odore di terriccio. Adesso non poteva più dubitare, il capannone era pieno di gente ed illuminato; la luce filtrava dalle fessure dell'assito. Più innanzi v'era un uscio a vetri.
— Mettiti lì, gli disse Topine e scomparve.
L'uscio, chiuso dal di dentro e bipartito, aveva nel mezzo di ogni battente un largo vetro tenuemente colorato in rosa.
Quel capannone era un'immensa sala, tutta parata di bianco in mussolina indiana sapientemente panneggiata e frangiata d'argento; la sua vôlta scompariva sotto un tulle candido e cilestro, come un cielo che si vedesse tra nuvole lattee. Egli n'ebbe una grande impressione di soavità, attraverso quel vetro rosa, che toglieva a tutto quel bianco la inevitabile crudezza dei toni opachi. Trenta o quaranta persone, vestite di lunghi accappatoi bianchi, strette nel mezzo a circolo intorno ad una lunga tinozza bianca, posta sopra un tripode acceso, giravano lentamente tenendosi per mano e salmodiando. Le loro teste gittate indietro, così che i colli ne divenivano gonfi violentemente, guardavano al cielo. Un alito leggero di vapore saliva dall'acqua bollente della tinozza, perdendosi nell'aria.
Loris osservava estatico. Tra quella gente v'erano fanciulli e vecchi, donne dai capelli bianchi spioventi sulle faccie grinzose, e giovinette dal viso fresco di primavera, che parevano impallidite per una dolorosa emozione. Tutti gli accappatoi erano uguali, tutte le teste e i piedi nudi; un tappeto bruno sul pavimento imitava la terra. Molte lampade dorate, sospese a cordoni bianchi, penzolavano dalla vôlta, spandendo colle incerte fiammelle una luce misteriosa; dinnanzi alla tinozza, coperto di un drappo nero, saliva per tre gradini una specie di trono, agli angoli del quale ardevano quattro alti candelabri. E il circolo girava sempre lentamente, mormorando, strisciando sul tappeto i lunghi accappatoi; si sentiva già lo sforzo di qualche respiro, alcuni si portavano le mani al collo come per sottrarsi allo spasimo di una soffocazione. Poi si fermarono, e una voce declamò questo versetto:
«E accadrà negli ultimi giorni, dice il Signore, che spanderò il mio spirito in ogni carne, e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, e i vostri giovani vedranno delle visioni e i vostri vecchi sogneranno dei sogni.»
Il circolo ricominciò a girare, prima adagio alternando ritmicamente i piedi e scuotendo le teste, poi crescendo a grado a grado di velocità. Era la danza sacra dei dervischi, la ronda stordente, che prelude alla frenesia della rivelazione. Cominciavano i rantoli e le grida. Quindi d'un tratto il circolo si spezzò; gli uomini scaraventarono lungi le donne per restringersi in un cerchio più piccolo e più rapido, ma esse si riattaccarono fra loro a grandi urla, e si scagliarono in una ridda inversa circuendoli. Allora la visione s'intorbidò; non si distinsero più che due pareti bianche, formate dagli accappatoi, sui quali ondeggiavano penzoloni le teste coi capelli svolazzanti, due pareti circolari, aggirantisi come sopra un perno segreto, rapite da una bufera insensibile. Non si poteva sorprendere una fisonomia, afferrare una forma, nel volo di quel bianco abbacinante. Loris ne risenti l'impressione angosciosa.
Essi giravano sempre più rapidi, trasportati dal reciproco impulso, nell'impossibilità di arrestarsi. Si udiva il fischio rantoloso del loro respiro, s'indovinavano nei tremiti di una impossibile caduta gli spasimi di un deliquio, che l'energia dei più forti ritardava.
Loris si tolse da quel vetro per ritornare nel buio dell'andito. Una collera profonda ruggiva nel suo spirito allo spettacolo di quell'ultima degradazione della preghiera umana. Avrebbe voluto essere già fuori da quel corridoio, ma nelle tenebre non trovava più la porta, per la quale era entrato. Perchè dunque era venuto a questa suprema imbecillità religiosa? Attraverso l'assito gli giungeva ancora il rumore turbinoso della danza come un sordo murmure di acqua, che s'inabissi nelle bocche di un molino. Involontariamente tornò ad ascoltare. Così nell'ombra contemplava ancora quelle due pareti umane, bianche e rigirantisi sopra sè stesse, colle teste che trabalzavano cadavericamente; vedeva certi sorrisi tormentati, certe occhiate livide, certi denti balenanti dalle bocche spalancate, come gli era parso di osservare dianzi. Ma essi turbinavano sempre; se li sentiva intorno, quasi al di dentro, colla vertigine di un vortice. Poi un urlo immenso, lacerante, lo colpì.
Tornò a spiare dal vetro. La ronda era finita, tutti giacevano in un alto mucchio bianco, palpitante e semivivo, come sepolti sotto la neve negli ultimi conati dell'agonia. Le lampade sacre agitavano leggermente gli azzurri lucignoli come stelle tremolanti nel cielo lontano; dalla tinozza il vapore dell'acqua s'alzava in una nuvola sempre più densa, ondeggiante nell'aria al pari di un incenso.
Loris tentò di aprire l'uscio per accostarsi a quell'ammasso di caduti, che subitamente si rialzarono come sferzati da uno scudiscio invisibile, mettendosi a saltare soli, dimenandosi nelle più incredibili contorsioni. Dopo la preparazione collettiva di quella ridda cominciava il tormento singolo dell'attesa in ognuno, l'estremo sforzo verso l'estasi col sommovimento di tutte le fibre. Qualcuno preso da un tremito convulsivo sembrava oscillare come una canna, colle ginocchia piegate e la faccia cinerea; altri balzava furioso come un cavallo slanciandosi nell'aria, chi si dondolava in una specie di valtzer; un vecchio roteava sopra sè stesso, colle mani in croce e gli occhi chiusi, insensibile a tutto. Loris vide una giovinetta bella, dal volto marmoreo, che colle braccia abbandonate e la bocca aperta protendeva il ventre in un conato mostruoso, che le spezzava le reni e la faceva singhiozzare. Poi coppie di uomini e di donne saltellavano prendendosi per le mani, urtandosi rabbiosamente coi petti, e cantavano. Una donna, coll'accappatoio rigettato sui lombi sino alla cintura, scopriva un seno grasso, dondolante, di una carne stanca; verso di lei veniva un'altra donna colle braccia tese e l'occhio fisso come dietro un fantasma, che si fosse involato dal vapore ondulante sulla tinozza. Molti caduti in ginocchio si percuotevano le mammelle, o si rotolavano sul tappeto.
Uno gridava monotonamente: oh! oh! spiccando balzi prodigiosi per ghermire una lampada sospesa troppo in alto; una vecchia, dopo aver corso pazzamente intorno alla sala, venne a cadere moribonda sul primo gradino del trono.
Quello scoppio di demenze individuali era anche più insopportabile della prima ridda. Invano Loris si richiamava alla memoria quanto aveva letto su questi riti orientali, e le spiegazioni nevropatiche che ne dava la scienza moderna; la scomparsa totale della personalità umana in quei bianchi fantasmi, grottescamente saltellanti come per forza magnetica, sconvolgeva la sua stessa ragione. Non solo non poteva comprendere quale stato intellettuale si formasse in essi con quella voluta agonia di tutte le forze fisiche, ma egli stesso si sentiva cogliere da qualcuno di quegli spasimi così intensi, che nessuna crisi della vita vera, malgrado tutte le sue tragedie, avrebbe potuto provocare.
Essi saltavano sempre con una energia inesauribile. Le loro faccie, sudicie di sudore e bianche come la calce, esprimevano un tormento senza nome; dai loro occhi, nei quali lo sguardo si era spento, uscivano lampi vitrei, mentre le loro bocche incapaci di formulare più una parola si stiravano nell'avidità febbrile della sete.
— Oh! oh! oh!
Qualcuno mormorava ancora torcendosi nelle ultime convulsioni; quella vecchia caduta sui gradini del trono li saliva leccandovi come delle orme invisibili, e colle mani incrociate dietro la schiena chiamava tutti gli altri.
Allora da una porta laterale apparve un'alta figura di donna.
Loris palpitò.
La Borghiniia aveva i capelli sciolti come un immenso manto nero, che toccava quasi il terreno; sulla fronte le tremolava una grossa stella di brillanti. Era vestita di un accappatoio azzurro, stellato d'argento. Si fermò sull'uscio colle braccia alte, guardando al cielo. Il suo volto statuario, insopportabilmente bianco, pareva quello di una Niobe, tanto era il dolore che ne gelava i lineamenti; ma le sue labbra erano più rosse di una ferita, e i suoi occhi ingranditi dalle occhiaie livide nuotavano in una fiamma azzurrognola. Lentamente salì al trono. Tutti erano caduti ginocchioni, colle mani tese; alcuni piangevano.
Ella li guardò con una inesprimibile passione d'amore, incrociandosi le braccia dietro la nuca, e arrovesciando la testa così che i capelli le si confusero sul velluto nero del trono. Nel largo manto aperto si scoprì nuda alla adorazione dei credenti.
Loris dal proprio uscio la vedeva di fronte, atteggiata scultoriamente sul fondo turchino dell'accappatoio come dentro una nuvola; il suo seno pareva di vergine, coi capezzoli rosei, e il suo ventre di madre. La linea ondulante delle anche si piegava ai ginocchi di un'estrema finezza, interrompendosi agli stinchi, chiusi da due monili di brillanti; mentre le coscie, leggermente divaricate in quella violenza del ventre proteso, mostravano ai fedeli la gloria della sua maternità in un divino impudore.
Sorrideva. Brividi luminosi le scendevano dalla fronte per tutte le carni, spegnendosi sul velluto del tappeto.
L'adorazione cominciava.
Tutti i volti di quei fanatici s'illuminavano della sua bellezza come fiori ai primi raggi del sole. La tinozza le innalzava ai piedi una nuvola molle e vorticosa, e le lampade intorno al trono impallidivano ai bagliori della stella brillantata, che le tremolava sul capo.
Quella vecchia, rannicchiata sui gradini del trono, le si nascose sotto il manto accovacciandovisi come una scimia e salendole colle lunghe mani grinzose lungo le reni, mentre il viso incartapecorito le sorrideva animalescamente al contatto aromatico di quelle carni brinate e marmoree. Poi una giovinetta montò tremando gli scalini per abbandonarsi sul corpo della dea, e cadde colla bocca sulla sua bocca. Ambedue oscillarono; ma la dea si scosse rovesciando la giovinetta svenuta ai propri piedi. Allora un hurrà fece palpitare i veli della vôlta. Tutti i fedeli si rialzarono stringendo un'altra ronda furiosa intorno al trono. La diva, insensibile, con quel cadavere ai piedi e quella bestia fra le gambe, quasi sostenuta da quel manto azzurro, e pura come il marmo, pareva sfidare coll'enigma del proprio sorriso dolentemente voluttuoso la loro passione. Un fascino divino emanava dal suo corpo potente di tutte le forze della maternità e fulgido di tutti gli splendori virginei; il suo ventre palpitava più del suo seno, il sorriso le errava come una fiamma sulla bocca rossa. Essi cantavano, urlavano sgambettando, stirandosi, stracciandosi quasi le membra, mentre i loro accappatoi sollevati dal vento li nascondevano quasi, e la frenesia del loro entusiasmo scoppiava in gesti e grida cannibalesche.
Quindi la catena si spezzò in tanti anelli, che rotolarono sul pavimento, rimbalzando intorno al trono.
La dea si raddrizzò. La sua testa olimpicamente altera conservò sulla bocca quell'espressione dolorosa, le mani le caddero lungo i fianchi, e le sue coscie le si allargarono ancora, mentre il ventre palpitando più violentemente sembrava soffrire quasi le angoscie del parto.
Tutti si avventarono simultaneamente al trono per salirne i gradini, schiacciandosi con trasporto frenetico. Erano grida rauche, urli e lotte disperate, nelle quali l'oblìo del sesso e dell'età permetteva ogni trionfo della forza. Ma sulla piattaforma, presso la dea, ridiventavano improvvisamente immobili. Poi s'inginocchiavano, la baciavano ai piedi, sui ginocchi, sotto al ventre; quindi si rialzavano barcollando, gli uomini le baciavano il seno per memoria del latte succhiato alla nutrice, e le donne invece si stendevano sulla sua bocca.
Ella rimaneva immota. I suoi occhi fisi sopra una lampada non avevano un tremito, il suo ventre solo tremava sempre. Un effluvio di amore e di terrore saliva intorno a lei coll'alito ardente di tutti i fedeli; qualcuno dimentico delle prescrizioni terribili le errava un istante colle mani tremule sulle carni, altri stringeva il suo manto. Una fanciulla le era caduta bocconi ai piedi, e si lasciava schiacciare dai sorvenienti, piuttosto che muoversi. Solo la vecchia accovacciata, sotto il manto, sorrideva nell'orgoglio del proprio privilegio, e sfidando il loro riserbo spaventato accarezzava colle dita il dorso della dea.
Loris si era obliato nell'incanto.
Improvvisamente la dea vibrò, tutti si ritrassero; ella, spiccando un salto, giunse all'uscio di Loris, l'aperse e scomparve.
Loris si trovò stretto fra le sue braccia prima di aver tempo di muoversi.
Ella lo aveva sollevato e lo portava correndo; traversarono il prato, salirono nella casa, al buio, sino a quel gabinetto. Loris si sentì gettato sul divano.
Poco dopo ella ritornava vestita modestamente di bruno, e si metteva ai suoi piedi guardandolo.
Quindi gli abbandonò la testa sui ginocchi.
Loris rimase in quella casa oltre un mese. Ouliana, innamorata sino alla sommissione, avrebbe voluto abdicare al grado di Boghiniia per andare a vivere con lui a Mosca; ma non era abbastanza ricca per questo. In danaro contante non possedeva allora che trentamila rubli, il resto lo aveva profuso in gioielli e nel lusso dell'appartamento. Loris non le aveva nemmeno detto il proprio nome, contentandosi di cangiare i vecchi cenci in un modesto abbigliamento di gentiluomo campagnuolo.
Topine rintanato nel canile, con due grossi veltri, che lo amavano, viveva inorgoglito di quel trionfo di Loris come di un successo personale. Nella demenza delle proprie idee settarie egli ammetteva solamente l'amore vagabondo per non riconoscere nel matrimonio un patto sociale; e non diversa era l'opinione dei Klysty e della Boghiniia, che ogni tanto prescieglieva qualcuno fra i propri adoratori. Però in quella casa, malgrado l'intimità di una vecchia serva, colla quale s'amavano nel più sozzo libertinaggio, Topine fu presto ripreso dal proprio umore randagio. Una mattina ne parlò a Loris, che passeggiava meditabondo entro lo steccato.
— Dove vai? questi gli chiese.
— A Voronege.
— Conosci il villaggio di Kourlak?
— Ho vissuto molti mesi nelle tane della sua foresta. Nel villaggio vicino di Twer vi sono quattro _imperfetti_.
Loris si oscurò nel volto.
— Aspettami laggiù, nella foresta, fra un mese: lo voglio.
Allora Topine gli spiegò in quale tana era solito ad abitare, ma Loris non la conosceva. Convennero quindi che Loris si sarebbe presentato a Sevastianucko, lo stregone di Twer.
Topine partì.
Venti giorni dopo Loris rientrando nella camera di Ouliana le disse freddamente:
— Mi occorrono ventimila rubli.
Ella balzò radiante dal letto: era la prima volta che Loris le chiedeva qualche cosa. Aprì uno stipetto e gli presentò in un pacco tutti i buoni di banca, che possedeva. Loris era sempre così cupo.
— Chiudili in una busta da lettera, e mettili sul tavolo da notte della mia camera.
Ma siccome la busta vi rimase intatta quindici giorni, Ouliana finì col credere che Loris avesse voluto fare un'esperienza su lei, domandandole quella somma.
Poi Loris scomparve lasciandole questo biglietto laconico:
«Un giorno sarete superba per l'impiego del vostro danaro».
Nessuna firma.
Loris era partito in ferrovia per Voronege; di là venne a Twer, e seppe da Sevastianucko che Topine doveva ritornare la sera stessa dal villaggio di Zeutko. Quindi si avviarono insieme verso la foresta per incontrarlo a mezza strada.