Il Nemico, vol. II

Part 5

Chapter 53,724 wordsPublic domain

— Che cosa avete, _batouska_?

Ma stavano già sull'uscio del gabinetto; era impossibile indietreggiare.

— Avanti, rispose il principe alla piccola battuta di Vaska.

Il gabinetto era vivamente illuminato.

— Che cosa vuoi? si volse il principe a Loris, vedendolo dietro i due servi. Era seduto allo scrittoio ingombro di carte; la sua sottile veste da camera, di seta azzurro cupa, era aperta sul petto lasciando vedere il bianco della camicia. Stava senza berretta.

— Vieni dunque avanti: che cosa vuoi?

Egli si avanzò automaticamente, pallido come un morto, ma non tremava.

Il principe l'osservava meravigliato, e stava per ripetergli la domanda, quando Loris lo prevenne:

— Vengo a chiedervi la mano di Tatiana.

— Che?

Loris non replicò; i servi non avevano bene inteso, ma il principe appoggiando le mani sullo scrittoio, si era chinato verso la sua faccia. Allora Loris ripetè come in sogno:

— La mano di Tatiana...

La cosa parve così enorme al principe che sulle prime non ne rinvenne: guardava Loris con curiosità non scevra di apprensione. Lo credette impazzito.

— Loris...

Ma questi, avendo finalmente ritrovato tutto il proprio coraggio, si raddrizzò:

— Sono venuto a chiedervi la mano di Tatiana. Non ignoro nè la mia, nè la sua posizione, ella mi ama.

— Tu menti, miserabile! gridò il principe con voce strozzata. Tu, ridicolo figlio di pope, che ho raccolto per carità come un cucciolo, cui fosse morta la cagna...

Loris tentò di rispondere, ma il principe non glie ne lasciò il tempo.

— Ah! ti ama, vigliacco bugiardo! Tatiana, mia nipote, ama un pari tuo... almeno avessi cominciato col dire che l'amavi tu. Tatiana?

— Perchè no? ribattè Loris livido di umiliazione.

— Perchè, perchè? Vaska, si rivolse con un gran gesto al cocchiere; tu Andrea... Ah! Perchè? e respingendo la sedia, che cadde, uscì dallo scrittoio. Si avvicinò a Loris coi pugni chiusi, poi, voltandosi, prese Vaska per una spalla e lo cacciò contro di lui.

— Gettami in terra quel miserabile; in terra, figlio di pope! Tu sposare Tatiana? così, eccoti: è la tua posizione, quella dei pari tuoi. Tienilo dunque anche tu, vecchio Andrea...

Ma non potè seguitare, la collera lo soffocava.

Vaska alla spinta datagli dal principe si era scagliato su Loris, e lo aveva istantaneamente atterrato con uno sgambetto, cadendogli con ambe le ginocchia sulla schiena e una mano sul collo, prima che il vecchio Andrea, spaventato della scena, avesse pensato a muoversi. Loris nello stramazzare aveva battuto duramente la faccia; tentò istintivamente di liberarsi, ma era come dentro una morsa. Mise un grido, poi più nulla.

— Muoviti dunque, vecchio! gridò il principe spingendo Andrea Ivanovich su Loris: e tu frustami questo miserabile.

Loris, colla faccia schiacciata sul tappeto, non diè un tremito; un mutamento improvviso era avvenuto nel suo spirito, una calma più orribile di qualunque sforzo. Avevano ragione di frustarlo: era il suo pensiero di quel momento, il solo pensiero limpido, indiscutibile.

Ma vi fu un istante d'indecisione negli altri; il vecchio Andrea non sapeva come piegarsi per tenere Loris, e tremava per l'affezione posta a quel ragazzo, e per paura del principe. Vaska, tenendolo così stretto, non poteva maneggiare il frustino, poi non aveva ancora capito bene di che si trattasse. Questa incertezza degli altri rattenne il principe, che si appoggiò con una mano allo scrittoio ansando. Sembrava attendere una parola di Loris.

— Miserabile! tornò a gridare esasperato dal suo silenzio.

— Debbo spogliarlo? chiese Vaska.

— Frusta sulla schiena così; e dopo una pausa: due colpi soli.

Vaska s'alzò. La sua faccia non esprimeva alcun sentimento; teneva gli occhi su Loris, pronto a scagliarsi se avesse tentato il più piccolo moto. Il vecchio Andrea aveva fatto un passo addietro, Vaska si voltò verso il principe, quasi per attendere un altro ordine, poi girò sapientemente il frustino su Loris, e lo sferzò sulla schiena.

Loris rimase insensibile.

Vi fu un momento d'immobilità, quindi il principe rientrò dietro lo scrittoio. Loris si alzò sulle ginocchia, lentamente; una polvere bianca gli era rimasta, davanti, sul vestito, si drizzò e guardò il principe. Vaska fece un movimento per rattenerlo, ma Loris pareva calmo, solamente la bianchezza della sua faccia non somigliava più a nulla. Andò verso lo scrittoio, fissando il principe.

Questi sostenne fieramente il suo sguardo; Loris abbassò il proprio, si spolverò colla mano una macchia bianca sopra la manica, parve tardare. Poi appoggiandosi allo scrittoio, così che il suo volto toccava quasi quello del principe, gli disse:

— Non vi debbo più nulla.... Auguratevi di essere morto il giorno, che mi vendicherò su quell'altra.

Gli voltò le spalle, raccolse il berretto, ed uscì senza guardare nè Vaska nè il vecchio Andrea. Ma appena fuori del gabinetto le forze l'abbandonarono, e i muscoli della sua faccia si distesero.

Passando pel cortile il rumore di una finestra gli fece alzare gli occhi; comparve il viso ridente di Tatiana, che gli fece cenno di salire per raccontarle la scena. Ella rideva sempre.

Loris si fermò. Tatiana, spaventata dall'espressione del volto di lui si gettò indietro.

Quella sera Loris dormì nell'isba di Andrea Arsenief; l'indomani ne partì per sempre, e il mugik gli disse salutando colla sua voce buona:

— Dio ci abbandona qualche volta, perchè vuole che noi lo cerchiamo.

III.

Per tre anni Loris condusse la vita più vagabonda.

Egli stesso più tardi non avrebbe osato raccontarla tutta, malgrado la crudità dell'orgoglio, col quale metteva come una sfida in ognuno dei propri eccessi; ma pellegrinando dai toundras gelati del nord ai deserti ardenti del mar Caspio, dai laghi a vasche di granito della Finlandia alle tepenti terrazze di Crimea, dalle steppe immense come il pensiero alle foreste più lunghe di ogni pazienza, e nelle quali i tronchi bianchi delle betulle e le colonne ramee dei pini sembravano soffrire quanto gli uomini per la inclemenza del cielo; discendendo i fiumi, pei quali la storia passò come per una grande strada, e che alimentano ancora colla propria pesca tanta parte del vasto impero; mescolandosi ai pellegrinaggi dei mugiks verso le catacombe dei santi più gloriosi, o associandosi ai banditi percorrenti malgrado la sorveglianza spietata della polizia ogni provincia colla falsità di tutti i mestieri e la facilità di qualunque delitto, viaggiò come Rakhmetof, l'eroe prediletto di Tchernicewsky, attraverso tutta l'anima russa.

La sua cultura aiutata da una meditazione, che quell'esilio spirituale rendeva più intensa, gli scopri molti segreti della vita e della storia nazionale. Indovinò dall'opposizione delle steppe colle foreste la lotta secolare fra le due metà della Russia, il nord sedentario e il sud nomade, tra il russo ed il tartaro; sentì la fatalità del primo stato moscovita, cinto da una barriera naturale di selve e di là straripante sulla steppa, ove pastori ed agricoltori vagavano nel primo inconscio atomismo sociale; comprese il lento procedere della civiltà per questo impero, di cui ogni provincia è un regno, e nel quale le città sorgono ad immense distanze sulle campagne sommerse dalla propria immensità, ma sopratutto sofferse e vide soffrire ogni varietà di miseria con quella rassegnazione russa, che nè il clima potè mai vincere, nè il dispotismo stancare. Il popolo, preoccupato solo di vivere, accettava qualunque condizione naturale e politica; il suo socialismo agricolo, anzi che da un'idea sociale, derivava dal sentimento del primo gruppo domestico reso inscindibile dalla necessità della guerra incessante alla natura; la sua religione, bizzarro miscuglio di tutti i paganesimi, aveva tuttavia una idealità inestinguibile di giustizia terrena. Il popolo viveva mestamente. Le sue canzoni cadevano come lagrime sonore lungi per le steppe nel silenzio dei tramonti, quando il sole invece di sparire sembrava allontanarsi per l'infinito della pianura, come la lucerna di un pellegrino, e le ombre della notte precipitavano compatte dal cielo. Il popolo non aveva nè un'idea politica, nè un presentimento sociale. La facile isba fabbricata colla scure, e che il fuoco deve divorare inevitabilmente dopo pochi anni, era come una tenda piantata nella steppa, dalla quale gli giungevano sul soffio silenzioso del vento gl'inviti di un viaggio senza meta e senza scopo. Perchè restare come un punto immobile nello spazio? Ma lo Czar delle foreste moscovite aveva con un ordine incatenati i mugiks alla gleba, servendosi delle loro abitudini socialiste nel comune per ribadire loro la catena. Adesso solo i cosacchi erano nomadi, mentre i contadini attendevano colla pazienza dei prigionieri di essere vecchi, e quindi liberi da tutti i debiti comunali, per abbandonare il villaggio e partire pellegrini col bordone e la bisaccia magari verso Terra Santa, ove era morto un redentore senza poterli redimere. Liberi come il vento sui prati ed instabili del pari, i cosacchi vivevano in piccole repubbliche senz'altro statuto che il cavallo; questo era per loro l'ozio e la libertà, il coraggio nella battaglia e l'ebbrezza continua nella pace. Correre, sfuggire persino a sè stesso, sul piano ove il verde è infinito come l'azzurro del cielo, non avendo altro padrone che il capriccio e altra virtù che l'indipendenza, ecco la vita! Essi accettavano lo Czar come il maggiore degli Etmani, il generalissimo della loro cavalleria. Ma nemmeno essi pensavano. Perchè diventerebbero civili, se la civiltà costringe l'uomo a sedersi per sempre, lavorando colle mani o colla testa, per crearsi prima un bisogno e poi un comodo, sino a soccombere sotto uno sciame di problemi pungenti e velenosi quanto i calabroni della steppa? Nell'immenso impero russo i cosacchi erano adesso l'estrema poesia selvaggia, mutata dalla raffinata barbarie del dispotismo czaristico in una bestiale prosodia, giacchè gli ultimi manipoli della loro orda antica, ridotti nelle città a gendarmeria, riscattavano dal governo il privilegio della propria indipendenza col servire agli abusi della sua forza.

Oggi i cosacchi, una volta così efficaci nella storia russa, non sono più che una varietà della sua vita; altri popoli più selvatici di loro furono aggregati all'impero, e vi accampano come prigionieri, che l'impossibilità della rivincita mutò gradatamente in servi o in coloni. Interi regni turchi sono ora provincie russe; Kirghiz Mussulmani e Kalmouks buddisti macchiano della propria presenza l'ortodossia russa, conglomerati nel governo imperiale, di cui sentono solamente la forza. E l'impero dilaga nell'Asia. Tutte le religioni, le civiltà, le barbarie e i climi hanno la propria zona nell'impero russo; gli ebrei addensati nella Polonia vi soffrono di una schiavitù più atroce della polacca; sulle altezze impervie del Caucaso, ove l'umanità trovò la sua massima bellezza, gli antichi villaggi indipendenti ripensano ancora nel silenzio dell'oppressione le gesta di Schiamil, il loro ultimo eroe; sulle sponde del mar Bianco, nel regno eterno dell'inverno, gli uomini passano come fantasmi, e vivono sotterra come animali. La Russia è più che metà dell'Europa, la Siberia è quasi metà dell'Asia.

Loris errò tre anni senza scopo e senza meta: voleva tutto vedere e conoscere.

Coll'invidiabile facilità della propria razza potè adattarsi rapidamente a tutti gli ambienti, associandosi alle carovane, unendosi ai pellegrinaggi, o errando solo e fermandosi ovunque era possibile, colla curiosità di un dotto e la passione indefinibile di un predestinato, che credesse così di compiere la propria preparazione. Era diventato più alto e più robusto. In quella vita, dalla quale bisognava conquistare giorno per giorno il pane, egli si era fatto a tutti i rischi e a tutti gli usi; poteva soffrire lungamente la fame, e dormire sulla steppa o nei boschi, mendicare o rubare secondo i compagni del momento.

La terribile empietà della sua prima educazione gli era scoppiata nell'anima, polverizzando la fragile crosta dei sentimenti più civili assorbiti in quella vita al castello. Una sinistra poesia raddoppiava l'energia della sua volontà in quella lotta insensata di un'esistenza, concepita oltre ogni ordine legale; nessuna morale inceppava la logica implacabile del suo pensiero. Attraverso le sofferenze di tutti quegli oppressi, egli non raccoglieva che il grido soffocato della vendetta o il rantolo dell'odio impotente, e quando capitava tra una festa di popolo, quella allegria in tanta abbiezione di miseria gli faceva male.

I suoi compagni, quasi sempre malandrini o mendicanti, non gl'ispiravano che disprezzo; i più vivevano così, perchè preferivano quell'ozio avventuroso alla fatica di una qualunque altra esistenza regolata.

La sua prima compagnia fu una banda di zingari, che traversavano la steppa verso l'Asia; visse a lungo con essi, imparandone il gergo e i mestieri, ma senza innamorarsi di quella loro libertà fraudolenta, che li rende così enigmatici nella storia e seducenti nella poesia. Poi dai pescatori del Volga, l'immenso fiume, apprese a reggere una barca e a frequentare i mercati. Quella rude operosità lo stancò presto. Percorse i conventi più celebri, fingendosi pellegrino, iniziandosi a più di una setta religiosa; stette coi cosacchi, guardiano di puledri, guidò le greggie dei pastori, che le contano a migliaia e migliaia.

Come i romei non possedeva che una scodella, una bisaccia e un bastone. I suoi abiti cadevano a lembi, parlava sempre in dialetto colla più aspra volgarità. I suoi capelli e la sua barba, incolti, gli davano un'aria strana e malgrado tutto signorile, che gli attirò spesso l'attenzione pericolosa della polizia: tre o quattro volte fu gettato nelle carceri con altri vagabondi, ma potè sempre uscirne grazie alla prontezza del suo spirito e all'arbitrio capriccioso della polizia stessa. Si serviva di un passaporto rubato nelle più tristi circostanze ad un vagabondo, che gli somigliava. Nei più rigidi inverni si arrestava dove poteva. In un convento, ove i frati lo accolsero ingannati dalla sua devozione e dal racconto fantastico della sua miseria, rimase tre mesi copiando antichi manoscritti greci. Poi fece parte di una banda di ladri da cavalli, che nascondevano i puledri rubati entro una foresta, e da essa li avviavano a mandre verso un altro governo. In questo esercizio pericolosissimo, perchè i mugiks si associano in truppa per dare la caccia ai rapitori, e li uccidono senza pietà ovunque li sorprendono, il suo coraggio e il suo ingegno gli assicurarono presto un'autorità indiscussa sui compagni. Egli rubava indifferentemente ai mugiks e ai signori, ma divideva il guadagno colla banda largheggiando verso di essa con modi da capitano. Però una volta furono colti; egli e due altri solamente poterono salvarsi nel bosco.

Era stata la stagione più bella della sua vita, dopo la quale si mise in un'associazione di giuocatori di frodo, che si recavano alle fiere suonando varî istrumenti. Avendo accumulato qualche danaro in tutti questi mestieri, lo portava cucito nelle vesti, ma viveva sempre colla più avara frugalità.

Alla grande fiera di Ninhny Nowgord s'incontrò con uno strannik, un errante, personaggio bizzarro di una fra le più stravaganti sette russe. Era un ometto di bassa statura, tarchiato, di una incredibile forza muscolare. Sebbene non avesse più di quarant'anni ne mostrava cinquanta, e vestiva di pelli di montone anche nell'estate, coi sandali ai piedi, fasciandosi le gambe di cenci immondi. I capelli lunghi e crespi, di un colore incerto fra il rosso ed il castano, gli crescevano a cespuglio dalla testa, sulla quale non portava berretto di sorta. Sotto la barba lunga un lupus gli divorava l'angolo sinistro della bocca. I suoi occhi piccoli e bianchi sotto la fronte bassa, quasi sorretta da due enormi sopracigli villosi, parevano spenti: e rideva spesso scoprendo una rastrelliera di denti corrosi, attraverso i quali passava un alito fetido. Si chiamava Topine.

Loris l'incontrò col proprio gruppo sull'imbrunire a non molta distanza dalla città. Cadeva il tramonto, dalla campagna venivano soffii profumati, che ammollivano l'aria troppo calda. Loris, che aveva fatto anche lo stregone e sapeva dire la buona ventura, lasciò andare innanzi i compagni per strologare un crocchio di ragazze tornanti dalla falciatura dei prati. In quella passò Topine a passo rapido, trascinando faticosamente una gamba, che gli doleva. Le ragazze se lo mostrarono con un grido di orrore, egli rispose loro con un gesto osceno.

Quando Loris le ebbe contentate, ricevendone pochi kopeks per le solite fandonie profetiche, allungò indarno il passo per raggiungere gli altri; ma conoscendo la bettola, ove andrebbero ad alloggiare, cedette insensibilmente alla blandizie della sera. D'un tratto, alla svolta della strada, udì uno strepito di voci, e scoperse un gruppo di mugiks schiamazzanti intorno a qualcuno, che bestemmiava con voce più aspra. Quando fu loro presso, Loris s'accorse che avevano circuito Topine e, dileggiandolo, volevano costringerlo a ballare. Uno fra essi aveva già cominciato a scuoterlo, ma Topine rivoltandosi ferocemente lo aveva atterrato con un pugno. Naturalmente s'impegnò una rissa. Topine faceva sforzi sovrumani per saltare fuori dal loro gruppo, ma stretto da ogni parte, malgrado tutta la sua robustezza, non poteva riuscirvi. Un pugno gli aveva scrostato i grumi del lupus, così che un sangue giallastro gli colava per la barba. Loris, ubbidendo ad un irriflessivo istinto generoso, si slanciò al suo soccorso, rovesciò un mugik, pervenne nella sorpresa sino a Topine e lo liberò dalle mani, che lo tenevano avvinghiato. Quindi si postò fieramente dinanzi a lui, senza parlare, brandendo un lungo coltello.

L'effetto ne fu irresistibile, gli altri arretrarono. Loris ordinò a Topine di andare innanzi, e rimase in faccia a tutti, guardandoli così terribilmente che non osarono attaccarlo. Ma Topine si era fermato a poca distanza per sostenerlo in un nuovo assalto.

Quando ripresero la via insieme erano già amici.

Loris gli confessò di andare a Ninhny con una compagnia di suonatori ambulanti, l'altro gli rivelò la propria setta. Era un errante, di coloro che come gli antichi profeti si erano ritirati nella solitudine, in fondo alle foreste, nelle quali non penetravano ancora i servitori dell'Anticristo, lo Czar. Aveva abbandonato moglie, figli e comune per non avere più alcun rapporto colla società legale; portava al collo una croce benedetta a Gerusalemme sul sepolcro del Redentore, e la mostrava ai gendarmi dicendo loro: Ecco il mio passaporto vidimato dal Re dei Cieli. Naturalmente i gendarmi lo arrestavano, ma egli s'ingegnava per evitarli. Nel suo delirio settario affermava che l'epoca dell'Anticristo era già incominciata, e che lo Czar era il nemico di Dio, come i ricchi lo erano dei poveri, mentre egli non voleva aver nulla di comune con essi. Vivendo solo nel pensiero di Dio, girava da dieci anni per tutto l'impero russo, alloggiato e nutrito segretamente da quei correligionari, che imperfetti nella fede restavano ancora nel mondo comunicando di nascosto coi perfetti, gli erranti. Loris conosceva già confusamente quella setta. Poi Topine gli chiese con accento cupo:

— Sei tu un credente?

Loris alzò le spalle.

Presso la città si separarono.

— Giacchè rimarrai parecchi giorni a Ninhny, ti rivedrò, disse Topine.

Due giorni dopo, sull'imbrunire, Loris fu fermato da Topine in un vicolo già oscuro della città.

— Vuoi venire con me? gli mormorò misteriosamente: ti condurrò da Ouliana, la Boghiniia.

— Boghiniia, una madre di Dio! esclamò Loris meravigliato.

— Sì, la Boghiniia, replicò Topine con accento ispirato: essa è l'ultima nipote di Ivan Timofewich Souslof. Sotto il regno di Pietro I, Dio Padre discese frammezzo a nuvole di fuoco sul monte Gorodine, nel governo di Vladimir, e vi si fece uomo sotto la forma di Daniele Philippovich. Quindi generò da una donna vecchia di cento anni un contadino per nome Ivan Timofewich Souslof, e lo riconobbe per proprio Cristo prima di risalire al cielo. Iwan Timofewich Souslof scelse dodici apostoli, coi quali predicò sulle rive dell'Oka i dodici comandamenti del suo padre Sabaoth; poi lo Czar lo fece imprigionare, flagellare, torturare, e finalmente crocifiggere presso la porta santa del Kremlino. Fu seppellito il Venerdì, ma risuscitò a confusione degli infedeli nella notte dal sabato alla domenica. Allora lo arrestarono di nuovo e lo crocifissero. Questa volta lo scorticarono e, perchè non potesse più risorgere, la sua pelle fu ridotta in cenere. Ma una donna avendo ottenuto di gettare un lenzuolo sul suo cadavere, Ivan Timofewich Souslof risuscitò ancora. Adesso la sua pelle è formata di quel lenzuolo, e Ivan Timofewich si è ritirato sul monte Gorodine, dal quale ritornerà nella pienezza dei tempi.

La sua voce gutturale si era fatta a mano a mano più stridente durante la lunga filastrocca. Loris lo ascoltava curiosamente.

— Vuoi tu venire dalla Boghiniia? Io sono un suo servo; le porto l'elemosina dei credenti di Jaroslavt, disse traendo di sotto la pelle di montone un sacchetto, e battendovi colle dita orgogliosamente.

— Oro?

— Tutto.

— E perchè non te lo tieni?

— E scritto nei dodici comandamenti «non rubare. Se qualcuno ha rubato solamente un kopek, gli si metterà nel giorno del giudizio finale quel kopek sulla testa, e il peccato non gli sarà rimesso, che quando il kopek si sarà fuso al calore del fuoco.»

— È bella la Boghiniia?

— Più di te, e Topine lo guardò con ammirazione.

Loris sapeva qualche cosa della setta dei Klysty e sulla loro adorazione della donna, ma non aveva mai potuto accertarsi della verità dei loro riti pazzi e licenziosi. Quell'incontro con Topine cominciava a divertirlo. Quindi tentò d'interrogarlo, ma Topine rispondeva di ignorare i loro segreti, tradendo involontariamente un grande terrore.

— La Boghiniia è bella ma terribile, una sua parola basta a dare la morte.

— Perchè dunque mi conduci da lei?

— Tu sei bello, rispose sottovoce; se ella vuole, può farti diventare come lei. Non mi hai tu salvato la vita? esclamò con orgoglio selvaggio, sentendo di rendergli un beneficio anche maggiore.

Erano usciti dalla città, annottava.

Loris, all'idea di un abboccamento con una donna bella e potente, aveva sentito rinfocolarsi tutto il suo odio ripensando a Tatiana. Da tre anni la ferita del suo cuore sanguinava come il primo giorno, sebbene non amasse più quella fanciulla, della quale l'immagine gli stava confitta nella memoria come una placca rovente. Ma da tre anni ruminava la propria vendetta, preparandosi in quella peregrinazione ad impadronirsi dell'anima popolare. Sotto i suoi cenci qualche volta si sentiva più potente dello Czar prigioniero dei propri funzionari, in fondo ad un palazzo di marmo, nel quale non giungeva dal di fuori alcuna voce. Ma prima di scendere nella lotta dovrebbe ancora entrare nel mondo dei signori per impararne i segreti come di quello dei poveri. Quindi a forza di meditare la propria vita si era convinto di essere un predestinato. Tutto era stato strano e terribile nella sua fanciullezza; la sua educazione, la morte del padre, il suicidio della madre, l'accoglienza e poi la cacciata dal castello. Egli aveva dovuto amare Tatiana per spremersi dal cuore l'unica goccia d'amore, diventando invulnerabile a questo sentimento, che perde tutti gl'individui.

Chi era quest'altra donna, contro la quale lo gettava il destino?

Con rapidità spaventevole concepì tosto il disegno di sopraffarla. Il fanatismo istintivo di Topine non poteva ingannarsi se, malgrado il terrore che di lei provava solo nominandola, osava così senza preparazione alcuna condurre lui vagabondo e cencioso da una boghiniia. L'anima semplice di quello strannik aveva dunque sentito che egli era un predestinato?

Camminavano in silenzio, la strada era deserta.