Il Nemico, vol. II

Part 4

Chapter 43,650 wordsPublic domain

Ma intanto Tatiana diventava donna. Il primo abito lungo le fece un'impressione, della quale stentò a rinvenire, parendole di non essere più la medesima. Quindi corse da Loris a farsi vedere, girandosi e rigirandosi davanti a lui come una trottola.

— Ti piaccio più così, o come prima?

L'altro rimase pensieroso.

Le loro relazioni cangiavano insensibilmente di tono; ella tentava ancora tratto tratto di scherzare come pel passato, ma non era più possibile.

— Lo voglio, lo voglio, gli gridò un giorno stizzosamente: dovete ubbidirmi.

Questa volta Loris impallidì.

Ella cresceva di civetteria ogni giorno, quasi sollecitando quella bellezza femminile, ancora troppo lenta a rivelarsi nel suo corpo, sebbene le mettesse già nel sorriso della bocca e nelle grazie nascenti del petto una seduzione indefinibile. Il vecchio principe, nel vederla così inorgoglire, le prometteva a certi momenti di buon umore di fabbricarle colle proprie mani un castello di fata, in legno dorato, per sottrarla alle importunità di madama d'Aubrivilliers, sempre intenta a darle sulla voce e a proibirle metà di quanto faceva. Ma in tanto orgasmo Tatiana non sapeva più con che cosa divertirsi. Poi soccombeva ad improvvise malinconie, come se tutti la contraddicessero per astio.

Da qualche tempo Loris era passato con lei dai tu confidenziale al voi, abbassandosi involontariamente nell'inferiorità della propria posizione. Ma se quella vita al castello gli riusciva sempre più incompatibile colla dignità di uomo, nullameno si sorprendeva spesso a sognare l'impossibile fortuna di sposare Tatiana, diventando così milionario, principe, e fors'anco ministro per grazia dello Czar. La sua onestà giovanile, non al tutto corrotta dall'empietà dell'educazione paterna, gli diceva invano, che sarebbe la più vile delle ingratitudini ricambiare tutte le bontà del principe col sedurgli la nipote; giacchè subito dopo l'orgoglio satanico del suo carattere rispondeva, che egli valeva bene qualunque altro, e che Tatiana, sposando un principe, sceglierebbe probabilmente un uomo a lui inferiore.

Poi Tatiana era bella. Qualche cosa di puro e al tempo stesso di voluttuoso esalava dalla sua fresca personcina di quindici anni, come uno di quei vapori di primavera, lievi e penetranti, che salgono dalle zolle umide ai primi tepori del sole. Ella stessa sembrava inebbriarsene a certe lunghe occhiate di Loris, nelle quali s'abbandonava come nuotando inconsciamente verso di lui malgrado i sospetti, che già la vigilavano. Senonchè madama d'Aubrivilliers avendola ripresa un giorno seccamente, Tatiana non trovò che un sorriso stentato. Loris invece stette più sull'avviso. Quindi cominciò ad assentarsi dal castello, stringendo più intima relazione con Andrea Arsenief, quel settario del Raskol, che gli aveva regalato Aiace. La sua isba, non diversa dalle altre, sebbene Arsenief fosse meno povero de' suoi compagni, sorgeva all'estremità del villaggio. Andrea Arsenief era un uomo di cinquanta anni, corto e grosso, dagli occhi dolci; sua moglie, una brutta donna ancor giovane, non aveva mai avuto figli, quindi vivevano ritirati con una grande modestia. Ma quantunque per gratitudine dei servigi ricevuti dal vecchio pope Arsenief si mostrasse molto devoto a Loris, non aveva mai voluto rivelargli nulla sul Raskol, o diffidasse della sua età o, vedendolo così innanzi nella grazia del principe, credesse coll'ingenuità di un villano, che finirebbe collo sposare la principessina e diventare il padrone del villaggio.

— _Batouska_, voi sarete un giorno il nostro _barine_; gli diceva talvolta, strizzando l'occhio.

E Loris, pure irritandosene, sentiva una sottile vanità salirgli al cervello dalla supposizione di così immensa fortuna.

Nell'estate capitò al castello il principe Nesvitskj, maresciallo della nobiltà di Veronege; egli si ricordava confusamente il processo del pope Nicola, ma non fece più attenzione a Loris che agli altri servitori. Madama d'Aubrivilliers, che detestava il ragazzo, se ne compiacque vivamente vedendolo malgrado la protervia del carattere perdere improvvisamente ogni spirito.

Appena finito il pranzo, Loris si ritirò. Tatiana nel traversare il grande salone con un fascio di musica nelle mani lo trovò poco dopo appoggiato alla finestra.

— Loris! gli disse con voce tremula, indovinando il suo dolore e prendendogli una mano, che l'altro ritirò. Ma la fanciulla, indispettita dell'inefficacia della propria carezza, gettò tutta quella musica in mezzo al salone, e fuggi nelle proprie stanze.

Il principe Kovanskj dovette andare egli stesso a cercarla.

— È troppo brutto il tuo maresciallo, guaì per tutta risposta la fanciulla; non suono, non suono. Fagli suonare quello che vuole da madama d'Aubrivilliers; egli potrebbe anche sposarla, perchè è nobile quanto lui, e quasi altrettanto brutta.

L'indomani Tatiana, che s'aspettava da Loris una grande effusione di riconoscenza, rimase così piccata del suo contegno, che madama d'Aubrivilliers potè profondersi in elogi maligni al maresciallo senza trovare contraddizione. Tatiana guardava Loris, sentendo crescere fra loro due una indefinibile distanza. Chi era Loris? Quale sarebbe il suo avvenire? Ella non sapeva che il proprio, un avvenire di splendori, nel quale Loris non aveva posto. Però quel destino oscuro di lui l'attraeva come certe profondità misteriose della foresta, ove qualche volta erano andati a cavallo seguiti da Vaska.

Quell'estate Tatiana andò a molte feste dei castelli vicini col principe, ma Loris, dopo l'umiliazione inflittagli dal maresciallo della nobiltà, evitò di accompagnarla colla scusa di nuovi studi nella biblioteca. Ella comprese, poi dimenticò. Quelle piccole riunioni aristocratiche erano come uno spiraglio aperto sul gran mondo; tutti l'accoglievano con premura, mentre le giovinette della sua età, compiangendola per quella vita d'inverno, sola col vecchio principe, la consigliavano ad usare di tutta la sua influenza per ritornare a Pietroburgo. Anche madama d'Aubrivilliers era della stessa opinione, e Tatiana cullata da tutte quelle promesse pregustava già i trionfi dei saloni, ove brillerebbe come una stella di primo ordine fra le dame più corteggiate.

Alcuni giovanotti la fecero ballare, ma essendo ancora troppo bambina non ricevette dichiarazioni d'amore.

Solo Giulia Mikailowna Touchine, una baronessina sua amica, che aveva già l'amante, le chiese improvvisamente fra un crocchio di compagne:

— E il tuo bel seminarista?

Era stata Fedora Dmitriewna a raccontare la storia di Loris, dicendo di averlo visto. Tatiana si vergognò; in quel momento ricominciava il valtzer, e le ragazze si dispersero per la sala.

— Dovresti sposarlo quel povero figlio di pope, insistè Giulia malignamente. Sarebbe bello da parte tua, tu che sarai così ricca.

Ritornando al castello Tatiana pensava a queste parole. L'indomani a pranzo Loris non l'interrogò sulla festa; Tatiana, che già si pentiva di non averlo difeso con Giulia, si mise a particolareggiare col principe tutti i piaceri di quella serata.

— Andremo a Pietroburgo quest'inverno? domandò al principe senza guardare Loris.

Il principe volse bruscamente la testa.

— A Pietroburgo, signorina, non ci andrete per un pezzo; io non ci rimetterò più il piede.

— Vorrete dunque farmi morire qui?

— Spero che potrete andarci prima, quando sarete in grado di scegliervi un marito. Allora potrete abbandonarmi, se sarò ancora vivo. Ecco quello che tocca a noi, dopo che ci siamo sacrificati. Siete tutti ingrati.

Il principe cominciava ad indebolirsi, la vista gli era scemata improvvisamente così che doveva usare sempre gli occhiali; poi quella manìa delle casine in legno lo aveva stancato. Quando leggeva i giornali della capitale, a certe notizie politiche andava in bestia pentendosi segretamente di vivere così fuori del mondo, e di non avervi mai avuto importanza. Un cordoglio pieno di segreti rancori lo irritava perfino contro la giovinezza di Tatiana e di Loris.

Nell'inverno una bronchite l'obbligò per quattro mesi a non uscire dalle proprie stanze; Loris andava a leggergli i volumi dell'inchiesta agraria, e doveva lasciarsi strapazzare per tutte quelle leggi e quei fatti contrari alle sue idee. Poi madama d'Aubrivilliers gli leggeva i giornali, e Tatiana veniva a suonargli il pianoforte, che aveva fatto portare nella sua camera di malato. Così riuniti passavano le sere. Spesso il principe dormigliava; allora nessuno parlava più per non svegliarlo, ma bisognava rimanere nella camera.

Il principe non aveva voluto nessun medico.

— Non ho bisogno che mi si aiuti a morire, aveva risposto a Tatiana: tu sei una sciocca, che vorresti ereditare troppo presto.

La fanciulla era scoppiata in lagrime.

Adesso il principe pareva prediligere Loris.

— Hai pensato ad abbandonarmi? gli chiese una volta bruscamente; e siccome Loris tardava a rispondere: è inutile che tu mi dica una bugia, t'avvertirò io, quando sarà tempo.

— Perchè mentirei con voi?

— Perchè invece non saresti ingrato anche tu? Vattene piuttosto fuori; qui ti annoi senza divertirmi.

Ma una volta, per l'attentato di Solovieff contro lo Czar, le parole furono più aspre. Loris, che non aveva mai parlato delle proprie idee nichiliste, sentendo il principe inveire contro la politica dell'imperatore, si permise un elogio dei rivoluzionari. Il principe s'irritò, Loris insisteva; allora l'altro lo coperse d'ingiurie, e finì dicendo:

— Per te i nichilisti non dovrebbero essere che assassini: io solo sono abbastanza vecchio per giudicare se dal canto loro ci possa essere qualche scusa. Vorresti darti anche tu delle arie nichiliste? per un figlio di pope...

— Principe, esclamò Loris fremendo, rispettate mio padre; egli aveva quelle idee...

— E ha saputo anche morirne: tu non sei che un inutile chiaccherone.

Una risata fresca di Tatiana troncò la disputa.

Vivendo così molti mesi in quella stanza, Loris e Tatiana avevano potuto riavvicinarsi fondendo il proprio orgoglio, lentamente, nella dolcezza intima di quelle cure affettuose per il principe, che li strapazzava egualmente ambedue. Sebbene non se lo fossero detto, sentivano troppo che quella loro esistenza dipendeva dalla sua per non gareggiare di premure verso di lui. Loris affettava un contegno freddo verso Tatiana, ma quando il principe s'addormentava, e nelle lunghe sere anche madama d'Aubrivilliers si lasciava cadere il libro di mano, essi si mostravano involontariamente con un sorriso quei due dormienti. Nell'aria calda pesava una nausea. Il principe in fondo all'alcova, sotto le cortine di damasco, sedeva quasi sui cuscini, ravvolto entro un bornous ovattato, respirando faticosamente; e pareva più secco e malandato alla luce incerta, che riverberava su lui dall'armadio delle sacre iconi. Madama d'Aubrivilliers russava lievemente colla testa abbandonata sulla spalliera della larga poltrona rossa, e gli occhiali penzoloni sul naso; passavano così delle ore.

Tatiana leggeva dei romanzi, Loris generalmente non leggeva.

A poco a poco parlavano. Poi vennero le confidenze; Loris le narrò tutto quello che le aveva sino allora nascosto della sua vita passata coi particolari più atroci, frenandosi a stento per velare le proprie opinioni più atee. Tatiana ne fu commossa. Anch'essa aveva dei dolori da raccontare, un mondo di futilità, perchè non aveva conosciuto abbastanza nè il padre nè la madre per soffrire della loro morte; ma ella pure era sola nel mondo. Loris tornava subito grave. Egli sapeva ora che non gli restava più gran tempo da vivere nel castello, il principe guarisse o morisse.

Lo disse a Tatiana; ella protestò. Perchè andarsene? Ma Loris, diventato uomo, non poteva profittare più a lungo di quell'ospitalità; era già troppo, se avesse dovuto andarsene alla morte del principe. Tutti avrebbero creduto allora ad una cacciata.

— E chi vi scaccierebbe?

— Voi per la prima.

Tatiana scosse le spalle. Il principe fece un movimento, Loris corse tosto al letto, ma il principe dormiva. Tatiana, che si era levata anch'essa, curvandosi sul volto dello zio sfiorò col proprio quello di Loris.

— Dorme, disse cercando di nascondere il proprio rossore.

Ma quando il principe cominciò a star meglio, Loris gli chiese improvvisamente:

— Quando mi avvertirete dunque?

Egli lo guardò senza comprendere.

— Ma di andarmene. Dopo aver fatto di me un uomo, non vorrete distruggere l'opera vostra.

Tatiana dietro la poltrona del principe gli faceva cenno di tacere; sembrava sorridere dolorosamente.

Il principe si girò sui bracciuoli.

— Ah! vi credete un uomo? Infatti parlate come un imbecille: leggetemi piuttosto il _Golos_, a meno che, aggiunse tossendo, io non vi sia diventato insopportabile. In questo caso non pretendo di sacrificarvi, non sono egoista io.

Tatiana applaudì scherzosamente dietro la testa dello zio, ma questi rimasto di malumore, a mezzo della lettura, li cacciò via tutti due.

Madama d'Aubrivilliers sembrava non sospettare più di alcuna relazione fra loro dal momento che Loris aveva detto di andarsene dal castello; mentre invece i due fanciulli avevano già in comune il segreto di una passione, contro la quale non cercavano nemmeno di lottare. Una indefinibile dolcezza li sorprendeva appena si trovavano soli per qualche minuto; pareva che l'aria si riscaldasse intorno, e le camere stesse diventassero più grandi. Egli sempre più addolorato della propria inferiorità dinanzi a quell'ereditiera di uno dei più illustri nomi e dei più grossi patrimoni della Russia, riparlava sempre di andarsene con un accento, nel quale un fino osservatore avrebbe notato una certa smanceria. Tatiana, più nervosa, s'indispettiva dicendo che lo zio stesso non lo avrebbe permesso, giacchè sino dal primo giorno lo aveva ceduto a lei.

— Allora mi prendeste per giuocare; adesso non potrei essere che uno dei vostri domestici.

— Vi dispiacerebbe tanto di servirmi? Ma sotto la gaiezza dell'accento si sentiva la nota imperiosa.

— Potrei amare, non servire, egli rispose con durezza.

Erano nella piccola sala rossa dai mobili dorati; Tatiana vestita di bianco si baloccava con una lunga treccia di capelli.

— Amare chi?

— Forse chi non potrà mai capirlo.

Un sorriso di trionfo illuminò il volto della fanciulla.

— Addio! esclamò Loris con accento teatrale.

L'indomani nel giardino s'abbracciarono giurando d'amarsi, ma la fanciulla rimase al di sopra di lui, meno per quella adorazione che l'uomo tributa sempre alla donna nel primo amore, che per l'altezza della sua posizione sociale. Involontariamente Loris si sottometteva alla signora, credendo di ubbidire deliziosamente alla fanciulla. Siccome non avevano parlato che d'amore, ella non vi trovava ostacoli; la società era scomparsa lasciandoli soli fra la scena bella di quel giardino primaverile. Non vi erano più che fiori, gli uccelli cantavano nell'aria, e le nuvole passavano nel cielo come tende leggiere, che il vento avesse involato ad immensi palazzi di altri mondi.

Allora cominciarono i loro convegni dappertutto; si parlavano alla sfuggita gettandosi un bacio, quando non potevano darselo. Ma le fiamme avvampavano nel loro sangue troppo giovane. Senza accorgersene non facevano che cercarsi; la notte sognavano l'uno dell'altro, il giorno avevano bisogno di scriversi. Tatiana si abbandonava con passione a questo torneo epistolare, cercando di farvi dello stile colle frasi più pazze dei romanzi, mentre tutte le loro scene le s'imbrogliavano dentro la testa attraverso una stravaganza di combinazioni, dalle quali l'amore usciva sempre vittorioso. Però non osava nemmeno seco stessa discutere la soluzione più semplice, che Loris domandasse al principe la sua mano. Sapeva bene che il principe non avrebbe potuto concederla, e in fondo all'anima ella stessa si rafforzava di questa sicurezza. Il suo amore non era che effervescenza di sensi e di fantasia; Loris, bello e sventurato, aveva la solita eccentricità di tutti gli eroi da romanzo. Egli invece l'amava con tutta la passione, di cui era capace. Quella fanciulla gracile ed aristocratica, posta così in alto nella scala del mondo, era l'ideale di tutte le sue sofferenze. Il fascino di quella sua fresca giovinezza gli faceva dimenticare tutti i propositi di vendetta nella speranza di una felicità semplice e profonda, amare ed essere amato.

Ma questo idillio primaverile non era possibile che nella solitudine delle loro stanze; appena ne uscivano, la realtà li separava rigettandoli brutalmente all'immensa distanza, posta fra loro dalla società. Loris, rinvenendo pel primo, le parlò seriamente del futuro; l'altra s'imbronciò, quindi si bisticciarono. Tatiana cansava istintivamente il problema, contenta se avesse potuto tornare nell'inverno a Pietroburgo con lui, perchè l'amore dell'uomo le svegliava l'amore del mondo.

— Tu non mi ami.

— Cattivo!

— Come faremo dunque?

— Così, e gli diede un bacio.

Loris l'abbracciò stretta. Tatiana sentiva una paura inesprimibilmente deliziosa, tremando fra le sue braccia. Per un momento Loris perdette la testa; si chinò, la morse al collo, la sollevò robustamente correndo verso un divano. Allora Tatiana gettò un grido respingendolo, non le pareva più Loris.

Questi arretrò pallido, senza parlare, ella aveva abbassato la testa, sorpresa come da una improvvisa ripulsione per lui.

Poco dopo Loris l'intese suonare nella sua camera la delirante dichiarazione d'amore della Traviata: «amami, Alfredo, amami quanto io t'amo».

Un'altra volta che Loris era nella camera del principe, dietro la sua poltrona, Tatiana entrando inavvertita gli si sospese al collo, coprendolo di baci. Ella provava una perfida delizia nel comprometterlo così; ma quel giorno accadde un'altra brutta scena. Siccome Loris aveva finito pel principe un lungo rapporto sull'inchiesta agraria, questi per ricompensa gli offerse un biglietto da cinquanta rubli.

Tatiana sorrise a Loris, tutta contenta del regalo.

Questi invece ricusò di riceverlo; il principe andò in bestia.

— Tu credi che con questi cinquanta rubli intenda pagarti il tuo scritto; anzitutto tu lo stimi troppo, perchè non li vale. Te li do, mi piace di darteli. Bada, gridò alzandosi, se non li prendi, sono capace di sbatterteli sul muso. Sarebbe bella che non potessi fare del mio danaro quello che mi pare!

— Del danaro sì, ma non di me.

Il principe cominciò a passeggiare per la stanza.

— Sei qui anche tu! esclamò scorgendo Tatiana, che si era appressata allo scrittoio. Lo vedi? Ricusa questo regalo per superbia: siete un imbecille. Se aveste davvero della superbia, avreste accettato questi cinquanta rubli, e me li avreste restituiti in acconto di quanto mi dovete pei quattro anni, che vi ho tenuto qui. Questa sarebbe stata superbia; non siete che un imbecille. Se aveste almeno saputo far questo, vi avrei fatto frustare, ma vi avrei stimato un uomo. Tatiana, conducilo via.

Durante questa scarica d'ingiurie, Loris era diventato livido; poi Tatiana volle ammonirlo. Loris la guardava meravigliato di non essere compreso, l'accento di Tatiana diventava sempre più freddo.

Stettero impermaliti parecchi giorni. A tavola il principe affettava di non vedere Loris, questi perdeva il coraggio di mangiare. Tatiana non sapeva che dire, madama d'Aubrivilliers tentando di annodare una qualche conversazione si attirava dal principe certe occhiate, che parevano schiaffi. Allora Loris si chiuse nella propria camera. Si sentiva più abbandonato della mattina, nella quale era rimasto solo, nella casa deserta, col cadavere della mamma sulle ginocchia accanto alla stufa spenta. Bisognava partire; i milionari non possono amare i poveri, nemmeno volendo.

Ma Loris amava Tatiana; avrebbe voluto abbracciarla, stritolarla sul proprio petto, commettendo magari un delitto per uscire da quella condizione in faccia al principe. Tutti gl'istinti malvagi della sua natura rifermentavano, mentre la ragione più terribilmente limpida ora gli rivelava la falsità di quei quattro anni. Il principe non era che un vecchio bisbetico, generoso del proprio danaro, non sapendo che farsene; se lo aveva raccolto per carità, fors'anche per un dispetto al vladika, non aveva e non poteva avere nessuna affezione per lui. Perchè dunque Loris avrebbe dovuto essergli grato? Tatiana era una civetta, che giuocava all'amore con lui, come quattro anni prima a mosca cieca. Egli invece l'amava perdutamente: perchè? Perchè si era egli abbandonato a questa passione, che lo ratteneva ancora nel castello a ricevere simili affronti?

Il passato lo riprendeva. Tornava a rivivere gli anni dell'infanzia, quando soffriva la fame, e la mamma era malata e il padre ruggiva bestemmiando per la casa. Allora tutto era vero intorno a lui. Egli rimpiangeva quella miseria, della quale gli rimaneva almeno l'orgoglio di non aver mai piegato dinanzi a nessun altro uomo. Ora invece era un giullare due volte vile e ridicolo.

Evitò Tatiana per tre giorni; il quarto ella gli scrisse un biglietto, ma invece di risponderle Loris cercò d'incontrarla nella sala rossa.

Era un giorno d'estate. Il sole, passando attraverso le tende rosse, riempiva la sala di una luce quasi sanguigna. Loris, che si era finalmente deciso, le offerse di fuggire con lui o di permettergli di andare dal principe a chiedere la sua mano; Tatiana, di umore più chiassoso quel giorno, si mise a ridere. Allora egli la prese per mano, la condusse al canapè, e con tutto l'impeto della giovinezza le rinnovò per la centesima volta la solita dichiarazione di amore. Il mondo era sparito; non pensava al come avrebbero vissuto, se Tatiana lo seguisse nella fuga e il principe non li riprendesse a qualche versta dal villaggio; non vedeva più che il volto di lei pensieroso, più pallido, col seno che le ansava, e un sorriso tremulo sulla bocca. L'abbracciò. Tatiana invece, sentendo l'impossibilità di quella scena, ne soffriva senza osare di opporsi alla passione di Loris; quindi con abilità istintiva si fece scherzosa per evitare di rispondere alle sue pressanti domande, ma segretamente irritata seco stessa di quella momentanea soggezione.

Loris voleva domandare la sua mano al principe.

Tatiana ebbe un cattivo sorriso:

— Non l'oserai.

— Io!

Pareva che ella si compiacesse d'irritarlo.

— Vorrei essere presente, quando gli farai la domanda. E dopo una pausa: è impossibile, non puoi averne il coraggio.

— Lo avresti tu?

Ella si turbò, ma la sua faccia esprimeva una sfiducia così ingenua, che Loris non ripetè la domanda.

Poi tacque; egli era in preda alla più viva agitazione. Tatiana, mutando discorso, gli parlò di un abito, che doveva arrivare da Pietroburgo: nella settimana ci sarebbe festa al castello di Viasma. Ella ci andrebbe collo zio. Loris l'ascoltava ricevendo a una a una le sue parole sul cuore come goccie gelate; poi fece un gran gesto drammatico. Tatiana tornò a sorridere.

— Vuoi che ci vada adesso? e scattò in piedi.

Tatiana corse salterellando nel mezzo della stanza, si rivolse, e gli gettò dall'uscio beffardamente:

— Povero Loris!

Sotto questa scudisciata egli s'avviò precipitosamente verso le stanze del principe, a pianterreno; traversando il cortile vide Tatiana alla finestra, che rideva. Evidentemente la fanciulla, non credendo a questa smargiassata, lo beffava colla monelleria dei primi giorni, quando si erano conosciuti. Loris si arrestò: forse a lei parve irresoluto, e gli fece un gran cenno per aria, rinchiudendo la finestra.

Egli era già presso il piccolo uscio a vetri, che dava nell'appartamento del principe.

Nell'anticamera trovò Andrea Ivanovich e Vaska.

— Andate dal principe, _batouska_? gli chiese colla sua voce buona il vecchio intendente: ci vado anch'io. Vaska vorrebbe domare i due morelli, figli di Gourko e di Letounia.

— Bisognerebbe aver già cominciato, intervenne Vaska battendosi con un grosso frustino sugli stivaloni molli, che gli strozzavano le corte gambe muscolose: ma il principe, non so perchè, teme che si sciupino.

Loris ebbe un'impressione di ghiaccio a questo discorso così semplice: Andrea Ivanovich notò il suo turbamento.