Part 3
Finalmente dovette ricorrere per danaro a Popiel, che lo desiderava da lungo tempo. Nicola lo odiava come la propria spia; ma egli solo poteva in quel momento soccorrerlo. Infatti gli diede venti rubli, mostrando molto desiderio di vedere l'ammalata. Nella camera di Maria Alexewna sempre chiusa per la paura del freddo, il fetore si era fatto così acuto, che il diacono entrandovi si senti come respingere dalla soglia. Loris, pallido e disfatto, stava al capezzale, asciugando il sudore dell'ammalata con un fazzoletto sudicio; ella pareva già morta. Popiel uscì, ancora più nauseato che atterrito, rimpiangendo i propri venti rubli.
La malattia durò quattro mesi; poi coll'inverno la miseria crebbe ancora. La convalescente avrebbe avuto bisogno di cibi cari e sostanziosi, mentre in casa non si mangiava che pane di segala, e qualche volta un po' di pesce salato. Ella pareva intontita, li riconosceva appena. L'appetito le tornava lentamente fra mezzo a nausee e a inappetenze nervose. Un giorno Loris le presentò un pezzo di merluzzo fresco, che imponendo silenzio al proprio orgoglio, era andato a chiedere ad Andrea Arsenief, il settario del Raskol; ella lo respinse con un gesto di disgusto.
Loris si morse le labbra a sangue per frenare una imprecazione.
Ma ella non guarì più. Rimase sempre così magra, di un bianco giallognolo, con una piccola tosse, che ogni tanto le scuoteva il petto. La miseria l'uccideva. Finalmente anche Nicola ammalò, quantunque non volesse porsi a letto. Che cosa sarebbe stato di Loris in questo caso?
Il ragazzo, oramai di quattordici anni, ne mostrava molti di più; il suo volto era di uomo, sul quale la vita ha già impresso le proprie stimmate dolorose. Adesso Nicola avrebbe voluto farsi pagare i sacramenti dai mugiks, ma questi, abituati a riceverli gratis, gli promettevano furbescamente il danaro senza darglielo. Allora minacciò che all'Epifania non avrebbe mandato nemmeno il diacono a benedire le loro isbe; ma Popiel si ribellò, dicendo che avviserebbe il vescovo, o farebbe magari di propria iniziativa il giro delle benedizioni. Ne nacque una scena.
Un mese dopo il vescovo di Voronege, Dmitri Telivanof, venne in visita al villaggio con una vettura a quattro cavalli, un arciprete e due chierici. Nicola, che avrebbe dovuto andargli incontro oltre il villaggio ed ospitarlo nella propria casa, trattandolo lautamente per deferenza al grado e per decoro proprio, invece lo attese nella camera della moglie, che in quei giorni stava peggio.
Il vescovo già male prevenuto, si mostrò più severo. Nicola, che si era imposto la massima prudenza, tacque a tutte le sue critiche, ma quando con villana ironia Dmitri Telivanof alluse a quel ricevimento troppo magro, invitandosi da sè stesso in casa di Popiel, scoppiò:
— Sono undici mesi che io, mia moglie e mio figlio soffriamo la fame.
Il vescovo gli offerse allora un biglietto da venticinque rubli.
— La mia parrocchia aveva il diritto di essere inscritta sul bilancio dei culti, io non ho il dovere di ricevere la vostra elemosina.
L'altro divorò l'ingiuria, partendo subito accompagnato umilmente sino alla carrozza da Popiel, dal cantore e dal sagrestano. Nicola finse di non poter abbandonare nemmeno per un momento la moglie, ma da quel giorno si senti perduto. Nullameno ebbe ancora una soddisfazione. Il vescovo, nell'andarsene, si era fermato al castello, ma il principe Kovanski, ritornatovi da poche settimane, anzichè riceverlo, sapendo della fiera risposta toccatagli alla parrocchia, aveva mandato al pope un paniere di bottiglie e molta selvaggina.
Questa volta Nicola aveva accettato.
Ma quella lotta insensata contro la propria condizione lo esauriva; sua moglie decadeva ogni giorno più, egli stesso si sentiva morire senza che nessuna delle sue idee avesse avuto nemmeno l'onore di una vera battaglia. Che cosa sarebbe di Loris, quando la parrocchia toccherebbe ad un altro pope? Egli non possedeva che quella casetta, insufficiente per pagare i debiti più vergognosi; Loris, fanciullo senza parenti, senza amici, senza educazione, senza danaro, come e dove vivrebbe? Ora si pentiva amaramente di essere padre. I tremendi sillogismi di Schopenhauer contro la vita gli tornavano nella memoria. Perchè essere padre, quando non si può nemmeno assicurare il sostentamento al proprio figlio? A certi momenti guardava Loris con umiltà.
— Forse l'anno venturo sarai solo, gli disse con voce spenta, stringendogli la mano.
Il ragazzo trasalì.
— Non dubitate; ho sofferto abbastanza.
Nicola scosse il capo.
— Sarai solo! ripetè, e il suo sguardo malinconico sembrava perdersi nell'avvenire del figlio, come quello del pellegrino sulla steppa, quando annotta.
Malgrado tutte quelle minaccie ai mugiks, Nicola si decise per l'Epifania a fare benedicendo il giro delle isbe per raccogliere dalle offerte di che sostentare sè stesso e la famiglia per qualche settimana. Loris, indovinando quel supremo sacrificio, partì per la foresta; Maria Alexewna si rimise a letto. Nicola, costretto a bere la vodka in tutte le isbe, cadde svenuto a mezzo il giro così che i mugiks lo riportarono a casa in branco, sghignazzando e cantando il solito proverbio: «_La croce è di legno e il pope è ubbriaco_». Siccome in casa non c'erano domestici, e il diacono col cantore e il sagrestano avevano seguitato il giro. Maria Alexewna dovette alzarsi per mettere il marito a letto. Nicola rinvenne, dopo due ore, sotto l'azione della febbre.
Alla sera Popiel mandò il raccolto delle offerte, che non era mai stato così magro. Evidentemente diacono, cantore e sagrestano lo avevano decimato, ma, siccome il principe non era al castello, mancava l'elemosina principale. L'indomani Nicola era già in piedi; non voleva ammalarsi. Anche Maria Alexewna parve rimettersi, però Loris s'accorgeva che i due genitori s'ingannavano reciprocamente sulla loro tristissima condizione. In quei giorni Nicola ricevette gli ultimi scritti di Bakounine, l'implacabile monomane della rivolta, e li passò a Loris senza leggerli.
La propaganda nichilista, allora nella prima fase, stava per chiudersi coll'enorme processo detto dei 193, iniziando quel periodo di terrorismo, che costò poi la vita ad Alessandro II. Ma se nelle città se ne parlava con molto fermento, nelle campagne se ne sapeva ben poco, e nel villaggio di Kourlak la notizia della prima rivolta produsse la più stupida meraviglia. Solo Nicola v'indovinò, tremando, un segno dei tempi. Temeva che Loris, ancora fanciullo, gettandosi nel partito rivoluzionario, vi soccombesse subito miseramente. Qualche volta lo assalivano persino rimorsi di averlo educato così.
Poi, un venerdì, ricevette dal vladika Dmitri Telivanof una circolare, che gli imponeva di tenere qualche sermone ai mugiks nelle domeniche, per inculcare la devozione all'ortodossia e allo Czar, presi di mira dall'empietà rivoluzionaria. Quest'ordine lo esasperò; una conversazione con Popiel, che affettava il più religioso orrore per le idee nichiliste, qualificando di assassini tutti i ribelli, finì di perderlo. Alla prima domenica, durante la messa, al momento di spiegare un passo del vangelo arringò i mugiks; era pallido, si sentiva la febbre, ma dinanzi a quella piccola folla tutta in piedi, e che seguitava a ripetere i soliti interminabili inchini all'altare, gli parve di crescere gigante. Finalmente era venuto il tempo di parlare. Le sue parole, prima rade e fioche, s'affrettarono a grado a grado, salendo di tono e di pensiero; invece d'invocare Dio, evocò tutti i dolori della storia, riassunse la tragedia della vita, si commosse piangendo sul popolo, ed incuorandolo alla speranza. Nè Loris, nè Maria Alexewna erano in chiesa; quegli errava per la campagna, questa non s'alzava da una settimana. Egli li cercò istintivamente collo sguardo, perchè avrebbe voluto essere udito da loro per l'ultima volta.
Popiel lo guardava in sospetto.
Allora tutta la sua ira traboccò. Invece di ubbidire alla circolare del vladika, l'attaccò furiosamente accusando lo Czar, la chiesa e sè stesso della miseria popolare; tutto derivava dalla menzogna dei potenti, e tutto era menzogna in essi. Perchè sperare in un'altra vita la giustizia, che è il primo dovere di questa?
Ma i mugiks, incapaci di comprendere quel discorso, guatavano credendolo impazzito; Popiel cercava di rattenerlo con gesti.
Poi tutto quel bollore gli venne meno all'improvviso così che dovette appoggiarsi con una mano all'altare per non cadere. Il suo pensiero aveva invano esploso in quella chiesa; si mirò attorno come strabiliato. Perchè aveva dunque parlato? Adesso tutto era perduto.
Disse ancora con voce strozzata queste parole:
— Lo Czar è sopra di voi, Dio contro di voi.
Una settimana dopo la carrozza del vladika venne a prenderlo alla parrocchia.
Maria Alexewna dormiva. Egli non andò nemmeno nella camera a vederla; abbracciò Loris, mostrandosi calmo.
— Temi qualche cosa? questi gli disse, alludendo al discorso della domenica.
— No; bada bene alla mamma fino a sabato, quando tornerò.
Sopraggiunse Popiel, che pareva agitato. Nicola lo guardò senza rancore, l'altro non seppe che cosa dire; ma siccome Loris cominciava ad impazientirsi, Nicola invece di baciarlo gli strinse con uno sforzo supremo la mano.
Non ritornò più.
Si seppe che Nicola, quantunque ammalato, aveva dovuto fare tre ore d'anticamera fra i domestici del vescovado; quindi il vladika lo aveva ricevuto con terribile severità rinfacciandogli tutto, la sua vita, le tendenze rivoluzionarie, l'ultimo discorso in chiesa, minacciando finalmente di sconsacrarlo.
— Fate, gli aveva risposto freddamente Nicola.
Dopo queste parole era stato gettato nelle carceri del vescovado; l'indomani nel secondo interrogatorio, Nicola aveva sputato in faccia al vescovo. Era la fine. Il mese seguente partiva per la Siberia, condannato a dieci anni nelle mine, e moriva in viaggio.
Nel villaggio di Kourlak la notizia di questo processo, divulgata da Popiel, aveva prodotto un'altra catastrofe; Maria Alexewna, prevedendo la condanna del marito, aveva tentato di dar fuoco alla chiesa, e si era suicidata gettandosi dalla finestra a capofitto nella neve.
II.
Il principe Anatolio Lukitch Kovanski si era ritirato nel proprio castello di Kourlak per un dispetto di corte. Malgrado una vita di grandi dissipazioni aveva conservato, caso abbastanza raro in Russia, quasi tutte le proprie ricchezze; ma disinganni di ogni fatta, il celibato e la vecchiaia, gli avevano sciupato il carattere, già bizzarro di per sè stesso. Adesso non gli rimaneva più che una nipote, Tatiana Paulowna Neginski, unica figlia di una sua unica sorella, morta vedova qualche anno prima.
Egli aveva raccolto con piacere la fanciullina, finendo naturalmente per innamorarsene. Tatiana cagionevole di salute, era già troppo alta per i suoi tredici anni, magra, quasi cerea; aveva i capelli di un biondo ardente e gli occhi di un cilestro pallidissimo. Con Tatiana erano venute al castello due vecchie cameriere e una istitutrice francese; al resto dell'istruzione il principe pensava di provvedere da sè.
Cresciuto sotto il regno di Nicolò, egli se ne ricordava ancora come di un lungo inverno politico, che avesse congelato la vita russa. Tutte le speranze suscitate dal misticismo di Alessandro I, il sentimentale amico di Madama Krudener, erano state a poco a poco distrutte dal ghiaccio di una politica, che concepiva l'ordine nell'immobilità, e l'adesione dei sudditi nel silenzio. Ma appunto allora era cominciato nella coscienza russa quel fermento ideale, che doveva rinnovellare l'impero secondo lo spirito dell'Occidente. Poi Nicolò era morto, e con Alessandro II le idee riformiste avevano ripreso il sopravvento. Il principe Kovanski, tenutosi sino allora in disparte, sperò una rapida ed illustre carriera politica. Anzitutto conosceva abbastanza bene la Russia, e si sentiva così onestamente liberale da meritare il potere nell'interesse di tutti; ma combattuto dal Santo Sinodo e dalla Terza Sezione rispose troppo imprudentemente, aumentando il numero dei proprii nemici. Alessandro II, sul carattere del quale calcolava, titubò al solito nel sostenerlo. Allora, gettandosi all'opposizione temperata, divenne amico di Milutine, di Samarine e più specialmente del principe Tcherkvassky, il grande terzetto, che doveva dopo infinite lotte imporre a tutta la Russia l'emancipazione dei servi.
Ma il principe Kovanski non vi ottenne la parte che desiderava; già le sue idee non combinavano con quelle dei triumviri, essendo al tempo stesso più rivoluzionarie e più conservatrici. Egli avrebbe voluto concedere subito ai contadini minore quantità di terre, ma senza riscatto, ed organizzare per la borghesia mercantile, e per la aristocrazia a mezzo spodestata, una costituzione con un parlamento ed un senato elettivi. Il popolo, siccome analfabeta, non vi avrebbe partecipato. Senza tale costituzione ogni riforma conchiuderebbe fatalmente ad una lustra, mentre la concessione delle terre ai contadini, coll'obbligo di pagarle in comune, li avrebbe resi più schiavi del mir, che non lo fossero prima dei padroni.
Poi si lusingò di essere assunto, come generale di divisione, al ministero della guerra per la riforma dell'esercito e dell'armata, chiaritisi così male in arnese alla guerra di Crimea. Egli, slavofilo ardente, che sognava per la Russia un primato storico, ben maggiore di quello dei romani e degli inglesi, per iniziare l'ultima grande epoca del vecchio mondo contro la minacciosa rivalità del nuovo, credeva una tale riforma la più urgente fra tutte. Senza una forza guerresca, pari all'estensione dell'impero e al numero de' suoi abitanti, la Russia non potrebbe compiere la doppia missione di conglomerare nel proprio governo tutti gli slavi d'Europa, e d'insignorirsi nell'Asia di tutte le genti maomettane sino all'India. L'Inghilterra, potenza marittima, esclusivamente mercantile, aveva provato in quasi due secoli la propria insufficienza a risolvere il problema asiatico, riallacciando alla civiltà europea i popoli indiani, che ne erano stati i lontanissimi padri. Solo una potenza continentale, così grande da riassumere tutta la vita europea e così vergine da non trovare ostacoli nel proprio passato, poteva colla creatrice energia dei propri immensi contatti rinnovellare l'impero braminico. Così il principe Kovanski comprendeva la Russia.
Ma il principe non arrivò nemmeno al ministero della guerra; si dubitò del suo ingegno, si credette troppo alla sua onestà. Le riforme di Alessandro II, più piccole e più leggiere, scorrevano invece sulla superfice dell'impero senza fecondarlo. Egli già ritirato da qualche tempo all'estero, in una lettera al principe Tcherkvassky, definiva così lo Czar:
«Alessandro I era il dubbio nell'intenzione, Alessandro II è l'indecisione nel processo, solo Nicolò in mezzo a loro aveva potuto rappresentare la sicurezza della reazione.»
A poco a poco il suo spirito si falsò, mutandosi di slavofilo in pessimista. Nulla era più vero nella Russia, ne il governo, nè la rivoluzione, nè l'ortodossia, nè l'incredulità. L'emancipazione dei contadini, alla quale non aveva potuto cooperare, l'irritò. Durante l'estimo delle terre e le trattative del loro riscatto coi comuni, che componevano il suo vasto patrimonio, i mugiks gli apparvero anche più ignobili di prima. Non un orgoglio in essi, non un ideale anche lontano.
Adesso si occupava tratto tratto di agricoltura, inspirandosi ai modelli inglesi, senza poterli applicare per l'insufficienza degli uomini, ai quali era costretto di ricorrere.
Quando venne a stabilirsi nel castello, anche per consiglio dei medici, che credevano la vita dei campi più utile a Tatiana, avvenne appunto la catastrofe del povero pope e di sua moglie; il principe mandò Andrea Ivanovich, il vecchio intendente a prendere Loris, che fu trovato nella casa, accanto alla stufa spenta, col cadavere gelato della madre sulle ginocchia.
Tutto il villaggio era sossopra.
In poche parole Loris disse tutto al principe, le idee e la vita di suo padre, e quanto sapeva della sua morte. Il principe si commosse; Tatiana, sopravvenuta a mezzo il racconto, si rifugiò sbigottita fra le braccia dello zio, guardando Loris ancora così vestito di pelli di lupo, qua e là spelacchiate. Il ragazzo nullameno era bello.
Tatiana sussurrò all'orecchio del principe:
— Tienlo con te.
Questi, mostrandosi più affettuoso del solito, gli offerse tutta la propria protezione.
— Potrete aiutarmi a vendicarmi?
— Ma contro chi?
Due lagrime caddero lentamente per le guancie del ragazzo. Allora il principe gli propose di restare al castello; Tatiana gli sorrideva con simpatia. Egli in quel salotto sontuoso, il primo che vedesse, si sentiva già ammollire dal caldo.
Non pertanto reagì.
— Non farò mai il domestico.
— Eh! ragazzo mio, esclamò il principe con impazienza, avrai dei padroni ugualmente. Tu qui sarai libero, ti prendo per compagno di mia nipote: lo accetti, Tatiana?
Essa gli rispose con un bacio.
— Allora portalo via, e fallo vestire. Ho sempre avuti molti cani in casa, ma non intendo di tenervi dei lupi.
L'amicizia fra i due ragazzi si strinse presto.
Il principe divenne il loro professore.
Ma la dottrina di Loris da principio l'imbarazzò. Loris sapeva molte cose più di lui, il greco, l'antichità classica, conosceva quanto lui il tedesco, era già iniziato alla teologia. Il principe, volteriano, anche dopo che Voltaire era passato di moda, doveva talvolta retrocedere davanti alle terribili negazioni del ragazzo; quindi una mattina lo chiamò nel proprio gabinetto:
— Tu non credi in Dio, Loris?
— No.
— Già! tu sei quasi di casa con lui, essendo figlio di pope; nemmeno Andrea Ivanovich, il mio intendente, crederà in me. Però Dio è una delle più indispensabili invenzioni umane, dacchè nessun popolo ha saputo ancora farne a meno; mi permetterai dunque di dirti, che in faccia a Tatiana devi astenerti da ogni discorso ateo. Essa è donna, e senza Dio non potrebbe comprendere nè sè medesima, nè il mondo.
Loris non rispose.
— Capisco il tuo silenzio: vuoi dirmi che siccome anch'io ci credo poco in Dio, ho torto di allevare Tatiana nella menzogna. Ma tu non conosci la società: ora non posso in poche parole dartene la quintessenza. È necessario che una donna creda in Dio; mi farai dunque il favore di non parlarne con Tatiana. Non t'impongo nessuna ipocrisia, ma se assisterai alla messa, te ne sarò grato. Conto sulla tua parola.
Loris ne convenne.
Le lezioni del principe non andavano più in là di una stravaganza. Côlto nelle lettere e nella storia, non sapendo trovar modo d'insegnarla a loro, finiva quasi sempre col lasciare Loris e Tatiana leggere e commentare gli autori alla loro maniera; d'altronde nel suo grande disprezzo per la letteratura nazionale accettava appena Soloviev come storico, e Tolstoi come romanziere. Per imparare la Russia non v'erano secondo lui che i libri esteri di Vallace e di Ralston, di Légèr e di Rambaud, di Haxthausen e di Le Play; tutte le opere degli slavofili, da Komiakof ad Aksakof, da Kostomarof a Katkof, sembravano scritte da maggiordomi dimentichi dell'imbecille tirannia del padrone nel fare l'elogio delle sue tenute.
Laonde tornava sempre alle matematiche, che aveva imparato seriamente da giovane all'Accademia militare. Loris vi si prestava di buon grado, ignorandole quasi del tutto, mentre Tatiana finiva coll'attirarsi per punizione qualche problema, che l'altro le risolveva.
Tatiana aveva già fatto perdere a Loris quanto gli rimaneva di selvatico, apprendendogli come stare elegantemente a tavola, e presentarsi, salutare, tacere, tutti quei piccoli usi mondani, che compongono la grande educazione signorile, e hanno tanta importanza nella fortuna della vita. Poi Loris aveva presto compito la propria educazione. Il principe stesso gli aveva insegnato a tirare di spada e di pistola; il primo cocchiere, un cosacco che aveva fatto il jockey, lo aveva messo a cavallo. Sulle prime Loris si sentiva umiliato dalle loro rudi osservazioni, ma presto il suo coraggio e la sua agilità gli meritarono elogi. Allora gli si sviluppò la passione delle armi e dei cavalli. Tatiana, alla quale giovandosi della reciproca simpatia, era riuscito a persuadere i medesimi esercizi, ne migliorava in salute; essa dal canto proprio gli insegnava invano la musica. L'istitutrice, vecchia dama francese di nobile famiglia, era scandalizzata dell'insensibilità di Loris, mentre il principe, sempre più affettuoso verso il ragazzo, ne sorrideva.
— Sarà più uomo: la musica non serve che alle donne, per consolare la loro impotenza.
Madama d'Aubrivilliers punta da questa massima, nella quale sentiva un'allusione, ripeteva invariabilmente che la musica ingentilisce gli animi.
— Perchè dunque, esclamò una volta il principe impazientito, le donne così gentili non hanno mai saputo scrivere un pezzo di musica, che si possa ascoltare?
Neppure Tatiana vi faceva molti progressi per la troppa nervosità, che la rendeva spesso bisbetica e sgarbata con tutti. In quella vita al castello la noia diventava sovente assai greve; il principe, dopo essersi occupato de' suoi disegni agricoli, non sapendo più che cosa fare rimpiangeva la vita di Pietroburgo. Talvolta andava alle assemblee del zemstwo, ma ne ritornava sempre di malumore, perchè tutta quella gente non aveva un'idea in testa. Nell'inverno la nobiltà dei dintorni emigrava a Mosca o a Pietroburgo. Appena qualche volta un generale o un governatore passavano dal castello per presentare i proprî omaggi al principe, ma non essendovi altra donna che Tatiana, cui fare la corte, se ne andavano presto. Loris studiava nella biblioteca, Tatiana errava per le sale senza trovar modo di animarne il silenzio. La miglior distrazione erano le passeggiate a quattro cavalli nella slitta, con due altre slitte dietro, piene di domestici armati; ella faceva tenere le redini a Loris, e lanciavano i cavalli al più sfrenato galoppo. Poi a casa parlavano della neve bianca, infinita, del freddo e del silenzio. A giorni faceva ballare i numerosi servitori, accompagnando ella stessa sul pianoforte un cocchiere, che pizzicava la balaika. I domestici ballavano, cantando dei cori secondo il costume russo, ma erano danze lente e fredde quanto quel clima, con grandi inchini come nei saloni dell'alta società. Altre volte metteva madama d'Aubrivilliers al piano per ballare con Loris qualche valtzer, mentre il viso pallido le si colorava, e il suo naso fino ed imperioso batteva voluttuosamente.
Loris e Tatiana cominciavano a farsi grandi. Ma la posizione di Loris al castello era troppo buona momentaneamente per non destare invidia, e troppo indefinibile per non prestarsi ad umilianti interpretazioni. Egli si ribellava orgogliosamente a questa evidenza senza opporvi ancora alcuna risoluzione. Quanto resterebbe al castello? Come vendicherebbe suo padre? Ora tutte le sue idee ribelli parevano così assopite che nemmeno i giornali, tutti pieni di notizie sulle ultime imprese nichiliste, bastavano a ridestarle. Quella vita e quel lusso signorile lo compensavano di quanto aveva sofferto, lusingando tutti i suoi istinti. Il suo odio contro i ricchi si ammansava dinanzi a quel principe buono, che tutti i domestici amavano sinceramente, sebbene li facesse talvolta frustare malgrado la proibizione della legge; ma in questa crudeltà vi era piuttosto l'uso antico di una correzione corporale che una malvagità verso gli inferiori.
Tatiana ne rideva senza cattiveria.
Il vecchio principe, preso dalla manìa di fabbricare colle proprie mani modelli in legno di case agricole, aveva fatto venire da Veronege due falegnami, coi quali si chiudeva buona parte del giorno in uno stanzone al pianterreno. Madama d'Aubrivilliers, finite le lezioni di pianoforte e di francese con Tatiana, passava il tempo a leggere vecchi romanzi di cavalleria, che la facevano rivivere nel passato della propria famiglia feudale, lasciando la fanciulla a discutere di mode colle cameriere sartrici.