Il Nemico, vol. II

Part 14

Chapter 143,497 wordsPublic domain

Il principe si rivolse colla maniglia dell'uscio in mano, ma il suo occhio atono non espresse nulla.

Tatiana, che aveva abbassato gli occhi, mentre egli le passava dinanzi, ascoltò allontanarsi i suoi passi; poi scattando dalla poltrona si slanciò ai collo di Loris.

— Bada! egli susurrò respingendola.

Ella aveva il viso sconvolto.

— Tatiana, disse Loris severamente per richiamarla all'impero di sè stesso: parto.

— Perchè?

— È inevitabile.

— Perchè subito?

— È inevitabile.

Ella sentì in queste parole la fatalità.

— Vengo con te.

— È impossibile.

— Ebbene, verrò dopo.

Parve loro di udire un passo nell'altra camera,

Tatiana balbettò rapidamente:

— Torna a mezzanotte, verrò ad aprirti dalla porticina della serra.

— Sì.

Loris ebbe appena il tempo di ricomporsi, che il principe era già sulla soglia del gabinetto; la sua faccia si conservava sempre così impassibile.

— Ho ordinato a Dmitri Soudaieff, il secondo cocchiere, di accompagnarvi sino a Wyasa.

Loris lo trasse di nuovo in disparte.

— Avete fatto male; nessuno dei vostri servi deve seguirmi. Sarà già troppo che mi abbiano conosciuto qui per dieci giorni, se dovranno essere interrogati. Lo credete probabile?

— Quanto voi.

Loris avvampava di collera davanti a quella freddezza impenetrabile, dietro la quale indovinava un proposito geloso. Ma bisognava compiere correttamente la ritirata per non mutarla in fuga; quindi cangiando tono gli chiese:

— Dove mi scriverete?

— Voi stesso ora non sapreste indicarmelo: vi fermerete dove potrete, assumendo il nome e la fisonomia che meglio vi converrà; poi mi scriverete. Alterate la calligrafia, e non firmate nemmeno coll'ultimo nome.

— È giusto, mormorò Loris accorgendosi di essere battuto.

— Farete anche benissimo disfacendovi dei cavalli e della droiska a una delle prime tappe.

— Voi pensate a tutto.

— A tutto, ribattè il principe con strana inflessione di voce, anche a quello, cui non si vorrebbe pensare.

Era impossibile resistere. Loris si volse a Tatiana domandandole con un inchino il permesso di andare nella propria camera a mettersi la pelliccia, per ritornare a salutarla. I due coniugi rimasero soli. A Loris sembrava di agire sotto l'impulso di un sogno. Nessuna idea gli rimaneva chiara nella mente, nemmeno quella che il principe conoscesse il suo amore con Tatiana, e lo cacciasse di casa. Si mise rapidamente la pelliccia e tornò nel gabinetto. Aveva bisogno di far presto, di essere fuori, per non tradirsi.

Il principe e la principessa erano ancora nel medesimo atteggiamento, come se non avessero parlato. Quando Loris entrò, Tatiana per frenare uno scoppio di pianto s'irrigidì così duramente che non potè muoversi. Loris invece andò verso il principe disinvoltamente: solo nella voce gli restava un certo tremito.

— Ci rivedremo alla guerra, caro principe, gli susurrò a bassa voce con accento quasi allegro.

— Forse.

— Ricusereste di battervi?

— Io non posso più dare che una battaglia, ma non la perderò.

Quindi andando verso Tatiana, le disse con voce meno cupa:

— Il signor Loris deve partire improvvisamente, mia cara.

Loris le tese la mano; ella gli mise negli occhi uno sguardo luminoso, e levandosi con improvvisa energia gli prese il braccio.

— Venite dunque in camera mia a prendere quell'albero che vi ho promesso, e fissò così alteramente il principe che questi capì di non poterli seguire. Un pallore cinereo gli si diffuse sulla faccia, le labbra diventate bianche gli tremarono; ma furono pochi istanti. Loris tornava già sorridente col rotolo dell'acquerello in mano.

— Arrivederci, caro principe; non mi accompagnate, l'aria è troppo rigida fuori.

Il principe gli allungò la mano.

— _À la guerre comme à la guerre_, esclamò Loris con gaiezza che all'altro parve insultante.

Pochi minuti dopo il principe udiva tintinnire la campanella della droiska lanciata vigorosamente a tutta carriera. Tatiana si ritirò nella propria camera. Il pomeriggio era cominciato da poco; fuori, nel sereno della giornata freddissima, la luce della neve abbarbagliava. Il principe rimase lungamente alla finestra in una meditazione, che di quando in quando gli traeva sul volto nuvole fosche. La sua veste da camera di seta cinese, a larghi fiorami vividissimi, rendeva col contrasto anche più malata la sua fisonomia di vecchio; portava in testa un berretto ricamato, dono di Tatiana.

La voce di questa lo riscosse.

— Siete ancora lì.

Nel suo accento non v'era che una curiosità benevola. Aveva mutata la veste per un abito di un rosso cupissimo a merletti neri, corto che le lasciava scorgere le scarpine dal tacco alto, di pelle bronzata, e scollate. Una sottile freccia color d'oro le saliva per le calze di seta nera perdendosi sotto le gonnelle.

Sedette negligentemente e prese un giornale.

— Che avete dunque quest'oggi? gli domandò.

Il principe sentì l'agguato in questo attacco; invece di rispondere venne a sedersele vicino, ma entrando così nel raggio della sua bellezza tutta la sua risoluzione si sciolse. Non gli rimaneva più che un'idea limpida ed irresistibile, la necessità di un'ultima spiegazione con Tatiana, però ella stessa evidentemente vi si era preparata.

— Quando vorrete partire per Pietroburgo? le chiese scioccamente, non sapendo come incominciare.

— Ma, non lo so; l'inverno non è che a mezzo, avremo sempre tempo di arrivare agli ultimi balli. Resterete ancora al castello?

— Aspetto i vostri ordini.

— Sapete pure che per voi non posso averne, amico mio, e la sua voce era dolce come nei momenti più buoni della loro pace.

Egli ne provò un'immensa amarezza.

— Non vorrete averne mai per me?

Tatiana meravigliata gli rispose con un sorriso. Allora il principe proruppe: s'accorgeva di perdersi, ma la passione lo trascinava.

— Perchè finalmente? esclamò. Io vi ho amata sino dal primo giorno, come nessuno potrà mai amarvi; voi siete sempre rimasta egualmente insensibile, quasi fra noi vi fosse uno di quegli abissi, che solo il delitto può scavare. Nessuna grandezza d'animo basta dunque per trovare grazia ai vostri occhi?

— Vi credete grande? ella ribattè con calma irritante. Può darsi che abbiate ragione, io non saprei giudicare della passione di cui parlate, però confessate che grande non lo foste sempre. Per esempio, quando veniste a dirmi che ero l'amante dello Czar, non mostraste in quest'accusa molta grandezza.

— Non vi difendeste.

— Nè mi difenderò. Chiedendo la mia mano, mi offriste cortesemente di diventare la vostra vedova; più tardi vi ho offerto, e ve lo offro ancora, di divorziare: di che cosa vi lagnate? Se io sono l'amante dello Czar...

— Non lo siete.

— Ora non lo credete più, e sia; probabilmente crederete fra non molto che sono l'amante di un altro.

Il colpo era così diritto, che il principe barcollò.

— Se lo credessi....

— Sentiamo.

— Neghereste anche questa volta di difendervi?

— Provate ad accusarmi.

Tatiana si conservava calma, senza quella imperiosità abituale, accorgendosi di avere il sopravvento; quindi colla temerità della donna arrischiò tutto per tutto.

— Perchè è partito così improvvisamente il signor Loris? Voi, che siete il suo amico, dovete saperlo.

Egli la guardò, quasi sbigottito; ma Tatiana precipitò l'ultimo attacco.

— Ah! è dunque il signor Loris, che io amo? Lo credete?

— Tatiana...

— Perchè questa volta non osate dirlo? Vi pare che sarei discesa troppo bassa, avendo cominciato dallo Czar? Eppure potreste dirlo francamente, perchè non siamo marito e moglie, e la sua voce era ritornata stridula. Se non volete divorziare, non so per quali ragioni, siamo egualmente liberi; nè io mi sono mai interessata alla vostra condotta, nè voi potete sindacare la mia.

— Vi sentite libera, assolutamente?

— Assolutamente. In faccia a voi il mio onore di donna è salvo. Quando dovetti farvi quell'orribile confessione, vi offersi prima il divorzio: potevate accettarlo, e siccome mi sarei assunta qualunque torto vi fosse meglio piaciuto, il vostro matrimonio di tre mesi con me, non sarebbe stato per voi una grande disgrazia. Sposare la principessa Tatiana Neginsky non poteva essere un disonore per alcuno, aggiunse con sovrana alterigia.

Il principe ne convenne con un gesto, Tatiana parve fare uno sforzo.

— Allora vi cedetti; era lo scotto dell'inganno, nel quale vi avevo tratto, poi avevate creduto nobilmente alla mia confessione.

— E ora? egli esclamò con voce dolorosa.

Ella finse di non comprendere, accomodandosi una piega dell'abito.

— Tatiana, non mi amerete mai?

— Mai.

— Ne amerete un altro?

— È possibile.

Il principe si alzò in piedi, fremendo.

— Voi scherzate con una passione che non conoscete. È vero, siete libera: il nostro matrimonio è una apparenza, che non mi dà nessun diritto; poi le donne, come voi, vanno conquistate. Ma la passione ha dei misteri anche per chi ne è la vittima: badate! Io vivo da molti anni nella vostra ombra, so tutto quello che soffrite, tutto quello che desiderate, tutto quello che amate. Non s'inganna una passione come la mia; non potete formare un pensiero nella mente, che io non lo senta subito nel cuore.

— Diventereste anche voi spiritista?

— Non insultate, Tatiana: la mia passione merita almeno il vostro rispetto. Io vi amo col delirio del naufrago; non voglio sapere nulla, non voglio discutere. Sì, siete libera, potete aver amato lo Czar, se egli ha potuto piacere alla vostra anima: in questo caso avrebbe conquistato un impero migliore di tutte le Russie. Ma voi non lo avete amato, lo so; egli non poteva comprendervi, non basta per questo essere Czar. Sentite, Tatiana: io non amo che voi, voi sola, non vivo che di voi: non ho più che questa speranza, la mia vita è vuota senza di voi. Ecco come sono: non posso uccidermi perchè vi veggo, e non posso vivere senza.

Le parole gli mancarono improvvisamente. La sua faccia convulsa era diventata più brutta, uno schianto di tosse gli scrollò il corpo magro entro quella lussuosa veste da camera. Egli se ne accorse e si avvilì, ma nell'orgasmo di una risoluzione suprema non potè arrestarsi.

— Bisogna che me lo diciate subito. Vi lascierò poi tutto il tempo che vorrete, perchè credo alla vostra parola. Tatiana, siate mia.

Ella si alzò.

— No, le gridò con nuovo impeto, ascoltatemi, sarà magari per l'ultima volta. Possibile che non comprendiate il mio stato! Siate mia, vi porterò più alto dello Czar, perchè vi è qualche cosa in Russia, davanti alla quale lo Czar trema, e che può da un giorno all'altro rovesciare il suo trono. Non ho bisogno che di voi. Non potete amarmi, ebbene lo so.... Sì, aggiunse rabbiosamente: non sono amabile, avete ragione. Non lo sono! Lasciatevi amare, siate l'elemosina che mantiene la mia vita, e Dio, voi che ci credete, vi compenserà. No, no, ascoltatemi ancora. Non ho nessun diritto, non chiedo nulla, non lo merito.... ma, solo quando vorrete! Avrete i vostri giorni buoni: quando avrò molto sofferto, sofferto come voi sola potete ricompensare, verrò ai vostri piedi; non mi respingerete. È orribile quello che vi chiedo, orribile per voi che non mi amate, per me che vi amo. Lo so, ma è così: non posso, non posso....

Sotto quella bufera ardente Tatiana non provava che un freddo di orrore, come quella volta nella caverna, quando aveva incontrato lo sguardo bianco di Topine fisso sul proprio. Involontariamente indietreggiò; il principe ebbe un gesto delirante.

— Ah! ella gridò con ribrezzo così vivo, che l'altro si arrestò immobile.

Tatiana si mosse verso la porta.

— Una parola, mormorò il principe con voce strozzata.

Ella si rivolse.

— Dunque non volete.... badate di non avervene a pentire.

— Minacciate?

Egli era tremendamente cupo, Tatiana tornò indietro. I loro sguardi s'incontrarono; ella sfavillava d'orgoglio, i capelli biondi sembravano farle sulla testa un'aureola sulfurea.

Il principe chinò la fronte con un gemito.

— Le vostre ultime parole sono vili, se avete inteso con esse di mettermi paura. Le donne, seguitò dopo una pausa con un sorriso micidiale di disprezzo, non si conquistano così.

Egli la fissò con uno sguardo, che la fece rabbrividire.

— E voi avete torto di pretendere, che si possa vivere così.

Tatiana quel giorno si fece un dovere di comparire a pranzo, fingendo di aver tutto dimenticato. Il principe, che vi sarebbe mancato volontieri, dovette per imitare il suo contegno comprimere gli spasimi del cuore: in un'ora era invecchiato di molti anni. Se Tatiana non fosse stata innamorata, avrebbe avuto pietà di quella passione ma l'egoismo assoluto dell'amore le toglieva perfino di comprenderla: però nessuno dei due, malgrado ogni ostentazione di disinvoltura, potè mangiare.

Invece di ritirarsi subito dopo il pranzo, Tatiana passò con lui nel gabinetto di legno e vi sostenne una lunga conversazione sullo spiritismo.

Il principe non ostante la propria incredulità aveva anche su tale questione, ridivenuta così ardente per tutta l'Europa in questi ultimi anni, una vasta cultura, quindi ella con grazia squisitamente femminile insisteva per farlo parlare. Sembrava voler sapere come la grande filosofia considerasse quel problema, che la grande scienza aveva da un pezzo cessato di sdegnare.

A poco a poco il principe cedeva ad un'altra speranza; forse Tatiana non era al tutto inaccessibile, perchè le passioni vere finiscono per diventare contagiose come tutte le verità.

Il suo sguardo espresse luminosamente questa fede, ma allora l'altra tornò rigida.

Quindi s'alzò per ritirarsi.

— Andate a letto?

— Sì, sono stanca.

— Io non posso più dormire: voi avete ucciso in me il sonno, come ha detto Shakespeare.

Appena nella propria camera Tatiana fu ripresa dall'emozione, ma dominandosi si fece spogliare da Polemska, la vecchia cameriera, per mettersi subito a letto. A rovescio di molte dame, ella non aveva mai concessa alcuna intimità a quella donna, che l'aveva veduta nascere: e non ne stimava il carattere, accettandone i servigi piuttosto per lunga abitudine che per elezione. La vecchia temeva la padrona.

Quando Tatiana fu coricata, Polemska le accomodò il servizio da thè presso il letto, sopra un piccolo tavolino intarsiato, e si ritirò mutamente. Tatiana non aveva mai voluto domestici nel proprio appartamento; d'altronde era tutto così pieno di bottoni elettrici, che avrebbe potuto suonare comodamente in qualunque posizione si trovasse. Tutti nel castello sapevano che di notte la porta del suo appartamento non era mai chiusa a chiave: ma quella sera ella vi pensò con rammarico. Quindi l'orgasmo la riprese poco dopo così vivamente che dovette rivestirsi. Trasse dall'armadio la più elegante delle proprie vesti da camera, in seta cilestra, marezzata, e foderata di raso bianco: davanti e di dietro, dalla sommità del seno e delle spalle, ne cadeva come una lunga stola, raddoppiata e trapunta di sottilissimi fili argentei. Le maniche larghe e lievi lasciavano travedere le braccia fin sopra al gomito.

Si mise calze e pianelle cilestrine. Voleva essere supremamente bella. In quello studio paziente occupò più di un'ora; il suo volto pareva tranquillo, ma tratto tratto le mani le tremavano.

Quando quella lunga acconciatura fu terminata, scoperse da un cofanetto giapponese lo scrigno delle gioie, e si mise al collo un magnifico cordone di perle nerastre; per un momento dubitò di insinuare fra i capelli uno spillone incappellato di un grosso diamante, perchè vi brillasse come una stella, poi si pentì. Invece si spruzzò col polverizzatore i ricci sulla fronte di una tenue essenza di fieno.

Era pronta, il cuore cominciava a battere. Allora un senso di pudore la sorprese; il letto disfatto le parve volgarmente sguaiato. Sorridendo seco stessa si pose a rifarlo, forse per la prima volta in vita sua, ma la cosa le riuscì meno facile che sulle prime non avesse immaginato; nel mezzo vi restava sempre una piccola depressione, e l'immensa coperta, ammassandosi sul tappeto, vi faceva molte pieghe antipatiche.

Poi sedette attendendo.

Mancava un'ora a mezzanotte, Loris non poteva mancare.

Ella lo amava perdutamente, giacchè nelle due notti, che Loris era venuto a trovarla in quella camera, aveva finalmente provato l'amore dell'uomo, quel mistero, cui la sua anima anelava da tanti anni attraverso l'orrore della doppia violenza di Topine e del principe. Ella ne rimaneva ancora vibrante. La malata sensibilità del suo temperamento, che poche carezze bastavano a prostrare, le faceva riassaporare dopo, lungamente, l'effimera violenza di quelle gioie, nelle quali le pareva sempre di morire; mentre Loris, bello come un arcangelo, la stringeva furiosamente fra le braccia, o allentava d'un tratto la stretta, vedendola imbiancarsi nel volto colla fisonomia di un agonizzante.

Tatiana era felice; seguirebbe Loris dove e come vorrebbe. La sua posizione col principe era nettissima, perchè anche non amandolo ella lo stimava abbastanza per saperlo incapace di una volgarità e di negarle il divorzio, qualora glielo avesse reclamato. Ma Tatiana non avrebbe mai osato chiedere a Loris di sposarla. Sentiva nella sua anima un immenso segreto, una grandezza, della quale non provava che il freddo anche nei momenti più soavi del loro abbandono. Loris non s'obliava mai. Ella lo credeva nichilista, la più terribile originalità allora conosciuta nella Russia, inorgogliendo generosamente del proprio amore, che potrebbe un giorno farla diventare sua complice.

Colla foga delle anime appassionate Tatiana aveva già rinunciato nell'amore di Loris a tutti i pregiudizi e le abitudini della propria classe per sposare quella rivolta, che aveva inspirato tanti martiri e tanti eroi. L'eccesso medesimo della vendetta, praticata su lei da Loris, le dava le vertigini dell'ammirazione, pensando di che cosa un uomo simile potrebbe essere capace in una guerra. La sua fantasia lo paragonava a Napoleone, alto sui popoli e sui re, con quel profilo di aquila e quel pallore tragico, che nessuna emozione aveva mai potuto alterare. Ella timida e malaticcia, cresciuta come un fiore di serra ed ammirata sino allora come un fiore di salone, era colta alfine dal gran vento della steppa, ed abbandonandovisi colla dolcezza di una paura quasi confidente errava già sotto i cieli frigidi di serenità e sulle pianure scintillanti di neve, mentre le città dileguavano all'orizzonte come una macchia nerastra, e il sole riapparendo all'improvviso la avvolgeva nella pompa dei propri raggi.

Poco prima della mezzanotte accese una candela entro una piccola vaschetta di cristallo, si raccolse la veste in pugno, e discese coraggiosamente.

Per la scaletta di legno, che dall'ultimo gabinetto del suo appartamento comunicava col vestibolo presso le cucine, non incontrò alcuno; tutti i servi erano ritirati, ma incontrandoli avrebbe risposto al loro inchino ossequioso senza dire una parola e senza tremare. Dal vestibolo infilò tre grandi sale, una volta occupate dall'amministrazione, adesso vuote da parecchi anni, quasi senza mobili. Tatiana aveva detto più volte di volerne fare tre saloni da ballo, poichè finivano alla serra, ma nemmeno questa era gran cosa. Si componeva di un rettangolo a vetriate, pieno di piante, senza disegno alcuno di architettura, addossato all'ala del castello come un ripiego posticcio e non bello.

Quando Tatiana v'entrò, il calore della stufa e l'umidità aromatica delle piante le tolse quasi il respiro; istintivamente, parendole per la trasparenza delle vetriate di essere all'aperto, riparò sotto una manica la vaschetta della candela. I sassolini dei viali, fra i vasi, stridevano sotto il suo passo. Tatiana non degnò la serra nemmeno di uno sguardo, non vide alcune piante mostruose, dai rami, che parevano braccia stese verso di lei; non badò ai bagliori bianchi di certi fiori, al silenzio anelante, che opprimeva tutta quella folla vegetale.

Arrivò difilata all'usciolo chiuso dall'interno, e l'aperse.

Loris, nascosto da due ore dietro un grosso abete, entrò con un buffo di aria così rigida che quasi la rovesciò; egli stesso rinchiuse la porticina. Tatiana, senza parlare, risalì alla propria camera. Quella freddezza le era venuta da un subito senso di sconvenienza aristocratica, ricevendo così, a quell'ora e a quel modo, colla viltà di un sotterfugio l'uomo amato.

Ma appena nella propria camera la confidenza le tornò.

Loris aveva la faccia livida e chiazzata pel freddo sofferto; sul bavero della pelliccia il suo alito si era congelato in sottili cristalli. Tatiana gli si appressò, e umiliandosi colla inimitabile grazia della gran dama a fargli da cameriera, gli trasse la pelliccia, che andò quasi a nascondere sopra una sedia dietro l'armadio. Poi lo condusse ad una poltrona, e gli si fermò dinnanzi per attendere un bacio.

L'altro sembrava accigliato.

— Hai chiuso a chiave l'appartamento?

Tatiana sembrò meravigliata.

— Perchè? non verrà, sono libera.

Loris la contemplò senza che lo spettacolo della sua voluttuosa eleganza gli traesse un'onda di sangue al viso. Tatiana sedette, quasi devotamente, davanti a lui.

Loris le prese la mano.

— Perchè sei partito mio Loris? gli domandò accostandogli sempre più la fronte.

— Tu non puoi saperlo, d'altronde non lo capiresti.

— Ma io ti amo; capirò sempre tutto quello che vorrai.

— Adesso non voglio che tu capisca, egli rispose con un sorriso.

Ma Tatiana, che aveva un bisogno insopportabile di abbracciarlo, gli si gettò al collo, quasi mordendolo a più riprese; così seduto egli barcollò sulla poltrona, e per resistere dovette tirarsela sulle ginocchia. Ella felice raggiò.

— Non ami che me, Loris? Non hai mai amato che me, mi amerai sempre?

— Quante cose, bimba mia!

— No, dimmelo subito.

Ma Loris restava aggrondato. Tatiana afflitta si levò dalle sue ginocchia, e si rimise a sedere vicino a lui; una dolorosa umiliazione gli apparve sul volto a quella sua impotenza di donna. Poi Loris riprese:

— Tu credi che non verrà? Verrà.

— Qui! nel mio appartamento? ella replicò con quell'accento altero, che era uno dei fascini della sua bellezza.

Loris accennò di sì col capo.

— No, sono libera. Oggi stesso, dopo che tu eri partito, ce lo siamo reciprocamente ripetuto. Egli non è mio marito: abbiamo associato inutilmente i nostri due nomi, domani possiamo dissociarli.

— Verrà, ti dico. Tu non comprendi la sua passione, egli ti ama sino alla morte.

— Mi ama dunque più di te? ribattè con una interrogazione sfolgorante. Vuoi che vada a chiudere la porta dell'appartamento?

— È inutile.

E ricadde in una meditazione.