Il Nemico, vol. I

Part 7

Chapter 73,682 wordsPublic domain

— Se ti duole di essere battuta, vendicati; i bambini della padrona sono più deboli di te.

E le volse le spalle per mettersi la pelliccia, mentre a questa orribile osservazione Marfa sgranava tanto di occhi, atterrita che egli potesse avere indovinato questa rivincita, alla quale aveva qualche volta pensato.

Il grande corso della città in quell'ora rigurgitava di equipaggi eleganti, cui la mitezza del tramonto sembrava dare nel loro nuovo lusso invernale una freddolosità raffinata: ma soldati, dame e signori, vestiti all'occidentale, avevano talmente l'aria di stranieri fra i caffettani e le burche del popolo, che la differenza di costume diventava quasi differenza di razza. Loris, abbigliato egli pure all'ultima moda, lo sentiva dolorosamente ad ogni incontro di un popolano cercando di leggergli negli sguardi, che nemmeno gli badavano; poi vessato da tutta quella ricchezza deviò verso i quartieri poveri. Infilava a caso i vicoli cupi, dove la gente era più squallida: il fango vi si accumulava colla poltiglia della neve, le case erano tetre; dalle finestre pendevano cenci e dalle porte sboccavano fetori nauseanti. In quelle case vivevano coloro, che davvero componevano la società. Che cosa era in faccia ad essi la minoranza fastosa, ingombrante colle proprie carrozze la grande passeggiata? Tutto era pagato da quei poveri, immondi ed ignari, che vivevano con cavoli fermentati e pesce salato, intorno alla stufa o sopra la stufa. Eppure non ne sembravano tanto infelici!

Loris li osservava con pietà mescolata di sdegno. Dalle bettole prorompevano clamori e canzoni, i ragazzi sgattaiolavano sghignazzando fra le donne, sedotte dall'improvvisa dolcezza dell'aria, che passeggiavano e ciarlavano lentamente; alcune coppie amorose rasentavano i muri facendosi quasi più piccole per passare inosservate. Si vedevano faccie bestiali, malate, truci, stupide, pochissime improntate di dolore, quasi nessuna minacciosa d'ira. Il popolo non soffriva. La miseria era dunque troppo lungi dalla ricchezza per poterla odiare davvero?

Qualche vecchio e qualche bambino domandavano l'elemosina, ma la ricevevano così lieti, pur restando umili, che diventava impossibile compiangerli.

Si era quasi perduto nel dedalo di quelle viuzze, entro le quali l'ombra della sera s'ingolfava come un vento. In molte botteghe s'accendevano già i lumi, cominciava l'altra vita della notte. La gente cresceva, formicolava, ed erano operai che rincasavano, donne che giravano per le ultime provviste, o uscivano dalle chiese o vi entravano per un'ultima preghiera. Già la moltitudine dei ragazzi era ormai scomparsa, mentre le bettole si riempivano di un'altra folla vomitando ubbriachi rissosi e traballanti. Ne vide uno abbracciare una donna che passava, e che lo respinse violentemente con un pugno: l'ubbriaco cadde vociando nella fanghiglia; era un marinaio. Più avanti due uomini altercavano. Improvvisamente si accorse che la sua eleganza attirava occhiate sinistre; fermò il primo fiacchero, e si fece condurre al porto.

Là, molto avanti sulla spiaggia, in faccia al mare nero, che rantolava nell'ombra lasciando una bava biancastra sopra le ultime piccole onde, ricadde nelle meditazioni di prima. Quindi la notte discese su quella bruna immensità e ne soffocò quasi l'uniforme brontolìo delle acque.

Egli si era avanzato lungo il lido per allontanarsi dalle navi gremite nel porto e dalla città, che le fiamme dei fanali punteggiavano luminosamente. Vista dall'alto così immersa nell'oscurità, avrebbe dovuto sembrare un immenso fornello, nel quale ardessero qua e là dei pezzi di carbone. Poi il suo pensiero perdendosi in quella buia immensità fluttuò stancamente sul flusso del mare.

Passarono molte ore.

La sua ultima decisione era stata di non andare all'appuntamento che verso le undici: così avrebbero avuto tutto il tempo per discutere le sue proposte, e quel ritardo li avrebbe meglio disposti a subire il suo ascendente.

Quando si mosse, le undici erano già suonate: si affrettò non volendo però ripensare a ciò che starebbe per accadergli. Quel buio solenne della notte si era fatto anche sul suo spirito, nel quale le passioni non si muovevano più che in fondo, come le acque del mare, senza accento. Il palazzo di Ogareff non era molto lungi; a piedi gli sarebbe occorso mezz'ora per giungervi. Ma improvvisamente gli parve tardi, tornò ad aver fretta. Prese il fiacre.

Suonarono le undici e tre quarti, quando si arrestò al portone.

— Se ne saranno andati, si disse mentalmente senza osare di chiederlo al portinaio.

Invece erano là nella grande sala da pranzo, a tavola, fra le fiamme dei bicchieri e dei discorsi.

Quando il servo venne ad avvisarne Ogareff, questi si alzò esclamando:

— Loris....

Il disordine della tavola e delle faccie non lasciava dubbio sulla condizione degli invitati: la cena finiva al solito in una ubbriacatura. La tovaglia, insudiciata di tutto, spariva quasi sotto piatti, le tazze, i bacili pieni di frutta e di dolci, di sigari e di pipe, delle quali la cenere rimaneva in fanghiglia entro le sottocoppe e nel fondo dei bicchieri. Molte bottiglie, sturate e non sturate, circondavano un immenso samovar d'argento fumante nel mezzo. Dal soffitto pendeva un grosso lampadario di bronzo dorato: la sala tappezzata di una stoffa grigia, coi mobili in quercia scolpita di un disegno severo, non sembrava convenire a quella orgia. Tutti i commensali avevano la faccia convulsa e gli abiti sbottonati: solo Ogareff restava ancora gran signore. La sua bella testa bionda sfolgorava; era seduto presso Olga, che quel chiasso aveva già affaticato.

Ogareff andò incontro a Loris.

— Carlo Moor! gridò il poeta Fedor dal fondo della tavola, tendendogli con mano tremula un bicchiere di grog.

Loris si era arrestato presso la porta: era la stessa assemblea di poche sere prima, non mancava che Lemm, il piccolo ebreo.

— Carlo Moor, il romantico masnadiero di Schiller! ripetè Fedor.

— È questa la vostra risposta a quanto Ogareff e Kriloff debbono avervi comunicato?

— Siamo dunque a rapporto col generale? gridò Ossinskj, cui l'imperiosità di quell'accento offendeva malgrado il primo imbambolimento dell'ebbrezza.

— Non vi è generale dove è impossibile riunire soldati. Voi Ogareff, tu Kriloff, avete esposto tutto il disegno?

Kriloff si alzò per venirgli incontro: non sembrava aver troppo bevuto, eppure barcollava. Ogareff si manteneva in atteggiamento rispettoso.

— Non nascondeste nulla?

— No, risposero simultaneamente.

— Sapevo che avrebbero ricusato.

E fece un passo addietro. Olga lo guardava incantata, Fedor era ricaduto colla testa fra le mani dopo lanciato quel frizzo: Slotkin col viso troppo rosso mormorava fra i denti frasi inintelligibili, Kepskj ancora eccitato dalla violenta discussione con Fedor, che per passionata abitudine di contradizione aveva difeso teoricamente il disegno di Loris, guardava verso la porta al gruppo di Ogareff, di Kriloff e di Loris con un fremito d'impazienza.

Ogareff, persuaso che Loris volesse già ritirarsi, lo invitò colla sua elegante disinvoltura ad appressarsi alla tavola per bere un bicchiere di champagne.

Loris si avanzò: non si leggeva nessuna emozione sulla sua faccia; la sua fronte alta e ripida non aveva una ruga, ma stava troppo eretta, quasi sfidando la tempesta. Un imbarazzo s'aggravò su tutta la sala. Kriloff, a fianco di Loris, aspettava che questi gli si rivolgesse per scusarsi e dir tutto in due parole; Ogareff, che aveva già riempito un bicchiere di champagne, glielo tese:

— Bevete.

— A che cosa? domandò Loris senza sorridere.

— Alla vostra guerra, ribattè Ogareff piccato.

— O alla vostra; una guerra, nella quale si berrebbe sempre champagne, e depose il calice sulla tavola senza averlo appressato alle labbra.

— Ah! disse Ossinskj: voi vorreste dunque rubare e assassinare!

— Sì.

— Bruciare tutti i castelli senza riguardo nè a vecchi nè a bambini! gridò Kepsky.

— Sì.

— Spingere i villaggi alla rivolta, perchè i reggimenti li massacrassero!

— Sì.

Fedor, sollevandosi con uno sforzo, gridò:

— Voi non siete nemmeno Carlo Moor, il nobile masnadiere di Schiller.

Vi fu una sosta: ognuno di questi sì era stato pronunziato colla stessa intonazione.

— E voi, Andrea Petrovich? chiese improvvisamente Loris, rivolgendosi al musicista, che seduto colla fronte appoggiata ad una mano contemplava intontito la scena, e non rispose. Tu Kriloff? Voi Ogareff?

— Se la guerra scoppierà, questi rispose guardandolo fieramente, verrò a servire sotto i vostri ordini, ma al campo.

— Sareste un bel capitano; dovrò ricordarmi di spedirvi prima il modello dell'uniforme, che sarà adottato. In una guerra tutto deve essere regolare.

Poi arretrando di un passo:

— E ora ho l'onore di salutarvi. Voi conoscete il mio segreto: potreste tradirlo, io non ho il vostro.... Ossinskj diede un balzo sulla sedia, ma Loris lo fermò con un gesto. Non so se la vostra morale vi permetta di serbare il segreto sui disegni di un uomo che, disponendosi ad assalire la società con tutte le armi, durante la guerra ignorerà sempre che cosa possano significare furto ed assassinio contro il nemico. Non lo so, non ve lo domando, seguitò alteramente. La rivoluzione vi costringerà presto a decidervi; sarete con essa o contro di essa. In ogni caso siamo ancora in tempo per dividerci coi saluti cavallereschi degli antichi tornei.

— Signorina.... si rivolse ad Olga, cui non avea ancora guardato durante quella scena, e le fece un inchino di commiato.

Ella si sentì un groppo di pianto alla gola, e non seppe rispondergli nemmeno accennando del capo.

— Signori, ripetè salutandoli in giro.

Tutti si sentirono sul volto la sua ironia come un vento glaciale.

— Dove andate? gridò Fedor, che non aveva capito il significato delle ultime parole.

— Nel popolo.

— L'idea di Cristo e di Tolstoi, balbettò il poeta.

— Sì, potè finalmente esclamare Olga Petrovna: verrò con voi nel popolo, se mi accettate.

Loris le si volse.

— Io vi credo, ella proseguì come colpita da subita luce.

— Tu, Olga...! la interruppe brutalmente Ossinskj con un gesto da avvinazzato: ti piace Loris? È il solo di noi che tu non abbia avuto. Va, Maddalena.

Le guancie di Olga divennero di porpora, poi di marmo: parve che vacillasse. Infatti le sue piccole mani si raggricchiarono sulla tovaglia.

— L'amore è libero, borbottò Ossinskj; hai ragione, Maddalena.

Olga lo fissò con un corruccio di donna, che non perdonerà più; poi guardò Ogareff, gli altri, e si scostò risoluta dalla tavola.

Ogareff le si appressò.

— Me ne vado: qui s'insultano le donne.

— Non ci sono più donne: tutti uguali, insistè Ossinskj; l'amore libero ha pareggiato i sessi. Avete ragione, Olga, e voi, Loris,... Buona notte a tutti e due.

E ricadde sulla seggiola rovesciandosi sui calzoni il bicchiere di grog, che teneva brandito nella sinistra.

Olga era già alla porta; Ogareff si slanciò per fermarla.

— Lasciatemi uscire, ella gli disse fieramente.

L'altro rimase interdetto.

Loris, che quella scena aveva meravigliato, lo consultò con un'occhiata.

— Capricci di donna! forse ritornerà, gli rispose Ogareff.

Loris salutò tutti con un ultimo inchino, ed uscì chiudendosi dietro la porta.

Raggiunse Olga nella strada deserta.

— Volete il mio braccio per ritornare a casa? le disse con perfetta cortesia.

Ella lo guardò incantata. Tanta padronanza di sè dopo quella scena, della quale conosceva tutta l'importanza avendo assistito alle comunicazioni di Kriloff e alla tempesta che n'era seguita, finì di soggiogarla: chinò modestamente la testa, ed arrossendo sotto il velo del berretto, che si era già abbassato sul volto per schernirsi dal freddo della notte, rispose volgarmente:

— Sarebbe troppo incomodo, signore.

— Se non è che questo, accettate dunque il mio braccio.

Proseguirono qualche tempo in silenzio, poi Loris le chiese coll'accento più tranquillo come il suo disegno fosse stato discusso. Olga tremava; gli raccontò tutta la scena: prima Kriloff, poi Ogareff avevano svolto il suo disegno di rivoluzione. Era stato un tolle generale. Ossinskj aveva chiesto improvvisamente chi fosse Loris: dicevano tutti di averlo conosciuto solamente quella sera in casa di Andrea Petrovich; Slotkin e Kriloff avevano dichiarato la loro amicizia con lui, accusandolo di stravaganza nei concetti rivoluzionari. Fedor aveva cercato, al solito, di aizzare la discussione dandosi l'aria di sostenere quella nuova guerra, ma si conoscevano Fedor e le sue declamazioni. Kepsky era scattato; solo Andrea Petrovich era rimasto meditabondo in silenzio, forse approvando nel proprio segreto; egli era un mistico dell'arte.

— Se ci fosse stato Lemm, proruppe Olga sollevandogli gli occhi in viso, vi avrebbe sostenuto.

— Lo conoscete bene?

— È un uomo senza sentimento.

Loris sorrise all'accento, col quale Olga aveva pronunciato questa definizione esprimendo tutta la propria antipatia per Lemm, e nullameno vantandolo ora perchè avrebbe convenuto nel disegno di Loris.

Questi le fece allora qualche complimento, poi suo malgrado ritornò sul discorso. Olga gli narrò quanto sapeva sul conto di tutti, senza rancore, con un abbandono di sincerità, nella quale si sentiva tutto il rispetto incondizionato, che le inspirava Loris. Quel gruppo era una delle mille arcadie, che pullulavano in ogni centro intellettuale russo; tutti gli studenti erano fanatici di rivoluzione o d'imperialismo. Kriloff e Slotkin solo avevano contatto coi veri nichilisti; gli altri passavano il tempo a teorizzare ogni qual volta si trovavano riuniti.

Il più generoso di tutti, il più capace di qualche risoluzione rivoluzionaria, era Ogareff.

— Un gentiluomo! le sfuggì.

— Ebbene, voi mi avete difeso, io vi accompagno: due piccoli servigi, che non ci frutteranno reciprocamente gran cosa. Ma, scusate, mi pare che allunghiamo la strada, disse Loris che, dandole il braccio, si lasciava guidare da lei.

Olga tremò e voltò a sinistra. Quando furono dinanzi alla sua porta, Loris ritrasse il braccio per lasciarla suonare il campanello. La strada era deserta: il rumore di una porta all'interno li avvertì che il dwornik aveva inteso la chiamata.

— Abitate al secondo piano?

Olga non potè rispondere; d'un tratto colla voce grossa:

— Partirete subito? domandò.

— Forse!

— Non vedrete più alcuno qui, prima?

Il dwornik aveva aperto.

— A che pro? Buona notte, bella Olga, le disse amabilmente, mentre ella entrava tenendo la testa rivolta verso di lui.

IV.

La mattina seguente Olga Petrovna si levò di pessimo umore, e vestitasi in fretta da sola, giacchè in casa non aveva serva, uscì per visitare un'ammalata. Aveva la bocca pastosa e gli occhi pesti. Mai come in quel mattino aveva provato il peso della propria professione, che in principio l'aveva fatta tanto insuperbire. Non aveva nè molta clientela nè molto ricca; doveva correre tutto il giorno senza riuscire sempre a guadagnare abbastanza da mantenere decentemente sè stessa e la madre. Il popolo aveva poca fiducia nelle dottoresse, la borghesia restava diffidente malgrado il largo moto di emancipazione femminile iniziatosi nei libri, e dai libri propagatosi ai costumi delle classi più studiose: l'aristocrazia si serviva di medici illustri proteggendoli specialmente se stranieri.

Si sapeva che quasi tutte le dottoresse erano nichiliste; agli inconvenienti di una professione, inadatta alla natura femminile, s'aggiungevano quindi le difficoltà politiche e le stravaganze rivoluzionarie. Le donne nichiliste, costrette la maggior parte ad emigrare in Svizzera per addottorarsi, ne ritornavano paradossali di empietà; quasi tutte portavano gli occhiali e i capelli corti, con certi vestiti di una trascuratezza spinta talvolta oltre la volgarità, affettando modi e costumi cinicamente maschili. Se questo concorreva a precisare la modernità del loro tipo, non procurava loro nelle masse nè molta simpatia, nè abbastanza stima.

Olga aveva dovuto constatarlo più volte con dolore.

Sbollita quella prima effervescenza rivoluzionaria, durante la quale si era precipitata nelle nuove idee come in un abisso, la sua mite e affettuosa natura aveva ripreso presto il sopravvento: non osava confessarlo interamente neppure a sè stessa, e nullameno una critica minuta ed assidua le saliva dal cuore malcontento a distruggere tutte le opinioni rivoluzionarie, entro le quali aveva composto il disegno della propria vita. La mascolinità dell'educazione aveva in lei falsificato la donna senza degradarla, giacchè il suo cinismo era rimasto piuttosto d'intelletto che di sentimento. Quindi, cedendo a molti compagni, li aveva scelti solo per la superbia materialista di mostrarsi superiore a tutte le vecchie leggi dell'onestà femminile. Ma quel libertinaggio, più brutale di ogni altro appunto per la dialettica scientifica che lo accompagnava, non aveva esaurita la gioconda spontaneità e la vivace esuberanza della giovinezza, che trionfa a forza di poesia di tutte le proprie vergogne. Olga ne soffriva. La vita cominciava ad apparirle sotto l'aspetto terribile della sua immutabilità nelle funzioni e nelle gerarchie; tutto quanto ella aveva giovanilmente negato, credendo così di distruggerlo, rimaneva inalterato intorno ad essa oltre la potenza visiva del suo pensiero; la rivoluzione era ancora di là da venire, lenta, difficile e tanto indeterminata che non se ne vedevano neppure le masse incerte e fluttuanti all'orizzonte. Ciò che aveva sofferto e vedeva soffrire tutti i giorni la manteneva nella fede alla necessità di una rivoluzione; ma se il malcontento per gli inevitabili contatti della vita aggiungendosi all'altro nel quale era cresciuta, sola colla mamma, povere, chiuse nel dolore del padre giustiziato e in un odio sublime di assurdità e di costanza contro lo Czar, acuiva in lei il bisogno di una riparazione, invece il senno e l'esperienza quotidiana le insinuavano nell'animo un amaro scetticismo di tutto e di tutti. Spesso il sogno della rivoluzione, eccitato dalle escandescenze paradossali de' suoi giovani compagni, si confondeva in un'aspirazione di sacrificio: una desolata stanchezza morale le faceva desiderare i rischi di un complotto per morirvi, mentre una subita puntura all'orgoglio le ravvivava l'odio rivoluzionario succhiato ai discorsi della mamma e al settario costume delle università.

L'ultima avventura del povero Rodion, e quell'incontro con Loris l'avevano singolarmente sconvolta.

Da molti anni il vecchio partito nichilista le sembrava in decadenza; la sua dialettica finiva alla rettorica, la sua terribilità impallidiva nel ridicolo: non più un attentato capace di commuovere il pubblico spaventando il nemico, non un moto veramente politico, non un accenno ad una idea novella. Loris le si era improvvisamente rivelato come una nuova onnipotenza rivoluzionaria, così che lo sentiva meglio che non lo intendesse. Quella sua guerra senza pietà e senza misura, le dava le vertigini, pensando che egli era un giovane di venticinque anni, bello, elegante, rigido come una statua, dagli occhi verdi come il mare in certi giorni e in certi punti, dalla voce metallica, senz'altra passione che l'odio millenario di tutti coloro che soffrivano, e altra idea che la loro vendetta. Le era sembrato un eroe come nessun romanziere, di quelli che avevano cercato di raffigurare la rivoluzione, era riuscito ancora ad immaginare, e nessuno dei cento processi, ove tanti intrepidi erano periti, aveva rivelato.

Tornando a casa sulle undici per la colazione riandava nel pensiero la breve conversazione con lui nella notte. Bisognava che egli fosse ben forte per essere rimasto così cortese con lei in quel momento.

A casa la mamma Sofia Semenowna l'accolse al solito brontolando.

Viveva sola con lei in un appartamentino composto di un salotto, nel quale Olga riceveva i pochi clienti, e due camere da letto: dietro quella della mamma uno stambugietto serviva da cucina. La mamma faceva da cuoca, una donna veniva dalle due alle quattro di ogni pomeriggio per i servigi più bassi. Era una povera famiglia, della quale Olga doveva fare tutte le spese. La mamma vivendo sempre sola aveva finalmente preso il vizio di ubbriacarsi, mentre l'amore al marito giustiziato le si era mutato in monomania: ne parlava ad ogni proposito, assiduamente. Poi era avara; avrebbe voluto che Olga guadagnasse molto e le desse tutto il danaro: le rinfacciava sovente i sacrifici fatti per mantenerla a scuola, sebbene non fossero stati troppi, giacchè avevano potuto vendere la casa del babbo, unico loro patrimonio, sopperendo così a tutto senza che il loro povero sostentamento peggiorasse. Olga era figlia di un sellaio, la mamma era nata da meschini falegnami. L'educazione di Olga era stata per Sofia Semenowna un'idea del padre, eseguita per devozione e con segreti intendimenti di speculazione.

Una dottoressa avrebbe sempre guadagnato più di un'operaia.

Quella mattina mamma e figlia si bisticciarono più acremente.

— Il sarto Opernaumoff ti ha pagato? quella le disse sul viso aprendole la porta.

— No, rispose l'altra seccamente voltandole le spalle per entrare nella propria stanza.

La mamma ve la seguì. La camera di Olga sembrava una camera da uomo; era semplice sino alla povertà. Dove avrebbe dovuto esservi l'armadio delle sacre immagini, v'era una scansia di libri; da un attaccapanni pendevano alcune sottane; la specchiera non aveva dinanzi nè vasetti, nè barattoli.

Una piccola busta di ferri chirurgici era aperta sopra un tavolo ingombro di libri presso la finestra.

Un ritratto grande di Wirchow in litografia dominava sul letto.

Sofia Semenowna era corta e grassa, coi capelli bianchi e i denti gialli: le sue guancie floscie avevano il colore che solo le carceri sembrano dare. Quella vita fra quattro mura le aveva fatto una fisonomia di cera, che gli eccessi del bere avevano macchiato di chiazze livide. I suoi occhi grossi tiravano al giallo per la malattia di fegato, frequente nei bevitori.

— Non hai riportato un kopek da tutte le tue visite: sei dunque uscita per spassartela con qualcuno de' tuoi colleghi? le disse cinicamente nella schiena, mentre Olga si levava il mantello.

L'altra si contentò di alzare le spalle.

— È venuto qualcuno a cercarmi?

— Chi doveva venire? Bisogna sapere condursi per avere dei clienti.

— Se ne avessi, voi li disgustereste col modo di riceverli.

— Ah! sono io, ribattè alzando la voce rauca; non hai saputo nemmeno guadagnarti il posto di assistente all'ospedale; curi solo la canaglia, che non ti paga. Perchè hai ricusata la cura di Teresa Paulowna? Suo marito, il mercante, è ricco.

— Lo sapete pure quello che Teresa è sempre andata dicendo di me: per la sua malattia non vi sono rimedi, non si può nemmeno più tentare l'estirpazione. Smettiamola dunque. Avete preparata la colazione?

— Con che cosa?

Olga si volse indispettita:

— Vi ho dato otto rubli al principio della settimana: ve li sarete bevuti o li tenete nascosti.

— Io!

— Voi, sì: me ne vado. Se qualcuno viene a cercarmi, ditegli di aspettare. Quanto a voi, aggiunse con sorriso sprezzante rimettendosi il mantello, farete colazione come vorrete.

— Ma non ho denari. Come si fa a vivere con quello che mi dai per la casa? Tu spendi tutto nei vestiti e nelle cene coi tuoi amici.

Olga, senza rispondere, si disponeva ad uscire. Il suo volto era più stanco che sdegnato: la mamma le girava intorno come per chiederle qualche cosa, ma l'altra era già nel salotto, quando fu picchiato alla porta.

— Andate ad aprire, disse Olga rientrando nella propria camera.

Era Loris. Olga riconoscendolo alla voce provò un'emozione così violenta che dovette appoggiarsi al tavolo: la mamma, che alla vista di quel magnifico signore era ridiventata istantaneamente mansueta, si affacciò all'uscio dicendole dolcemente:

— Olga, un signore.

Loris vestiva un abito elegantissimo da mattina, di taglio inglese. Olga gli venne incontro, senza essersi tolto nè il mantello nè il berretto.