Il Nemico, vol. I

Part 6

Chapter 63,680 wordsPublic domain

Si fidavano dunque di lui? Sapevano già del suo disegno? Avevano valutato l'energia del suo carattere incapace di tradire in qualunque più tragica circostanza? Subitamente questa loro superiorità lo avvilì. Aveva creduto far pompa di molto ingegno presentandosi solo e come alleato, mentre invece sapevano già tutto, e lo avevano ricevuto.... perchè? Perchè? se conoscendo le sue idee le disprezzavano? Era da parte loro una superbia maggiore, o una lunga esperienza li aveva finalmente persuasi di mutare la lotta di setta in guerra di partito? Le ultime parole del presidente gli sferzavano ancora le orecchie come una corda di _hnut_. «Voi non siete che un mezzo letterato, uno di quei tanti artisti costretti di creare a sè medesimi la parte di un personaggio, che non sanno obbiettivare nell'arte.» Perchè chiedere quel colloquio? Egli pure aveva fatto dell'accademia drappeggiandosi nelle frasi; per uno scatto della vanità ferita aveva persino confessato di aver barato al giuoco, attirandosi da quel vecchio un freddo rabbuffo.

In queste meditazioni Loris diventava sempre più scontento di sè accorgendosi di non conoscere ancora abbastanza gli uomini per saperli maneggiare. Per un generale e per un uomo di stato non vi poteva essere difetto maggiore; la sua era dialettica di libro, visione di sistema, abilità scenica, che si perdeva nell'ammirazione dei propri effetti.

Non potè star sdraiato: si alzò, passeggiò nervosamente per la stanza. Era solo, non aveva nessuno al mondo. Dopo un quarto d'ora si trovò appoggiato ai vetri della finestra, guardando giù nella strada senza vederla. Gli era sembrato di essere in una solitudine senza confine e senza forma, solo colla propria idea, come un naufrago aggrappato ad una tavola sul mare inerte e sotto il cielo vuoto. Pensò ai grandi abbandonati, a Cristo sul Golgota, a Prometeo sul Caucaso, a Napoleone a Sant'Elena, a coloro periti sconosciuti nei deserti del pensiero e ritrovati poi dalla critica tanti secoli dopo; ai viaggiatori morti ignorati dalla patria, che avevano abbandonato e dai popoli che avevano scoperto; pensò alla morte di Bazaroff, improvvisa, accidentale, assurda, e alla sprezzante, quasi muta, protesta del suo spirito dinanzi ad essa: pensò all'isolamento di Raskolnikoff in Siberia, e al suo rammollimento d'amore per Sonia, la nuova Maddalena; idillio grottesco spuntato da un ignobile dramma come un fungo da un corpo fradicio. Si sentiva solo, dimenticato, dimentico egli pure. Per lottare bisognava essere fuso con altri, perchè solamente così si poteva dominare la loro volontà. Egli invece era vissuto sempre solo, non si era mosso, non aveva agito che nel proprio pensiero.

Una smania gli esasperava tutti i muscoli: avrebbe gridato per riempire colla propria voce quella camera, della quale il silenzio era senza misura. Ah! Almeno aveva ucciso quella spia: era un fatto, lo aveva ucciso tosto, bene, senza che nessuno lo sapesse ancora, e nessuno potesse mai saperlo. Ma così ricadeva nel difetto della vecchia scuola nichilista. Invece bisognava uccidere all'aperto, colla rivolta, fuggire magari, ma per ripresentarsi domani perchè tutto il mondo lo sapesse e potesse interessarsene. Solo in tal modo si compiono le rivoluzioni; il resto era letteratura, quella letteratura, che il presidente gli aveva rinfacciato, e per la quale sentiva da tanti anni un odio pieno di disprezzo.

Però la sua volontà si ostinava. Dalla vita passata gli tornava nella coscienza un orgoglio caldo perchè il suo pensiero appena divenuto abbastanza forte per ripiegarsi sopra sè medesimo aveva giurato guerra mortale alla società. Di questo sentimento e di questa idea era vissuto sino allora. L'abitudine di decomporre uomini ed avvenimenti gli rendeva ora più facile l'esame di quel colloquio col Comitato Esecutivo. Se lo avevano ricevuto da pari a pari, credevano dunque alla sua potenzialità se non alla sua potenza, altrimenti perchè lo avrebbero ricevuto? Loris si ricordava l'involontario rispetto e la prudente riserva, che aveva sempre ispirato a quanti aveva conosciuto. Nessuno lo aveva mai preso per un giovane come gli altri, ebbro della giovinezza della vita. Era vissuto solitario come il Mady, l'ultimo profeta maomettano d'Africa, preparandosi nel deserto a domare la società con un'idea. Inconsciamente i giovani lo avevano sempre accettato per capo, quantunque non dividesse alcuna delle loro passioni; le donne invece lo guardavano curiosamente evitandolo. Sebbene bello, non era mai stato simpatico, e il suo orgoglio se ne compiaceva.

Loris non amava abbastanza la vita per amare l'amore, che moltiplica i bambini senza un pensiero di quanto dovranno soffrire in una società, ove i pochi posti buoni sono già presi. Egli era vissuto altrove, più alto. Gli uomini gl'ispiravano un disprezzo inesauribile, giacchè per vivere si rassegnavano a tutte le bassezze divertendosi quasi egualmente in ogni condizione. A questi uomini egli era apparso sempre come un essere diverso, mentre i pochi, che l'avevano seguito qualche tempo collo spirito, si erano convinti anche maggiormente della sua eccezionalità. Da questo egli deduceva la propria predestinazione poichè, come tutti coloro che vivono di una sola idea, era arrivato a fondervi tutta la vita.

Ora lo scisma coi capi nichilisti lo rendeva capo al pari di loro; un qualunque atto di rivolta li avrebbe costretti a sottomettersi nelle file del suo nuovo partito. Quel primo gruppo di studenti, ritrovato a Pietroburgo era di buon augurio.

Slotkin e Kriloff, antichi compagni d'università, si erano mantenuti pari alle promesse politiche di allora; quella piccola assemblea in casa di Andrea Petrovich, raccolta a discutere sul come salvare Rodion abbandonato dal Comitato Esecutivo, sarebbe il primo nocciuolo della rivoluzione: nessuno di essi credeva più al vecchio nichilismo, pure ostinandosi nella necessità della lotta contro lo Czar. Era bastato a Loris presentarsi in mezzo a loro per dominarli; con essi ne troverebbe altri per iniziare presto una campagna. Agire, agire sempre, magari male, ma agire.

Loris passeggiò a lungo per la stanza: il suo volto era tornato rigido nell'imperiosità del comando, così che passando dinanzi allo specchio si ammirò.

Poi si gettò sul divano.

Poco dopo dormiva. La candela ardeva sul tavolo presso l'astuccio nero del pugnaletto, dal quale l'oscillazione della fiamma traeva ogni tanto qualche bagliore.

La mattina si svegliò calmo: uscì presto ed entrò in un caffè per leggere nei giornali il racconto del cadavere trovato in quella strada. Con sua grande meraviglia i giornali non ne parlavano. La polizia era dunque abbastanza abile per tacere l'accaduto, cercando di venirne così a capo più facilmente. L'aspetto mattinale della città lo impressionò vivamente: tutti i negozi si aprivano, la gente scendeva nelle strade frettolosa, ognuno preoccupato del proprio problema segreto; pochi fiaccheri giravano, mentre un vento tiepido fondeva la poca neve mutandola in fanghiglia. La città non aveva ancora la propria fisonomia di lusso, persino la vigilanza delle guardie vi sembrava rilassata. Loris ne esaminò parecchie: girellavano oziando, come incaricate di facilitare il viavai della gente, che si disponeva a lavorare allegramente; si vedevano pochi poveri e meno accattoni. L'immenso dolore russo, che egli sentiva nell'animo, non sembrava noto ad alcuno. La vita ricominciava colla solita tranquilla operosità.

Gli avvenimenti della notte gli ritornarono alla mente, quasi inintelligibili. Dove era la rivoluzione? Con chi fare una rivoluzione? Si vide dinanzi la giornata vuota; era senza impiego, senza parenti, senza amici. Gli mancava l'occupazione quotidiana, l'esercizio normale dell'esistenza. Tornò a casa, ma non seppe rimanervi: quindi andò in cerca di Kriloff; questi, gli disse il dwornik, era uscito.

Allora prese un fiacre, ripassò per la strada, ove aveva ucciso quella spia, nell'altra, ove era la casa misteriosa del Comitato; percorse due o tre volte l'immenso stradone lungo la Newa. Il fiume era torbido ma calmo, pieno di barche, brulicante di uomini che lavoravano. Le finestre e i balconi signorili si schiudevano; la giornata sarebbe splendida, col sole scintillante.

Si fece condurre al porto: v'erano molti legni da guerra, enormi, onnipotenti.

Il malessere gli cresceva. Discese per stancarsi a piedi, poi credendo di aver fame, malgrado l'eleganza dei propri abiti entrò in una bettola per far colazione. Molti popolani vi bevevano dell'acquavite e mangiavano del pesce. La vista di un signore li mise in curiosità, fors'anco in sospetto. Dovette uscire dopo avere inghiottito un bicchiere di pessimo kvass. Egli non sapeva dunque affratellarsi col popolo? Questo pensiero lo ferì richiamandogli alla memoria le ultime terribili parole del presidente.

Poi s'imbattè in Lemm. Il piccolo ebreo era sempre così mal vestito, annegato entro la giacca troppo larga, dalla quale il suo viso da faina sorgeva con sinistra comicità. Camminava così frettolosamente che Loris non osò fermarlo.

Dovette ritornar solo a casa per attendervi Kriloff e Ogareff.

Si presentarono gravi: Ogareff dopo le confidenze di Kriloff si manteneva in sussiego; nullameno, quando Loris gli espose tutto l'accaduto, il suo sangue giovane rifermentò.

— Ora tocca a noi agire, concluse Loris.

Ogareff approvò col capo; il difficile stava nel trovarne il modo. Per una rivolta occorreva un centro ed un nucleo, ma l'ostilità dei vecchi nichilisti, combinata colle persecuzioni della polizia, raddoppiava pericoli e difficoltà. Ogareff accettava con entusiasmo l'idea di una rivoluzione per capitanare una banda: parlò delle proprie terre, ma non credeva nè ai propri mugiks nè a quelli dei comuni, ove le sue terre erano incastrate. Il suo disprezzo per i mugiks era assoluto: avrebbe preferito reclutare gente fra gli operai di città, meglio capaci d'intendere la rivoluzione. Loris invece insisteva nel disegno di una rivolta campagnuola: solamente questa in Russia poteva essere vera. Il problema era d'aiutarla con armi e danaro, facendola trascendere così che nessuno, entratovi, potesse più uscirne.

La prima necessità era dunque di abbandonare Pietroburgo, e percorrere gli altri governi per trovarvi un focolare, sul quale soffiare. Loris domandò quanti giovani si raccozzerebbero a Pietroburgo, abbastanza forti per mettersi a questa impresa: bisognava fonderli in una nuova società, non averne molti, ma sicuri. Di quelli, che Loris aveva trovato in casa di Andrea Petrovich, non uno era da scartare: si poteva riposare tranquilli sulla loro fede, se non che erano poveri. A questo avrebbero parato i primi 150,000 rubli di Loris.

Udendo questa cifra, Ogareff ebbe un sorriso stentato.

Loris, che se ne accorse, gli tese la mano.

L'altro non comprese.

— Ogareff, disse Loris con calma severa ma senza minaccia, se i pregiudizi della vostra nascita vi fanno credere che io sia un ladro, siamo ancora in tempo per separarci. Noi siamo per tentare una rivoluzione unica nella storia russa: tutto è permesso, perchè tutto deve essere rinnovato. Io ho già rubato al giuoco ed uccisa una spia; sono pronto a tutto.

Ogareff gli strinse la mano.

— Scusate, Loris; vi ammiro, ma confesso francamente che non lo avrei fatto. Comprendo che abbiate uccisa quella spia, guai se non l'aveste fatto! era vita per vita. Quanto al giuoco... e si fermò.

— L'onore convenzionale del gentiluomo vi toglie di comprendere questa suprema necessità del furto; eppure la società, che noi vogliamo rovesciare, non ha altra base.

— Ve lo accordo: non parliamone più, aggiunse con sorriso simpatico. Mi perdonerete la mia debolezza, ne abbiamo tutti.

Proseguirono a discutere.

Il disegno di Loris era di un'abbagliante semplicità. I contadini russi sono da cinquantaquattro milioni sopra una popolazione di cento, ma in quest'ultima cifra sono comprese tutte le nazionalità non russe, che compongono l'impero: la popolazione russa è dunque agricola per tre quarti. Le città sono scarse, ad immense distanze, con pochissima vita industriale e meno importanza civile: mancano le classi medie. Il mugik e lo Czar, il mir e l'autocrazia, ecco la Russia. Sino a ieri tutti i nichilisti avevano agito nel nome e collo spirito della nuova borghesia, educata all'università, per ribellarsi contro la burocrazia dell'impero; se il programma nichilista era tutto pieno di idee socialistiche, la sua passione segreta ed inconfessabile era la bramosia del potere nell'impero, altrimenti il nichilismo non avrebbe fatto falsa strada. Il vero nemico non era dunque lo Czar, emblema religioso e politico assolutamente vuoto, dentro il quale comandava l'antica aristocrazia dei Boiari e quella nuova dello tckin. Poichè la necessità delle riforme si era così rivelata ad Alessandro II, il migliore di tutti gli Czar, da persuadergli colla emancipazione dei servi l'istituto dei giurati e molti altri tentativi di riorganizzazione dei comuni e delle provincie, bisognava spingere la sua opera agli ultimi confini della logica rendendo ai contadini le terre rimaste dei signori, abrogando il riscatto dovuto a questi e compiendo con un atto solo l'emancipazione, che non sarebbe ultimata se non nella seconda metà del secolo venturo. Invece di attaccare lo Czar, nella fede del quale l'anima dei mugiks era incrollabile, si doveva dipingerlo come vittima dell'aristocrazia per scatenare contro di essa l'odio della plebe: anzitutto giovarsi dei mir suggerendo loro di non pagare le quote di riscatto per le terre ricevute, e persuadendo ai contadini delle altre di cedere ai mir i ricolti dei padroni. Questi per esigere le rendite scenderebbero a tutte le angherie, ma i poveri sarebbero allora anche più vessati e più facilmente insorgerebbero. In ogni comune l'unico letterato era lo scrivano, il pisar, sempre uno spostato e quindi un rivoluzionario, succeduto nell'importanza all'antico signore: il pope, non mai ben trattato dall'aristocrazia, per lo stesso sentimento di odio e di avarizia sarebbe colla rivoluzione. Quindi servirsi di tutte le rivalità nazionali aiutando qualunque moto d'indipendenza, non pubblicare nè programmi nè proclami socialisti, agire sui maggiori punti possibili, con tutti i mezzi, sotto ogni nome. Le prime armi sarebbero da caccia, poi l'Inghilterra ne fornirebbe altre. Che il gallo rosso dell'incendio, come lo chiamano i mugiks, si alzasse svolazzando su tutti i castelli dei signori, e le campagne diverrebbero presto libere; impossibile al governo difendere la scarsa aristocrazia disseminata a grandi distanze, mentre tutto lo sforzo della polizia si condenserebbe alla capitale per salvaguardare lo Czar dai nichilisti. Laonde bisognava lasciare costoro alla vanità dei loro attentati, mentre si purgherebbero le campagne dai signori. Appena i mugiks credessero alla possibilità d'impossessarsi delle altre terre, la rivoluzione diverrebbe irresistibile. Il solo proclama necessario era un falso uchase dello Czar, che cedesse loro il resto dei terreni: molti credevano già ingenuamente che lo Czar lo avesse spedito ai governatori, ma che questi nel proprio interesse lo tenessero segreto. Bisognava insorgere al grido di viva il mir e lo Czar: patriziato e borghesia, presi fra due fuochi, non saprebbero resistere. I reggimenti, composti di mugiks e comandati da una uffizialità di signori, non sarebbero efficaci nella repressione: basterebbe l'esempio di un battaglione, che uccidesse il proprio colonnello, per rendere pensosi tutti gli altri.

Il volto di Loris era diventato livido.

— Ci batteremo per bande: è facile; le campagne sono piene di vagabondi e di ladri, che aspettano un segnale. Essi cominceranno l'incendio dei castelli; i contadini sulle prime non oserebbero, ma, scomparso il padrone, disubbidiranno subito all'intendente, che si associerà loro per dipingere al signore come impossibile ogni ritorno. Tutti i popoli simpatizzarono sempre coi masnadieri: bastò a questi avere qualche volta preso la difesa di un povero per accapararsi tutte le simpatie e diventare leggendari. Quando tutte le terre apparteranno ai mir, il comunismo in Russia avrà trionfato: quindi cogli artel, queste vecchie confraternite di arti e di mestieri, applicheremo il collettivismo. Lasciate all'Occidente, disceso da altre civiltà, studiare un'altra riforma e un altro socialismo. Il nemico è nelle alte classi; bisogna usare verso di esse come gl'inglesi trattano ancora gl'indigeni d'America. Se gli storici borghesi vantano oggi il modo col quale Ivano il Terribile trattò i Boiari, i futuri storici popolani esalteranno la maniera colla quale noi avremo soppresso i borghesi. Sarà una guerra fratricida come quella che Cristo annunziò senza ardire di accenderle, e che Giuda avrebbe voluto. Giuda, ecco il nostro eroe, il traditore di Dio. Bisogna svestirsi di ogni scrupolo; non vi è più nè furto nè assassinio contro il nemico. Ah l'onore del gentiluomo e del soldato! Ammazzare un signore, che schiaccia un villaggio, è assassinio, mentre distruggere un popolo è eroismo....

— Bisognerà dunque rubare ed assassinare? esclamò Ogareff.

— La rivoluzione è inesorabile. Da principio ci divideremo: i più abili fra noi si spargeranno fra i comuni per sobillare i contadini; i più coraggiosi raccozzeranno le bande. Tutti i nemici della società attuale saranno i nostri amici. Ogni mugik possiede un cavallo ed un fucile, ecco una cavalleria pronta a riunirsi e a disperdersi; abbiamo la steppa e la foresta, due immensità: la neve è per noi contro i soldati, l'inverno dura tre quarti dell'anno. Avventare il popolo sulle alte classi, ubbriacarlo, avvelenarlo perchè si vendichi e distrugga, ecco tutto. Accettate Dio e lo Czar, tutte le maschere divine ed umane, rispettate tutte le superstizioni, di cui il popolo ha bisogno per credere di aver ragione. L'assurdo è sempre stato il processo della storia.

Una collera demente dava al suo sguardo verde una fissazione spaventosa, mentre agli angoli della bocca sottile due rughe profonde gli disegnavano un sogghigno marmoreo di sfinge. Ogareff e Kriloff lo guardavano stupiti meno ancora per le formule selvaggie della sua rivoluzione, oramai volgari nei discorsi e nei libri, che per l'accento col quale dava ad esse la verità di un fatto già compiuto. Il poeta Fedor non aveva che la fantasia dell'odio, Loris ne era più che la passione.

— Uccidere uno Czar! Non hanno ancora compreso che ogni signore è Czar.

E si gettò sopra una sedia.

— Voi non mi credete, esclamò dopo una pausa.

Kriloff stava per rispondere, ma Ogareff lo prevenne.

— Debbo stasera radunare a casa mia gli amici? Lo volete? e la sua voce, benchè risoluta, aveva un tremito.

— Verranno?

— So dove trovarli. Il pretesto sarà ancora l'opera di Andrea Petrovich.

Loris sentiva una difficoltà segreta in quella adesione così pronta di Ogareff.

— Tu pure Kriloff?

— Lo sai bene, credo poco al socialismo; il tuo disegno....

— È il solo.

Kriloff non finì la risposta.

Allora Ogareff, alzandosi, nervosamente disse:

— Vi attenderemo a casa mia sulle nove.

— Spiegate loro tutto, voi m'avete compreso: questa notte getteremo le basi del partito. Ah! non mi credete dunque? ripetè leggendogli il dubbio negli occhi.

— Sentirete gli altri.

Quando furono in strada, si guardarono simultaneamente.

— Eppure non è pazzo, rispose Kriloff alla muta interrogazione dell'amico.

— Allora: viva Tutceff! esclamò Ogareff già tornato, in quell'aria tiepida, di buon umore; e ne declamò i due versi famosi:

Non si capisce la Russia colla ragione Non si può che credere alla Russia.

Quindi si divisero per andare entrambi alla ricerca degli amici, ma l'impressione di quel colloquio cresceva in loro. Come tutti i giovani abituati a galvanizzarsi colla rettorica, provavano ora un malessere improvviso al contatto di quella realtà, sulla quale si erano divertiti a disegnare tante forme fantastiche. Loris era la logica nuda e gelida del loro sistema rivoluzionario, ma una logica viva che accettava tutte le conseguenze: rubare ed assassinare i signori, come questi da secoli rubavano ed assassinavano il popolo. O colla rivoluzione o contro di essa: nessun mezzo termine possibile, nessuna verità in un mezzo termine. Il loro orgoglio recalcitrava davanti alla rivelazione di questa necessità, mentre andando in traccia degli amici per convocarli capivano di compiere un atto ben più importante dell'ultima volta, quando si erano riuniti per aiutare Rodion colla convinzione anticipata che sarebbe stato impossibile.

Loris era rimasto nella propria camera. Il suo spirito, più vivamente illuminato dai lampi delle proprie visioni, aveva già letto nella coscienza dei giovani la risoluzione di ritirarsi dall'impresa: il resto del loro gruppo non sarebbe certamente diverso. Egli non ignorava la grande contraddizione del carattere russo, così prudente e positivo nell'opera come temerario ed assoluto nel pensiero, giacchè senza di essa gli sarebbe stato impossibile comprendere l'importanza e al tempo stesso l'inanità del moto nichilista.

Uno scoramento freddo e buio lo invadeva. Il suo ritorno a Pietroburgo non approderebbe quindi a nulla; lo giudicherebbero un pazzo, fors'anco un fanfarone, per giustificare a sè medesimi la vigliaccheria di non volerlo seguire. Allora si rimise a studiare la rivoluzione. Era il suo grande rimedio quando i dubbi lo assalivano, ma tale analisi rapida e minuta di tutte le necessità della guerra e di tutte le previsioni, che il suo ingegno aveva saputo accumulare contro i casi contrari, non bastò a rendergli la fede limpida di altre volte. Pensò di schizzare in alcune norme il profilo della società, che proporrebbe nella riunione di quei giovani, poi la ripugnanza per tutte le vecchie forme settarie glielo impedì. Si spiegherebbe meglio a voce; quando si opera davvero, non è possibile intendersi che parlando. Ma l'angoscia del dubbio gli scoppiava nuovamente nell'anima. Egli fare la rivoluzione da solo, in Russia, in un impero di oltre cento milioni, così vasto e remoto a sè stesso che molti villaggi vi ignoravano forse ancora l'uccisione di Alessandro II e non potrebbero comprenderla se non dopo chi sa quante generazioni!

Per resistere a questo flusso di pensieri si affrettò a mutar di abiti per la passeggiata. Siccome non aveva cameriere, suonò il campanello, che dava nell'appartamento della padrona, e andò ad aprire l'uscio sulla scala. Il suo piccolo quartiere non aveva altre comunicazioni coll'altro, ove abitava la numerosa famiglia della mercantessa, che glie lo aveva affittato.

Si presentò la solita giovinetta, piccola, tozza, dai capelli rossi e gli occhi così chiari che parevano di porcellana; Loris le ordinò di fare il the, e si pose a scrivere una lettera.

La ragazza contenta di poter stare nell'appartamento col bel forestiero, del quale parlava tutto il giorno colle figlie della padrona, dispose premurosamente sul tavolo la bottiglia del rhum presso il barattolo dello zucchero: prese due o tre pezzi di carbone dalla stufa accesa e versò l'acqua. Nella stanza la luce entrava allegramente. Ogni tanto ella si guardava nello specchio di contro accomodandosi i ricci ed impettendosi.

— Vuole che resti finchè il the sia fatto?

La sua voce era così dolce che Loris sollevò gli occhi dallo scrittoio e, dopo averla esaminata, le chiese di che paese fosse e da quanto tempo abitasse a Pietroburgo. La ragazza si era fatta istantaneamente triste.

— Sei disgraziata anche tu, piccola Marfa? Che fanno i tuoi?

Ella scosse il capo.

— Tuo padre è morto?

— In Siberia.

— Perchè?

— Uccise il signore che lo aveva frustato, disse Marfa precipitosamente.

— E tua madre?

— Si gettò nello stagno delle sanguisughe.

Loris si rimise a scrivere: quando ebbe finito la lettera, vide Marfa immobile nello stesso atteggiamento, che lo contemplava.

— Eccoti un rublo, piccina. Ti farò tornare, se vuoi, al tuo villaggio; qui la padrona ti batterà senza dubbio.

Marfa abbassò la testa.