Part 5
— Alessandro II emancipando gli schiavi diede loro più di quanto voi sappiate ancora promettere: bisognava quindi sollevare il popolo contro l'aristocrazia, alla quale lo Czar lo condannava a pagare il riscatto delle terre, sollevarlo coll'offa d'impossessarsi di tutte le altre; e non lo tentaste nemmeno. Il popolo capisce i fatti e non le idee. Lo Czar colla concessione di terre ai contadini della Polonia ha tagliato per sempre i nervi alla rivoluzione polacca dandovi una lezione di politica, di cui non sapeste profittare. La Russia è un impero, dentro al quale cova una federazione: occorreva scatenarne i popoli nell'egoismo delle loro nazionalità abbandonandoli magari alle potenze limitrofe, delle quali l'avidità vi avrebbe servito contro lo czarismo. La Prussia, l'Inghilterra, l'Austria, la Turchia dovevano essere i vostri alleati. Frangete l'impero; distruggere è creare, poichè il nulla è una astrazione. Avevate oltre cinquanta sette religiose, nelle quali il delirio del dolore aveva rinnovato tutte le forme delle antiche demenze, e non vi sforzaste di avventarle sulla Ortodossia governata da un Sinodo, che è un senato in decadenza. La Russia conta anche adesso a centinaia di migliaia i vagabondi e i pellegrini: potevano diventare un esercito; ma non avete mai pensato che una battaglia perduta vale cento attentati riusciti, perchè una strage è sempre più importante di un omicidio. Vi chiudeste nella setta, v'innamoraste del mistero, e non componeste più che un album di quadretti politici, nei quali il solito congiurato tirava sbagliandolo sullo Czar, o la solita combriccola scavava un tunnel per la dinamite. Le vostre reclute anzichè dalle università dovrebbero uscire dalle caserme. Lo Czar può chiudere tutte le università chè gli studenti non insorgeranno: essi hanno bisogno anzitutto di laurearsi per guadagnare; ma che un villaggio si ribelli scannando il signore o incendiando le sue case, e la rivoluzione si propagherà. I reggimenti composti di mugiks diserteranno; il primo colonnello in rivolta diverrà generale della rivoluzione, i cosacchi possono fornire una cavalleria; abbiamo dozzine di nazionalità, assorbite non fuse, che si ridesteranno: abbiamo troppo poche strade in un territorio troppo vasto perchè il governo possa agire rapidamente nelle repressioni, abbiamo frontiere che tutti possono violare; l'Inghilterra vi fornirà denaro ed armi. Complicate dunque la guerra civile colla guerra federale, spingete gli uni al saccheggio e gli altri al campo, permettete tutto a tutti. Quando avrete distrutto la Russia dell'impero, potete essere ugualmente tranquilli: l'avvenire la ricostituirà, se vi spunti davvero un'idea moderna, della quale il mondo abbia bisogno.
— Voi siete russo?
— Sono uomo: la patria nega il mondo, io lo affermo.
— Diceste che il popolo non si batte.
— Battetelo, perchè si batta. Il socialismo è per lui la terra che non possiede, dategliela; il suo Dio è lo Czar, che glie la nega: dategli dunque il paradiso, che questi gli contende, e il mugik non crederà più nello Czar. Bisogna che nessun signore possa abitare la campagna. Uccidere uno Czar a che giova per il mugik? Ammazzate i padroni delle terre, che non appartengono al mir, fate che tutta l'aristocrazia emigri a Mosca e a Pietroburgo, e un anno dopo tutte le terre saranno del mir. Organizzate l'assassinio: così incominciò la rivoluzione francese, così cominceranno tutte le rivoluzioni. Il vostro socialismo inintelligibile al popolo è quindi inintelligente: le vostre libertà politiche non sono che giuochi costituzionali, una maschera, che non cela nè il volto nè il pensiero, falsificandoli entrambi. La Russia ha fame: guardatevi dal distribuire soccorsi, avvelenate le sue piaghe invece di curarle; non opponete mai la ragione al delirio. La febbre invece di essere una malattia è un rimedio trovato dalla natura per ristabilire l'equilibrio, un rogo, che ogni corpo accende spontaneamente in sè stesso per bruciare i microbi che lo divorano. Siccome la Russia è un popolo essenzialmente agricolo, la rivoluzione deve farsi nelle campagne e non nelle città, alla periferia non al centro. Tutto fu errore fin qui; lo Czar riuscì più abile di voi altri.
— Siete sicuro di saper tutto per giudicare?
— So quello che ne sa l'Europa, i fatti e le intenzioni. Lo czarismo voleva appoggiarsi sul popolo contro le classi medie, e coll'emancipazione vi è riuscito; voi intendevate a sollevare il popolo contro lo czarismo, e avete fallito. La maggioranza del popolo russo crede Alessandro II un martire dei signori. Ora è tempo di mutare: ecco perchè sono venuto a voi. Il nichilismo, passato dallo stadio letterario a quello settario, deve cangiarsi in partito. Voi sapete che i partiti si reclutano nel grosso pubblico, e debbono assimilarsi tutti gli interessi per essere capaci di tutte le trasformazioni. Ogni setta è essenzialmente aristocratica. Aprite a tutti le vostre file e chiudete tutti i nascondigli: chi si cela ha paura.
— Giovane! disse uno dei cinque, quello che aveva al dito il sottile anello matrimoniale: ora insultate.
— Non avete voi le maschere, mentre io sono scoperto? Io sono sicuro del mio pensiero, voi dubitate del vostro. L'Europa ride del nichilismo.
Un altro sussulto scosse il Comitato, ma il presidente girando intorno un'occhiata li rattenne.
— L'Europa, proseguì Loris, gettando uno sguardo trionfante a Kriloff, mandò rappresentanti di tutte le dinastie e di tutti i giornali a Mosca per l'incoronazione di Alessandro III; quello era il momento per ucciderlo; non vi riusciste. Vi vantaste di concedergli una tregua, di cui l'Europa sorrise; non si dà quartiere al nemico, che si può uccidere. Il vostro trionfo consiste nel costringerlo a spendere mezzo miliardo all'anno nella polizia e ad uscire circondato da gendarmi. La Russia soffre.
— E voi soffrite? gli domandò il presidente con glaciale ironia.
— Sì, ma ho trasformato il mio dolore in odio; io sono armato, il problema è di armare la Russia. Finchè il dolore non diventa arma, una rivoluzione è impossibile. La Russia soffre. Da mille anni la sua vita si trascina nella penombra della storia; il suo popolo fu sempre schiavo, la sua aristocrazia sempre schiava, i suoi czar sempre schiavi. Non un'idea è russa nella storia, non un progresso è nazionale nella nostra vita. Ciò che chiamiamo progresso russo, fu un capriccio burocratico di Pietro il Grande e di Caterina II; la Russia non ebbe di vivo che l'istinto socialistico e lo mantenne nel mir, ma accerchiata dal mondo moderno la sua vita divenne tragica. Tutte le nostre sette religiose esprimono la rivoluzione: da coloro che si stordiscono nelle orgie idolatriche a coloro che si castrano, dai predicatori del suicidio agli apostoli dei roghi, nei quali le madri venivano senza piangere a gettare i bambini, tutto è dolore nella religione russa; la letteratura vi soccombe. Calcolate quanti secoli e quanta varietà di dolori dev'essere stata necessaria perchè tanti milioni di uomini possano sentire e pensare così: eppure la loro vita aumenta col loro numero. Armate dunque la loro vita dei loro dolori, gettate il popolo nella guerra perchè ne esca sano e trionfante. Sono venuto a proporvela.
— Chi rappresentate voi per parlare così?
— Io sono la giovane Russia.
— Nessuno può dire così grande parola.
— E nessuno negarla quando si è detta.
— Che faceste voi finora?
— Giacchè diceste di essere informato sul mio conto, dovete saperlo.
— Viveste di giuoco, ribattè con voce aspra il presidente.
A questo scoppio di tempesta Kriloff alzò sbigottito la faccia: la sua ammirazione per Loris, cresciuta a quella sovrana alterigia di attacco contro il Comitato Esecutivo ancora più temuto dagli adepti nichilisti che dallo Czar, gli toglieva d'immaginare come questa scena potesse conchiudersi.
— V'ingannate, replicò Loris: avevo duopo di una somma per i primi provvedimenti della rivoluzione, e la rubai al giuoco. Posseggo 150.000 rubli: dovetti esercitarmi sei mesi per diventare invincibile all'_ecarté_.
A questa confessione, spaventosamente superba, tutto il Comitato fissò Loris con ammirazione.
— Quanto avete voi in cassa, signore? Se andremo d'accordo, io sono pronto domani a fare il mio versamento.
Il presidente non rispose, e Loris appoggiando un gomito sul tavolo quasi per appressargli il volto e appesantire meglio il colpo:
— Sareste così borghese da giudicarmi un ladro?
Quindi volgendosi a Kriloff:
— Te lo avevo detto, sono vecchi!
A questo insulto il presidente si levò: la sua fronte, che saliva al di sopra della maschera, aveva impallidito, i suoi occhi neri brillavano. Loris era in piedi.
— Giovane! proruppe, ascoltate dunque la parola di un vecchio.
La sua voce era rauca.
— Se noi siamo fossili, perchè venite dunque a cercarci? Siete forse un geologo? Invece vi credete un politico, e non siete che un letterato. Avete elaborato un disegno nel silenzio della vostra testa, e siete tornato in Russia per la vanità di esporcelo offrendovi alleato di un partito, che in molti anni di lotta si è fatto un nome mondiale. Noi abbiamo ucciso uno czar, teniamo l'altro bloccato nel proprio palazzo, abbiamo una falange di scrittori e una moltitudine di condannati. Voi disprezzate tutto questo; la fanciullezza della vostra superbia vi fa credervi un messia per aver pensato alla guerra civile. Se foste nato uomo di Stato o di guerra, sareste rimasto in Russia per riunire intorno a voi un partito o una banda; invece emigraste, costeggiaste all'estero tutti i nostri amici senza entrare nelle loro cospirazioni, perchè non vi avreste potuto essere primo. Rubaste, lo diceste voi, al giuoco, per impossessarvi di una somma, colla quale iniziare una sommossa, ma su quella somma da molto tempo vivete con lusso. Non vi giudico, signore, vi analizzo: sono più cortese di voi. Chi siete? Uno studente che non ha studiato, il figlio abbandonato di un pope, un giuocatore, che le carte hanno arricchito e le carte possono impoverire. Il vostro ingegno, sono contento nel riconoscerlo, è di letterato: avete creato a voi stesso una parte fra Bazaroff e Raskolnikoff, fra l'eroe di Tourguenief e quello di Dostoiewski; se saprete scriverla, diventerete illustre nelle lettere, se non lo saprete....
E parve arrestarsi.
— Dite, proruppe Loris violentemente pallido ripetendo la stessa parola, colla quale il vecchio sembrava dianzi averlo sospinto.
— Non finirete molto meglio di quei due eroi da romanzo.
Kriloff si sentì girare la testa: gli parve che Loris si cercasse in tasca il terribile ago, ma invece intese la sua voce, improvvisamente calma e cortese per uno sforzo onnipotente di volontà, rispondere:
— Avevo prevista questa obbiezione: non facendola, signore, avreste dovuto arrendervi ai miei argomenti. Ora ci conosciamo, più tardi c'intenderemo.
Il presidente scosse il capo.
— La gioventù è talmente infallibile nel proprio istinto che la vecchiezza non può essere saggia che seguendola. Vieni, Kriloff.
— Signori, seguitò, poichè voi sarete sempre informati sul conto mio, è inutile che io vi lasci il mio indirizzo pel caso che aveste bisogno di me. Vorreste, signore, dirmi dove potrei trovarvi all'occasione?
Il presidente, sconcertato da questo sangue freddo, titubò.
— Siccome conserverete la vostra fiducia al mio amico Kriloff, avrò il piacere di servirmi di lui per corrispondere con voi. Egli è abbastanza forte.
Quindi, inchinandosi loro nuovamente come dinanzi ad un circolo di signore, stese la mano verso il ritratto dello Czar ucciso.
— Per la morte di Alessandro II, la più gloriosa impresa del vostro partito; noi ci ritroveremo, signori, alla guerra.
— Vieni, Kriloff.
Kriloff lo seguì dopo aver salutato goffamente il Comitato.
III.
Avevano già percorso un lungo tratto di strada senza barattare una parola, quando Loris, fermandosi bruscamente, disse:
— Ora separiamoci; Ogareff ti aspetta sulla piazza del teatro. Ti permetto di raccontargli tutto, lo credi sicuro anche tu?
— Ogareff! esclamò Kriloff: preferirei dubitare di me stesso. La sua condotta verso Rodion, che nemmeno conosceva, mi pare argomento che basti.
Loris rimase pensieroso.
— Domani alle due vi aspetto da me: tu ci verrai prima; digli che venga colla carrozza; è bene che la carrozza attenda alla mia porta.
E gli strinse la mano.
Kriloff era agitato. Malgrado il suo noto coraggio dopo gli avvenimenti di quella sera stentava a rimettersi; ogni tanto si gittava occhiate dinanzi e di dietro, stringendo colla mano sinistra nella tasca della pelliccia il calcio di un piccolo revolver.
— Credi che non accadrà nulla? domandò inquieto.
— Che cosa potrebbe accadere?
— Quel....
— A quest'ora lo avranno già raccolto: passerò io per quella strada.
Ma, appena rimasto solo, il suo viso si offuscò: involontariamente si mise a camminare più adagio.
La notte era serena e frizzante, passavano poche persone e molte pattuglie. Loris si respinse il cappello dalla fronte, sbottonandosi la pelliccia: aveva caldo. Una violenta tempesta si era scatenata nel suo spirito, sferzandogli il sangue e mettendogli sotto il lividore del viso una rigidezza, che avrebbe destato molti sospetti in un osservatore intelligente. Un orologio di chiesa, che suonò le undici, lo fece sostare; contò mentalmente quei suoni. Il colloquio era dunque durato due ore.
Un momento pensò di tornare addietro per incontrare qualcuno del Comitato, che non poteva tardare molto a sciogliersi, ma riflettè che probabilmente avevano un'altra uscita, e che egli stesso era forse sorvegliato da qualche nichilista. Un rapido esame della gente, che passava, non bastò a convincerlo del contrario: quindi dominandosi con uno sforzo violento si riabbottonò la pelliccia e proseguì coll'andatura di un elegante, il quale vada al circolo o ne venga. Aveva detto di passare per quella strada. Il cadavere doveva esservi stato raccolto, e tutti gli agenti della polizia già in moto. Certamente ne incontrerebbe qualcuno.
Con meravigliosa prontezza ripassò nella mente tutte le congetture, che la polizia potrebbe fare su quell'assassinio. Solo i fiaccheristi, che avevano servito a quella caccia, avrebbero potuto raccontandola mettere la polizia sull'avviso, ma l'infelice era disceso egli stesso in un'altra strada per far perdere le proprie traccie. Il loro fiaccherista aveva forse sospettato di qualche cosa, ma essi pure erano smontati troppo presto, e quell'altro fiacre li aveva troppo oltrepassati per farlo insistere sopra un vero sospetto: d'altronde non poteva aver distinto il signore che li inseguiva. Nessun fiaccherista chiamato in polizia confesserebbe mai, per la paura di mescolarsi ad un qualunque processo, di ravvisare in quell'ucciso un signore da lui servito. La polizia come indovinerebbe quella caccia interrotta con una tale morte? Certo la puntura al collo di un ago intinto nell'acido prussico doveva far credere ad un colpo nichilista, ma appunto per questo diventava più difficile scoprirne l'autore. Certamente il morto aveva a Pietroburgo qualche missione speciale, quindi i sospetti cadrebbero in falso. A quest'ora le spie dovevano aggirarsi fra quella strada e le altre vicine per sorprendere una mossa imprudente fra coloro, che sapendo dell'assassinio vi passassero per la sinistra curiosità, onde i delinquenti sono attirati sul luogo del delitto.
Un sorriso brillò negli occhi di Loris scorgendo da lungi l'angolo della via, ove aveva commessa quella prima uccisione di guerra. Traversò la strada, e lungheggiando lo stesso muro cercò indarno sulla neve l'impronta dei propri piedi fra quella di tutti gli altri: forse nell'altra, meno frequentata, una sua orma poteva essere rimasta indizio intelligibile solamente a lui, nullameno indizio.
All'imboccatura della strada un signore, che sembrava andare troppo adagio, lo squadrò; Loris passò oltre, rivide il gomito dove colui era caduto: sulla neve sparnazzata fra molte orme si distingueva come il solco di qualche cosa, che vi avesse strisciato, ma non sapendo nulla dell'accaduto doveva essere impossibile badarvi; e Loris non vi badò. Nullameno il cuore gli batteva più forte: il rumore di un passo, che gli veniva incontro, gli diede una più intensa emozione.
— Come sarà andata la cosa dopo?
Una violenta curiosità mista di superbia s'impadronì siffattamente di lui, che dovette lottare seco stesso per proseguire senza voltarsi addietro, collo stesso passo, infilando l'altra strada.
— Era una spia, si disse pensando al morto: egli non m'avrebbe certo risparmiato.
Questa terribile verità non bastava nullameno a tranquillizzarlo. Una spia è sempre in istato di guerra? La ragione gli rispondeva di sì, ma non pertanto sentiva che un soldato uccidendo un nemico in agguato proverebbe una sensazione assolutamente diversa dalla sua. Era differenza di morale o di educazione? Il soldato, che uccide in guerra, è senza rimorsi perchè sa di ubbidire ad una forza superiore: non egli volle la guerra; bisogna che vi uccida per non essere ucciso. Il generale che la dirige, l'uomo di Stato che la dichiarò, sono egualmente senza rimorsi, perchè non essi vi uccidono: che cosa è dunque il rimorso per la uccisione di un uomo? Fra rivoluzione e governo la guerra non era dichiarata? Le spie non erano così l'esercito del governo, come i congiurati quello della rivoluzione? Ammazzare una spia, che vi pedina, era anche meglio che sorprendere in guerra un manipolo agli avamposti; bisognava ammazzare quella spia, senza paura e senza pietà, per salvare sè stessi; sentirne rimorso dopo era mettere in dubbio la sincerità della propria posizione di ribelle contro il governo. Vita per vita.
Loris scosse il capo, quasi per scrollarne un ultimo dubbio, tastandosi nella tasca l'astuccio del pugnaletto. Che una delle tante pattuglie lo fermassero, e tutto era perduto. Loris pensò al come nascondere quella piccola terribile arma senza riuscirvi. Il meglio ancora sarebbe stato, nel caso di un incontro, lasciarla cadere e sprofondarsi nella neve: difficilmente però a Pietroburgo avrebbe potuto procurarsene un'altra. Era un'arma perfetta.
A mano a mano che si avvicinava alla piazza Isaac, l'inquietudine gli cresceva: gli pareva di rivedere quell'uomo alto, elegante, colle fedine rosse, d'aspetto e di modi signorili, tendergli ingenuamente la scattolina dei fiammiferi. Poi si rammentava le confidenze sovra esso del colonnello Lavrof, l'illustre pubblicista emigrato, già direttore del _Zemlia_ e _Volia_: rivedeva la scena del gabinetto da pranzo ripensando con orgoglio sinistro le parole imprudenti, colle quali era riuscito ad impaniarlo. Imbecille! mormorava nel pensiero, mentre dalla neve si sentiva un freddo sottile salire per le gambe, qualche cosa di terrifico che gli arrivava alla coscienza. Il cappello a cilindro di quella spia era sbalzato a molta distanza restando ritto, si ricordava questo particolare: l'infelice si era arrovesciato aprendo le braccia, colla testa indietro. Era stato un istante, ma nullameno Loris aveva visto la morte entrare in quella spia, e schiacciarla. Rivedeva la contrazione spaventosamente rapida della sua faccia, una contorsione della bocca, che non aveva potuto parlare, con uno sguardo feroce, poi supplichevole quasi nel medesimo attimo.... ma il veleno arrivato al cervello ne aveva cacciato tutto l'ossigeno arrestandovi ogni moto. La spia era morta barcollando, prima ancora di toccare la neve.
— Imbecille! ripeteva con crescente amarezza: forse neppure lo pagavano bene. Che gl'importava della nostra battaglia? Egli non aveva nemmeno abbastanza ingegno per intenderla, mentre per pochi rubli al giorno era pronto a farci arrestare ed uccidere tutti. Un antropofago era dunque spiritualmente più alto di lui; quegli non mangia se non colui, che potè far prigioniero, e non lo mangia che avendo fame. La Terza Sezione non lo rimpiangerà.
— Che dovessi rimpiangerlo io!... esclamò a bassa voce, come per frustare la codardia del proprio sentimento, che non giungeva a calmarsi.
Era arrivato.
Il dwornik lo salutò più che rispettosamente nel ricevere un rublo di mancia, ed insistè per fargli lume lungo le scale: Loris temeva di essere pallido, ma il portinaio non se ne avvide. Appena nell'appartamento accese una candela e, senza trarsi la pelliccia, cercò vivamente intorno come nascondere il pugnale. Rapidissimamente imaginò molti modi senza appagarsi di alcuno. Gli accadeva come sempre che cercando un nascondiglio non si può per logica fatale esserne soddisfatti: perchè altri non potrebbe avere la stessa idea per scoprirlo? Il pensiero ha naturalmente per rivale il pensiero.
Improvvisamente colto da un senso di vergogna depose il pugnale sul tavolo come a sfida, così che il primo entrando dovesse per forza vederlo e provare la tentazione di esaminarlo: quindi si gettò sul divano. Era stanco, si sentiva la testa pesante. Gli parve che la camera fosse fredda malgrado la stufa piena di carbone, che bruciava nell'angolo presso la finestra; la candela agitava sulle pareti subite masse d'ombra, che dileguavano nel vuoto. Ascoltò il silenzio, tese l'orecchio per le vie di Pietroburgo, ancora ignara della sua presenza, ma che si sarebbe presto sottomessa alla sua volontà.
La città immensa sonnecchiava sotto quel leggero velo di neve, nel caldo delle proprie stanze affollate di gente immemore di sè stessa a quell'ora. La notte isola gl'individui nel sonno: la società non esiste più mentre ognuno rientra nel proprio mondo. Egli stesso ricominciava il solito sogno di rivoluzione e di vittoria. Tornato dopo quattro anni a Pietroburgo per accendervi la guerra, in quella notte aveva già atterrato una sentinella nemica, e tenuto il primo consiglio collo stato maggiore dei propri alleati. Naturalmente era riuscito ad una scissura con una affermazione però anche più grande. Egli, solo, senza autorità di precedenti, colle uniche forze dell'ingegno e della volontà, aveva potuto ottenere un abboccamento da quel terribile Comitato esecutivo, contro il quale da tanti anni falliva tutta la potenza dello Czar. Chi erano quei cinque mascherati, di cui la sola presenza sospettata sarebbe bastata a sconvolgere istantaneamente tutti gli uffici della Terza Sezione, la grande guardia politica dell'impero? Riandava sottilmente tutta la scena trovando strano egli stesso di essere stato ricevuto. Certo il Comitato aveva sul conto suo informazioni anche più rassicuranti di quelle che Kriloff aveva potuto fornire. Pensò al colonnello Lavrof, che gli aveva testimoniato a Zurigo una fuggevole amicizia, a Plachenov il celebre critico della rivoluzione francese, emigrato anch'egli a Ginevra, ad Eliseo Reclus il grande geografo, a Krapotkine il principe esiliato, a tutti gl'illustri nichilisti conosciuti all'estero, coi quali aveva sempre trattato alteramente; pensò agli antichi compagni d'università, cui si era mostrato sempre nella infrangibile unità del proprio sistema rivoluzionario, pensò all'immenso potere, al portentoso servizio d'informazioni, di cui il Comitato doveva essere provvisto nella sua lotta titanica contro lo czarismo, e non pertanto la facile prontezza di quel colloquio gli rimaneva inesplicabile. Nessuna difficoltà, nessuna goffagine teatrale: le piccole maschere di quei cinque non erano nemmeno abbastanza grandi per coprire loro tutto il volto; ad uno aveva notato le fedine grigie, di un altro ricordava una fine cicatrice bianca sulla fronte, di un terzo aveva osservato la forma troppo allungata del cranio. Nessuno di loro portava guanti.